Marcianò a Medjugorje: «La preghiera carismatica: una vita di lode e adorazione»

INCONTRO EUROPEO DEI GRUPPI DI PREGHIERA
DEL RINNOVAMENTO CARISMATICO CATTOLICO

Medjugorje, Sabato 17 ottobre 2026

La preghiera carismatica:
una vita di lode e adorazione

«Tutto ciò che respira lodi il Signore. Alleluia!»

(Sal 150,6) 1

Carissimi fratelli e sorelle,
è il momento della lode!
Con gioia entriamo in questa preghiera che segna la vostra vocazione carismatica. È una preghiera carismatica perché è dono dello Spirito Santo. E oggi lo Spirito Santo ci consegna questa Parola:
«Tutto ciò che respira lodi il Signore». È lo Spirito, con i suoi carismi, a renderci capaci di pregare: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). Ecco il senso della preghiera che oggi siamo chiamati a fare: non solo pregare chiedendo aiuto allo Spirito ma, mi verrebbe da dire, imparare a «respirare nello Spirito». «Tutto ciò che respira lodi il Signore»… «Lo Spirito intercede con gemiti»: con sospiri, quasi
respirando in noi. È bella la parola «respiro»: Lui respira in noi! Noi respiriamo in Lui! Ecco la lode! Uno scambio vitale, un santo gioco di respiri. Dire «lodate il Signore» è dire: «ogni vostro respiro sia nel Signore, del Signore, verso il Signore; lasci spazio al respiro del Signore». Dunque: lodiamo respirando e respiriamo lodando!
IL RESPIRO DELLA VITA
Ma che cos’è questo «respiro»? Per capirlo dobbiamo tornare all’inizio, al principio di tutto, alla creazione dell’uomo, all’origine di
ciascuno di noi: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).
Come ci aiuta a capire la Pontificia Commissione Biblica, il capitolo 2 della Genesi non usa il verbo «creare», ma sottolinea due gesti di Dio: il «plasmare» (v. 7a) e il «soffiare» (v. 7b), che rispecchiano «due aspetti costitutivi dell’uomo: da un lato, la sua origine “dalla polvere del suolo”, e dall’altro il suo “essere vivente” per il “soffio” divino». E prosegue: «Questo “alito di vita” (nišmat ḥayyîm) non è semplicemente il respiro che permette all’essere umano di vivere»; esso, piuttosto, «stabilisce una fondamentale distinzione tra il mondo animale e gli esseri umani; questi possono vivere solo accogliendo il soffio divino […]: l’uomo, interlocutore privilegiato di Dio, custode di una speciale missione (Gen 2,15), è il beneficiario di quel dono divino che fa di lui unessere relazionale (Gen 2,18.22-24), dotato di parola (Gen 2,20.23), di libertà e responsabilità»
Troviamo in queste espressioni un dettaglio che vorrei consegnarvi come un piccolo regalo dellaParola. La parola ebraica che in Genesi indica l’«alito» di vita, nešāmāh, è la stessa che troviamo nel versetto che ci guida oggi: kol ha-nešāmāh, «tutto ciò che respira», alla lettera «ogni respiro», lodi il Signore. E la Bibbia latina traduce: Omnis spiritus laudet Dominum, «ogni spirito lodi il
Signore». Il soffio che Dio ha posto in noi all’inizio è lo stesso che torna a Lui nella lode. Respiro, spirito, Spirito: la Scrittura stessa li fa risuonare insieme
Il «respiro», dunque, è la vita. È ciò che fa dell’uomo un essere vivente. Non la semplice vita biologica, ma una vita aperta a Dio, fatta per accogliere la sua stessa vita. Una vita che diventa relazione, parola, libertà, responsabilità… E quel soffio delle origini Gesù risorto lo rinnova sui suoi: «Soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,22). Nel soffio del Risorto la creazione ricomincia, e la vita divina ci è data in pienezza. Purtroppo, oggi, siamo “tecnicamente giganti e spiritualmente pigmei” (Pio XII). Provate a pensare al divario tra il progresso tecnico- scientifico e il sottosviluppo morale dell’uomo moderno. Una tecnica slegata dalla morale genera morte.
Dunque, Lodare è vivere! Lodare è far vivere! Lo diceva già sant’Ireneo di Lione, nel II secolo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio»
Il primo modo per lodare Dio, soprattutto nel nostro tempo, è dunque accogliere quel «respiro di vita» che Dio ha posto in ogni persona umana. «Ogni» persona! Dall’embrione di poche cellule all’uomo che soffre e che muore.
Non possiamo lodare se accettiamo compromessi con chi la vita vuole possederla, manipolarla, dominarla, autodeterminarla… Quale lode ci può essere dove non si riconosce la signoria di Dio? E se è vero che la lode ci proietta verso Dio, ci fa volgere lo sguardo al Cielo per penetrare le nubi, è vero pure che ci fa vedere Lui come Sorgente di ogni vita, di ogni vivente. Così, mentre guardiamo al cielo, ci inchiniamo sulla terra, davanti all’essere umano, davanti alla «magnifica umanità»! Con la sua prima Enciclica, Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV ci ha dato questa stupenda chiave di lettura, invitandoci a custodire l’umano anche oggi, nel tempo dell’intelligenza artificiale.
E nella parte conclusiva dell’Enciclica ci offre uno slancio contemplativo di altissimo valore anche per la vita carismatica: «Come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’Intelligenza Artificiale» e «la dignità che lo Spirito Santo scolpisce in ciascuno di noi»; e conclude: «[…] il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia». Chiediamo questa sera al Signore che ci insegni a contemplare il suo volto.
Fratelli, sorelle: contempliamo questo Volto di Gesù, centro e meta della storia umana! Paolo VI diceva che la contemplazione è la forma più alta dell’attività umana. E’ ciò che rende l’uomo più uomo.

