VIII Convegno diocesano: La Bibbia nella Pastorale

di Mons. Domenico Pompili

Le “svolte” di Gesù nell’incontro con le donne 

Mi son lasciato suggestionare dalla relazione del vostro Vescovo Ambrogio, il quale individua nelle donne – prendendo spunto da Santa Maria Salome qui a Veroli particolarmente venerata – la chiave di lettura per un nuovo approccio alla Parola di Dio, di cui egli avverte la necessità nella condizione storica che vive oggi la Chiesa.

         A dire il vero, forse ero già predisposto a questo tipo di lettura perché convinto da tempo che l’incontro con l’altro da noi è sempre generatore di novità, di sorpresa, quando non addirittura di mistero. E in effetti non si può negare  che ad una lettura anche solo approssimativa dei Vangeli risalti chiaramente come i momenti di svolta nel cammino storico di Gesù sono sempre connessi con l’apparire di figure femminili, dai contorni più o meno definiti. Si potrebbe anzi dire che “nella intera storia della salvezza è frequente che nei momenti di svolta la presenza di una donna rappresenti un’occasione, un’accelerazione, una nuova rivelazione nel piano di Dio” (L., SEBASTIANI, Svolte. Donne negli snodi del cammino di Gesù, Assisi, 2008, 5).

         Gesù, come essere umano, compie nel corso della sua vita diverse esperienze che lo segnano e, quasi ogni volta, in coincidenza di un incontro con una persona dell’altro sesso. E dire che nei Vangeli, imbevuti inevitabilmente di una certa cultura patriarcale, l’influsso femminile è rigorosamente attenuato e ridotto all’essenziale. Di fatto nei Vangeli si parla poco e bene delle donne, colte sempre come figure aperte, aperte alla fede e dunque al cambiamento di sé. Tutto il contrario dei personaggi maschili che esprimono sovente resistenze e chiusure al Maestro. Basti pensare a Nicodemo in rapporto alla Samaritana, oppure Pietro rispetto alla Maddalena, o ancora Giuda rispetto alle donne sotto la croce. Gli evangelisti non presentano alcuna donna in una chiave negativa e perfino una pagana, come la moglie di Pilato (Mt 27,19) viene mostrata come una che riconosce in Gesù un ‘giusto’, che sta dalla parte di Dio. Fatta eccezione per Erodiade, che a rigori sembra far parte del ciclo del Battista, non c’è una donna che sia sfiorata da un’opinione negativa. La stessa Salome, cioè la madre dei due figli di Zebedeo che sembra piegata da una richiesta meschina, (Mt 20,20-23) rappresenta un’eccezione dubbia e parziale: infatti il Vangelo di Marco, fonte del primo evangelista, ignora la madre e attribuisce la richiesta direttamente ai figli di Zebedeo (Mc 10, 35-40). Ben più comprensibile infatti è che l’ambizione sfrenata faccia riferimento al retroterra emotivo maschile che al cuore, per quanto sempre coinvolto, di una madre.

         Il tema delle svolte non ha una base teologica consolidata né può ritenersi un approccio già rigorosamente fondato e tuttavia proprio nella mariologia è divenuto ormai ricorrente affermare che nel quarto Vangelo Maria,  la madre di Gesù, assume una funzione ‘generatrice’ a Cana (per la vita pubblica) e sul Golgota ( per la seconda vita e il tempo della Chiesa), così come non si può sottacere – pur con tutte le sue ambiguità storicamente sedimentate – la crescente attenzione riservata a Maria di Magdala come testimone e interlocutrice e, già nella tradizione medievale, certo non tenera nei riguardi del gentil sesso, addirittura “apostola apostolorum”. 

Tutto l’evento di Gesù rappresenta una svolta nella concezione di Dio e nella stessa comprensione del fenomeno religioso e tuttavia non possiamo impedirci di identificare almeno alcune concrete situazioni di passaggio nell’esperienza del Gesù storico, in cui la donna acquista accanto al Maestro un rilievo singolare.


