S. Messa in Coena Domini – 2010

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O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena
nella quale il tuo unico Figlio,
prima di consegnarsi alla morte,
affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio,
convito nuziale del suo amore,
fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero
attingiamo pienezza di carità e di vita.
(dalla colletta della S. Messa in Coena Domini)

Es 12,1-8.11-14
Sal 115
1Cor 11,23-26
Gv 13,1-15

Care sorelle e cari fratelli, questa liturgia inizia il triduo santo che celebra la passione, morte e resurrezione del Signore. È per noi un invito pieno di amore a non stare a tavola da soli, ma con lui e con i fratelli, attorno all’altare della cena del Signore.
É bello allora trovarci insieme, magari divisi nella vita di ogni giorno, ma oggi con i nostri limiti uniti in una sola famiglia. Siamo come la comunità dei discepoli a Gerusalemme, un po’ impauriti, presi da noi stessi, protagonisti nel piccolo dei nostri litigi e delle nostre discussioni infinite, proprio come i discepoli di Gesù. Ma il Signore non rinuncia a invitarci alla sua mensa, perché sa che solo insieme e con lui si può essere suoi discepoli.

   Di fronte alla forza del male e della morte, che non risparmia neppure il Figlio di Dio, Gesù vuole indicarci che l’unica vittoria sul male e sulla morte è l’amore. Anche in quest’ora Gesù non si è piegato a vivere per sé, non è fuggito davanti al male, non ha accettato la legittima difesa dei suoi compagni, non si è difeso. Ma come è possibile?, noi ci chiediamo. Seguiamo il nostro Maestro, care sorelle e cari fratelli, nei suoi gesti e nelle sue parole per poter comprendere e vivere la via dell’amore. Ci stupisce quanto egli si appresta a compiere. E come non potrebbe stupire uomini e donne spesso misurati, calcolatori nell’amore? La generosità non è sempre la caratteristica delle nostre giornate. Ci risparmiamo per paura di perdere la prosperità e il benessere. Ci sembra che amare fino all’estremo ci privi di qualcosa di essenziale. Abbiamo sempre timore di distaccarci da noi stessi, di rinunciare a qualcosa di nostro, fossero le cose, il tempo, le abitudini, i sentimenti e i pensieri, le convinzioni. Gesù si avvicina alla nostra paura di perderci e di dare. Come Pietro rispondiamo difesi, con arroganza e profonda incomprensione: "Signore, tu lavi i piedi a me?" Non vuole essere aiutato a vivere e a capire. L’amore così semplice e concreto di Gesù lo mette in discussione. La reazione di Pietro infatti non esprime rispetto. Essa manifesta al contrario la paura di un uomo abituato a cercare un’altra grandezza rispetto a quella di chi si abbassa fino ai piedi di un altro. L’apostolo non capisce che proprio in quell’abbassamento si nasconde una forza di amore, che sarà vittoriosa nell’ora delle tenebre. Avrebbe preferito che Gesù mostrasse la sua forza in ben altro modo, magari con la spada, come fece egli stesso al Getzemani, dove andò armato di spada con la quale colpì il servo del sommo sacerdote.

   Quello di Gesù sembra un amore senza forza, impotente. Sì, vivere quell’amore non è facile, non è istintivo. Non si tratta infatti di un sentimento. È la scelta di un uomo, che non ha voluto salvare se stesso e ha dato la sua vita vivendo per gli altri. Questo è stato il senso della sua vita e della sua morte, imitato dal martirio e dalla testimonianza di tanti, come abbiamo ricordato il 24 marzo a Santa Maria Goretti nella preghiera in memoria dei martiri. In un tempo in cui non si vuole guardare al male e al dolore, Gesù sofferente, povero, si china su di noi per purificarci dall’arroganza dell’amore per noi stessi. Saremo puri, uomini e donne liberi, se ci lasceremo lavare i piedi da quel povero e dal quel sofferente. Oggi in Gesù povero vediamo i tanti poveri del mondo, i disprezzati, i miseri, i condannati; vediamo anche i poveri che incontriamo, come i deboli e i vecchi, o gli stranieri e i nomadi, di cui il Signore ci chiede di essere amici. Quante volte siamo stati avari con loro, ci siamo impauriti e siamo fuggiti davanti al loro dolore, non ci siamo abbassati per sollevarli dalla loro sofferenza e aiutarli nel bisogno, per consolarli nel dolore. I piedi dei discepoli erano certamente sporchi, anche perché allora si camminava scalzi per strade e sentieri pieni di polvere. Anche i piedi dei poveri e il loro corpo sono talvolta sporchi, se vivono per la strada o nessuno si prende cura di loro, quando ad esempio sono vecchi. Il Signore ci ha insegnato a fermarci, a chinarci, a lavarli, a profumarli, come fece la donna a Betania con il corpo di Gesù. Infatti è Gesù il povero di questi giorni. Di lui ci dobbiamo prendere cura. Ma il paradosso è proprio questo: è lui che si prende cura di noi, ci purifica e ci guarisce. Quante volte i poveri e i bisognosi ci hanno guarito dall’amore per noi stessi, quasi costringendoci a chinarci sulle loro ferite, ci hanno come forzato nella compassione, ci hanno liberato dalle inutili angosce per noi stessi, da quei pensieri e sentimenti che catturano il nostro tempo e ci paralizzano fino a diventare una malattia e a farci vivere per noi stessi. Aiutare altri è infatti una grande libertà per amare.

   Come vivere questo amore, care sorelle e cari fratelli? Siamo deboli, impauriti, basta poco perché ci chiudiamo in noi stessi, evitiamo il dolore degli altri, diventiamo talvolta duri e litigiosi, senza compassione, pronti a intraprendere non una lotta contro il potere del male, ma contro gli altri. Gesù rispose a Pietro: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, lo capirai dopo". Chi non ascolta, non comprende. Forse talvolta abbiamo smesso di ascoltare Dio che ci parla, così non abbiamo capito il segreto della vita,  e il nostro amore si è intiepidito. Solo se si obbedisce al vangelo e si ascolta, si inizia a capire. Spesso ci giustifichiamo dicendo di non aver capito. Ma forse non abbiamo ascoltato, perché abbiamo preferito fare di testa nostra, seguire le nostre abitudini. Il tempo della Passione è un  tempo in cui fare silenzio (i sepolcri ci danno questa opportunità), ascoltare e ricominciare ad obbedire con semplicità e concretezza al Vangelo che in questi giorni ci rivela il mistero della vita e della morte. Non abbiamo altra beatitudine, altra felicità che questa, fratelli e sorelle. Il Signore lo spiega bene dopo la lavanda: "Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati, se le metterete in pratica." La nostra grandezza è essere come lui. Questa è anche la nostra felicità. Una vita vissuta nell’amore. Non seguiamo le facili illusioni di un mondo che continua a dirci "salva te stesso". Mettiamo in pratica questo vangelo di amore, di benevolenza, di compassione, per continuare la nostra lotta contro le potenze del male facendo il bene, perché da questa Pasqua possano sgorgare energie di amore e di bene per noi e per il mondo intero.

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