Oltre la crisi. Essere cristiani oggi, in questa Chiesa
Frosinone, 18 settembre 2021
di Pasquale Bua*
Ringrazio il Vescovo di avermi invitato e voi di aver accolto l’invito. Non ho intenzione di tenere una lezione accademica, ma solo di offrire qualche spunto di riflessione – forse qualche provocazione – per pensare il tempo che siamo vivendo, per interrogarci su come essere cristiani e come essere Chiesa qui e ora: in questo luogo in cui il Signore ci ha posto ad abitare, un territorio bellissimo ma al tempo stesso attraversato da tanti problemi, e in questo preciso momento storico, un momento che per papa Francesco non rappresenta solo un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca ma (Discorso alla Chiesa Italiana, Firenze 2015).
La bassa marea del Covid
La stagione del Covid, con cui abbiamo ormai imparato a convivere, è stata paragonata a un tempo di bassa marea per la Chiesa italiana. La bassa marea lascia emergere, da un lato, le straordinarie bellezze dei fondali: pensiamo, facendo speciale riferimento alla prima fase del confinamento ma senza escludere le fasi successive, alla riscoperta del valore della famiglia; alla preghiera più intensa in tante case; al riavvicinamento di molti alla spiritualità; alla fantasia pastorale di numerosi pastori e laici; alla carità più generosa verso “vecchi” e “nuovi” poveri.
Ma la bassa marea, al tempo stesso, porta a galla i detriti, depositandoli sulle spiagge, come vetri rotti, bottiglie di plastica, rifiuti di ogni sorta: ci riferiamo qui, fuori di metafora, alle diverse forme di “trauma da confinamento” di cui hanno sofferto in particolare i bambini, gli adolescenti e gli anziani, le cui conseguenze si comprenderanno solo sul lungo termine; alle complicazioni e qualche volta all’implosione dei rapporti di coppia, soprattutto quando l’equilibrio coniugale era precedentemente basato sull’incontrarsi il meno possibile durante la giornata; al senso di abbandono che tanti anziani hanno sperimentato, magari anche con l’intenzione legittima di difenderli dal rischio del contagio; come pure, in ambito più specificamente ecclesiale, alla perdita del senso del precetto domenicale, per cui molti fedeli non sono più tornati a messa dopo il confinamento, preferendo nella migliore delle ipotesi guardare la messa in tv dal divano di casa; alla debolezza dei percorsi di evangelizzazione e catechesi, di cui ben pochi hanno avvertito la mancanza, anche tra gli stessi preti, preoccupati di moltiplicare messe e rosari online, senza ad esempio interrogarsi sul conforto e la speranza che la lettura della Bibbia può offrire in un momento di diffuso smarrimento; e, in modo particolarmente allarmante, al disorientamento interiore di molti che pure si sono sempre ritenuti credenti.
Insomma il Covid, da oltre un anno a questa parte, ci ha profondamente destabilizzati, non solo come società ma anche come Chiesa, portando con sé uno strascico variegato di problemi (psicologici, sociali, politici, economici, ecc.). Eppure, se riflettiamo più attentamente e riusciamo a non farci ingannare dalla sindrome della memoria corta, dobbiamo ammettere che la sensazione di trovarci in affanno precede di gran lunga il febbraio-marzo 2020, quando il virus venuto della Cina ha fatto la sua comparsa minacciosa in Italia.
Lo storico del cristianesimo contemporaneo Andrea Riccardi, in una sua recente pubblicazione dal titolo evocativo: La Chiesa brucia, ha elevato l’incendio della cattedrale di Notre-Dame a Parigi, nell’aprile 2019, a simbolo potente, e nefasto, della situazione attuale del cristianesimo europeo.
L’evento [dell’incendio di Notre-Dame] ha assunto anche l’aspetto simbolico della scomparsa o del rischio di scomparsa non di una chiesa, ma della Chiesa. Notre-Dame brucia e il cristianesimo si spegne: è l’immagine del venir meno della Madre, nel senso della Chiesa, che è alle radici di tanta storia e cultura d’Europa. La sorte di Notre-Dame quasi materializza bruscamente quello che sta accadendo al cattolicesimo in Francia, in varie parti d’Europa, nel mondo intero (p. 6).
