L'omelia

Il Vescovo alla Coldiretti: «Grazie perché coltivate e custodite»

Nella mattinata di domenica 11 ottobre 2026, l’Arcivescovo Santo Marcianò ha celebrato Messa nella “Casa Coldiretti” allestita nel “Villaggio Coldiretti” alla Villa Comunale di Frosinone, dove il presule è stato accolto dal presidente provinciale, Vinicio Savone; dal direttore, Gerardo Dall’Orto, dalla vice direttrice, Lucrezia Scaccia; presenti anche il sindaco, Riccardo Mastrangeli e l’On. Aldo Mattia. Hanno concelebrato don Santino Battaglia e don Mauro Colasanti. Questo il testo completo dell’omelia pronunciata dal presule: 

(XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14)

Carissimi,

la Parola di Dio di questa domenica ci raccoglie attorno a una mensa. Il profeta Isaia contempla il Signore che, sul monte santo, prepara per tutti i popoli un banchetto di grasse vivande e di vini eccellenti; il Salmo ci fa pregare con fiducia: «Davanti a me tu prepari una mensa»; e
Gesù, nel Vangelo, paragona il Regno dei cieli a un re che fa una festa di nozze per suo figlio.
Celebrare l’Eucaristia qui, nel Villaggio della Coldiretti, accanto ai frutti della nostra terra e al lavoro di tante famiglie, dona a queste immagini una risonanza particolare. Ma la Parola ci invita a guardare più in profondità: prima ancora che l’uomo prepari la tavola, è Dio che prepara una mensa per l’uomo. Prima del nostro lavoro c’è il suo dono; prima della nostra ricerca c’è il suo invito.
È questo il cuore della nostra fede. Il Signore non è un Dio che toglie, ma un Padre che dona, che desidera la nostra gioia e ci chiama alla comunione con sé. Isaia ne svela il significato più profondo quando annuncia che su quel monte il Signore «eliminerà la morte per sempre» e «asciugherà le lacrime su ogni volto». Il banchetto di Dio è la salvezza: è la vita piena, è la vita eterna, offerta a ogni uomo e a ogni popolo.
La parabola ci pone davanti al mistero della libertà dell’uomo. Il re manda a dire: «Tutto è pronto; venite alle nozze!», ma gli invitati «non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Non rifiutano con ostilità; semplicemente sono altrove, assorbiti dalle loro occupazioni. Il campo e il lavoro non sono realtà negative: appartengono alla vocazione dell’uomo e ne esprimono la dignità. Il rischio nasce quando le cose di ogni giorno occupano tutto lo spazio del cuore e non lasciano più posto a Dio, che pure continua a chiamare.
Chi lavora la terra conosce bene il peso della fatica e dell’incertezza. In questi anni il mondo agricolo vive giorni non facili: le stagioni sono segnate dalla siccità e da eventi sempre più estremi, i costi crescono, e non sempre il frutto del lavoro trova il giusto riconoscimento; molti giovani esitano a scegliere la terra, e non pochi campi, anche sulle nostre colline, rischiano l’abbandono.
Sono preoccupazioni reali, che la Chiesa non ignora e che porta con voi nella preghiera. Ma proprio dentro queste fatiche risuona la parola dell’Apostolo: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza… Tutto posso in colui che mi dà la forza». Paolo ha conosciuto la sazietà e la fame, e ha imparato a riporre in Cristo, e non nelle cose, la sicurezza della propria vita. Per questo può dire: «Il mio Dio colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù».
Davanti al rifiuto dei primi invitati, il re non chiude la sala: manda i servi ai crocicchi delle strade, e la sala si riempie di commensali, «cattivi e buoni». È la logica sorprendente della grazia, che non conosce esclusi. E il banchetto preparato «per tutti i popoli» interpella anche la nostra coscienza: ci chiede di non rassegnarci a un mondo in cui il pane viene sprecato da alcuni e manca ad altri, e di riconoscere la dignità di ogni persona che lavora la terra, anche di chi viene da lontano e domanda soltanto di essere trattato con giustizia.

C’è poi un particolare della parabola sul quale dobbiamo soffermarci: l’uomo entrato nella sala senza l’abito nuziale. Se tutti sono invitati gratuitamente, perché egli viene rimproverato? San Gregorio Magno, commentando questa pagina, riconosce nell’abito nuziale la carità. Non basta entrare nella sala del banchetto; occorre lasciarsi rivestire dell’amore di Colui che ci ha chiamati. La grazia è dono gratuito, ma è un dono che rinnova la vita: la Parola ascoltata e il Pane ricevuto devono trasformare il nostro cuore, le nostre relazioni, il nostro modo di vivere e di lavorare. Per chi vive del lavoro dei campi, questa carità prende il volto della custodia. Fin dalle prime pagine della Scrittura, Dio pone l’uomo nel giardino «perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15).

Coltivare senza custodire diventerebbe sfruttamento; custodire senza coltivare significherebbe venir meno alla responsabilità ricevuta. La terra non ci appartiene: ci è affidata come un dono, perché la facciamo fruttificare e la consegniamo a chi verrà dopo di noi. Per questo desidero esprimere la mia riconoscenza alla Coldiretti e a quanti, nella nostra provincia, servono con dedizione il lavoro agricolo, ne difendono la dignità e custodiscono il volto del nostro territorio.
Tutto questo, fra poco, giungerà all’altare. Presenteremo al Signore il pane con le parole della liturgia: «Dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». In queste parole è racchiusa tutta la verità del lavoro agricolo: ricevere, coltivare, offrire. Già i primi cristiani, nella Didachè, pregavano così: «Come questo pane spezzato era sparso sui colli e, raccolto, divenne una cosa sola, così si raccolga la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo regno».

Il grano disperso nei campi diventa un unico pane, e quel pane, per la potenza dello Spirito, diventa il Corpo di Cristo. L’Eucaristia è il
banchetto del Regno già presente in mezzo a noi, anticipo della festa eterna nella quale Dio asciugherà ogni lacrima.
Carissimi,  la Parola di oggi ci lascia una domanda semplice e decisiva: abbiamo accolto l’invito del Signore? Chiediamo a Lui un cuore capace di riconoscere i suoi doni, mani operose e generose nel lavoro e nella condivisione, e una fede che sappia rispondere ogni giorno, con gioia, al suo invito: «Tutto è pronto; venite alle nozze!».

✠ Santo Marcianò

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