Presentazione dell’Enciclica Deus Caritas est

X
Angelo Amato, SDB

 

 


1.  L'attualità e la centralità del tema


 

«Vivere l'amore e in questo modo far entrare la luce
di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente Enciclica».[1]
Papa Benedetto XVI indirizza a tutti i fedeli cattolici una elevata meditazione
sull'amore, firmata il 25 dicembre 2005, festa che celebra il natale di Gesù
Cristo, amore di Dio incarnato.

L'inizio è di ispirazione giovannea: «Dio è amore;
chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16).[2]
È questo il centro sempre attuale della fede cristiana: «In un mondo – ammonisce
il Papa – in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il
dovere dell'odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e
di significato molto concreto».[3]

L'enciclica si suddivide in due parti: la prima, più
speculativa, precisa alcuni dati essenziali sull'amore che Dio offre all'uomo e
sul legame che quell'Amore ha con la realtà dell'amore umano; la seconda parte,
più concreta, illustra l'esercizio ecclesiale del comandamento dell'amore verso
il prossimo.

Nonostante le anticipazioni della stampa sulla
presunta brevità del documento, la trattazione è in realtà amplissima. Ad
esempio, dal confronto di questa enciclica con l'ultima di Giovanni Paolo II –
Ecclesia de Eucharistia – risulta che entrambe hanno quasi la stessa
lunghezza: 75 pagine la prima, 77 la seconda, anche se quest'ultima è articolata
in sei capitoli con 62 numeri, mentre la prima si suddivide solo in due parti
con 42 numeri.

L'enciclica di Benedetto XVI non è un polittico, che
presenta una molteplicità di dimensioni e di variazioni del tema. È piuttosto un
grandioso quadro rinascimentale a due piani: sul primo piano, in alto, l'amore
di Dio, e sul secondo, in basso, il riflesso di questo amore nel cuore dell'uomo
e nell'azione della Chiesa verso l'umanità intera. Si tratta di una
concentrazione tematica vincente, per poter giungere con immediatezza alla mente
e al cuore dell'uomo contemporaneo e risvegliare in lui la gioia dell'amore
autentico.

 


2. Armonia tra eros e agape

 

La prima parte è un esame approfondito del
significato dell'amore per sapere chi è Dio e chi siamo noi. Dal momento che il
termine "amore" è diventato una delle parole più usate e anche abusate, il Papa
precisa che al di là dei molteplici usi che se ne fa l'amore tra uomo e donna,
nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente, emerge come archetipo
dell'amore per eccellenza. A questo amore l'antica Grecia dava il nome di
eros
, parola mai usata nel Nuovo Testamento e usata solo due volte
nell'Antico Testamento greco. Il Nuovo Testamento dà piuttosto la preferenza al
termine agape, che costituisce la novità del Cristianesimo. Ma proprio
questo fatto è stato considerato in modo negativo, tanto che per Friedrich
Nietzsche l'agape avrebbe avvelenato l'eros, rendendo amara la
cosa più bella e gioiosa della vita.

In realtà – spiega il Papa – l'eros pagano
era la sopraffazione della ragione da parte di una "pazzia divina", che
strappava l'uomo alla limitatezza della sua esistenza. Ciò si traduceva nei
culti della fertilità e della prostituzione sacra. L'Antico Testamento ha
considerato tutto ciò come tentazione alla fede dell'unico Dio e come
perversione della religiosità. La falsa divinizzazione dell'eros lo priva
della sua dignità e della sua autentica umanità. L'eros ha bisogno di
disciplina per offrire non tanto il piacere di un istante, quanto piuttosto un
certo pregustamento di quella felicità a cui l'uomo aspira con tutto il suo
essere. La purificazione dell'eros non è quindi il suo avvelenamento ma
la sua guarigione in vista della sua vera grandezza.

Nell'essere umano, composto di anima e corpo, la
sfida dell'eros può dirsi superata quando si dà armonia tra questi due
principi, dal momento che né solo il corpo né solo l'anima amano, ma è la
persona nella sua unità che ama. Nell'unione armoniosa tra corpo e anima l'eros
matura fino alla sua vera grandezza.

