
Omelia alla Celebrazione della Solennità del Corpus Domini
Cattedrale di Anagni, Domenica 7 giugno 2026
«Ricordati»! Inizia così la Liturgia della Parola di oggi. «Mosè parlò al popolo dicendo: “Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere”», abbiamo ascoltato dalla prima Lettura (Dt 8,2-3.14b-16a). Ed è proprio “ricordare” il verbo che caratterizza la Solennità che celebriamo: il Corpus Domini.
È una Festa che, nei nostri paesi e nelle nostre contrade, si colora ancora di tradizioni, canti, fiori, come era un tempo, lo può ricordare chi di noi ha più anni; potremmo dire che, nella pietà popolare, dopo le Feste Mariane e quelle dei Santi Patroni, è sicuramente una delle più sentite.
Tra poco ci muoveremo in Processione dietro Gesù Eucaristia. Ripercorreremo il cammino che assomiglia a quello dei nostri padri nel deserto: staremo lì con le nostre storie, le tentazioni, le fatiche, le attese, l’impegno, le speranze… con la nostra fame e sete di giustizia, di bellezza, di amore… percorreremo le strade del nostro paese, metafora delle strade di tutto il mondo, perché i cristiani, come diceva la Lettera a Diogneto, non sono «del mondo» ma sono e devono essere «nel mondo»… Ma ciò verso cui tendiamo, in questo cammino, non è una semplice «terra promessa», bensì l’incontro con una Persona: con Gesù!
Lo ha ripetuto con forza Benedetto XIV, fin dalla sua prima Enciclica: «all’inizio dell’essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». E’ Gesù questa Persona. Celebrare il Suo Corpo e Sangue ci aiuta a cogliere l’umanità di Cristo, con la quale, come dice Paolo nella seconda Lettura (1Cor 10,16-17), siamo «in comunione». E questo non in senso meramente spiritualistico ma in quanto – Gesù lo dice nel Vangelo (Gv 6,51-58) – siamo chiamati a «mangiare la sua carne e bere il suo sangue».
Non c’è un gesto più intimo che l’Eucaristia, per spiegare la forza meravigliosa del legame tra Dio e l’uomo!
Per fare questo dobbiamo «ricordare», un verbo essenziale, che introduce a ciò che, nella Liturgia, chiamiamo non semplicemente «memoria» ma «memoriale», ovvero un ricordo che attualizza. Se ci pensiamo bene, in ogni Messa noi ricordiamo, ripetiamo le parole che Gesù rivolse agli apostoli nell’Ultima Cena, andiamo con la memoria a quel momento… E le stesse parole diventano Vita. Cristo Vivo.
D’altra parte nella cultura ebraica, di cui la Parola di Dio è intrisa, corpo e sangue sono simboli di vita; fare memoria non è solo ricordare ma rivivere. Sì, c’è qualcosa di “vivo”, nella Festa di oggi.
C’è Gesù, il Vivente, che desidera camminare tra le strade del mondo: non solo attraverso le Celebrazioni, ma grazie alla nostra vita trasformata dall’incontro con Lui, dalla comunione con Lui. Dire Eucaristia, lo sappiamo, è dire comunione, con Cristo e con i fratelli: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane», dice ancora
Paolo. E partecipare dell’unico Pane significa, dicevamo, mangiare; significa mangiare insieme. «Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Il cammino degli Israeliti nel deserto aveva conosciuto la fame, il cibo che non sazia, la morte. Gesù, invece, ci fa entrare in una vita piena, eterna, perché Egli “si fa cibo”.
Pensare al cibo, oggi, significa entrare in una serie infinita di contraddizioni, a livello personale e sociale. Da una parte l’opulenza e i cibi raffinati, dall’altra la miseria e la fame; da una parte la malattia e la morte per mancanza di cibo, dall’altra la malattia e la morte per eccesso di cibo; da una parte l’inquinamento e la contaminazione che avvelenano i prodotti della terra, dall’altra le povertà che impediscono di utilizzare risorse di terreni fertili e incontaminati; da una parte lo scandalo degli sprechi alimentari, dall’altra le diete estreme provocare da ricerche eccessive di estetismo o a paure del cibo… Pensare al cibo, però, significa anche chiedersi cosa noi ingeriamo: non solo con la
bocca ma con gli occhi, con i desideri, con le ambizioni, con le dipendenze, con le tecnologie e le intelligenze artificiali…
Arriva qui, pacata ma limpidissima, la prima Enciclica di Leone XIV, nella quale si fa strada la denuncia di una tecnologia che può invadere l’umano, sostituire l’umano, soggiogare l’umano ma anche creare nuove tasche di povertà ed esclusione persino quando sia di aiuto all’umano, se non è accessibile a tutti. Al contrario, scrive Papa Leone, «l’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone».
La dignità, ecco il cuore di tutto! E l’Eucaristia, potremmo dire, ci rivela questa dignità infinita, questa magnificenza dell’umano. Se, infatti, Dio si fa «cibo» dell’uomo, quanto è grande la dignità dell’essere umano? Se Dio si dona a noi e si fa mangiare per darci una vita che non muore e sostenere così il nostro cammino, quale importanza e valore deve avere la vita concreta di ogni persona, nel suo percorso terreno e verso l’eternità del Cielo?
La Festa del Corpus Domini ci pone queste domande inquietanti; lo fa non in senso puramente teorico ma perché quel Dio che si fa cibo e ci nutre di Se stesso, come ogni cibo, ci cambia; converte il nostro cuore alla carità.
Ecco la salvezza che, in questa Celebrazione Solenne, vogliamo accogliere e portare tra le strade del mondo!
Cari amici, è bello il coinvolgimento che accompagna questa Festa e questa Processione: i fiori, i suoni, le coperte ai balconi… mi verrebbe di dire che è qualcosa di “visibile”, così come visibile, nella persona, è il corpo.
Nell’Eucaristia, che ha la significatività e la visibilità del Sacramento, noi vediamo il Corpo di Cristo, Lo adoriamo e cogliamo l’invito del Papa «a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’Intelligenza Artificiale», perché «questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia».
Crediamoci: camminando, pregando, amando. E così sia!




