Ioannes Paulus PP. II
Centesimus annus
nel centenario della "Rerum novarum"
Introduzione
Venerati
Fratelli,
carissimi Figli e Figlie,
salute e Apostolica Benedizione!
1. Il centenario della promulgazione dell'Enciclica del mio
predecessore Leone XIII di v.m., che inizia con le parole Rerum
novarum,1
segna una data di rilevante importanza nella presente storia della
Chiesa ed anche nel mio pontificato. Essa, infatti, ha avuto il
privilegio di esser commemorata con solenni Documenti dai Sommi
Pontefici, a partire dal quarantesimo anniversario fino al
novantesimo: si può dire che il suo iter storico è stato ritmato
da altri scritti, che la rievocavano ed insieme la attualizzavano.2
Nel fare altrettanto per il centesimo anniversario su richiesta di
numerosi Vescovi, istituzioni ecclesiali, centri di studi,
imprenditori e lavoratori, sia a titolo individuale che come
membri di associazioni, desidero anzitutto soddisfare il debito di
gratitudine che l'intera Chiesa ha verso il grande Papa e il suo
«immortale Documento».3
Desidero anche mostrare che la ricca linfa, che sale da
quella radice, non si è esaurita col passare degli anni, ma è
anzi diventata più feconda. Ne dànno testimonianza le
iniziative di vario genere che hanno preceduto, accompagnano e
seguiranno questa celebrazione, iniziative promosse dalle
Conferenze episcopali, da Organismi internazionali, da Università
ed Istituti accademici, da Associazioni professionali e da altre
istituzioni e persone in tante parti del mondo.
2. La presente Enciclica partecipa a queste celebrazioni per
ringraziare Dio, dal quale «discende ogni buon regalo e ogni dono
perfetto» (Gc 1,17), poiché si è servito di un Documento
emanato cento anni or sono dalla Sede di Pietro, operando nella
Chiesa e nel mondo tanto bene e diffondendo tanta luce. La
commemorazione, che qui vien fatta, riguarda l'Enciclica leoniana
ed insieme le Encicliche e gli altri scritti dei miei
predecessori, che hanno contribuito a renderla presente e operante
nel tempo, costituendo quella che sarebbe stata chiamata «dottrina
sociale», «insegnamento sociale», o anche «Magistero sociale»
della Chiesa.
Alla validità di tale insegnamento si riferiscono già due
Encicliche che ho pubblicato negli anni del mio pontificato: la
Laborem exercens sul lavoro umano e la Sollicitudo rei
socialis sugli attuali problemi dello sviluppo degli uomini e
dei popoli.4
3. Intendo ora proporre una «rilettura» dell'Enciclica leoniana,
invitando a «guardare indietro», al suo testo stesso per scoprire
nuovamente la ricchezza dei principi fondamentali, in essa
formulati, per la soluzione della questione operaia. Ma invito
anche a «guardare intorno», alle «cose nuove», che ci circondano
ed in cui ci troviamo, per così dire, immersi, ben diverse dalle
«cose nuove» che contraddistinsero l'ultimo decennio del secolo
passato. Invito, infine, a «guardare al futuro», quando già
s'intravede il terzo Millennio dell'era cristiana, carico di
incognite, ma anche di promesse. Incognite e promesse che fanno
appello alla nostra immaginazione e creatività, stimolando anche
la nostra responsabilità, quali discepoli dell'«unico maestro»,
Cristo (cf Mt 23,8), nell'indicare la via, nel proclamare
la verità e nel comunicare la vita che è lui (cf Gv 14,6).
Così facendo, sarà confermato non solo il permanente valore di
tale insegnamento, ma si manifesterà anche il vero senso
della Tradizione della Chiesa, la quale, sempre viva e vitale,
costruisce sopra il fondamento posto dai nostri padri nella fede
e, segnatamente, sopra quel che gli Apostoli trasmisero alla
Chiesa5
in nome di Gesù Cristo, il fondamento «che nessuno può sostituire»
(cf 1 Cor 3,11).
Fu per la coscienza della sua missione di successore di Pietro che
Leone XIII si propose di parlare, e la stessa coscienza anima oggi
il suo successore. Come lui, e come i Pontefici prima e dopo di
lui, mi ispiro all'immagine evangelica dello «scriba divenuto
discepolo del Regno dei cieli», del quale il Signore dice che «è
simile ad un padrone di casa, che dal suo tesoro sa trarre cose
nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Il tesoro è la grande
corrente della Tradizione della Chiesa, che contiene le «cose
antiche», ricevute e trasmesse da sempre, e permette di leggere le
«cose nuove», in mezzo alle quali trascorre la vita della Chiesa e
del mondo.