È a partire da queste suggestioni che proporrò di seguito una pars destruens, facendola seguire da una pars construens.
Un’agonia che viene da lontano
Da molti assistiamo a fenomeni che, fino a mezzo secolo fa, sarebbero stati impensabili nella nostra cristianissima Italia, soprattutto qui a due passi dalla cattolicissima Roma, in un territorio di antiche e solide radici cristiane, testimoniate da tante luminose figure di santità, dalla presenza di numerose congregazioni religiose di fondazione locale, di chiese e abbazie bellissime, di antiche devozioni radicate nel sentire più profondo della gente.
In Francia il grido di allarme venne lanciato già nel 1943 (dunque ben prima del Concilio Vaticano II e ben prima del Sessantotto, eventi tra loro assai diversi ai quali si tende talvolta ad attribuire la responsabilità di tutti i mali), grazie al caso letterario del libro pubblicato da due sacerdoti, gli abbés Godin e Daniel, provocatoriamente intitolato: La France pays de mission?, nel quale si denunciava la scristianizzazione delle masse operaie francesi e si lanciava l’idea, allora avveniristica, di considerare le città un tempo cristiana come nuova terra di missione.
In Italia i segnali del cambiamento hanno cominciato a manifestarsi solo un po’ più tardi. Nel 1958 fu addirittura Pio XII, rivolgendosi ai parroci di Roma, a parlare dell’Urbe, città sacra per eccellenza, come terra di missione: alla fine del suo pontificato, dopo aver cercato di contrastare il tracollo della “città sacra” con una grandiosa missione cittadina coordinata dal gesuita padre Riccardo Lombardi, il Pontefice riconosceva dunque che anche l’Urbe andava secolarizzandosi.
E il nostro territorio non fa eccezione in tale quadro, anche a causa della massiccia industrializzazione che nel dopoguerra ne ha mutato il volto tradizionalmente contadino, favorendo il sorgere di nuovi stili di vita, di nuove mentalità e culture, emancipate dai ritmi dettati dal campanile. Ne offre testimonianza monsignor Giuseppe Marafini, vescovo di Veroli-Frosinone dal 1964 al 1973, anno della sua scomparsa prematura: le sue lettere pastorali alla diocesi, così come vari altri suoi scritti pubblicati per l’editrice Città Nuova, testimoniano la preoccupazione del pastore per un tessuto cristiano che si va erodendo proprio qui in Ciociaria, minacciando in particolare i giovani e le famiglie.
È dunque almeno dagli anni Sessanta che anche noi ci troviamo di fronte a un progressivo calo: 1) della pratica religiosa e più in generale della domanda di sacramenti (è crollato ormai da tempo il numero di matrimoni, ma più recentemente comincia ad assottigliarsi anche quello dei battesimi), 2) della partecipazione alla catechesi dei bambini e dei ragazzi (senza neppure evocare giovani e adulti, spesso lontanissimi dai nostri circuiti ecclesiali: ci siamo mai chiesti dov’è finita la fascia di battezzati compresa tra i 12 e i 60 anni?), 3) della diminuzione delle vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata, maschile e femminile.
Potranno essere utili alcuni dati. Secondo un’indagine IPSOS i praticanti domenicali sono passati, tra il 2009 e il 2020, dal 32 al 19%, con un calo netto di 13 punti percentuali in poco più di un decennio. L’impressione è oltretutto che, in Italia centrale, si sia spesso al di sotto della media nazionale, attestandosi piuttosto tra il 10 e il 15%. Se poi si pensa che il 29% dei praticanti ha più di 65 anni e che quasi il 50% dei giovani si dichiara non credente, è evidente che il “popolo della domenica” è destinato ad assottigliarsi ulteriormente nel tempo a venire.