Dunque, lodiamo respirando, lodiamo vivendo, lodiamo contemplando Lui. Contemplandolo in ogni respiro e in ogni volto; contemplando la dignità che lo Spirito Santo scolpisce in ciascuno, in ciascuno di noi! Sentiremo così il soffio divino, il vento dello Spirito, che riempie oggi la nostra Assemblea. E da questa contemplazione, in noi e nella nostra Assemblea, sgorgherà anche la «parola» della lode.
UNA LODE CHE CI FA CHIESA
«Lodate il Signore!»
È la nostra Assemblea che loda. Siamo «noi». E noi non siamo soli. Il respiro, se ci pensiamo bene, ci mette in relazione con l’ambiente, con l’aria, con gli altri. «Lodate il Signore!», dice il Salmista: l’imperativo è al plurale, è rivolto a una comunità, a «tutto ciò che respira».
La lode non ci vede soli. Pur essendo personalissima, non è un’esperienza individualistica. Noi lodiamo nella Chiesa. Noi, potremmo dire, respiriamo con la Chiesa. D’altra parte è nella Chiesa che abbiamo ricevuto il Battesimo, i Sacramenti, il dono dello Spirito Santo. Un altro aspetto della lode, dunque, è la comunità, la comunione.
È ancora la sapienza biblica a spiegarlo: «si può cogliere ciò che la Scrittura rivela dell’uomo solo se si esplorano le relazioni che la creatura umana intrattiene con l’insieme del reale. La Laudato si’ di Papa Francesco (§ 66) parla di tre relazioni fondamentali, specificatamente quella con Dio, con il prossimo e con la terra. […] così che l’uomo non venga considerato solo negli aspetti che lo caratterizzano come individuo singolo, ma anche nella sua condizione di “figlio” (di Dio e dell’uomo), di “fratello” e di collaboratore responsabile del destino di tutti. E con ciò l’uomo è compreso nella sua “vocazione”». O se volete, questa è la vocazione dell’uomo: Dio, i fratelli, il creato. Ecco perché possiamo dire che lodare è una «vocazione»! E lodare è accorgersi di essere con gli altri, per gli altri, responsabili degli altri. Sant’Agostino lo diceva ai suoi fedeli: «Volete lodare Dio? Siate voi stessi ciò che dite. Voi siete la sua lode, se vivete bene».
Posso gridare: ABBÀ, PADRE solo se amo i fratelli.
Dionigi il Certosino diceva che “il grande segreto per contemplare e lodare è amare molto”. Per lui è l’amore intenso che permette di unire l’anima a Dio e di sperimentare la lode e la contemplazione più profonda. E’ questa la vocazione di ciascuno a sentirsi figlio, anzitutto figlio di Dio. Lodare è imparare a chiamare Dio «Padre». E non lo impariamo da soli: è lo Spirito che grida in noi. «Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!» (Gal 4,6; cf. Rm 8,15). San Giovanni Crisostomo, nelle sue omelie sulla lettera ai Romani paragona lo Spirito a una madre. Come una mamma insegna al suo bambino a balbettare e a dire piano, piano, la parola “Papà”, così lo Spirito Santo guida l’anima a poco a poco fino a quando non impara a rivolgersi a Dio chiamandolo “Padre”. All’inizio è come un balbettio: abbiamo incertezza, forse paura nel dirlo, specie se siamo feriti nell’esperienza della paternità. Ma quando lo si impara, è una parola straordinaria: è la parola della fiducia, è la parola della speranza. Gridiamoglielo: «Signore, noi ti lodiamo per la tua Paternità! Noi ti lodiamo perché Tu sei nostro Padre, nostro Papà! Noi ti lodiamo chiamandoti Padre, Papà!».
Come ogni linguaggio, anche il linguaggio della lode parte dall’imparare parole semplici, basilari: e «papà» è una delle prime parole che impariamo nella vita. Pensiamo alla nostra preghiera di un tempo, di una sera, di una giornata… potrebbe fermarsi solo lì: pronunciare questo nome in tutta la sua profondità, gustarlo con tutta la nostra intimità, adorarlo con tutta la gratitudine: «Padre! Papà!».