Di tali cose che, incorporandosi alla Tradizione, diventano
antiche ed offrono occasioni e materiale per il suo arricchimento
e per l'arricchimento della vita di fede, fa parte anche
l'operosità feconda di milioni e milioni di uomini, che, stimolati
dal Magistero sociale, si sono sforzati di ispirarsi ad esso in
ordine al proprio impegno nel mondo. Agendo individualmente, o
variamente coordinati in gruppi, associazioni ed organizzazioni,
essi hanno costituito come un grande movimento per la difesa
della persona umana e la tutela della sua dignità, il che
nelle alterne vicende della storia ha contribuito a costruire una
società più giusta o, almeno, a porre argini e limiti
all'ingiustizia.
La presente Enciclica mira a mettere in evidenza la fecondità dei
principi espressi da Leone XIII, i quali appartengono al
patrimonio dottrinale della Chiesa e, per tale titolo, impegnano
l'autorità del suo Magistero. Ma la sollecitudine pastorale mi ha
spinto, altresì, a proporre l'analisi di alcuni avvenimenti
della storia recente. È superfluo rilevare che il considerare
attentamente il corso degli avvenimenti per discernere le nuove
esigenze dell'evangelizzazione fa parte del compito dei Pastori.
Tale esame, tuttavia, non intende dare giudizi definitivi, in
quanto di per sé non rientra nell'ambito specifico del Magistero.
I – Tratti
caratteristici della «Rerum Novarum»
4. Sul finire del secolo scorso la Chiesa si trovò di fronte ad un
processo storico, in atto già da qualche tempo, ma che raggiungeva
allora un punto nevralgico. Fattore determinante di tale processo
fu un insieme di radicali mutamenti avvenuti nel campo politico,
economico e sociale, ma anche nell'ambito scientifico e tecnico,
oltre al multiforme influsso delle ideologie dominanti. Risultato
di questi cambiamenti era stata, in campo politico, una nuova
concezione della società e dello Stato e, di conseguenza,
dell'autorità. Una società tradizionale si dissolveva e
cominciava a formarsene un'altra, carica della speranza di nuove
libertà, ma anche dei pericoli di nuove forme di ingiustizia e
servitù.
In campo economico, dove confluivano le scoperte e le applicazioni
delle scienze, si era arrivati progressivamente a nuove strutture
nella produzione dei beni di consumo. Era apparsa una nuova
forma di proprietà, il capitale, e una nuova forma di
lavoro, il lavoro salariato, caratterizzato da gravosi ritmi
di produzione, senza i dovuti riguardi per il sesso, l'età o la
situazione familiare, ma unicamente determinato dall'efficienza in
vista dell'incremento del profitto.
Il lavoro diventava così una merce, che poteva essere liberamente
acquistata e venduta sul mercato ed il cui prezzo era regolato
dalla legge della domanda e dell'offerta, senza tener conto del
minimo vitale necessario per il sostentamento della persona e
della sua famiglia. Per di più, il lavoratore non aveva nemmeno la
sicurezza di riuscire a vendere la «propria merce», essendo
continuamente minacciato dalla disoccupazione, la quale, in
assenza di previdenze sociali, significava lo spettro della morte
per fame.
Conseguenza di questa trasformazione era «la divisione della
società in due classi separate da un abisso profondo»:6
tale situazione si intrecciava con l'accentuato mutamento di
ordine politico. Così la teoria politica allora dominante cercava
di promuovere, con leggi appropriate o, al contrario, con voluta
assenza di qualsiasi intervento, la totale libertà economica.
Nello stesso tempo, cominciava a sorgere in forma organizzata, e
non poche volte violenta, un'altra concezione della proprietà e
della vita economica, che implicava una nuova organizzazione
politica e sociale.
Nel momento culminante di questa contrapposizione, quando ormai
apparivano in piena luce la gravissima ingiustizia della realtà
sociale, quale esisteva in molte parti, ed il pericolo di una
rivoluzione favorita dalle concezioni allora chiamate
«socialiste», Leone XIII intervenne con un Documento che
affrontava in modo organico la «questione operaia». L'Enciclica
era stata preceduta da altre, dedicate piuttosto ad insegnamenti
di carattere politico, mentre altre ancora seguiranno più tardi.7
In questo contesto è da ricordare, in particolare, l'Enciclica
Libertas praestantissimum, in cui era richiamato il legame
costitutivo della libertà umana con la verità, tale che una
libertà che rifiuti di vincolarsi alla verità scadrebbe in
arbitrio e finirebbe col sottomettere se stessa alle passioni più
vili e con l'autodistruggersi. Da cosa derivano, infatti, tutti i
mali a cui la Rerum novarum vuole reagire se non da una
libertà che, nel campo dell'attività economica e sociale, si
distacca dalla verità dell'uomo?