Nel 1870, durante il Concilio Vaticano I, un vescovo denunciava allarmato il calo della pratica religiosa al 90%, domandandosi come fare per recuperare quel 10% di fedeli scomparsi dai banchi delle chiese parrocchiali. Oggi, dopo 150 anni, le proporzioni appaiono invertite.
Quanto ai preti, se nel 1990 erano in Italia 38.000, nel 2019 siamo scesi a 32.000, con un’età media superiore ai 60 anni. In questo modo, diventerà sempre più difficile assicurare una presenza sacerdotale in ogni parrocchia, mettendo in seria difficoltà i nostri tradizionali assetti pastorali, mentre si assottiglia via via il rapporto tra la gente e il prete, introvabile e oberato di lavoro. Qualcuno ha scritto con amara ironia che oggi si diffonde a macchia d’olio l’esempio di don Rally, il prete che per stare dovunque non sta di fatto da nessuna parte, guidando a tutta velocità da una messa all’altra: così i preti si riducono a distributori automatici di sacramenti, qualche volta approfittandone loro stessi per evitare di esporsi in un confronto con le persone che non sia mediato dal formalismo liturgico, e così tantissimi neppure conoscono più il loro parroco o viceparroco.
E, se i preti sono in affanno, alle suore non va meglio: in cinquant’anni sono passate da 153.000 a 75.000, con un calo medio di 2.000 unità all’anno. Quante case religiose chiudono ogni anno, anche in questo nostro territorio un tempo culla di vocazioni alla vita consacrata: una presenza preziosa, che ha accompagnato intere generazioni di cristiani (a scuola, in parrocchia, all’oratorio) piano piano scompare, senza poter intervenire in alcuno modo.
Neppure dai seminari, infine, giungono segnali di rapida ripresa: dal 2015 i seminaristi italiani sono scesi stabilmente sotto il numero di 300. Nel seminario regionale di Anagni 12 diocesi ne raggranellano un numero che oscilla fra i 30 e il 35, ospitandoli in un edificio grandioso costruito a fine Ottocento per accoglierne centinaia. Se non ci fossero massicci apporti dall’estero, o attraverso preti stabilmente incardinati nelle nostre Chiese locali o attraverso preti studenti che nel fine settimana danno una mano nelle diocesi intorno a Roma, saremmo implosi da tempo, non riuscendo ad assicurare con le sole forze locali neppure la messa domenicale in ogni comunità parrocchiale.
È mai possibile che la Chiesa, quella in cui siamo cresciuti e che spesso ha avuto un ruolo determinante nelle grandi scelte della nostra vita, stia arretrando così vistosamente, mentre nelle parrocchie continuiamo a fare quello che si è sempre fatto (messe, catechismo, feste e processioni)? Abbiamo mai provato a proiettare la nostra parrocchia fra 20, 30 o 50 anni, e domandarci che cosa accadrà quando i nostri figli e i nostri nipoti saranno adulti? Per farci un’idea, possiamo guardare a paesi un tempo cattolicissimi come l’Olanda, il Belgio e la già citata Francia, dove il processo di secolarizzazione è più avanti appunto di qualche decennio rispetto a noi: le loro immense e bellissime chiese non si riempiono ormai neppure a Natale e, di fronte a una pratica religiosa ridotta al lumicino, il problema è ormai come mantenere edifici ecclesiali diventati troppo grandi e costosi.
Qualche volta si invoca, per trincerarsi dietro un’apparente sicurezza, la nota pagina matteana del primato di Pietro, laddove Gesù assicura al capo degli apostoli: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa». Sembra così che la sopravvivenza della Chiesa nella storia, nonostante le minacce esterne e le difficoltà interne, sia garantita da una solenne promessa divina. Nondimeno, senza voler negare che Dio può sempre sorprenderci e che la storia può assumere alle volte pieghe impreviste, si può condividere quanto affermava il cardinale Carlo Maria Martini, contestando questa ingenua convinzione: cioè che la perennità è assicurata alla Chiesa complessivamente considerata, non alle singole Chiese, che sono corresponsabili del loro futuro. Ricordiamo in proposito che cosa è avvenuto alle fiorenti Chiese del Nordafrica nel primo millennio in seguito all’invasione islamica, o cosa sta avvenendo alle antichissime Chiese del Medioriente, a seguito dell’emigrazione massiccia dei cristiani per ragioni politiche ed economiche.
