
Inizio del ministero di don Angelo Conti, parroco della Cattedrale
Frosinone, 14 giugno 2026
Carissimi,
«Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Con queste parole della prima Lettura (Es 19,2-6a), la Parola di Dio richiama la nostra attenzione sulla realtà del sacerdozio. Da una parte, il sacerdozio battesimale di tutti i fedeli; dall’altra, il sacerdozio ministeriale, istituito per il servizio al popolo di Dio.
Un ministero su cui anche il Vangelo (Mt 9,36 – 10,8) getta una luce splendida, a partire da quella preghiera che facciamo nostra nel chiedere a Dio il dono delle vocazioni, in particolare le vocazione sacerdotali: «Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Oggi siamo qui per questo. Per pregare e accompagnare don Angelo Conti, che inizia il suo ministero come parroco di questa Cattedrale, assieme a don Sergio Reali, il quale lo affiancherà come vicario parrocchiale; e vogliamo anche ringraziare don Riccardo Mabilia per il lavoro svolto come amministratore parrocchiale di questa Cattedrale, che lascia per servire la comunità di Patrica.
Nel Vangelo, Matteo riporta il nome dei dodici, il loro profilo; perché la chiamata di Dio si inserisce nelle nostre storie, fa fruttificare i nostri talenti, porta a compimento il servizio che Egli ci affida, sempre sproporzionati rispetto alle nostre forze umane. I parroci che oggi accompagniamo sono persone diverse, che hanno esercitato ministeri diversi: don Angelo il quale, come sapete, è anche Vicario Generale, era padre spirituale del Seminario di Anagni, dove ha svolto un servizio prezioso, curando silenziosamente la vita interiore di tanti sacerdoti della nostra e di altre Diocesi del Lazio. Don Sergio ha servito con amore, da parroco, la comunità di Supino. Entrambi sanno bene cosa significhi chiedere al Padrone della messe operai per la messe; sanno quanta importanza abbia quella preghiera accompagnata dalla cura delle anime che, aiutate a vivere la propria relazione con il Signore, possono mettersi in ascolto della Sua chiamata e camminare nella gioia di appartenere a Lui.
Ed è proprio appartenere la prima parola che la Liturgia di oggi ci e vi consegna. Siete chiamati ad appartenere, come abbiamo ascoltato dalla prima Lettura «Se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli». Appartenendo al Signore, potrete appartenere a questo popolo, al quale egli vi invia. Non è un aspetto marginale; è una dimensione meravigliosa di ogni vocazione, in particolare del sacerdozio ministeriale. È quell’essere inseriti dentro la stirpe sacerdotale, di cui tutto il popolo di Dio è parte, ma vivendo l’identificazione con Cristo sacerdote. È, potremmo dire, l’appartenenza dell’affidamento, la peculiare responsabilità di condurre al Signore coloro che il Signore vi affida. In una parola, si tratta di essere pastori come Lui, il Buon Pastore.
È singolare che, guardando alle folle stanche e sfinite, Gesù le definisca «pecore che non hanno pastore». La gente delle nostre città ha bisogno di pastori; non ha semplicemente bisogno di risposte immediate alle proprie richieste ed esigenze, ma chiede che siano intercettati i suoi bisogni profondi. Il riposo a cui anela il cuore dell’uomo è, in realtà, una sete di senso, una sete di Dio. Egli, infatti, dice Papa Leone commentando il brano evangelico di oggi, «come un seminatore, con generosità è uscito nel mondo a seminare e ha messo nel cuore dell’uomo e della storia il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che lo liberi. E perciò la messe è molta, il Regno di Dio come un seme germoglia nel terreno e le donne e gli uomini di oggi, anche quando sembrano travolti da tante altre cose, attendono una verità più grande, sono alla ricerca di un significato più pieno per la loro vita, desiderano la giustizia, si portano dentro un anelito di vita eterna».
Ecco, allora, ciò che soprattutto vi serve, cari don Angelo e don Sergio: lo sguardo. Lo sguardo di Gesù. è uno sguardo che, anzitutto, ci fissa nell’appartenenza a Lui; Lui ci guarda perché siamo Suoi; ci guarda con un amore al quale non dobbiamo sottrarci: nella preghiera, nella
contemplazione, nell’intimità. Per le vostre parrocchie voi dovete essere anzitutto, mi piace dire così, “Icone di preghiera”. L’appartenenza a Dio e al popolo, se ci pensiamo bene, ci costituisce anzitutto come intercessori. La vostra gente si deve sentire custodita nella vostra preghiera e dalla vostra preghiera, primo impegno del cuore di un sacerdote, di un parroco. Ma la vostra gente deve anche imparare dalla vostra preghiera; siete icone che rimandano al Signore, indicano il Suo primato, trasferiscono nel mondo il Suo sguardo.
Lo sguardo di Gesù si accorge della stanchezza del popolo, della sua fame vera, come dicevamo. E voi siete chiamati a guardare gli altri con questo stesso sguardo. Con un’espressione famosa, ma fondamentale per capire chi è Dio, Matteo lo definisce sguardo di «compassione»; sguardo cha arriva in noi a quelle «viscere» che il greco biblico identifica come sede della pietà, dell’amore materno e paterno. Sì, carissimi: se volete diventare davvero padri delle vostre comunità vi occorre questo sguardo. Dovete, come dice ancora il Papa, essere «capaci di riconoscere, con gli occhi di Gesù, il buon grano pronto per la mietitura (…). Per fare questo – continua – non servono troppe idee teoriche su concetti pastorali; serve soprattutto pregare il padrone della messe. Al primo posto, cioè, sta la relazione col Signore, coltivare il dialogo con Lui. Allora Egli ci renderà suoi operai e ci invierà nel campo del mondo come testimoni del suo Regno».
Mandati come testimoni, come apostoli. Ma è singolare che nel Vangelo di Matteo, parlando dell’invio in missione da parte di Gesù, i dodici apostoli siano definiti anche «i suoi dodici discepoli». Al di là di tante discussioni esegetiche, penso che questo sia un invito forte e
rasserenante per voi.
Cari don Angelo e don Sergio: rimanete discepoli! Sì, voi siete destinatari del munus profetico, sacerdotale e regale; siete chiamati ad annunciare come maestri, a santificare con i sacramenti, a guidare come pastori, partecipando e collaborando al ministero del vescovo. Ma voi – come ogni chiamato, come ogni sacerdote, come ogni vescovo – siete anzitutto discepoli del Signore. Nutriti ogni giorno dalla Sua Parola e dell’Eucarestia e sostenuti dalla Sua Grazia e dalla relazione con Lui, potrete misurare la vostra vita su quella di Cristo e accompagnare davvero a Lui la nostra gente, sentendo risuonare nel cuore e facendo affiorare sulle labbra la preghiera che oggi il Salmo 99 (100) ci ha fatto cantare:
«Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo»
Il Signore accompagni il vostro cammino, con la nostra gente, sulle strade della nostra terra e verso
i pascoli della Vita piena ed eterna.
E così sia!
Santo Marcianò
