Il Pontefice si ispirava, inoltre, all'insegnamento dei
predecessori, nonché ai molti Documenti episcopali, agli studi
scientifici promossi da laici, all'azione di movimenti e
associazioni cattoliche ed alle concrete realizzazioni in campo
sociale, che contraddistinsero la vita della Chiesa nella seconda
metà del XIX secolo.
5. Le «cose nuove», alle quali il Papa si riferiva, erano tutt'altro
che positive. Il primo paragrafo dell'Enciclica descrive le «cose
nuove», che le han dato il nome, con parole forti: «Una volta
suscitata la brama di cose nuove, che da tempo sta
sconvolgendo gli Stati, ne sarebbe derivato come conseguenza che
i desideri di cambiamenti si trasferissero alla fine
dall'ordine politico al settore contiguo dell'economia. Difatti, i
progressi incessanti dell'industria, le nuove strade aperte dalle
professioni, le mutate relazioni tra padroni e operai; l'accumulo
della ricchezza nelle mani di pochi, accanto alla miseria della
moltitudine; la maggiore coscienza che i lavoratori hanno
acquistato di sé e, di conseguenza, una maggiore unione tra essi
ed inoltre il peggioramento dei costumi, tutte queste cose hanno
fatto scoppiare un conflitto».8
Il Papa, e con lui la Chiesa, come anche la comunità civile, si
trovavano di fronte ad una società divisa da un conflitto, tanto
più duro e inumano perché non conosceva regola né norma. Era il
conflitto tra il capitale e il lavoro, o – come lo chiamava
l'Enciclica – la questione operaia, e proprio su di esso, nei
termini acutissimi in cui allora si prospettava, il Papa non esitò
a dire la sua parola.
Si presenta qui la prima riflessione, che l'Enciclica suggerisce
per il tempo presente. Di fronte ad un conflitto che opponeva,
quasi come «lupi», l'uomo all'uomo fin sul piano della sussistenza
fisica degli uni e dell'opulenza degli altri, il Papa non dubitò
di dover intervenire, in virtù del suo «ministero apostolico»,9
ossia della missione ricevuta da Gesù Cristo stesso di «pascere
gli agnelli e le pecorelle» (cf Gv 21,15-17) e di «legare e
sciogliere sulla terra» per il Regno dei cieli (cf Mt
16,19). Sua intenzione era certamente quella di ristabilire la
pace, e il lettore contemporaneo non può non notare la severa
condanna della lotta di classe, che egli pronunciava senza mezzi
termini.10
Ma era ben consapevole del fatto che la pace si edifica sul
fondamento della giustizia: contenuto essenziale
dell'Enciclica fu appunto quello di proclamare le condizioni
fondamentali della giustizia nella congiuntura economica e sociale
di allora.11
In questo modo Leone XIII, sulle orme dei predecessori, stabiliva
un paradigma permanente per la Chiesa. Questa, infatti, ha la sua
parola da dire di fronte a determinate situazioni umane,
individuali e comunitarie, nazionali e internazionali, per le
quali formula una vera dottrina, un corpus, che le permette
di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di
indicare orientamenti per la giusta soluzione dei problemi che ne
derivano.
Ai tempi di Leone XIII una simile concezione del diritto-dovere
della Chiesa era ben lontana dall'essere comunemente ammessa.
Prevaleva, infatti, una duplice tendenza: l'una orientata a questo
mondo ed a questa vita, alla quale la fede doveva rimanere
estranea; l'altra rivolta verso una salvezza puramente
ultraterrena, che però non illuminava né orientava la presenza
sulla terra. L'atteggiamento del Papa nel pubblicare la Rerum
novarum conferì alla Chiesa quasi uno «statuto di
cittadinanza» nelle mutevoli realtà della vita pubblica, e ciò si
sarebbe affermato ancor più in seguito. In effetti, per la Chiesa
insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua
missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio
cristiano, perché tale dottrina ne propone le dirette conseguenze
nella vita della società ed inquadra il lavoro quotidiano e le
lotte per la giustizia nella testimonianza a Cristo Salvatore.
Essa costituisce, altresì, una fonte di unità e di pace dinanzi ai
conflitti che inevitabilmente insorgono nel settore
economico-sociale. Diventa in tal modo possibile vivere le nuove
situazioni senza avvilire la trascendente dignità della persona
umana né in se stessi né negli avversari, ed avviarle a retta
soluzione.