Fra 100, 200 o 300 anni ci sarà ancora la Chiesa di Cristo, ma – ci domandiamo – ci sarà ancora “questa” Chiesa? Ci saranno ancora cristiani in questo nostro fazzoletto di terra? O il baricentro della Chiesa, come dichiarano alcune previsioni statistiche, si sarà spostato decisamente verso il Sud del mondo?
Comprendere la crisi come chairós
L’intento di questo intervento non è deprimere, ma piuttosto suonare la sveglia. Perché non è possibile che, mentre il mondo fuori cambia, noi continuiamo a fare come si è fatto sempre. In un tempo di sfide formidabili, come quello che viviamo, si tratta di invocare l’“ottavo dono” dello Spirito Santo: la fantasia o creatività pastorale, con il coraggio quando necessario di congedarci da un passato, pure bello e glorioso, ma che purtroppo non tornerà.
Il cardinale Emmanuel Suhard, lungimirante arcivescovo di Parigi negli anni Quaranta del secolo scorso, famoso tra le altre cose per aver dato avvio all’esperienza dei preti-operai nel tentativo di recuperare alla Chiesa le masse proletarie, intitolava così la sua lettera pastorale del 1947: Essor ou déclin de l’Eglise? Crescita o declino della Chiesa? Se allora qualcuno si sarebbe ancora arrischiato a scegliere la prima opzione, oggi i dati ci indurrebbero a gridare “declino”. Ma in realtà, come spesso accade, tra le due alternative esiste una terza via, che non per caso dà il titolo al mio intervento: crisi.
La crisi – si potrebbe dire riecheggiando la lezione biblica – non è il declino, ma l’ora del giudizio. Peraltro, se guardiamo al passato, constatiamo con facilità che la crisi è una condizione normale del cristianesimo, perché non c’è stata epoca in cui il cristianesimo non sia stato attraversato da crisi (alcune forse ben più gravi di quella attuale), compresa la presunta epoca d’oro del primo millennio. Se tendiamo a idealizzare quei secoli, è perché essi ci sono più lontani e meno noti, ma se leggiamo con attenzione le testimonianze patristiche ci rendiamo conto che anche quella era un’epoca di crisi violente, in cui la nave della Chiesa – sono le parole del grande Basilio di Cesarea nel cuore del IV secolo, dopo il Concilio di Nicea – è parsa talvolta quasi affondare tra i marosi delle contese.
Di crisi parla anche Gesù, in una pagina evangelica più volte tirata in ballo nella stagione del Covid: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?”» (Lc 12, 54-57). Nell’ultima domanda, il verbo “giudicare” traduce appunto il greco krívein, da cui deriva la parola krísis. In greco krísis non assume necessariamente un’accezione funesta, ma appunto richiama l’idea di separare e giudicare. Il termine finisce per possedere una sfumatura addirittura positiva, nel senso che la crisi può diventare occasione di riflessione, di valutazione, di discernimento, trasformandosi nel presupposto necessario per un miglioramento, una rinascita, un nuovo inizio.
Potremmo così accostare la parola krisis a un’altra parola neotestamentaria: chairós, termine che indica l’occasione, l’opportunità, una stagione propizia che interrompe il ciclo sempre identico dei giorni e degli anni (il krónos) e che ci chiede di assumere un atteggiamento nuovo. Ammettere che siamo in crisi non significa dunque dire che stiamo annegando, ma riconoscere che il mondo attorno a noi sta cambiando e che dobbiamo sforzarci di comprenderlo meglio. Come diceva Paolo VI in chiusura del Concilio, il nostro grande impegno deve essere quello di conoscere di più l’uomo contemporaneo per poterlo amare di più. Se la crisi ci consente questo, essa può non chiudere ma aprire al futuro.
