Dossier statistico immigrazione 2009

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Lo straniero nella società globale 

Sembra quasi paradossale ragionare sugli stranieri come se fossero un’altra categoria di uomini. Nel mondo globale in cui ci troviamo dovrebbe quasi non esistere più la categoria dello straniero, come di uno che appartiene a un altro mondo o, come qualcuno direbbe in modo anacronistico e razzista, a un’altra razza. Eppure questo paradosso è la realtà della nostra terra e del nostro paese, che ancora non ha accettato come fatto normale l’idea che l’Italia sia popolata di “altri”, uomini e donne che vengono da paesi diversi da quello in cui si trovano. Purtroppo la realtà degli immigrati si è collocata in questi ultimi anni all’interno dell’ampio dibattito sulla sicurezza. L’immigrato è stato considerato, assieme agli zingari, uno dei fattori più responsabili dell’insicurezza delle nostre città, mentre l’analisi delle statistiche sull’immigrazione fatta dalla CEI mostra che non è vero che il tasso di criminalità degli immigrati sia maggiore di quello degli italiani. Si sono così ingenerati motivi di paura, che non hanno fatto che aumentare i pregiudizi, già abbondantemente presenti nell’immaginario collettivo soprattutto rispetto ai nomadi. Un libro interessante di Tzvetan Todorov “La paura dei barbari” descrive in modo profondo questa attitudine diffusa nella società occidentale, che si nutre di pregiudizi e non accetta di vivere in un mondo di differenti. In realtà la barbarie non è propria di alcuni popoli, ma è solo l’esatto opposto della “civiltà”. “La paura dei barbari, dice Todorov, è ciò che rischia di renderci barbari. E il male che ci faremo sarà maggiore di quello che temevamo di subire” (p.16). Accettare la differenza non significa rinunciare alla propria identità, come talvolta si paventa. La differenza fa parte della storia e della società. Nessuno di noi è uguale all’altro. Direbbe il grande antropologo francese Jean Loup Amselle, molto prima che diventasse di moda anche in Italia parlare con il suo linguaggio, che siamo tutti meticci. Le culture si intrecciano e progrediscono perché si intrecciano. Gli esempi sarebbero innumerevoli, già a partire dall’antichità. E il mediterraneo è sempre stato un mare di scambio di culture, che ne ha fatto la ricchezza, da quelle dell’area di quello che oggi chiamiamo il Medio Oriente all’Egitto, dalla Grecia a Roma. Le culture chiuse o non crescono o muoiono. Questa è la storia, questo è il destino dell’umanità da sempre.