Alcune suggestioni evangeliche

         A dirla tutta, a noi piacerebbe sapere come cominciò nei fatti il rapporto di Gesù con le donne che lo seguivano e di cui ci dà conto un’interessante notizia del vangelo di Luca (8.1-3), che proprio ieri il Vescovo Ambrogio ha offerto alla comune attenzione. Ad esempio, ci piacerebbe sapere di chi fu l’iniziativa, come fu accolta la novità nel gruppo dei suoi primi seguaci maschi, se la loro sequela ha preceduto nel tempo quella delle donne, quali discussioni o problemi provocò questo insolito stile del Rabbi di Nazaret. Ci piacerebbe ancora sapere come ebbe inizio la vicenda di Maria di Magdala, la cui figura più di tutte è stata funestata da interpretazioni antiche e perfino recenti che ricalcano pregiudizi maschilisti e considerazioni scontate che nulla hanno a che vedere con quel che il substrato degli evangelisti, sempre stringato ed essenziale, consente. Come la ricorrente identificazione con una prostituta a tutti i costi, mentre i testi, pur vari e contraddittori che la riguardano, non legittimano questa lettura che sarà invece storicamente accreditata per 1500 anni da artisti e letterati e perfino registi, facendo di essa solo un’icona …della modalità maschile di vedere la donna. Ben altro è l’atteggiamento del Maestro che si desume dai Vangeli. Gesù non discute la parità, ma la attua, con una libertà assoluta che sorprende soprattutto per la semplicità, spontaneità con cui viene declinata: si fa seguire da donne e da uomini, non accenna mai a qualcosa che le donne non possono far per principio in quanto donne. Non sono solo itineranti che lo seguono, dopo essere state curate da spiriti maligni e da infermità, sostenendolo con i propri beni, ma anche persone con cui il Maestro intesse un rapporto di discepolato alla pari dei maschi, anche se Luca non lo esplicita. Tuttavia quando al momento della resurrezione resteranno solo le donne come interlocutrici del Risorto è interessante notare che lo stesso evangelista registra puntualmente:”Ricordatevi di come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno”. Ed esse si ricordarono delle sue parole“. Gesù peraltro non ha solo discepole che viaggiano con lui e il suo gruppo dalla Galilea alla Giudea. Non di tutte possiamo conoscere tutto, ma sicuramente di due abbiamo sufficienti elementi e cioè delle sorelle di Betania, Marta e Maria, il cui ruolo sopravanza quello del fratello Lazzaro anche nella variante giovannea. Di sicuro c’è stato un reciproco influsso tra il Maestro e le diverse figure femminili, ma sono le donne che incontra, all’apparenza in modo casuale, quelle che costituiscono occasioni di svolta. Ne richiamo velocemente cinque.


L’incontro con l’altro da sè

Gesù ha conosciuto pochi stranieri e limita intenzionalmente la sua predicazione alla terra d’Israele. Ma ci sono due incontri determinanti che lo cambiano, due incontri ricordati rispettivamente da Marco – che Matteo segue ed elabora – e dal quarto evangelista, cioè quello con la donna sirofenicia o cananea nella tradizione sinottica (Mc 7, 24-30; Mt 15, 21-28) e quello con la samaritana nel quarto vangelo (Gv 4,1-42). Sono ovviamente episodi molto diversi che non vanno sovrapposti e che presentano tuttavia un significato comune: Gesù si apre all’esperienza dell’altro e dell’altro nel senso più radicale, per un uomo del suo tempo e del suo ambiente, l’altro rappresentato da una donna, per di più straniera.