Ora, la validità di tale orientamento mi offre, a distanza di
cento anni, l'opportunità di dare un contributo all'elaborazione
della dottrina sociale cristiana. La «nuova evangelizzazione», di
cui il mondo moderno ha urgente necessità e su cui ho più volte
insistito, deve annoverare tra le sue componenti essenziali
l'annuncio della dottrina sociale della Chiesa, idonea
tuttora, come ai tempi di Leone XIII, ad indicare la retta via per
rispondere alle grandi sfide dell'età contemporanea, mentre cresce
il discredito delle ideologie. Come allora, bisogna ripetere che
non c'è vera soluzione della «questione sociale» fuori del
Vangelo e che, d'altra parte, le «cose nuove» possono trovare
in esso il loro spazio di verità e la dovuta impostazione morale.
6. Proponendosi di far luce sul conflitto che si era venuto
a creare tra capitale e lavoro, Leone XIII affermava i diritti
fondamentali dei lavoratori. Per questo, la chiave di lettura del
testo leoniano è la dignità del lavoratore in quanto tale
e, per ciò stesso, la dignità del lavoro, che viene
definito come «l'attività umana ordinata a provvedere ai bisogni
della vita, e specialmente alla conservazione».12
Il Pontefice qualifica il lavoro come «personale», perché «la
forza attiva è inerente alla persona e del tutto propria di chi la
esercita ed al cui vantaggio fu data».13
Il lavoro appartiene così alla vocazione di ogni persona; l'uomo,
anzi, si esprime e si realizza nella sua attività di lavoro. Nello
stesso tempo, il lavoro ha una dimensione «sociale» per la sua
intima relazione sia con la famiglia, sia anche col bene comune,
«poiché si può affermare con verità che il lavoro degli operai è
quello che produce la ricchezza degli Stati».14
È quanto ho ripreso e sviluppato nell'Enciclica Laborem
exercens.15
Un altro principio rilevante è senza dubbio quello del diritto
alla «proprietà privata».16
Lo spazio stesso, che l'Enciclica gli dedica, rivela l'importanza
che gli si attribuisce. Il Papa è ben cosciente del fatto che la
proprietà privata non è un valore assoluto, né tralascia di
proclamare i principi di necessaria complementarità, come quello
della destinazione universale dei beni della terra.17
D'altra parte, è senz'altro vero che il tipo di proprietà privata,
che egli precipuamente considera, è quello della proprietà della
terra.18
Ciò, tuttavia, non impedisce che le ragioni addotte per tutelare
la proprietà privata, ossia per affermare il diritto di possedere
le cose necessarie per lo sviluppo personale e della propria
famiglia – quale che sia la forma concreta che questo diritto può
assumere -, conservino oggi il loro valore. Ciò deve essere
nuovamente affermato sia di fronte ai cambiamenti, di cui siamo
testimoni, avvenuti nei sistemi dove imperava la proprietà
collettiva dei mezzi di produzione; sia anche di fronte ai
crescenti fenomeni di povertà o, più esattamente, agli impedimenti
della proprietà privata, che si presentano in tante parti del
mondo, comprese quelle in cui predominano i sistemi che
dell'affermazione del diritto di proprietà privata fanno il loro
fulcro. A seguito di detti cambiamenti e della persistenza della
povertà, si rivela necessaria una più profonda analisi del
problema, come sarà sviluppata più avanti.
7. In stretta relazione col diritto di proprietà l'Enciclica di
Leone XIII afferma parimenti altri diritti, come propri e
inalienabili della persona umana. Tra essi è preminente, per lo
spazio che il Papa gli dedica e l'importanza che gli attribuisce,
il «diritto naturale dell'uomo» a formare associazioni private; il
che significa, anzitutto, il diritto a creare associazioni
professionali di imprenditori e operai, o di soli operai.19
Si coglie qui la ragione per cui la Chiesa difende e approva la
creazione di quelli che comunemente si chiamano sindacati, non
certo per pregiudizi ideologici, né per cedere a una mentalità di
classe, ma perché l'associarsi è un diritto naturale dell'essere
umano e, dunque, anteriore rispetto alla sua integrazione nella
società politica. Infatti, «non può lo Stato proibirne la
formazione», perché «i diritti naturali lo Stato deve tutelarli,
non distruggerli. Vietando tali associazioni, esso contraddice se
stesso».20
Insieme con questo diritto, che – è doveroso sottolineare – il
Papa riconosce esplicitamente agli operai o, secondo il suo
linguaggio, ai «proletari», sono affermati con eguale chiarezza il
diritto alla «limitazione delle ore di lavoro», al legittimo
riposo e ad un diverso trattamento dei fanciulli e delle donne21
quanto al tipo e alla durata del lavoro.