L'eros deve superare il suo carattere
egoistico e diventare cura dell'altro, ricerca del bene dell'amato fino al
sacrificio. Di questo amore fa parte l'esclusività – "solo quest'unica persona"
– e la perennità, nel senso del "per sempre" fino all'eternità. Per questo
l'amore è estasi, non tanto come momento di ebbrezza, ma come cammino ed esodo
permanente dall'io chiuso in se stesso verso il dono di sé e verso il
ritrovamento di sé e la scoperta di Dio.

Il Papa, insomma, non pone in contrasto l'eros
come amore mondano o amor concupiscentiae e l'agape come
espressione dell'amore plasmato dalla fede o amor benevolentiae. Eros
e agape – amore ascendente e amore discendente – non si lasciano mai
separare completamente l'uno dall'altro. Isolati portano alla disumanizzazione
dell'amore, alla sua caricatura. Anche l'agape, l'amore oblativo, non può
sempre dare se non riceve. Chi vuole donare deve anche ricevere, attingendo alla
sorgente originaria dell'amore di Dio in Cristo.

 


3. Le novità del concetto biblico dell'amore

 

Sono tre le novità al riguardo. Anzitutto la
rivelazione biblica sull'amore porta a una nuova immagine di Dio. Nella Bibbia
Dio è il vero Dio, è il creatore di tutta la realtà e Dio ama la sua creatura e
quindi ama l'uomo. Anzi il suo amore è "elettivo": «tra tutti i popoli Egli
sceglie Israele e lo ama – con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo,
l'intera umanità. Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz'altro
come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape».[4]

I profeti, soprattutto Osea ed Ezechiele, hanno
descritto questa passione di Dio per il suo popolo eletto con le metafore del
fidanzamento e del matrimonio e l'idolatria e l'infedeltà con le immagini
dell'adulterio e della prostituzione. Ma questo eros di Dio verso l'uomo
è anche agape perché è dono gratuito, è amore che perdona. Dio creatore è
un amante che ama con tutta la passione di un vero amore. Per questo il
Cantico dei Cantici
, che è una raccolta di canti amorosi, è stato accolto
nel canone della Sacra Scrittura ed è stato spesso interpretato – da Origene a
Tommaso d'Aquino a Giovanni Paolo II – come espressione dell'amore di Dio verso
l'uomo e dell'amore dell'uomo verso Dio, diventando anche sorgente di conoscenza
ed esperienza mistica.

Da ciò deriva la seconda novità, che riguarda
l'immagine dell'uomo. Nel racconto biblico della creazione della donna (Gn 2,23)
c'è l'idea che l'uomo sia in qualche modo incompleto se non abbandona i suoi
genitori e non si unisce a sua moglie (Gn 2,24). L'eros è radicato nella
natura stessa dell'uomo e il matrimonio è un legame caratterizzato da unicità e
definitività.

In terzo luogo, la novità assoluta della rivelazione
cristiana sull'amore non sta in concetti nuovi, ma nella persona stessa di Gesù
Cristo, il cui sacrificio per amore dà ai concetti un insuperabile realismo: «Lo
sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cf.
19,37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa Lettera
enciclica: "Dio è amore" (1Gv 4,8). È lì che questa verità può essere
contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire
da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare».[5]

A questo atto di offerta Gesù ha dato una presenza
duratura mediante l'istituzione dell'Eucaristia, nella quale il Logos diventa
cibo e nutrimento dell'uomo e ci coinvolge nella sua comunione. Questa "mistica
del Sacramento", che è comunione con Gesù, ha anche un carattere sociale di
comunione con quanti partecipano al dono eucaristico. La comunione con Gesù
proietta il fedele alla comunione col prossimo nell'unico corpo che è la Chiesa.
L'Eucaristia è allora vera agape che apre all'amore del prossimo,
soprattutto di quello bisognoso.  A un amore quindi universale e concreto. Il
giudizio finale avrà come criterio proprio l'amore fattivo verso gli affamati,
gli assetati, gli ammalati, i carcerati… (Mt 25,40).