Scrutare l’orizzonte e preparare il domani
Se Benedetto XVI è stato il migliore interprete del mondo moderno, quello che in nome del progresso e della libertà ha accompagnato Dio alla porta, papa Francesco è in un certo senso il migliore interprete del mondo post-moderno, quello che invece si riscopre affamato di Dio anche se non riconosce più nel Dio delle vecchie Chiese, compresa la Chiesa Cattolica.
Per papa Bergoglio, che ha dedicato all’evangelizzazione del mondo contemporaneo il documento programmatico del suo pontificato, Evangelii gaudium, non si tratta di dover ri-portare Dio dentro un mondo dove egli non abita più, ma piuttosto di scoprire le nuove forme della sua presenza nelle pieghe della nostra realtà quotidiana. La soluzione alle sfide odierne egli l’affida a uno dei passaggi più celebri di Evangelii gaudium, quello in cui confida il suo “sogno”:
Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti co-loro ai quali Gesù offre la sua amicizia (n. 27).
Si tratta, per Francesco, di operare alcune trasformazioni, che riguardano anzitutto la parrocchia, nella misura in cui vuole ritornare a essere un polo di evangelizzazione e di missione, e non solo un apparato di autoconservazione. È il Papa stesso a suggerire che cosa bisogna trasformare:
1) le consuetudini (passando per esempio da una pastorale condotta dentro ambienti parrocchiali angusti e difficilmente raggiungibili a una “diffusa”, cioè decentrata nei luoghi di vita della gente di città, dalla piazza al condominio all’appartamento, quasi rieditando l’antico modello della domus Ecclesiae);
2) gli stili (prendendo congedo, anzitutto nella catechesi, da un modello scolastico e paternalista, a vantaggio di forme più empatiche e interattive);
3) gli orari (evitando forse che la chiesa, almeno in città, chiuda proprio quando la gente ha maggiore disponibilità di tempo, come nella pausa pranzo degli uffici e dei negozi, la sera dopo cena o anche la notte, quando diventa finalmente possibile intercettare il “popolo” dei giovani);
4) i linguaggi (ad esempio privilegiando un linguaggio simbolico ed esperienziale a uno concettuale e astratto);
5) le strutture (soppiantando, nella nostra pastorale parrocchiale, la logica dei compartimenti stagni con quella delle alleanze funzionali, la logica dei gruppi rigidamente strutturati con quella di un’appartenenza più flessibile, la logica dell’attesa con quella della proposta, senza dimenticare le possibilità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione sociale, di cui il Covid ci ha aiutato a comprendere il valore, un areopago virtuale non necessariamente alternativo ma possibilmente propedeutico all’incontro personale).
Per fare tutto ciò, la parrocchia ha bisogno di collegarsi, con umiltà e audacia, con quelle agenzie che possono consentirle di raggiungere i nuovi ambienti ad essa altrimenti preclusi: i movimenti ecclesiali, spesso capillarmente radicati sul territorio e dotati di stili di evangelizzazione efficaci; i centri sportivi e quelli culturali; le associazioni non confessionali ma sinceramente interessate a promuovere il bene comune. È anche questo, a ben guardare, il volto di una parrocchia «en salida», «in uscita», così come auspicato da Evangelii gaudium 24.
Concludo indicando tre “conversioni” auspicabili della nostra pastorale, importanti – mi sembra – per essere credenti oggi in questa Chiesa (come recita il sottotitolo), cioè per vivere l’esperienza di fede e la testimonianza cristiana in questo luogo e in questo tempo, senza nostalgie del passato o fughe nel futuro.
