La celebrazione

Messa di Pasqua nel carcere di Frosinone. Il vescovo: «Chi vive amando, vive nella gioia. Non perdete la speranza!»

Nella mattinata del Mercoledì Santo l’arcivescovo Santo Marcianò ha celebrato Messa nella Casa circondariale di Frosinone. Accolto dal direttore Francesco Cocco, dal personale amministrativo del Ministero della Giustizia, della Polizia penitenziaria, da alcuni educatori e volontari e da don Guido Mangiapelo, cappellano del carcere, prima del rito sacro il vescovo ha voluto salutare uno ad uno i detenuti ammessi a partecipare, a tutti chiedendo il nome, la provenienza e scambiando delle battute con gli stessi, alcuni visibilmente emozionati ma tutti contenti del calore di un gesto simile, paterno e per nulla scontato.

Subito dopo, mentre il cappellano e don Santino Battaglia,  segretario del vescovo, hanno incontrato i detenuti desiderosi di accostarsi al Sacramento della Confessione, monsignor Marcianò ha celebrato Messa nella cappella del carcere.

All’inizio dell’omelia, il vescovo ha subito affrontato una domanda/riflessione, posta poco prima da don Guido Mangiapelo nel saluto di benvenuto, sul rischio che in tanti corriamo di «pensare di essere imperdonabili».

«E’ una domanda che brucia – ha argomentato il vescovo – perché i cristiani non possono chiudere gli occhi davanti a tutte le povertà dei fratelli. Che non sono solo povertà materiali o la mancanza di soldi, perché poi magari un pezzo di pane lo si trova sempre, ma povertà interiori, ancora più pesanti, quando si vive senza speranza. E quando non ci si sente amati, si muore dentro. E’ l’amore che dà senso alla vita e noi nasciamo da un atto d’amore».

Facendo poi riferimento alla pagina del Vangelo, Marcianò ha rimarcato come «Gesù si rivolge a Giuda chiamandolo “amico”. Sa che è colui che lo tradirà, ma nutre amore anche nei suoi confronti. Oso dire questa cosa: Giuda è perdonato ancor prima di tradire Gesù. Il male non ha il potere di distruggere l’uomo, guai a sentirsi destinatari di un male che ci distrugge. Anche la Chiesa, di fronte a persone che hanno sbagliato, non può porsi in maniera escludente. E quando mi rendo conto che il male non coincide con la mia dignità, mi pento e mi arriva un fiume di perdono!», ha aggiunto il vescovo, richiamando le parole di un poeta (“Cos’è il peccato? E’ cadere nelle braccia di Dio quando ci si pente”), di San Paolo (“Se non avessi peccato, non avrei potuto sperimentare l’amore di Dio”) e di Papa Francesco (“Il perdono non è solo un atto cristiano, ma umano”).

Il vescovo, come già in una precedente visita nel carcere alla periferia del capoluogo dove è stato già tre volte da quando è presule delle diocesi di Frosinone e Anagni, è poi tornato sul concetto di dignità «che deve essere riconosciuta da chiunque. Guai a giudicare le persone! Ma ricordiamoci di Caino e Abele e della domanda: dov’è tuo fratello?, che Dio porrà a ognuno di noi nel giorno del giudizio. Il peccato è non amare, non voler bene a colui che ha sbagliato. Sentitevi perdonati da Dio, quel perdono che ci fa dire: basta con il male, io voglio essere una persona nuova, voglio rinascere».

Monsignor Marcianò si è poi avviato a concludere, richiamando le parole confidenziali che poco prima gli aveva rivolto un detenuto: “I miei mi hanno abbandonato”, parole, ha sottolineato il presule visibilmente colpito, «che mi hanno ferito il cuore: come si può abbandonare un fratello? Dare dei giudizi non è permesso a nessuno! Noi siamo nati per rinascere ogni giorno e anche qui dentro si può essere liberi. Chi vive amando, vive nella gioia che nessuno potrà mai togliere. Non perdete la speranza!», è stato l’invito finale del vescovo, prima di augurare buona Pasqua a tutti i presenti, affidandoli a Maria «che è mamma», regalando poi ad ogni detenuto una coroncina del Rosario, piccolo dono insieme a quello di don Guido Mangiapelo del messalino delle letture di questi giorni della Settimana Santa, perché ognuno possa meditare sulla Parola di Dio.

Igor Traboni

L’arcivescovo Santo Marcianò nel corso della sua omelia della Messa celebrata nella cappella della Casa circondariale di Frosinone

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