 


4. La lezione eucaristica di Benedetto XVI

 

Forse merita un piccolo approfondimento quanto
il Santo Padre Benedetto XVI dice a proposito dell'Eucaristia, il sacramento che
«ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo in modo statico il
Logos
incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione».[6]

L'Eucaristia, cioè, ci insegna la mistica dell'amore
proteso non solo verso Dio ma dinamicamente aperto al prossimo. Partecipando in
molti all'unico pane si diventa un solo corpo (cf. 1Cor 10,17):

«L'unione con Cristo – dice il Papa – è allo
stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso
avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti
quelli che sono diventati o diventeranno suoi».[7]

Nell'Eucaristia «il Dio incarnato ci attrae
tutti a sé. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un
nome dell'Eucaristia: in essa l'agape di Dio viene a noi corporalmente
per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. Solo a partire da
questo fondamento cristologico-sacramentale si può capire correttamente
l'insegnamento di Gesù sull'amore […]. Nella comunione eucaristica è contenuto
l'essere amati e l'amare a propria volta gli altri. Un'Eucaristia che non si
traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. D'altra
parte […] il "comandamento" dell'amore diventa possibile solo perché non è
soltanto esigenza: l'amore può essere "comandato" perché prima è donato».[8]

 


5. L'Eucaristia presenza del «Logos incarnato»

 

Come Betlemme fu il primo tabernacolo per
l'incarnazione del Figlio di Dio, così la Chiesa oggi continua a essere la «casa
del pane», il tabernacolo del pane eucaristico.

Come Gesù fu presente nella mangiatoia a Betlemme,
così egli è ora presente in tutti i tabernacoli del mondo.

A proposito dell'incarnazione, San Paolo esclamava
stupito: «Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà: Egli si
manifestò nella carne» (1Tm 3,16). Ma ancora più grande è la manifestazione di
Gesù nell'Eucaristia. Incarnazione ed Eucaristia costituiscono un unico grande «pietatis
et fidei mysterium».

L'Eucaristia può essere considerata come
«l'estensione e il compimento della incarnazione; Cristo, figlio di Dio e vero
uomo, vi continua la sua reale presenza in mezzo a noi e vi estende l'opera di
mediazione che egli, unico mediatore tra Dio e gli uomini, ha compiuto "nei
giorni della sua carne"».[9]

Alla luce del mistero dell'Incarnazione,
l'Eucaristia costituisce l'ultimo grado della kénosi del Verbo.

Ora, pur essendo glorioso in cielo, Gesù resta nella
storia con noi, nascosto nell'Eucaristia sotto le apparenze del pane e del vino.
E così continua la sua opera di redenzione e di salvezza dell'umanità. Sulla
croce si nascondeva solo la divinità, qui nell'Eucaristia viene celata anche la
sua umanità.

San Tommaso d'Aquindo così pregava nel celebre
inno Adoro te devote:

«Ti adoro devotamente, o nascosta divinità,

che sotto questi segni veramente ti celi […].

La vista, il tatto, il gusto in te si ingannano,

ma solo con l'udito si crede con fermezza […].

Nella croce solo la divinità si nascondeva,

ma qui insieme si nasconde anche l'umanità:

tuttavia, credendo e confessando l'una e l'altra,

chiedo ciò che chiese il ladrone pentito.