Il primo episodio colpisce per il modo assolutamente brusco con cui Gesù tratta inizialmente una donna angosciata per la sua figlia. Si tratta di una cananea che aveva già una cattiva fama sul piano religioso e che perciò era vista doppiamente male da un ebreo. Ma perché Gesù si comporta in maniera così dura? Sta di fatto che la donna ha fede, ma non una fede acritica e lotta con il Maestro. “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” ha detto Gesù e la donna replica:”Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei padroni!“. E’ la frase-chiave e proprio questa ammirazione di Gesù fa cambiare i suoi programmi.

L’incontro con la Samaritana approfondisce il tema dell’altro perché l’anonima donna che Gesù incontra al pozzo nell’ora più calda del giorno è quasi il non plus ultra dell’irregolarità: è una donna, il che rappresenta sempre un fattore di marginalità sociale, poi è samaritana dunque nemica per definizione, quindi sta con un uomo che non è suo marito. Proprio a una “tre volte” irregolare, il Maestro si rivolge nel più complesso colloquio che i Vangeli ricordino. E’ proprio Gesù che prende l’iniziativa, nonostante la stanchezza del viaggio e le dice:”Dammi da bere“. Non si presenta a lei come uno che insegna, che rivela, insomma che dà, ma piuttosto come uno che domanda. Comincia chiedendo e conclude con “Sono io che ti parlo“. Il Maestro è un geniale modello di accoglienza, nonostante la freddezza della donna che si stupisce della richiesta.


L’incontro con se stesso

Una tappa fondamentale della vita di Gesù è l’incontro-scontro con il peccato che è il dramma vero degli esseri umani, a cui il Maestro fa seguire la sua opzione per la misericordia e il perdono. Due episodi anche qui sono illuminanti. Il primo è il passo lucano (7,1-10) del pranzo a casa di un fariseo di nome Simone dove all’improvviso irrompe “una peccatrice nella città“. La donna si ferma dietro Gesù, non davanti a lui. E Gesù si lascia toccare dalla peccatrice senza problemi, accetta volentieri le sue espressioni non solo di venerazione, ma di affetto ardente, di tenerezza: espressioni che dal nostro punto di vista potrebbero sembrare anche troppo intense, troppo emotive, troppo esibite, e perfino imbarazzanti. Per questo viene sottilmente contestato: non tanto per la sua ‘dubbia’ moralità, ma per la sua scarsa preveggenza che non gli consente di accorgersi di chi sia quella donna. Per nulla intimidito Gesù con garbo ribalta i pregiudizi stampati nel volto dei suoi commensali e con una parabola squaderna il senso dell’amore che è proprio di chi sperimenta il perdono. Analoga situazione anche se in un contesto decisamente più drammatico è il racconto giovanneo dell’adultera che sta per essere lapidata (8,1-11). E’ questa una vicenda imbarazzante omessa perfino da alcuni codici antichi che sembra porre Gesù sotto accusa in nome della Legge, sbandierata ad arte dagli astanti. Ma Gesù sarà sfuggente ed imprevedibile e, pur trovandosi egli pure in un cerchio di solitudine come la donna, saprà reagire con quella frase enigmatica, arricchita da un risvolto di ironia: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei“. Così quegli uomini potenzialmente omicidi che gli stanno davanti sono costretti ad interrogarsi su quanto di sovversivo c’è nella sua mitezza. Gesù infatti sta risvegliando la loro coscienza assopita, sta facendo appello alla loro interiorità. Un giudizio infatti deve avvenire, ma nell’intimo del cuore di ciascuno. Al centro, d’ora innanzi, non sarà più una legge, e nemmeno la Legge con la maiuscola, ma la persona umana vivente, con la sua interiorità nella quale sa leggere solo Dio. E’interessante la chiusa del brano in questione. “Uno dopo l’altro” si allontanano in silenzio. Erano arrivati tutti insieme, rafforzandosi nel fanatismo, nel rifiuto di pensare davvero, nella voglia irrazionale di uccidere, come un branco funesto ed omicida. Ora invece vanno via alla spicciolata, ognuno per proprio conto. Ognuno solo con la propria coscienza che non ha ancora questo nome.