Lo straniero nella Bibbia

In questo senso la difesa, per alcuni eccessiva, da parte della Chiesa dei diritti degli immigrati non è solo la conseguenza della fede che professa, ma anche l’affermazione di una cultura che origina dalla fede cristiana ed insegna a vedere nell’altro innanzitutto un essere umano e poi la ricchezza di un uomo che ha gli stessi nostri diritti. Questa affermazione si basa innanzitutto sulla fede antica di Israele che vorrei brevemente ricordare, a partire da due testi, uno del Deuteronomio, l’altro del Levitico. Recita il capitolo decimo del Deuteronomio (versetto 18): “…perché il Signore vostro Dio è il Dio degli dei, il signore di signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama lo straniero e gli dà cibo e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto.” Gli stranieri dovevano essere particolarmente bisognosi e sprovvisti del necessario, tanto che si dice che Dio dà loro cibo e vestito. Non si tratta solo di difendere il diritto dello straniero, quando esso viene calpestato, ma di assumere lo stesso atteggiamento di Dio nei suoi confronti, quello dell’amore. Se l’amore è raccomandato innanzitutto per il prossimo, come prescrive il capitolo 18 del libro del Levitico al versetto 19, e il prossimo sono i membri del popolo di Israele, qui l’autore sacro va oltre i confini e le misure del comando del Levitico. Lo straniero, il diverso, deve essere trattato come prossimo, come uno del proprio popolo. È innanzitutto l’amore di Dio che indica la misura di questo nuovo atteggiamento. Questa richiesta di amore diventa ancora più chiara ed esplicita nel capitolo 19 del Levitico: “Quando uno straniero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non lo opprimerete. Lo straniero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso perché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto” (versetti 33-34). Il brano inizia con l’invito a “non opprimere” lo straniero. Ma poi prosegue indicando un principio di uguaglianza abbastanza singolare per il periodo dopo l’esilio babilonese, in cui si sottolinea spesso la diversità e la necessaria divisione dagli stranieri: “Lo straniero che dimora con voi sarà come uno nato da voi.” Si era partiti dall’idea di non considerare gli altri come nemici, qui si giunge alla radice della mentalità da cui nasce l’ostilità: considerare lo straniero diverso da sé. Il testo ebraico non dice solo, come vuole la traduzione: “Lo tratterete come colui che è nato tra voi”, ma: “Sarà come uno nato da voi.” L’uguaglianza si pone sul piano dell’origine, non solo del modo di agire nei confronti dello straniero. Lo straniero è come uno di voi di fronte a Dio. In questo senso è “prossimo”, perciò a lui si applica lo stesso comando dell’amore del prossimo: “Tu lo amerai come te stesso.” Se Levitico 18,19 comanda di amare il prossimo come se stessi, intendendo per “prossimo” quelli che appartengono a Israele, lo stesso comando subisce nel capitolo 19 del Levitico un allargamento inatteso e rivoluzionario di una mentalità: allo stesso modo devi amare lo straniero. Allora si comprende più in profondità la motivazione che si ripete ogni volta che il legislatore dà un comando relativo allo straniero: “Perché voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto.” Dio si è preso cura del suo popolo perché era straniero e schiavo in Egitto. Così Israele, ricordando la sua condizione originaria di straniero, fa memoria nello stesso tempo dell’amore di Dio per lui. È questa memoria che lo spinge ad assumere la stessa preoccupazione e lo stesso amore di Dio a tal punto da considerare lo straniero come uno del proprio popolo. Così l’amore per lo straniero equivale all’amore per il prossimo.
   Si potrebbe dire perciò che il legislatore comanda la difesa del diritto dello straniero, dell’orfano e della vedova come espressioni di tre categorie di poveri. È chiaro che il gruppo che si trova più in difficoltà è quello degli stranieri. L’orfano e la vedova facevano comunque parte del “prossimo” da amare, cioè del proprio popolo. Non così lo straniero, che poteva essere un immigrato interno a Israele, ma anche proveniente da altri popoli. Allora la preoccupazione del legislatore va alla radice della mentalità che sta alla base dell’odio o almeno della non difesa dello straniero. Infatti egli in quanto diverso rischia di essere considerato un nemico. Una serie di testi comandano perciò di andare oltre questa mentalità innanzitutto vincendo l’inimicizia attraverso la solidarietà con lui nel bisogno. La solidarietà sconfigge infatti l’inimicizia (vedi il capitolo 23 dell’Esodo al versetto 9).  Nel capitolo 19 del Levitico nel comando si va ancora oltre, perché lo straniero viene considerato alla stessa stregua del prossimo, qualcuno da amare come se stessi. Ma alla base di ogni legge e comando c’è una motivazione più profonda e originaria: la memoria della propria origine e della salvezza operata da Dio a causa del suo amore (“siete stati stranieri in Egitto”). E qui si potrebbe fare una parentesi, per ricordare tutti coloro che da questa provincia sono emigrati nel secolo scorso e forse sarebbe utile farci raccontare come venivano trattati in Canada, negli USA o altrove. Forse la Bibbia ci direbbe: “Ricorda anche tu che i tuoi parenti sono stati stranieri in terre altrui”.    I testi del Nuovo Testamento ribadiscono questo comando già presente nella Bibbia ebraica.   Nel Nuovo Testamento viene eliminata l’idea stessa del nemico (cf. Mt 5,43-48) e nello stesso tempo l’universalità della salvezza in Cristo crea un’unità di differenze non più contrapposte, in cui nessuno è più straniero, ma tutti possiamo essere familiari di Dio come dice la Lettera agli Efesini (cf. Ef 2,19): “Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,26-28).” Gesù stesso nella sua vita terrena ha vissuto come un uomo senza confini, pur vivendo in un piccolo territorio. La parabola del Buon Samaritano ci indica nella compassione ciò che fa la differenza tra un sacerdote, un levita e uno che non c’entrava niente ed era di un’altra etnia, diremmo oggi, ma che unico si ferma accanto a un poveraccio bastonato, derubato e abbandonato per la strada. In lui vediamo ogni straniero bisognoso di aiuto. In questo senso, come scrive Benedetto XVI nell’enciclica  Deus Caritas est, “l’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta” (n. 28,b). I cristiani sono ovviamente consapevoli che le società in cui vivono hanno il dovere di darsi le loro leggi, ma d’altra parte non potranno certo smettere di proclamare le esigenze costitutive della loro fede né tacere di fronte a ciò che ritengono contrario al loro credo e alla loro etica. 

