L’omelia dell’Arcivescovo nella celebrazione conclusiva del Convegno pastorale interdiocesano

Convegno Pastorale Interdiocesano 2026
Omelia nella Celebrazione Eucaristica conclusiva con l’istituzione dei ministri lettori, accoliti e catechisti
11 ottobre 2026, XXVIII Domenica T. O. – Anno A – Is 25,6-10a · Sal 22 (23) · Fil 4,12-14.19-20 · Mt 22,1-14

Carissimi fratelli e sorelle, cari sacerdoti e diaconi, consacrate e consacrati, e cari candidati ai ministeri,

siamo giunti alla conclusione del nostro Convegno; tre giorni intensi, scanditi da riflessione, condivisione, preghiera. Tre momenti che, se ci pensiamo bene, possono diventare tre atteggiamenti con cui “stare” nella Chiesa, nella nostra Chiesa; uno stile con cui costruirla insieme. E oggi la Parola di Dio, che non abbiano scelto noi, ci consegna un’immagine che li raccoglie tutti: una festa. «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio» (Mt 22,1-14). In questi giorni abbiamo contemplato Cristo che «ha amato la Chiesa e ha
dato se stesso per lei» (Ef 5,25), E Dio ci mostra la sala delle nozze. Lo Sposo è Cristo. La Sposa è la Chiesa: è l’«amata». E la festa è già pronta.
Prima di tutto, però, voglio dirvi grazie. Ho letto i resoconti dei vostri Tavoli, più di quaranta fogli, uno per uno: è difficile riassumerli e, magari, troveremo altri modi per dare voce a tutte le vostre proposte e tenerli presenti durante l’anno pastorale per la loro attuazione. Vi ringrazio per la libertà e il coraggio con cui avete parlato. Anche quando avete espresso giudizi severi, ho colto un grande amore per la Chiesa e il desiderio di vederla più bella, più vera, più evangelica.
Dunque: riflettere, condividere, pregare. E fare Festa!
1. Una Chiesa che «riflette»: la Parola che chiama
La parabola comincia con un invito. Il re «mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze». All’inizio di tutto non c’è il nostro programma, ma la Parola che chiama. «In principio era il Verbo» (Gv 1,1). Una Chiesa che riflette è una Chiesa che si lascia chiamare, che ascolta, e che nell’ascolto diventa “riflesso” di Colui del quale è immagine.
Ma il Vangelo aggiunge subito un dettaglio che ferisce: «questi non volevano venire». E ancora: «non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari. Venerdì abbiamo guardato i numeri e parlato di una Chiesa dalla quale «nessuno o quasi si aspetta più
nulla». Ecco: il Vangelo lo sapeva già. Gli invitati che non vengono non sono una scoperta della sociologia; sono il dolore antico del cuore di Dio.
Nei Tavoli avete riflettuto con franchezza su questo rifiuto e non avete puntato il dito soltanto fuori. Avete detto che un non credente, vivendo un mese nelle nostre parrocchie, vedrebbe attività ben organizzate ma poca relazione. Avete parlato di gruppi chiusi, di ruoli tenuti stretti, di competizione nei servizi, di quel «si è sempre fatto così» che spegne ogni slancio. Un tavolo ha scritto una frase che vale un programma: «L’io deve diventare un noi».
Avete detto che la Messa è spesso vissuta per abitudine: «molti partecipano, pochi comprendono». Avete chiesto omelie che consolino più che rimproverare, chiedendovi: «Dov’è il Gesù buono?». Avete detto che mancano i giovani, gli uomini, le famiglie; che i sacramenti
diventano «un timbro» e dopo la Cresima i ragazzi spariscono. Qualcuno ha capovolto la domanda: non «perché se ne sono andati», ma «perché non sono mai entrati» o non sono rimasti. E da tutti i Tavoli è emersa la parola formazione. «La buona volontà non basta», abbiamo bisogno di cristiani che conoscano la propria fede, amino la Parola di Dio e sappiano «rendere ragione della speranza» che è in loro (cfr. 1Pt 3,15). San Girolamo lo diceva senza mezzi termini: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». Una Chiesa che riflette è una
Chiesa che si forma.