FRATELLI NELLA LODE: IL CANTICO DELLE CREATURE
Lodare è la vocazione a sentirsi per gli altri e responsabili degli altri. Lodare è l’atto di un «noi», dicevamo; e di un «noi» in cui gli altri sono «fratelli». Come non pensare qui al Cantico delle Creature, sgorgato dal cuore di Francesco d’Assisi come lode universale, proprio negli ultimi anni della sua vita, di cui quest’anno celebriamo l’ottavo centenario del transito? La Parola che oggi ci è stata donata lo richiama provvidenzialmente: «Tutto ciò che respira lodi il Signore»… «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature…». È bellissimo!
E nella preghiera personale, anche una volta tornati a casa, potremmo provare a recitare il Salmo 150, da cui è tratto il nostro versetto e che è proprio l’ultimo Salmo del Salterio, insieme al Cantico delle Creature. È una coincidenza che considero davvero un regalo dello Spirito.
Il Cantico di san Francesco, lo sappiamo, ci fa chiamare e considerare tutto come «fratello» e «sorella»: il sole e la luna con le stelle, il vento e l’acqua, il fuoco e la terra… Ma quando parla delle relazioni tra fratelli ne sottolinea soprattutto una: il perdono, il perdono per amore di Dio!
«Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore». È la strofa che la tradizione
lega alla riconciliazione tra il vescovo e il podestà di Assisi, ottenuta da Francesco proprio con il
canto della lode: anch’essa compie, quest’anno, ottocento anni. Un cuore che loda è un cuore che si
apre al perdono: che lo implora da Dio, che lo desidera anche quando se ne sente incapace, che
cerca di farlo crescere crescendo nell’amore del Signore. Chi ha fatto l’esperienza vera, sofferta,
profonda del perdono sa come da esso sgorghi poi una lode infinita al Signore.
Dunque, lodare è perdonare. È lasciarsi perdonare dal Padre e aprirsi al perdono da dare e ricevere
dai fratelli. E il nostro linguaggio, la nostra preghiera, deve imparare anche a lodare per il perdono,
autentico dono del Signore! “Ti lodo e ti ringrazio, Signore, per il dono del perdono. Insegnami
sempre a perdonare”.
Chiediamo questo dono, oggi, per le situazioni concrete che ci vengono in mente e nel cuore. Chiediamo a Dio che liberi il nostro cuore con il perdono, perché il canto di lode si innalzi per tutte le creature.
UNA LODE GRATUITA, CHE SI FA ADORAZIONE
Cari amici,
«Tutto ciò che respira lodi il Signore. Lodate il Signore!»
Lodare è respirare e lasciar respirare lo Spirito in noi.
Lodare è vivere e far vivere.
Lodare è contemplare e parlare.
Lodare è perdonare e lasciarsi perdonare.
Ma lodare è anche benedire, ringraziare, servire: «Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate
et serviateli cum grande humilitate»!
Dopo quanto abbiamo detto, comprendiamo come la preghiera carismatica di lode segni una strada molto chiara: è una preghiera che ci porta a uscire completamente da noi stessi. Non è, come altre forme di preghiera, un momento di riflessione, di verifica, di richiesta, di intercessione… ma possiede una straordinaria, straripante gratuità! Il Catechismo lo dice con una frase che vorrei restasse nel vostro cuore: la lode è la forma di preghiera che più immediatamente riconosce che Dio è Dio; «lo canta per se stesso, gli rende gloria perché Egli è, a prescindere da ciò che fa»
Nella lode, lo sguardo non va mai su noi stessi (che bello!) ma su Dio e sulle altre creature,
specialmente sugli esseri umani, con i quali condividiamo il «soffio» che viene da Dio e ci fa simili