Non vedo, come Tommaso, le piaghe, tuttavia ti
confesso come mio Dio:

fa' che io creda sempre più in te, in te speri, te
ami».[10]

 


6. La Chiesa come comunità di amore

 

La seconda parte dell'enciclica è consacrata
all'esercizio della carità da parte della Chiesa. L'amore cristiano non è solo
un atto del singolo fedele, ma deve potersi esprimere anche come un atto
ecclesiale:

«Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare
l'amore. Conseguenza di ciò è che l'amore ha bisogno anche di organizzazione
quale presupposto per un servizio comunitario ordinato».[11]

All'inizio i discepoli erano assidui
nell'insegnamento degli Apostoli, nella comunione, nella frazione del pane e
nella preghiera (At 2,42). La comunione di cui si parla è la messa in
comune dei beni, per cui scompariva o veniva di molto attutita la differenza tra
ricchi e poveri. I sette diaconi furono scelti proprio per assolvere al compito
caritativo della Chiesa delle origini (cf. At 6,5-6). Nella Chiesa il servizio
della carità verso le vedove e gli orfani, verso i carcerati, i malati e i
bisognosi di ogni genere appartiene alla sua essenza tanto quanto il servizio
dei Sacramenti e dell'annuncio evangelico.[12]

Il Santo Padre riporta esempi concreti di questa
pratica della caritas citando, ad esempio, la cosiddetta diaconia
che prende forma in Egitto a partire dal IV secolo e che nei singoli monasteri
era l'istituzione responsabile per il complesso delle attività assistenziali e
per il servizio della carità. Queste diaconie sono testimoniate anche a Napoli,
a Roma e altrove. Anzi a Roma la tradizione ha trasmesso il martirio del diacono
Lorenzo (+258), che invitato dalle autorità pagane a consegnare i beni della
comunità presentò i poveri come il vero tesoro della Chiesa.

In questo contesto si inserisce anche l'armonia che
il Papa pone tra giustizia e carità, che costituisce anche la finalità della
dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum novarum di Leone
XIII (1891) fino alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II (1991) e al
recente Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004).

Di per sé spetta allo Stato assicurare la giustizia
nella libertà. Ma resta il problema del discernimento di cosa sia giusto qui e
ora. A questo punto interviene la fede non per imporre, ma per illuminare e
purificare la ragion pratica, in modo che questa possa vedere e praticare la
giustizia. La dottrina sociale della Chiesa è un aiuto alla formazione della
coscienza nella politica per il conseguimento della giustizia.

Anche nella società più giusta e opulenta la
caritas
sarà sempre necessaria, perché anche in essa ci sarà sofferenza,
indigenza e solitudine a implorare consolazione, aiuto e condivisione. Per
questo scopo la Chiesa ha istituzioni e persone che guidano e attuano la sua
azione caritativa ai suoi vari livelli.


 


7. I Santi della carità

 

La conclusione dell'Enciclica riporta il famoso
gesto di Martino di Tours, giovanissima guardia imperiale, che in un inverno
rigidissimo alle porte di Amiens dona la parte più calda della sua clamide
bianca a un povero, che giaceva intirizzito dal freddo tra l'indifferenza dei
passanti: «Gesù stesso, nella notte, gli appare in sogno rivestito di quel
mantello, a confermare la validità perenne della parola evangelica: "Ero nudo e
mi avete vestito… Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi
miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,36.40)».[13]

Tutta la storia della Chiesa mostra questo servizio
della carità esercitato in modo sempre più creativo nelle innumerevoli
iniziative di promozione umana e di formazione cristiana. Gli ordini e le
congregazioni religiose maschili e femminili hanno costituito nella storia una
specie di rete protettiva di accoglienza e di assistenza per l'umanità
bisognosa. Il mondo senza questa protezione si sarebbe trasformato in una
giungla invivibile. Il Papa cita espressamente alcune di queste figure somme
della carità cristiana: Francesco d'Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio,
Camillo de Lellis, Vincenzo de' Paoli, Luisa di Marillac, Giuseppe B. Cottolengo,
Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta: «rimangono modelli insigni di
carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I santi sono i veri
portatori di luce all'interno della storia, perché sono uomini e donne di fede,
di speranza e di amore».[14]
Tra i santi eccelle Maria, la donna che ama, serve, accoglie i discepoli di Gesù
come suoi figli e continua dal cielo la sua opera di intercessione materna.