L’incontro con il dolore

Anche nel caso del confronto con la sofferenza e con la morte che ne è la sfida più radicale, il Maestro appare legato alla presenza di una donna che insieme a lui costituisce il personaggio-chiave nel determinare la dinamica della vicenda. Sia nel caso della figlia di Giairo che ne è la destinataria diretta, o nel caso della vedova di Nain o delle sorelle di Lazzaro che ne sono indirette beneficiarie. In tutti questi casi si coglie una particolare qualità dell’affettività di Gesù che si lascia coinvolgere in tali drammi umani struggendosi, avendo compassione, muovendosi a pietà, lamentandosi, piangendo silenziosamente come davanti alla tomba dell’amico Lazzaro. “Il suo sentimento è sempre impegnato: egli è l’uomo della prontezza del sentimento, della partecipazione del sentimento. E mai accade che indugi nel sentimentalismo deteriore: la sua sensibile compassione diventa sempre azione del sentimento” H. Wolff).   


L’incontro che si irradia

Anche qui ci troviamo di fronte a una molteplicità di occorrenze evangeliche (Mc 14, 3-9; Mt 26, 6-13; Lc; Gv) per raccontare della cena a Betania, durante la quale si materializza una donna che ha con sé un vaso (che solo in Marco viene spezzato) di nardo genuino di grande valore e con il profumo prezioso unge il capo di Gesù seduto a tavola. Ma il dato essenziale del racconto è un particolare all’apparenza non essenziale:”E tutta la casa di riempì del profumo dell’unguento“. E si aggiunge:”dovunque, in tutto il mondo, sarà annunciato il vangelo, si racconterà pure ciò che ella ha fatto, in memoria di lei” (Mc 4,9). Il profumo riguarda l’olfatto, uno dei sensi, ma un senso sfuggente e quasi tendenzialmente spirituale tanto che è divenuto quasi un luogo comune usarlo come immagine di realtà spirituali. Nel suo significato più profondo, il profumo non è ornamento ma accentuazione e rivelazione: non copre la realtà a cui si riferisce, ma aiuta a capirla. Il profumo ci aiuta, quasi senza accorgercene dalle cose al mistero e ci fa ritrovare la vocazione dello spirituale alla concretezza e la vocazione spirituale della sfera corporea.


L’incontro che apre al futuro

Il ruolo delle donne ha un’incontestabile preminenza proprio all’alba della resurrezione. Essendo venuto meno qualsiasi presenza maschile sotto la croce è solo grazie alla presenza delle donne che si può provare il dato essenziale del Vangelo (Mc 15,40; Mt 27,55; Lc 23,55). Tutti e quattro i brani evangelici attestano un tratto comune: solo chi attraversa la morte può lasciarsi sorprendere dalla vita. Sarà proprio Maria di Magdala vedendo Gesù senza riconoscerlo a scambiarlo per “il custode del giardino” (Gv 20, 15). Questa involontaria identificazione di Maria di Magdala costituisce l’ennesima prova dell’ironia giovannea che consiste nel dire senza volerlo una realtà ancora più vera di quella ovvia. Certo che si tratta di un giardino nel quale  si trova un sepolcro nuovo (Gv 19, 41), ancor più – sulla scorta dell’esegesi patristica – si riconoscerà in quest’altro giardino un riferimento al Giardino delle origini, all’Eden. Il giardino poi diventerà ricorrente nella funzione simbolica e si imporrà nei monasteri nella forma del chiostro. Di fatto diventerà sempre più il luogo dell’incontro, dell’intimità, dell’aver parte alla stessa esperienza. Abituato a pensare e sentire la nostalgia come qualcosa che è rivolto all’indietro, talvolta non si riesce a comprendere che esiste una nostalgia del futuro e che il giardino di Eden è più davanti a noi che alle nostre spalle.