Se si tiene presente ciò che dice la storia circa i procedimenti
consentiti, o almeno non esclusi legalmente, in ordine alla
contrattazione senza alcuna garanzia né quanto alle ore di lavoro,
né quanto alle condizioni igieniche dell'ambiente ed ancora senza
riguardo per l'età e il sesso dei candidati all'occupazione, ben
si comprende la severa affermazione del Papa. «Non è giusto né
umano – egli scrive – esigere dall'uomo tanto lavoro, da farne per
la troppa fatica istupidire la mente e da fiaccarne il corpo». E
con maggior precisione, riferendosi al contratto, inteso a far
entrare in vigore simili «relazioni di lavoro», afferma: «In ogni
convenzione stipulata tra padroni ed operai vi è sempre la
condizione o espressa o sottintesa» che si sia provveduto
convenientemente al riposo, proporzionato «alla somma delle
energie consumate nel lavoro»; poi conclude: «Un patto contrario
sarebbe immorale».22
8. Subito dopo il Papa enuncia un altro diritto
dell'operaio in quanto persona. Si tratta del diritto al «giusto
salario», il quale non può essere lasciato «al libero consenso
delle parti: sicché il datore di lavoro, pagata la mercede, ha
fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro».23
Lo Stato – si diceva a quel tempo – non ha potere di intervenire
nella determinazione di questi contratti, se non per assicurare
l'adempimento di quanto è stato esplicitamente pattuito. Una
simile concezione delle relazioni tra padroni e operai, puramente
pragmatica ed ispirata ad un rigoroso individualismo, viene
severamente biasimata nell'Enciclica, perché contraria alla
duplice natura del lavoro, come fatto personale e necessario.
Poiché, se il lavoro, in quanto personale, rientra nella
disponibilità che ciascuno ha delle proprie facoltà ed energie,
in quanto necessario è regolato dal grave obbligo che ciascuno
ha di «conservarsi in vita»; «di qui nasce per necessaria
conseguenza – conclude il Papa – il diritto di procurarsi i mezzi
di sostentamento, che per la povera gente si riducono al salario
del proprio lavoro».24
Il salario deve essere sufficiente a mantenere l'operaio e la sua
famiglia. Se il lavoratore, «costretto dalla necessità, o per
timore del peggio, accetta patti più duri perché imposti dal
proprietario o dall'imprenditore, e che volenti o nolenti debbono
essere accettati, è chiaro che subisce una violenza contro la
quale la giustizia protesta».25
Volesse Dio che queste parole, scritte mentre avanzava il
cosiddetto «capitalismo selvaggio», non debbano oggi essere
ripetute con la medesima severità. Purtroppo, si riscontrano
ancora oggi casi di contratti tra padroni e operai, nei quali è
ignorata la più elementare giustizia in materia di lavoro minorile
o femminile, circa gli orari di lavoro, lo stato igienico dei
locali e l'equa retribuzione. E questo nonostante le
Dichiarazioni e Convenzioni internazionali al riguardo,26
e le stesse leggi interne degli Stati. Il Papa attribuiva
all'«autorità pubblica» lo «stretto dovere» di prendersi debita
cura del benessere dei lavoratori, perché non facendolo si
offendeva la giustizia; anzi, non esitava a parlare di «giustizia
distributiva».27
9. A tali diritti Leone XIII ne aggiunge un altro, sempre a
proposito della condizione operaia, che desidero ricordare per
l'importanza che ha: il diritto di adempiere liberamente i doveri
religiosi. Il Papa lo proclama nel contesto degli altri diritti e
doveri degli operai, nonostante il clima generale che, anche ai
suoi tempi, considerava certe questioni come attinenti
esclusivamente all'ambito privato. Egli afferma la necessità del
riposo festivo, perché l'uomo sia riportato al pensiero dei beni
celesti e al culto dovuto alla maestà divina.28
Di questo diritto, radicato in un comandamento, nessuno può
privare l'uomo: «A nessuno è lecito violare impunemente la dignità
dell'uomo, di cui Dio stesso dispone con grande rispetto»; di
conseguenza, lo Stato deve assicurare all'operaio l'esercizio di
tale libertà.29
Non sbaglierebbe chi in questa limpida affermazione vedesse il
germe del principio del diritto alla libertà religiosa, divenuto
poi oggetto di molte solenni Dichiarazioni e Convenzioni
internazionali,30
nonché della nota Dichiarazione conciliare e del mio
ripetuto insegnamento.31
Al riguardo, ci si deve domandare se gli ordinamenti legali
vigenti e la prassi delle società industrializzate assicurino oggi
effettivamente l'elementare diritto al riposo festivo.