 


8. L'amore, evidenza del Vangelo

 

La prima enciclica di Papa Benedetto XVI richiama il
dialogo tra il Cristo risorto e Pietro. A Gesù, che per tre volte gli aveva
chiesto se gli voleva bene, Pietro per la terza volta rispose: «Signore, tu sai
tutto, tu sai che ti voglio bene». E Gesù di rimando: «Pasci le mie pecorelle» (Gv
21,17).

L'enciclica è un'esplosione di gioia per la
sublimità dell'amore di Dio verso l'umanità, sua creatura prediletta, e verso la
Chiesa. È un moderno Cantico dei cantici, che, pur erompendo dalla poesia
dell'esperienza vissuta dell'amore di Dio, si fa prosa meditata, insegnamento
motivato e articolato. 

Il Santo Padre ha voluto mettere il suo ministero
petrino sotto il segno dell'amore. È questa la chiave più appropriata per la
comprensione della persona, dell'opera e dell'insegnamento di Papa Benedetto,
che, in un'epoca dominata dalla banalizzazione dell'amore e sempre più pervasa
dalla fredda ombra della separazione, dell'odio, della discordia e delle mille
guerre fratricide, ripropone l'annuncio dell'amore come il programma sempre
nuovo e sempre attuale del Vangelo di Gesù.

Se le prime encicliche dei papi recenti hanno in un
certo senso segnato l'intero loro pontificato – emblematica la Redemptor
hominis
(1979) di Giovanni Paolo II che preannunciava non solo il Grande
Giubileo dell'anno duemila ma anche l'orizzonte "cristocentrico" del suo
magistero – si può allora affermare che il ministero del Santo Padre sarà sotto
il segno della carità all'interno e all'esterno della Chiesa cattolica, come
dimostra il suo sorriso paterno e la sua mano benedicente.

Benedetto XVI, grande teorico della teologia
cristiana e, come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, fermo
difensore della retta fede, svela oggi in modo sorprendente che la sorgente del
suo fare teologia non è la fredda ragione, ma l'entusiasmo della carità di
Cristo: «Caritas Christi urget nos» (2Cor 5,14). Una carità, che pur
manifestandosi nella preghiera e nell'adorazione, si fa servizio e cura del
prossimo bisognoso. Come nei primi secoli cristiani era la carità che
affascinava i non cristiani, così oggi è ancora la carità che stupisce il mondo,
diffondendo i suoi benefici effetti nella storia e nella società contemporanea.

L'enciclica è stata paragonata da Rémi Brague a una
fontana romana, in cui l'acqua trabocca da una vasca all'altra, a partire da un
primo getto posto in alto. Così, nell'enciclica, l'amore di Dio si riversa nel
cuore dell'uomo, che, da solo, non può darsi l'amore se non lo riceve dall'alto,
dalla sua sorgente divina. Dio non è colui che comanda e opprime, ma colui che
ama e dona. È questa l'evidenza cristiana. È questa la vera buona notizia. È
questo anche il volto più attraente del cristianesimo: «Noi abbiamo riconosciuto
e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora
in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16).


 


9. Le tesi "agapiche" dell'enciclica

 

Si possono ridurre a sei le "tesi agapiche" di Papa
Benedetto. La prima compone in armonia eros, come amore mondano, e
agape
, come espressione dell'amore fondato sulla fede e da essa plasmato.
Queste due concezioni vengono spesso contrapposte come amore possessivo e amore
oblativo. Solo l'amore oblativo sarebbe tipicamente cristiano: «In realtà
eros
e agape – afferma il Papa – […] non si lasciano mai separare
completamente l'uno dall'altro. Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse,
trovano la giusta unità nell'unica realtà dell'amore, tanto più si realizza la
vera natura dell'amore in genere» (n. 7). C'è connessione inscindibile tra l'eros,
che brama di ricevere, e l'agape, che trasmette il dono ricevuto.

