
Celebrazione delle esequie di Padre Federico Farina, priore emerito dell’abbazia di Casamari , e di
Dom Ugo Tagni, Abate Preside emerito
Abbazia di Casamari, Martedì 17 febbraio 2026
Carissimi fratelli monaci, cari fratelli e sorelle,
ci ritroviamo per accompagnare in Cielo due monaci cistercensi di questa Abazia di Casamari: Dom Ugo Tagni, che qui è stato Abate e ha pure esercitato il ministero di Abate Preside della Congregazione Cistercense di Casamari; Padre Federico Farina, Priore Emerito di Casamari proprio negli anni in cui Dom Ugo era Abate. Insieme hanno guidato questa comunità e insieme arrivano in Cielo: un mistero commovente e una eredità importante, per questo monastero e per tutte le nostre realtà diocesane.
Le esequie di un cristiano, di un consacrato, tanto più di un monaco, hanno una solennità particolare. Sono una festa di nozze, compimento di quel mistero nuziale che rapisce il cuore di chi si dedica a Dio; di chi, come dice Paolo nella prima Lettura (Rm 14, 7-12), non «vive per se stesso» e non «muore per se stesso».
La vita di un consacrato, di un sacerdote è tutta qui: nel vivere «per il Signore» e per lui morire; nell’esprimere, «sia che viviamo sia che moriamo», che siamo «del Signore». E tutto questo, nella vita monastica, è detto prevalentemente con il silenzio, con la solitudine, con il dono del tempo. Silenzio, solitudine, tempo… tre dimensioni che esprimono il modo in cui Dom Ugo e Padre Federico hanno vissuto e sono morti: «per il Signore».
Silenzio e Parola
Il silenzio monastico, lo sappiamo bene, è a servizio della Parola di Dio e della sua eloquenza
inimitabile. Ecco, oggi il silenzio lascia ancor più spazio a una Parola che ci permette non solo di
ascoltare e meditare ma anche, paradossalmente, di parlare di coloro che, grazie al silenzio, hanno
potuto annunciarla con trasparenza, nei diversi compiti e servizi ai quali il Signore li ha chiamati.
Un silenzio “sapiente”, il loro; mi piace definirlo così ricordando le parole del grande San Bernardo,
secondo il quale «se tu la cerchi con cuore retto… troverai nel cuore la sapienza e sarai colmo di
prudenza nella tua bocca»
Dom Ugo è stato evangelizzatore esercitando la carità in spirito di grande generosità, soprattutto nei
confronti dei monasteri poveri e in difficoltà, attento non soltanto ai bisogni concreti ma a quelli
della vita interiore; questo gli ha permesso di accompagnare spiritualmente monaci, monache, fedeli
laici e di dedicarsi, con cura e amore, a servire le anime nel Sacramento della Riconciliazione, da lui
esercitato in questa Abazia e in altri luoghi, come il Santuario di Vallepietra e la Chiesa di San
Domenico a Sora.
Padre Federico, in particolare, ha fatto vivere la Parola di Dio nel prezioso impegno educativo e
culturale. Docente e Preside dell’Istituto S. Bernardo, ha formato generazioni di giovani, rendendo
in contemporanea un servizio alla cultura con le sue ricerche e pubblicazioni sulla storia del
monastero.
Ma la Parola sgorgata dal loro silenzio è stata una Parola pregata. Commuove rileggere quanto dice
in proposito la Regola di San Benedetto: (cap. 20, 1-5). «Se, quando vogliamo chiedere qualche
cosa ai potenti, non osiamo farlo se non con sottomissione e rispetto, quanto più a Dio, Signore
dell’universo, conviene volger le suppliche con tutta umiltà e purezza di devozione. E siamo
convinti che saremo esauditi non per le molte parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione
delle lacrime… L’orazione che si fa in comune sia assolutamente breve, e quando il superiore dà il
segno, si levino tutti insieme».
Solitudine e comunione
Tutti insieme! La solitudine della vita monastica è un germe potentissimo di comunione, perché
porta nel mondo l’Assoluto di quel Dio che è solo Amore, puro Amore, del quale la preghiera
colma il cuore.