10. Un'altra importante nota, ricca di insegnamenti per i nostri
giorni, è la concezione dei rapporti tra lo Stato ed i cittadini.
La Rerum novarum critica i due sistemi sociali ed
economici: il socialismo e il liberalismo. Al primo è dedicata la
parte iniziale, nella quale si riafferma il diritto alla proprietà
privata; al secondo non è dedicata una speciale sezione, ma – cosa
meritevole di attenzione – si riservano le critiche, quando si
affronta il tema dei doveri dello Stato.32
Questo non può limitarsi a «provvedere ad una parte dei
cittadini», cioè a quella ricca e prospera, e non può «trascurare
l'altra», che rappresenta indubbiamente la grande maggioranza del
corpo sociale; altrimenti si offende la giustizia, che vuole si
renda a ciascuno il suo. «Tuttavia, nel tutelare questi diritti
dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai
poveri. La classe dei ricchi, forte per se stessa, ha meno bisogno
della pubblica difesa; la classe proletaria, mancando di un
proprio sostegno, ha speciale necessità di cercarla nella
protezione dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero
dei deboli e bisognosi, lo Stato deve rivolgere di preferenza le
sue cure e provvidenze».33
Questi passi oggi hanno valore soprattutto di fronte alle nuove
forme di povertà esistenti nel mondo, anche perché sono
affermazioni che non dipendono da una determinata concezione dello
Stato né da una particolare teoria politica. Il Papa ribadisce un
elementare principio di ogni sana organizzazione politica, cioè
che gli individui, quanto più sono indifesi in una società, tanto
più necessitano dell'interessamento e della cura degli altri e, in
particolare, dell'intervento dell'autorità pubblica.
In tal modo il principio, che oggi chiamiamo di solidarietà, e la
cui validità, sia nell'ordine interno a ciascuna Nazione, sia
nell'ordine internazionale, ho richiamato nella Sollicitudo rei
socialis,34
si dimostra come uno dei principi basilari della concezione
cristiana dell'organizzazione sociale e politica. Esso è più volte
enunciato da Leone XIII col nome di «amicizia», che troviamo già
nella filosofia greca; da Pio XI è designato col nome non meno
significativo di «carità sociale», mentre Paolo VI, ampliando il
concetto secondo le moderne e molteplici dimensioni della
questione sociale, parlava di «civiltà dell'amore».35
11. La rilettura dell'Enciclica alla luce delle realtà
contemporanee permette di apprezzare la costante preoccupazione
e dedizione della Chiesa verso quelle categorie di persone,
che sono oggetto di predilezione da parte del Signore Gesù. Il
contenuto del testo è un'eccellente testimonianza della
continuità, nella Chiesa, della cosiddetta «opzione preferenziale
per i poveri», opzione che ho definito come una «forma speciale di
primato nell'esercizio della carità cristiana».36
L'Enciclica sulla «questione operaia», dunque, è un'Enciclica sui
poveri e sulla terribile condizione, alla quale il nuovo e non di
raro violento processo di industrializzazione aveva ridotto grandi
moltitudini. Anche oggi, in gran parte del mondo, simili processi
di trasformazione economica, sociale e politica producono i
medesimi mali.
Se Leone XIII si appella allo Stato per rimediare secondo
giustizia alla condizione dei poveri, lo fa anche perché riconosce
opportunamente che lo Stato ha il compito di sovraintendere al
bene comune e di curare che ogni settore della vita sociale, non
escluso quello economico, contribuisca a promuoverlo, pur nel
rispetto della giusta autonomia di ciascuno di essi. Ciò, però,
non deve far pensare che per Papa Leone ogni soluzione della
questione sociale debba venire dallo Stato. Al contrario, egli
insiste più volte sui necessari limiti dell'intervento dello Stato
e sul suo carattere strumentale, giacché l'individuo, la famiglia
e la società gli sono anteriori ed esso esiste per tutelare i
diritti dell'uno e delle altre, e non già per soffocarli.37
A nessuno sfugge l'attualità di queste riflessioni.