La seconda tesi evidenzia la "nuova immagine di
Dio", che proviene dalla fede biblica. Dio, creatore dell'universo e
dell'umanità, «ama l'uomo» (n. 9). Il Dio biblico è un Dio che ama con passione.
Il suo rapporto con il popolo eletto è un'alleanza, che si qualifica con le
metafore del fidanzamento e del matrimonio, per cui l'infedeltà e l'idolatria
significano adulterio e prostituzione. La passione di Dio per l'uomo è un amore
perdonante: «L'eros di Dio per l'uomo è insieme totalmente agape.
Non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito
precedente, ma anche perché è amore che perdona» (n. 10). L'amore appassionato
di Dio è talmente grande che, nel perdono, sembra che Egli si rivolga contro se
stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il perdono rappresenta il sommo
della giustizia divina e del suo amore.

La terza tesi della fede biblica sull'amore rivela
una "nuova immagine" dell'uomo, che è un essere nato dall'amore, che vive di
amore e che pellegrina verso l'amore eterno. Il racconto biblico della creazione
dell'uomo mostra come l'uomo resti in qualche modo incompleto se non trova
nell'altro la parte integrante per la sua interezza: «Per questo l'uomo
abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una
sola carne» (Gn 2,24).  L'eros, radicato nella natura dell'uomo, rimanda
l'uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività:
«All'immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico» (n.
11). Il modo di amare di Dio diventa la misura dell'amore umano. Ciò non trova
paralleli al di fuori della Bibbia.

La quarta tesi sottolinea che l'originalità del
Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che
con la sua umanità dà all'amore un realismo insuperabile. È Cristo e Cristo
crocifisso l'amore di Dio, che si dona per salvare l'uomo: «Lo sguardo rivolto
al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cf. 19,37), comprende ciò
che è stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: "Dio è amore" (1
Gv 4,8). È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve
ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano
trova la strada del suo vivere e del suo amare» (n. 12). L'offerta d'amore del
Crocifisso trova una sua presenza duratura nell'Eucaristia, che diventa il cibo
divino per la sete d'amore dei fedeli e che li attira nell'atto oblativo di
Gesù. Per cui il cristiano vive in comunione d'amore con Dio e con i fratelli,
che si nutrono del cibo eucaristico.

Da qui scaturisce la quinta tesi agapica: «Amore per
Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti. […]. Un'Eucaristia che
non si traduce in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata» (n.
14). È a partire da questo principio, che devono essere comprese le due parabole
del ricco epulone, che ha ignorato il povero bisognoso, e del buon Samaritano,
che, invece, si è interessato del viandante derubato, bastonato e abbandonato
semivivo sulla strada. L'amore del prossimo diventa criterio di validità della
vita cristiana e via per incontrare Dio stesso. In tal modo è possibile anche
l'amore del prossimo non gradito e forse anche nemico, perché in lui si vede
l'amico per il quale Gesù ha effuso il suo sangue: «Solo la mia disponibilità ad
andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di
fronte a Dio» (n. 18).

La sesta e ultima tesi include la seconda parte
dell'enciclica e può essere così enunciata: la carità della Chiesa verso i
bisognosi di ogni genere e di ogni tempo è la manifestazione nella storia
dell'amore di Dio Trinità. Sant'Agostino, infatti, affermava: «Se vedi la
carità, vedi la Trinità» (De Trinitate, 8,8,12). Fin dall'inizio della
sua storia la Chiesa ha esercitato la sua diaconia della carità concretamente
vissuta nel servizio ai poveri, ai piccoli, alle vedove, ai malati, ai
diseredati, agli ignoranti. È questa una straordinaria epopea che la
storiografia mondana non valorizza a sufficienza, ma che costituisce l'anima
della civiltà cristiana. La carità cristiana ha sempre preceduto la giustizia
umana e ancora oggi, anche nei paesi di più affermata giustizia sociale, c'è
bisogno della carità cristiana, come consolazione degli afflitti, conforto agli
abbandonati, sostegno ai disperati. In questo contesto il Papa cita giustamente
le diaconie caritative di diocesi e parrocchie, ma anche i santi e le sante
della carità – ovviamente solo alcuni, i più conosciuti, coloro che hanno
lasciato una impronta mondiale -, che con le loro esistenze, le loro opere e le
loro congregazioni hanno creato per l'umanità bisognosa una provvidenziale "rete
di protezione".