Mondo globale, mondo tribale?

Mondo globale, mondo tribale? E’ una domanda che mi pongo sempre più spesso. Credo che sia il rischio del mondo in cui viviamo, rischio accentuato dalla crisi economica, che induce a cercare un nemico a cui attribuire la causa del nostro malessere. La storia è popolata da simili scelte. La più tremenda e drammatica, unica, fu la shoà, l’olocausto di sei milioni di ebrei nei campi di sterminio nazisti, assieme a cinquecentomila zingari, disabili, e molti altri. Dice Jonathan Sacks in “La dignità della differenza”: “Come dice un antico insegnamento ebraico: Quando un essere umano crea molte monete con lo stesso conio, escono tutte uguali. Dio crea tutte le persone secondo la stessa immagine – la sua immagine – e ciascuna è differente. La sfida all’immaginario religioso è vedere l’immagine di Dio in chi non rispecchia la nostra immagine. E’ il contrario del tribalismo, ma è anche qualcosa di diverso dal’universalismo” (p. 72). Forse ci dovremmo abituare a vedere di più negli altri questa immagine, che è sempre diversa dalla nostra, e che non chiede di rinunciare a quello che siamo, ma di connetterci a chi ci appare diverso per scoprire in lui l’impronta di Dio e costruire insieme un mondo più umano. I fatti di Castel Volturno e di Rosarno non sollevano innanzitutto il problema degli immigrati irregolari o no, ma la terribile normalità con cui abbiamo tollerato non i clandestini, ma lo sfruttamento di uomini che ricevono 25 euro per un giorno di lavoro di 16-18 ore, di cui 5 euro vanno ai caporali mafiosi e agli autisti di pullman, e che vivono in condizioni disumane. Il mondo è fatto di connessioni e di legami, come ci insegna internet. Il rifiuto di legarsi agli altri genera paure e pregiudizi, che rendono la vita più difficile. Tuttavia non bastano legami e connessioni a distanza. Abbiamo bisogno di costruire relazioni personali, di reciproca stima e amicizia. Quante volte abbiamo dovuto cambiare idea sugli altri, dopo averli incontrati e parlato con loro. L’ignoranza favorisce la crescita del pregiudizio, che diventa spesso separazione quando non disprezzo e inimicizia. Da qui il tribalismo, che si manifesta persino tra realtà vicine, che ancora non riescono a superare antichi pregiudizi e campanilismi. Purtroppo ne abbiamo abbondanti attestazioni ogni giorno. I nostri giornali recentemente hanno dedicato articoli per dimostrare che nella nostra provincia non siamo razzisti. Sono contento che sia così. Sono tuttavia anche convinto che non bisogna abbassare la guardia, ma vigilare, perché il razzismo passa spesso sottilmente nei pregiudizi che creano distanza e disprezzo. E nei momenti difficili è facile cercare un capro espiatorio delle nostre insoddisfazioni e della crisi che rende insicuri e spaesati. L’impegno della Chiesa e, mi permetto di suggerirlo anche alle istituzioni della società civile e della politica, è di favorire ciò che crea unità e integrazione, prendendo le debite distanze da tutto ciò che al contrario divide e contrappone. Purtroppo la contrapposizione è il clima in cui si vive. Ribelliamoci a questo stile di vita per permettere che questo territorio, nel rispetto delle differenze e delle identità, mostri il suo volto accogliente e benevolo. L’integrazione non è la convinzione di gente che rinuncia alla propria identità, ma un investimento per un futuro pacifico. La Chiesa lavora per questo, perché crede e spera che il mondo diventi più umano.

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