a Lui. E questa lode può diventare un invito «corale», se arriva a includere gli altri dapprima come
motivo della nostra lode e poi, piano piano, persino come soggetti di lode.
E quando la lode ha cantato tutto ciò che poteva cantare, si fa silenzio: diventa adorazione.
«L’adorazione è la disposizione fondamentale dell’uomo che si riconosce creatura davanti al suo
Creatore» 9 . Se la lode è il respiro che si fa canto, l’adorazione è il respiro che si fa silenzio davanti
alla Presenza che ti fa sentire vivo in Dio, ti fa sentire figlio amato dal Padre. Potremmo dire: “Adoro, ergo sum!”; adoro, dunque, esisto. Tra poco ci metteremo in adorazione: lasciamo che il nostro respiro si plachi davanti a Gesù, e che sia Lui a respirare in noi. È questa la «vita di lode e adorazione» a cui siamo chiamati: non un momento della giornata, ma un modo di respirare. Il linguaggio della lode è un linguaggio che si insegna! Il linguaggio della lode è un linguaggio che contagia! Come? Con il «benedire, ringraziare e servire». In una parola: con l’umiltà!
IL MAGNIFICAT, ICONA DELLA LODE
Per questo, in questo luogo dove tanti pellegrini invocano Maria, Regina della Pace, vorrei concludere lasciandovi un’icona evangelica di lode, bellissima e che qui diventa commovente: il Magnificat (Lc 1,46-55).
– Un canto che risponde alla «benedizione» di Elisabetta, che accoglie Maria.
– Un canto che esprime la «gratitudine» della Madre verso Colui che ha fatto grandi cose in Lei.
– Un canto che si lega al «servizio» che Maria stessa ha reso andando in fretta da Elisabetta.
– Un canto che celebra l’«umiltà della sua serva»: un’umiltà che, guardata da Dio, diventa lode.
Papa Leone conclude la Magnifica Humanitas proprio con questo cantico, ricordando che:
«Davanti a Elisabetta che le annuncia che è diventata la madre del Signore, Maria esplode in un
inno di lode e di gioia: la sua anima magnifica il Signore e il suo spirito esulta in Dio suo salvatore,
perché Egli ha scelto per il suo disegno di salvezza una ragazza giovane, povera, piccola»
E Benedetto XVI, in una stupenda catechesi, sottolinea che qui «l’anima della preghiera è […] la celebrazione della grazia divina che ha fatto irruzione nel cuore e nell’esistenza di Maria, rendendola la Madre del Signore. L’intima struttura del suo canto orante è, allora, la lode, il
ringraziamento, la gioia riconoscente. Ma questa testimonianza personale non è solitaria e intimistica, puramente individualistica, perché la Vergine Madre è consapevole di avere una missione da compiere per l’umanità e la sua vicenda si inserisce all’interno della storia della
salvezza. E così può dire: “Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono”. La Madonna con questa lode del Signore dà voce a tutte le creature redente che nel suo “Fiat”, e così nella figura di Gesù nato dalla Vergine, trovano la misericordia di Dio»
Nella stessa catechesi il Papa riprende un’esortazione di sant’Ambrogio che sembra scritta per noi: «Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio»
Sì. Tutte le creature. «Tutto ciò che respira»… Chiediamo alla Vergine che ci insegni a lodare il Signore come Lei.
Maria, Tu, con il tuo canto, dai voce a tutte le creature. Fa’ che, nel canto del Magnificat e con Te, avvero «tutto ciò che respira lodi il Signore».

Amici, «lodiamo il Signore» così, come Maria e con Maria.
E così sia!

✠ Santo Marcianò

Nella foto sopra, un momento dell’intervento di monsignor Santo Marcianò. Sotto, con i membri della Comunità Nuovi Orizzonti di Medjugorje e un gruppo di fedeli della parrocchia di Santa Maria Goretti a Frosinone

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