Riscontri pastorali

Vorrei ripercorre, a questo punto, i quadri biblici evocati per cogliere alcune indicazioni di metodo per la nostra vita pastorale che è poi il tentativo di dare continuità all’ascolto della Parola.

•a.                 La Parola annulla la distanza  tra Dio e l’uomo

Non c’è da meravigliarsi se il contatto iniziale è brusco e perfino diffidente. Si tratta in fondo di imparare un’altra lingua che non è quella madre, ma che ci introduce in un’altra dimensione. Non va sottovalutato l’impatto traumatico che comporta l’incontro con la Parola che resta sempre qualcosa di estraneo e in certi casi indigeribile. Non si spiegherebbe altrimenti la rispettosa distanza in cui ci teniamo rispetto alla Parola. Le statistiche recenti lo confermano in modo impietoso: per l’86 % di quegli italiani che si professa cattolico e che corrisponde all’88% della popolazione totale, la Bibbia resta una sconosciuta. E non sono cambiate molto in profondità le cose, nonostante dalla Dei Verbum in poi il sacro Libro sia stato posto nelle mani di tutti, indiscriminatamente. Il punto è che sussiste una sorta di estraneità rispetto alla Parola che oggi è aggravata dal clima culturale nel quale siamo immersi e che si mostra particolarmente sordo alla voce di Dio. E il discorso non attiene solo ai cosiddetti lontani. Come faceva notare un laico insospettabile come Magris:”In Italia e anche in altri Paesi folle devote riempiono ogni tanto con fervore le piazze e grandi occasioni rituali destano il momentaneo interesse della gente e dei media, ma le chiese si svuotano ogni giorno di più, sacramenti come il battesimo e il matrimonio religioso cadono sempre più in disuso e soprattutto sparisce la cultura cristiana e cattolica, la conoscenza elementare dei fondamenti della religione e perfino dei più classici passi e personaggi evangelici, come si può constatare frequentando gli studenti universitari. Si tratta di una grave mutilazione per tutti, credenti e non credenti, perché quella cultura cristiana è una delle grandi drammatiche sintassi che permettono di leggere, ordinare, rappresentare il mondo, di dirne il senso e i valori, di orientarsi nel feroce e insidioso garbuglio del vivere”. Fin qui Magris e non si fatica ad acconsentire perché questo è  precisamente il deficit del credente medio: la mancanza di ascolto della Parola. Nella fede ebraica, e di conseguenza in quella cristiana, l’ascolto è la prima operazione per entrare in comunione con Dio. Ascoltare Dio, infatti, significa conoscerlo, significa avviare un percorso in cui, accogliendo la sua Parola, si conosce ciò che lui vuole che conosciamo di lui. Non c’è altra conoscenza al di fuori dell’ascolto. Noi possiamo cercare Dio, indagare su di lui, ma solo se lui alza il velo su se stesso, se si rivela e ci parla, allora lo conosciamo. Altrimenti rischiamo di inseguire i nostri desideri, le nostre proiezioni per dover poi concludere con Giobbe:”Io ti conoscevo per sentito dire” (42,5). “Prendi e leggi, prendi e leggi”: sono queste le parole che Agostino si rivolgere da un bambino al quale ubbidì e imparò che quelle parole che leggeva erano direttamente riferite a lui.

 