2. Una Chiesa che «condivide»: banchetto per tutti
Isaia, nella prima lettura (Is 25,6-10a), ci ha mostrato una mensa: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande». Per tutti i popoli: su quel monte Dio strappa «il velo che copriva la faccia di tutti i popoli» e «asciuga le lacrime su ogni volto». È la dimensione eucaristica della Chiesa: il suo essere comunione, unità, segno e strumento di carità. Il Salmo 22 (23) lo ha cantato con la fiducia dei poveri: «Davanti a me tu prepari una mensa… il mio calice trabocca».
Nel Vangelo, anche davanti al rifiuto, il re non chiude la sala, non annulla la festa; lascia apparecchiata la mensa e dice ai servi: «Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Il testo greco parla dei punti in cui le strade della città finiscono e si aprono verso la campagna: i confini, le periferie. Il rifiuto allarga l’invito. È il passaggio “dal suono delle campane al suono dei campanelli”. E la sala «si riempì di commensali», «cattivi e buoni»: non di perfetti ma di invitati.
Condividere significa uscire e pure accogliere. Le “campane” devono diventare spazi dove ciascuno trova casa, dove ciascuno sente di «abitare nella casa del Signore». Nei Tavoli avete chiesto proprio questo, con forza: vogliamo parrocchie aperte, una Chiesa accogliente verso famiglie ferite, persone sole, anziani, poveri, sofferenti, migranti, giovani sfiduciati, chi vive situazioni familiari complesse e si sente giudicato. Paolo, parlando i Filippesi (Fil 4,12-14. 19- 20), li ringrazia: «Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni». Condividere è prendere parte alle fatiche gli uni degli altri. “Spesso ci sentiamo comunità chiuse e autoreferenziali”.
Condividere è anche lo stile sinodale: l’ascolto della Parola incarnata nell’ascolto reciproco, che riconosce tutte le vocazioni, in una Chiesa non clericalizzata. Per questo crediamo agli organismi di partecipazione e li vogliamo vivi. È emerso che sono presenti in poche parrocchie,
talora solo su carta. Non si tratta di un adempimento burocratico: un Consiglio pastorale che ascolta e discerne è luogo in cui una parrocchia smette di essere “del parroco” e diventa di tutti.
E a noi sacerdoti, fratelli miei, i Tavoli hanno rivolto una richiesta precisa, che faccio mia: non lasciamo che il ministero si riduca ad amministrazione. Alcuni hanno avuto il coraggio di dirlo: «noi preti rischiamo di diventare burocrati e di perdere di vista Cristo». Avete chiesto ai vostri sacerdoti: “lasciate fare ai laici, soprattutto l’amministrazione. Non è bene che i preti gestiscano soldi”. La gente chiede di restare dopo la Messa, di conoscere i nomi, di ascoltare prima di decidere, di essere «in mezzo alla comunità e non sopra». Ci chiede che, quando un parroco lascia una comunità, nessuno ricominci da zero cancellando ciò che ha trovato: la parrocchia non è del parroco, è della Sposa; ed è di Cristo Sposo. Nella parabola siamo noi i servi mandati a chiamare; furono respinti e maltrattati, eppure il re li manda di nuovo. Ancora oggi la prima proposta vocazionale è un prete felice di essere prete. E ai fedeli laici ricordo che la comunità non può dipendere soltanto dal sacerdote: la missione è di tutti i battezzati. Nel corpo non ci sono membra di riserva: nessuna comunità, per quanto piccola, si senta periferia; nessuna, per quanto grande, autosufficiente.