Sull'importante tema delle limitazioni inerenti alla natura dello
Stato converrà tornare più avanti; intanto, i punti sottolineati,
non certo gli unici dell'Enciclica, si pongono in continuità nel
Magistero sociale della Chiesa, anche alla luce di una sana
concezione della proprietà privata, del lavoro, del processo
economico, della realtà dello Stato e, prima di tutto, dell'uomo
stesso. Altri temi saranno menzionati in seguito nell'esaminare
taluni aspetti della realtà contemporanea; ma occorre tener
presente fin d'ora che ciò che fa da trama e, in certo modo, da
guida all'Enciclica ed a tutta la dottrina sociale della Chiesa, è
la corretta concezione della persona umana e del suo valore
unico, in quanto «l'uomo … in terra è la sola creatura che
Dio abbia voluto per se stessa».38
In lui ha scolpito la sua immagine e somiglianza (cf Gn
1,26), conferendogli una dignità incomparabile, sulla quale più
volte insiste l'Enciclica. In effetti, al di là dei diritti che
l'uomo acquista col proprio lavoro, esistono diritti che non sono
il corrispettivo di nessuna opera da lui prestata, ma che derivano
dall'essenziale sua dignità di persona.
II – Verso le
«cose nuove» di oggi
12. La commemorazione della Rerum novarum non sarebbe
adeguata, se non guardasse pure alla situazione di oggi. Già nel
suo contenuto il Documento si presta ad una tale considerazione,
perché il quadro storico e le previsioni ivi delineate si
rivelano, alla luce di quanto è accaduto in seguito,
sorprendentemente esatte.
Ciò è confermato, in particolare, dagli avvenimenti degli ultimi
mesi dell'anno 1989 e dei primi del 1990. Essi e le conseguenti
trasformazioni radicali non si spiegano se non in base alle
situazioni anteriori, le quali, in certa misura, avevano
cristallizzato o istituzionalizzato le previsioni di Leone XIII ed
i segnali, sempre più inquieti, avvertiti dai suoi successori.
Papa Leone, infatti, previde le conseguenze negative sotto tutti
gli aspetti, politico, sociale ed economico, di un ordinamento
della società quale proponeva il «socialismo», che allora era allo
stadio di filosofia sociale e di movimento più o meno strutturato.
Qualcuno potrebbe meravigliarsi del fatto che il Papa cominciava
dal «socialismo» la critica delle soluzioni che si davano della
«questione operaia», quando esso non si presentava ancora – come
poi accadde – sotto la forma di uno Stato forte e potente con
tutte le risorse a disposizione. Tuttavia, egli valutò esattamente
il pericolo che rappresentava per le masse l'attraente
presentazione di una soluzione tanto semplice quanto radicale
della questione operaia di allora. Ciò risulta tanto più vero, se
vien considerato in relazione con la paurosa condizione di
ingiustizia in cui giacevano le masse proletarie nelle Nazioni da
poco industrializzate.
Occorre qui sottolineare due cose: da una parte, la grande
lucidità nel percepire, in tutta la sua crudezza, la reale
condizione dei proletari, uomini, donne e bambini; dall'altra, la
non minore chiarezza con cui si intuisce il male di una soluzione
che, sotto l'apparenza di un'inversione delle posizioni di poveri
e ricchi, andava in realtà a detrimento di quegli stessi che si
riprometteva di aiutare. Il rimedio si sarebbe così rivelato
peggiore del male. Individuando la natura del socialismo del suo
tempo nella soppressione della proprietà privata, Leone XIII
arrivava al nodo della questione.
Le sue parole meritano di essere rilette con attenzione: «Per
rimediare a questo male (l'ingiusta distribuzione delle ricchezze
e la miseria dei proletari), i socialisti spingono i poveri
all'odio contro i ricchi, e sostengono che la proprietà privata
deve essere abolita ed i beni di ciascuno debbono essere comuni a
tutti …; ma questa teoria, oltre a non risolvere la questione,
non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta
per molti motivi, giacché contro i diritti dei legittimi
proprietari snatura le funzioni dello Stato e scompagina tutto
l'ordine sociale».39
Non si potrebbero indicar meglio i mali indotti dall'instaurazione
di questo tipo di socialismo come sistema di Stato: quello che
avrebbe preso il nome di «socialismo reale».
13. Approfondendo ora la riflessione e facendo anche riferimento a
quanto è stato detto nelle Encicliche Laborem exercens e
Sollicitudo rei socialis, bisogna aggiungere che l'errore
fondamentale del socialismo è di carattere antropologico. Esso,
infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed
una molecola dell'organismo sociale, di modo che il bene
dell'individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del
meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d'altro canto, che
quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua
autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di
responsabilità davanti al bene o al male. L'uomo così è ridotto ad
una serie di relazioni sociali, e scompare il concetto di persona
come soggetto autonomo di decisione morale, il quale costruisce
mediante tale decisione l'ordine sociale. Da questa errata
concezione della persona discendono la distorsione del diritto che
definisce la sfera di esercizio della libertà, nonché
l'opposizione alla proprietà privata. L'uomo, infatti, privo di
qualcosa che possa «dir suo» e della possibilità di guadagnarsi da
vivere con la sua iniziativa, viene a dipendere dalla macchina
sociale e da coloro che la controllano: il che gli rende molto più
difficile riconoscere la sua dignità di persona ed inceppa il
cammino per la costituzione di un'autentica comunità umana.