•b.                La Parola risveglia la coscienza addormentata

Così come nell’episodio dell’adultera si fa strada il risveglio della coscienza degli astanti e ancor prima della donna che sta per essere lapidata, anche nell’esperienza comune accade che la Parola colpisce al cuore perché è una realtà “viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12). Oggi più che mai si sente l’esigenza di avvertire una Parola che non sia nostra e che non proietti semplicemente i nostri pregiudizi e le nostre certezze, ma sfidi i nostri miti e le nostre sicurezze. Chiusi dentro il nostro orizzonte diventa difficile forare la coltre sonnolenta dei ‘si dice’, ‘si pensa’, ‘si crede’ e aprirsi a qualcosa di irriducibile e realmente originale. Fortunatamente l’appello che attraversa per intero la Bibbia è sempre lo stesso: convertitevi, cioè cambiate mentalità, spostate il vostro punto di vista, capovolgete la vostra visuale. Convertirsi significa di conseguenza: non vivere come vivono tutti, non fare come fanno tutti, non sentirsi giustificati in azioni dubbiose, ambigue, malvagie dal fatto che altri fanno lo stesso; cominciare a vedere la propria vita con gli occhi di Dio, cercare quindi il bene, anche se è scomodo; non puntare sul giudizio dei molti, degli uomini, ma sul giudizio di Dio. Tutto questo non implica un moralismo: la riduzione del cristianesimo a morale perde di vista l’essenza del messaggio di Cristo e cioè il dono di una nuova amicizia, il dono della comunione con Cristo e quindi con Dio. Chi si converte a Cristo non intende crearsi una propria autosufficienza morale, non pretende di costruire con le sole sue forze la propria bontà. Conversione significa proprio il contrario: uscire dall’autosufficienza, scoprire la propria indigenza. La vita non convertita è autogiustificazione (io non sono peggiore degli altri); la conversione è l’umiltà di affidarsi all’amore dell’Altro, amore che diventa misura e criterio della mia vita.

•c.                 La Parola riattiva i sensi  

Le donne a contatto con il Maestro sanno resistere e reagire al male che si impone imprevedibile e insopportabile. La Parola di Gesù in tutti i casi drammatici sa entrare nel limite, facendolo attraversare con una rinnovata consapevolezza della vita. In particolare la Parola anche ai nostri giorni restituisce ad una società in preda alla nevrosi alcune essenziali coordinate.

Anzitutto fa ritrovare la cura di sé. Una delle accuse più frequenti rivolte all’uomo di oggi è di essere un egocentrico. Oggi però lo ‘spaesamento’, prodotto da una velocità crescente introduce un elemento nuovo con cui fare i conti. In realtà ciò che oggi rischia di scomparire è proprio il soggetto e non l’ego, che ne è una immagine contraffatta. Solo in apparenza individualismo e massificazione sono antitetici: la verità è che essi sono complementari e si richiamano a vicenda. Già Heidegger con grande lucidità aveva colto questo svanire dell’io in una sorta di ‘sì’ impersonale. E così la maggior parte delle persone – e non soltanto i giovani – trascorre la propria esistenza coltivando e accarezzando senza sosta il proprio ego, ma senza curarsi del proprio io. Torna alla mente l’inquietante domanda di Gesù:”A che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso?”. Di sicuro ai nostri giorni la crescente insicurezza dei giovani, la loro irrimediabile fragilità, nascono probabilmente proprio dalla mancanza di un io e dalla voracità dell’ego e dunque dall’impersonalità dell’io. La Parola ascoltata riattiva il senso di essere un interlocutore di Qualcuno perché chiama in causa e risveglia la nostra libertà.

Non solo: la Parola aiuta e ritrovare pure la cura dell’origine, cioè ritrovare il senso della nascita che appare essere, ancor prima della censura della morte, l’autentica rimozione della nostra civiltà. In effetti quello che manca alla sensibilità oggi più diffusa è la percezione di pro-venire da altro e di non essere autosufficienti perché nessuno per quanto possa darsi da fare si è fatto da sé. Al tema della generazione e dell’origine si collega strettamente quello dell’autorità. Il verbo augere significa far crescere e, in senso traslato, far nascere. Da essa deriva anche il sostantivo auctor: chi ha l’autorità la trae, cioè, dalla sua capacità di promuovere e dalla responsabilità che ne deriva. Ci vogliono adulti che non abbiano rinunciato a farsi carico degli altri, cioè che siano disposti a mettersi in gioco, dal momento che la trasmissione di ciò che è importante non avviene mai ‘a bocce ferme’, ma sempre all’interno di un vissuto concreto.