È il mantello condiviso dal giovane catecumeno
Martino, che continua a coprire, con la sua benefica carità, le spalle
infreddolite dei poveri del mondo intero. Nell'enciclica, il lirismo dell'amore
verso Dio nulla sottrae alla concretezza del servizio verso l'uomo, a cui dà
linfa ed efficacia. È una lezione che il mondo e la Chiesa accolgono con gioia,
perché l'amore è l'evidenza del Vangelo.

 


10. L'amore, evidenza del Vangelo

 

La prima enciclica di Benedetto è programmatica nel
senso profondo del termine: egli propone il programma stesso predicato e
praticato da Gesù. La cafrità costituisce l'identità del Cristianesimo e
l'orizzonte proprio del magistero del Santo Padre, che, anche da Prefetto della
CDF, aveva improntato alla carità il suo impegno della difesa e della promozione
della fede.

C'è poi una straordinaria eleganza della Provvidenza
nel fatto che l'enciclica sia stata pubblicata nel giorno della conversione di
San Paolo all'amore di Cristo. San Paolo è il cantore della carità (cf. 1Cor
13), intesa non tanto come estasi mistica, ma come espressione concreta di
spessore antropologico.

Presentata poi a conclusione dell'ottavario di
preghiere per l'unità dei cristiani, essa ha un carattere intrinsecamente
ecumenico. È la carità il motore dell'ecumenismo.  Il movimento ecumenico
infatti fa esperienza viva del "dialogo della carità", che significa rispetto,
amicizia, stima, accoglienza e collaborazione tra i cristiani. Ed è nell'ambito
di questo contesto di carità che si svolge il "dialogo della verità", quel
dialogo cioè che intende discernere il molto che unisce e il resto che ancora
divide. La duplice modalità del dialogo della carità e della verità deve
condurre all'unità nell'unica Chiesa di Cristo.

Per i consacrati l'enciclica costituisce una lezione
magistrale per vivere in pienezza la propria maternità e paternità spirituale
nella piena esplicazione della carità verso Dio, fonte di comunione e di
servizio al prossimo.

A questo dono di luce del Santo Padre deve
corrispondere da parte dei fedeli la gioia e il dovere della recezione,
dell'assimilazione e dell'attuazione dell'enciclica.

I sacerdoti sono chiamati a interiorizzare la loro
paternità spirituale e la loro carità oblativa, attingendo all'Eucaristia la
straordinaria forza vitale per testimoniare il Vangelo nella nostra epoca di
notte oscura dei valori etici e religiosi cristiani.

Ai sacerdoti spetta anche il dovere della
riconoscenza nella preghiera: «Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su
tutta la terra, rendila perfetta nell'amore ("ut eam in caritate perficias") in
unione col nostro Papa Benedetto» (Preghiera Eucaristica II).

 

 


+ S. E. Mons. Angelo Amato

Segretario della Congregazione per la Dottrina della
Fede

 

 



[1]

Benedetto
XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 25 dicembre 2006, n. 39.
La pubblicazione è avvenuta il 25 gennaio 2006.


[2]

Ib. n. 1.


[3]

Ib.


[4]

Ib. n. 9.


[5]

Ib. n. 13.


[6]

Benedetto XVI, Lettera
enciclica Deus caritas est, n. 13.


[7]

Ib. n. 14.


[8]

Ib. n. 14.



[9]
 G.
Lercaro, La missione
della Vergine nell'economia eucaristica
, in Academia Mariana
Internationalis, Alma Socia Christi. Vol. VI – Fasc. I: De
B.V. Maria et SS.ma Eucharistia,
Officium Libri Catholici, Romae
1952, p. 38.



[10]
 Tommaso
d'Aquino, Opuscoli spirituali, ESD,
Bologna 1999, p. 325.


[11]

Ib. n. 20.


[12]

Ib. n. 22.


[13]

Ib. n. 40.


[14]

Ib.

Share