La prima: benché occorra guardarsi da certi esiti irrazionali ed emotivi del sentire religioso contemporaneo, occorre tener conto che l’uomo post-moderno vuole ancora credere, ma vuole farlo con il cuore oltre che con la mente, cuore che è tra l’altro una categoria chiave dell’antropologia biblica. La risposta all’attuale perdita di entusiasmo sta nel parlare al cuore: scegliere cioè modalità di trasmissione della fede più calde, più empatiche, più autoimplicative, più testimoniali, proprio come erano quelle in uso nella Chiesa apostolica. Si tratta, per dirla in soldoni, di prendere congedo dalla lezione di catechismo che ricalca il modello scolastico e da una predicazione troppo sbilanciata sul dover-fare, per ritrovare la bellezza di una testimonianza in cui chi parla mette in gioco se stesso (perché non parla di Gesù come se fosse un personaggio del passato, ma parla di come lui dà senso alla propria vita oggi); di rendere eloquenti i simboli del cristianesimo (a partire da quelli ricchissimi della liturgia), visto che l’uomo attuale è più sensibile alla comunicazione visiva che a quella verbale; di permettere all’altro di aprirsi e di tirare fuori quello che ha dentro, senza paura di essere giudicato. Ricordiamo per tutti le parole di Pietro il giorno di pentecoste: «Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni […]. All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore» (Atti degli apostoli 2,32.37).
La seconda: in un territorio caratterizzato da molte tradizioni e devozioni, si tratta di assumere uno sguardo critico su quanto il passato ci consegna. Critico non significa polemico, cioè segnato da un rifiuto ideologico (come talvolta è avvenuto), ma capace di discernimento su ciò che occorre conservare, ciò che occorre superare e ciò che occorre innovare. Sarebbe un errore mettere fine a espressioni della pietà popolare che esercitano ancora una grande attrattiva sulla gente e riescono a toccare le corde del cuore più di mille discorsi, ma sarebbe al contempo un errore riproporre immutabilmente le devozioni del passato senza approfittarne per scuotere una fede assopita, cioè senza “evangelizzarle”, purificandole eventualmente da elementi spuri per farne occasione di testimonianza cristiana.
La terza: in un frangente in cui le forze clericali arretrano in modo inesorabile per la crescente penuria vocazionale, si rende più urgente la corresponsabilizzazione del laicato. Conosciamo il monito severo del Papa contro il clericalismo, cioè la tendenza dei preti a concentrare nelle loro mani ogni responsabilità ecclesiale e la tendenza dei laici a deresponsabilizzarsi lasciando nelle mani del clero la “patata bollente” della missione ecclesiale.
La scommessa sul laicato, però, non può essere solo la risposta al bisogno del momento, chiedendo ai laici di “supplire” i preti; piuttosto, l’urgenza attuale offre l’occasione preziosa per riscoprire la soggettualità ecclesiale del laico, la sua vocazione propria e nativa alla testimonianza cristiana, fondata sulla grazia del battesimo e della confermazione, che abilita tutti – tutti! – alla missione ecclesiale. Si tratta di quell’«ora dei laici» di cui Paolo VI parlò per la prima volta negli anni del Concilio, e che dopo oltre mezzo secolo – sono ancora parole di Francesco – non sembra essere ancora scoccata, quasi che l’orologio si sia fermato.
Si tratta ancora, per utilizzare altre parole, della sfida della sinodalità, una delle parole chiave del pontificato di Francesco: una Chiesa più sinodale è, semplicemente, una Chiesa della fraternità e della sororità, in cui tutti ci sentiamo investiti di diritti e doveri, di doni e responsabilità, sul modello della Chiesa apostolica, caratterizzata da una ricchezza di ministeri e carismi che circondano la figura chiave dell’apostolo, non per scavalcarlo ma per favorire, preparare e prolungare la sua opera di annuncio e di guida.
Occorre essere e fare più comunità, rifuggendo l’individualismo, l’antagonismo, la logica della delega: vescovo, preti, diaconi, laici insieme, uomini e donne, ciascuno nel ruolo che il Signore gli affida. Perché dalla crisi si può uscire – possibilmente più forti di prima – solo insieme. Del resto anche questa è una delle grandi lezioni del Covid, come papa Francesco ci ricorda nell’enciclica Fratelli tutti:
Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme. Per questo ho detto che “la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priori-tà. […] Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli”» (n. 32).
E ancora: «Voglia il Cielo che alla fine [della pandemia] non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).
* Direttore dell’Istituto Teologico di Anagni
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