3. Una Chiesa che «prega»: «Tutto posso in colui che mi dà la forza»
Paolo scrive dal carcere: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza… Tutto posso in colui che mi dà la forza». Siamo una Chiesa con meno sacerdoti, meno giovani, meno numeri. Possiamo viverlo come una sconfitta, oppure con la libertà di chi non ha più nulla da difendere se non il Vangelo. Ma questa forza non viene da noi: viene dalla preghiera. Pregare significa osare. La Chiesa missionaria nasce in ginocchio; ce lo continua a insegnare santa Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni, la quale non uscì mai dal suo Carmelo.
Mi ha commosso una frase del Quinto Tavolo: «Manca il vedere il sacerdote in preghiera accanto a noi». E un altro gruppo ha scritto: «Il pellegrinaggio, la festa ci fanno comunità, ma la preghiera ci fa famiglia cristiana». Avete chiesto chiese aperte, silenzio, Adorazione. Avete
accolto con gioia il cammino verso l’Adorazione eucaristica quotidiana, a condizione che le porte siano aperte. «Se la chiesa è aperta e Gesù è esposto, la gente entra». E a chi teme i rischi, un gruppo ha risposto che Cristo conosceva il rischio dell’indifferenza e perfino del sacrilegio, eppure ha scelto di consegnarsi in un pezzo di pane.
Una Chiesa che prega sa anche riconoscere la santità che la abita: Maria, i santi della nostra terra, i “santi della porta accanto”. Avete chiesto che le nostre feste non si riducano a folklore, ma siano soglia spalancata su un’esperienza di fede; che comitati e confraternite siano luoghi di formazione e carità; che i pellegrinaggi non siano gite ma cammini di conversione; che i ragazzi incontrino i santi come «compagni di strada». Non vogliamo cancellare le tradizioni ma aiutarle a ritrovare l’anima evangelica.
4. Le indicazioni per l’Anno Pastorale
Alla luce della Parola e dei vostri lavori, provo a consegnarvi alcune indicazioni concrete emerse dai Tavoli. Non sono un programma da eseguire ma passi da compiere insieme, perché la sala si riempia e si rivesta dell’abito nuziale. Gli Uffici e gli organismi diocesani e
parrocchiali le accompagneranno, verificandole durante l’Anno.
a) Rivestirci di comunione. Ogni parrocchia abbia il Consiglio pastorale e il Consiglio per gli affari economici, come ho stabilito con decreto; nel corso dell’Anno ne verificheremo, parrocchia per parrocchia, la costituzione e il funzionamento. Ogni parroco incontri ogni mese i responsabili dei servizi della comunità, per ascoltare le storie e le fatiche delle persone che essi incontrano. Le foranie diventino luoghi di fraternità sacerdotale e progettazione comune, conservando continuità al cambio di parroco.
b). La domenica, festa di nozze. Ogni comunità, già da domenica prossima, provi a curare l’accoglienza alla porta, il canto di tutta l’assemblea con i testi e i libretti dei canti, un’omelia che annunci il volto misericordioso di Cristo, il tempo dopo la Messa. Il parroco, quando può, resti con la sua gente: «così la domenica diventa famiglia». Nei tempi forti si propongano brevi itinerari per comprendere i segni della celebrazione. L’Ufficio liturgico e i gruppi liturgici parrocchiali devono provvedere a questo.
c). Andare ai crocicchi delle strade. Ogni parrocchia o unità pastorale realizzi quest’anno un’iniziativa di primo annuncio «fuori le mura». I Tavoli ne hanno proposte molte: una veglia dei giovani in piazza, il Vangelo al mercato, il Rosario nei condomini, una cena di Natale per
chi è solo, luoghi di ascolto dove la gente vive. Non servono grandi manifestazioni: bastano gesti autentici, preparati e accompagnati. Scegliete con libertà e creatività, ma uscite.