«Si levino tutti insieme per la preghiera quando il superiore da il segno», dice San Benedetto. E a
noi, oggi, sembra di vedere Dom Ugo e Padre Federico levarsi insieme al segno fatto dal Signore,
che li ha chiamati a continuare questa preghiera insieme in Cielo; ad andare verso il Cielo pregando
insieme.
Un’immagine consolante, vera. E noi li immaginiamo così, come dice il Vangelo (Lc 12, 35-40),
«con i fianchi cinti»: chiamati perché pronti, pronti perché chiamati. «Cingiamo dunque i nostri
fianchi con la fede, con la pratica delle buone opere – è ancora la Regola di Benedetto (Prologo, 21)
-, e guidati dall’Evangelo camminiamo per le sue vie, per renderci degni di vedere Colui che ci
chiamò al suo regno». Sì, amici: insieme, verso la visione di Dio!
Una conferma bellissima di come l’amore, seminato nella solitudine di una vita vissuta «per il
Signore», sia davvero destinato a fecondare nella comunione.
Di tale comunione, i nostri fratelli Ugo e Federico sono stati testimoni autentici amando, prima di
tutto, i monaci e la Chiesa. E le nostre Chiese diocesane si sentono grate per tanto amore e vedono,
in questa vita e in questa morte, una promessa di crescita nell’unità; una certezza che la loro
speciale comunione di oggi si fa preghiera di offerta e intercessione, perché cresca la comunione
nella Chiesa, nelle comunità familiari e religiose, nel mondo assetato di unione e di pace, in questo
tempo drammatico della storia.
Tempo ed eternità
La morte di Dom Ugo e Padre Federico avviene in questo tempo e ci aiuta a vedere con occhi
diversi proprio il tempo, la storia. Essa è ingresso in un tempo diventato eternità, è morte
trasformata in vita; perché la morte non ha mai l’ultima parola, neppure se sembra vincente nella
storia di ieri e di oggi.
Diversi sono i tipi di “morte” che i nostri due cari monaci hanno avuto modo di conoscere,
accogliendo e ascoltando i fedeli che li raggiungevano per un colloquio, un consiglio, una
consolazione; una risposta che essi sapevano dare con umile fede.
L’umiltà è essenziale al rapporto con Dio, come ricorda lo stesso San Benedetto parlando dei
famosi «gradini dell’umiltà» di cui l’ultimo, il dodicesimo, «si ha se il monaco non solo coltiva
l’umiltà nel cuore ma la mostra anche con l’atteggiamento esterno a quelli che lo vedono…
ripetendo sempre a se stesso internamente ciò che disse, con gli occhi bassi verso terra, il
pubblicano dell’Evangelo: Signore, non son degno io peccatore di levare gli occhi miei al cielo»
(cfr. Regola San Benedetto, cap. 7, 62-65).
La fede è umile e l’umiltà della fede di Dom Ugo e Padre Federico ha ottenuto loro il dono di
morire nel giorno di Domenica, Pasqua del cristiano; di morire quando la Liturgia rende presente
Cristo morto e Risorto, Cristo Vivente nell’Eucaristia.
Quante Eucaristie hanno segnato la loro vita! Quante Liturgie pregate e cantate insieme, come
fratelli!
Sì, cari fratelli Ugo e Federico, vi immaginiamo così, nella gioia traboccante di questa Domenica, di
questa Pasqua splendete di Risurrezione: a continuare a pregare insieme, a cantare insieme, in
quella Liturgia a cui, da monaci, avete dedicato la vita e che ora prosegue in Cielo. È la gioia della
Festa, nella quale celebriamo oggi l’Eucaristia e nella quale vi ritroveremo in ogni Eucaristia, che
sempre unisce terra e Cielo. E siamo certi che continuerete a fare a noi dono della vostra vita e della
vostra morte, offerte «per il Signore», nell’eternità della preghiera di contemplazione, di
intercessione, di lode.
Santo Marcianò