•d.                La Parola seduce sempre

Il profumo che si diffonde sottilmente nella stanza di Betania è solo una metafora della forza irresistibile del Vangelo. Abbiamo perso fiducia nella capacità della Parola che una volta seminata produce i suoi effetti, al di là delle nostre previsioni e delle nostre attese. Questa dimensione trova conferma nella vita dei Santi, il cui profumo, suggerisce una capacità attrattiva che va ben oltre le nostre strategie pastorali: basti pensare al fenomeno di P. Pio!

Siamo diventati un po’ scettici circa la forza della parola, smarrendo quell’esperienza originale per cui anche nel quotidiano perfino “una buona parola” è in grado di esercitare un effetto sulle persone. Non solo abbiamo smarrito questa fiducia ingenua e aperta alla provvidenziale azione dello Spirito che parla a chi vuole e quando vuole, ma forse ci è stata tolta anche la percezione della bellezza della Parola che si esprime sempre attraverso forme e linguaggi che sanno valorizzare il gusto. Qui scontiamo certo gli effetti di una cultura che ha smarrito più in generale la cura della forma, ma ci è chiesto di lasciarci sedurre dalla Bellezza. Da questo punto di vista la Parola ben proclamata, ben ascoltata, ben spezzata e ben meditata è una risorsa inesauribile, di cui la comunità cristiana deve riscoprire per prima il segreto fascino di attrazione. La Messa domenicale è da questo punto di vista una riserva inesauribile che tonifica, che illumina, che rischiara, che rimette in cammino, se ne facciamo lo spazio di questo incontro che allontana la bruttezza quotidiana e ci restituisce alla fruizione della bellezza.
   

•e.                 La Parola spinge in avanti

Il guardino dell’alba della resurrezione allude all’Eden. Ma non tanto a quello che ci siamo lasciati alle spalle quanto quello che ci attende. E’ questa l’ultima e definitiva risorsa della Parola che alimenta e sostiene la speranza mentre siamo in cammino. E’ questa qualità dell’esistere infatti ciò che è più necessario se vogliamo superare quella sottile depressione che attraversa il cuore della gente di oggi e in particolare si esprime nel disagio diffuso dei giovani per i quali il futuro per la prima volta viene percepito più come una minaccia che come una promessa.

« Speranza », di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole « fede » e « speranza » sembrano interscambiabili. Così la Lettera agli Ebrei lega strettamente alla « pienezza della fede » (10,22) la « immutabile professione della speranza » (10,23). Anche quando la Prima Lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la ragione – della loro speranza (cfr 3,15), « speranza » è l’equivalente di « fede ». Quanto sia stato determinante per la consapevolezza dei primi cristiani l’aver ricevuto in dono una speranza affidabile, si manifesta anche là dove viene messa a confronto l’esistenza cristiana con la vita prima della fede o con la situazione dei seguaci di altre religioni. Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo, fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo » (Ef 2,12). Naturalmente egli sa che essi avevano avuto degli dèi, che avevano avuto una religione, ma i loro dèi si erano rivelati discutibili e dai loro miti contraddittori non emanava alcuna speranza. Nonostante gli dèi, essi erano « senza Dio » e conseguentemente si trovavano in un mondo buio, davanti a un futuro oscuro. « In nihil ab nihilo quam cito recidimus » (Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo) [1] dice un epitaffio di quell’epoca – parole nelle quali appare senza mezzi termini ciò a cui Paolo accenna. Nello stesso senso egli dice ai Tessalonicesi: Voi non dovete « affliggervi come gli altri che non hanno speranza » (1 Ts 4,13). Anche qui compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente. Così possiamo ora dire: il cristianesimo non era soltanto una « buona notizia » – una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti. Nel nostro linguaggio si direbbe: il messaggio cristiano non era solo « informativo », ma « performativo ». Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova. (Spe Salvi, 2).

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