d) Formare chi forma. La Scuola per Operatori Pastorali «Discepoli e Missionari nella Chiesa Sinodale» è risposta a ciò che avete chiesto. Ogni parroco individui, incoraggi e accompagni gli operatori della sua comunità che la frequenteranno. L’Ufficio Catechistico diventi
laboratorio permanente di formazione, dove i catechisti lavorano in équipe e mai da soli. In ogni parrocchia si incontrino i genitori dei ragazzi del catechismo almeno una volta al mese. La domanda, emersa in più Tavoli, sull’età e sul cammino della Cresima merita un discernimento serio: ne affido lo studio agli Uffici competenti, sapendo che un semplice cambiamento di età non risolve da solo una difficoltà molto più profonda.
e) Giovani e famiglie al centro. La Pastorale giovanile, familiare e vocazionale lavorino insieme, e insieme alle parrocchie, perché ogni ragazzo trovi nelle nostre comunità spazi aperti adulti credibili e capaci di ascolto senza giudizio. Alle giovani coppie, ai fidanzati, a chi
convive o è sposato solo civilmente, alle famiglie segnate dalla separazione offriremo cammini di accompagnamento, secondo lo stile indicato da Papa Francesco in Amoris Laetitia e secondo quanto emergerà dallo studio che Papa Leone sta dedicando a questo Documento.
L’accoglienza non cancella il cammino di conversione, lo rende possibile; e momenti particolari, come il catechismo dei figli, possono essere “porta” per i genitori.
f). Chiese aperte, adorazione fedele. Il cammino verso l’Adorazione eucaristica quotidiana comincia aprendo le porte. Già da quest’Anno ogni parrocchia stabilisca almeno un tempo settimanale di Adorazione, affidando i turni ai fedeli e ai gruppi parrocchiali, chiedendo ai
consacrati di accompagnarci e di educarci all’adorazione, e curando che la chiesa possa restare aperta in sicurezza. Dove è possibile, si cominci già con l’Adorazione quotidiana.
g). Dalle feste all’incontro con Cristo. Comitati e confraternite comincino ogni riunione con il Vangelo e seguano un cammino formativo, ritrovando la loro vocazione alla preghiera e al servizio dei poveri. Durante le feste patronali siano offerti tempi per la Confessione, l’ascolto, l’Adorazione, pure fuori dalle chiese, e le omelie annuncino le virtù del santo dentro la vita concreta. Si potrà promuovere una giornata in cui ogni comunità racconti il proprio santo, e un pellegrinaggio annuale a monasteri e case religiose delle nostre Diocesi, per conoscere la bellezza della vita consacrata e pregare insieme per le vocazioni.
E, questo, con un atteggiamento che ci accomuna tutti, già da oggi: amare di più la Chiesa, servire di più la Chiesa, sentirci di più responsabili della Chiesa.
5. Una Chiesa che fa «festa»: l’abito nuziale
Il Vangelo, però, non finisce con la sala piena. Il re entra, guarda i commensali e vede un uomo «che non indossava l’abito nuziale». È una pagina severa; tuttavia, a ben vedere, quegli invitati erano stati raccolti per strada, all’improvviso: chi di loro poteva avere con sé un abito da festa? Antichi commentatori hanno pensato che l’abito fosse offerto dal re stesso, all’ingresso della sala; così, la colpa di quell’uomo è aver rifiutato il dono, entrare senza lasciarsi rivestire. Ma il re lo chiama «amico». Pur se rimprovera, Dio ricomincia sempre dall’amicizia. «Che cosa dobbiamo intendere per abito nuziale, se non la carità?», chiede Gregorio Magno. Si può stare in sala, frequentare la parrocchia, avere incarichi, guidare gruppi, portare la statua del santo, perfino celebrare all’altare, e non avere l’abito. Lo avete detto voi: ruoli senza gioia, servizi senza relazione, potere invece di comunione… Entrando nella sala, dunque, scopriamo che non siamo semplici invitati: siamo la Sposa! Non invitati, ma festeggiati. Non spettatori, ma protagonisti. Per questo nessuno può permettersi di stare alla festa senza l’abito nuziale. «Molti sono chiamati, ma pochi eletti»: eletti non sono i più bravi ma coloro che accettano di essere amati fino a lasciarsi cambiare. Solo così un non credente, entrando tra noi, potrà dire ancora: «Guardate come si amano!». L’Amore: ecco la Festa! E oggi questa festa ha un sapore speciale: è una liturgia di festa per l’istituzione dei ministeri. E allora mi rivolgo a voi, carissimi fratelli e sorelle che tra poco
sarete istituiti. Voi siete i servi dell’invito. Il vostro ministero non è un posto da occupare, è una ma una missione.
Voi, lettori, servirete la Parola che chiama alle nozze. Prima di proclamarla, lasciatevene trasformare. Fatela risuonare nella liturgia ma portatela pure ai crocicchi delle strade, nelle case, tra i giovani, a chi soffre.
Voi, accoliti, servirete la mensa che il Signore prepara «per tutti i popoli». «Siate ciò che vedete, e ricevete ciò che siete», diceva Agostino. Il Corpo di Cristo che porterete all’altare e ai malati vi chiede di essere riconosciuto nei più fragili. Siate il segno che la mensa della domenica raggiunge chi non può venire.
Voi, catechisti, accompagnerete chi entra nella sala perché possa ricevere l’abito nuziale. I Tavoli ci hanno chiesto una catechesi che non sia «cattedra e banco» ma relazione, esperienza, cammino. Trasmettete la fede con le parole, ma soprattutto con una vita che renda credibile il
Vangelo. E mai da soli: siete inviati da una Chiesa e dentro una Chiesa. Siate ministri della comunione, non protagonisti di un ruolo. La vostra istituzione sia per tutta la nostra Chiesa un segno di speranza e un invito a riscoprire la dignità e la responsabilità che
vengono dal Battesimo.

Conclusione · «Gaudet Mater Ecclesia»!

Carissimi, c’è un’altra festa di nozze nel Vangelo: quella di Cana (» (Gv 2,1-11). Lì fu Maria ad accorgersi per prima che il vino stava finendo. In questi giorni voi avete fatto come lei: avete guardato le nostre comunità e avete detto, senza paura, che cosa manca. Ma Maria non si
fermò alla constatazione. Si rivolse al Figlio e disse ai servi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela. E l’acqua divenne il vino migliore.
Così vorrei che uscissimo oggi: non con l’elenco delle nostre mancanze ma con la certezza che lo Sposo è ancora in mezzo a noi e il vino migliore deve ancora venire. Non ci è chiesto di salvare la Chiesa: l’ha già salvata Cristo, che l’ha amata e ha dato sé stesso per lei. Ci è chiesto di lasciarci amare, di indossare l’abito nuziale della carità e di andare a chiamare.
Oggi, 11 ottobre, la Chiesa ricorda S Giovanni XXIII, che proprio in questo giorno, nel 1962, apriva il Concilio Vaticano II con parole di gioia: «Gaudet Mater Ecclesia», gioisce la Madre Chiesa. Con questa stessa gioia voglio chiudere i giorni di grazia che abbiamo vissuto,
commosso e incoraggiato dal numero e dallo stile della vostra partecipazione, e vorrei iniziare l’Anno Pastorale. Non la gioia ingenua di chi non vede difficoltà ma la gioia profonda di chi sa che Cristo non abbandona la sua Chiesa.

Grazie a tutti! Ci siete stati con la mente e il cuore; e come Chiesa. E grazie a Te Signore: cammina con noi e «illumina gli occhi del nostro cuore, per farci comprendere a quale speranza ci hai chiamati: quella della nostra vocazione» (cfr. Ef 1,17-18). Che ciascuno, nella nostra Chiesa, trovi la propria vocazione. Che ciascuno si senta a casa, cioè si senta amato, con lo stesso Amore con cui «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei». E portiamo nelle nostre parrocchie, nelle nostre famiglie, tra i nostri giovani, l’invito del Re: «Tutto è pronto; venite alle nozze!». E così sia!

Santo Marcianò

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