Al contrario, dalla concezione cristiana della persona segue
necessariamente una visione giusta della società. Secondo la
Rerum novarum e tutta la dottrina sociale della Chiesa, la
socialità dell'uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza
in diversi gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai
gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti
dalla stessa natura umana, hanno – sempre dentro il bene comune –
la loro propria autonomia. È quello che ho chiamato la
«soggettività» della società che, insieme alla soggettività
dell'individuo, è stata annullata dal «socialismo reale».40
Se ci si domanda poi donde nasca quell'errata concezione della
natura della persona e della «soggettività» della società, bisogna
rispondere che la prima causa è l'ateismo. È nella risposta
all'appello di Dio, contenuto nell'essere delle cose, che l'uomo
diventa consapevole della sua trascendente dignità. Ogni uomo deve
dare questa risposta, nella quale consiste il culmine della sua
umanità, e nessun meccanismo sociale o soggetto collettivo può
sostituirlo. La negazione di Dio priva la persona del suo
fondamento e, di conseguenza, induce a riorganizzare l'ordine
sociale prescindendo dalla dignità e responsabilità della persona.
L'ateismo di cui si parla, del resto, è strettamente connesso col
razionalismo illuministico, che concepisce la realtà umana e
sociale in modo meccanicistico. Si negano in tal modo l'intuizione
ultima circa la vera grandezza dell'uomo, la sua trascendenza
rispetto al mondo delle cose, la contraddizione ch'egli avverte
nel suo cuore tra il desiderio di una pienezza di bene e la
propria inadeguatezza a conseguirlo e, soprattutto, il bisogno di
salvezza che ne deriva.
14. Dalla medesima radice ateistica scaturisce anche la scelta dei
mezzi di azione propria del socialismo, che è condannato nella
Rerum novarum. Si tratta della lotta di classe. Il Papa,
beninteso, non intende condannare ogni e qualsiasi forma di
conflittualità sociale: la Chiesa sa bene che nella storia i
conflitti di interessi tra diversi gruppi sociali insorgono
inevitabilmente e che di fronte ad essi il cristiano deve spesso
prender posizione con decisione e coerenza. L'Enciclica Laborem
exercens, del resto, ha riconosciuto chiaramente il ruolo
positivo del conflitto, quando esso si configuri come «lotta per
la giustizia sociale»;41
e già la Quadragesimo anno scriveva: «La lotta di classe,
infatti, quando si astenga dagli atti di violenza e dall'odio
vicendevole, si trasforma a poco a poco in una onesta discussione,
fondata nella ricerca della giustizia».42
Ciò che viene condannato nella lotta di classe è, piuttosto,
l'idea di un conflitto che non è limitato da considerazioni di
carattere etico o giuridico, che si rifiuta di rispettare la
dignità della persona nell'altro (e, di conseguenza, in se
stesso), che esclude, perciò, un ragionevole accomodamento e
persegue non già il bene generale della società, bensì un
interesse di parte che si sostituisce al bene comune e vuol
distruggere ciò che gli si oppone. Si tratta, in una parola, della
ripresentazione – sul terreno del confronto interno tra i gruppi
sociali – della dottrina della «guerra totale», che il militarismo
e l'imperialismo di quell'epoca imponevano nell'ambito dei
rapporti internazionali. Tale dottrina alla ricerca del giusto
equilibrio tra gli interessi delle diverse Nazioni sostituiva
quella dell'assoluto prevalere della propria parte mediante la
distruzione del potere di resistenza della parte avversa,
distruzione attuata con ogni mezzo, non esclusi l'uso della
menzogna, il terrore contro i civili, le armi di sterminio (che
proprio in quegli anni cominciavano ad essere progettate). Lotta
di classe in senso marxista e militarismo, dunque, hanno le stesse
radici: l'ateismo e il disprezzo della persona umana, che fan
prevalere il principio della forza su quello della ragione e del
diritto.
15. La Rerum novarum si oppone alla statalizzazione degli
strumenti di produzione, che ridurrebbe ogni cittadino ad un
«pezzo» nell'ingranaggio della macchina dello Stato. Non meno
decisamente essa critica la concezione dello Stato che lascia il
settore dell'economia totalmente al di fuori del suo campo di
interesse e di azione. Esiste certo una legittima sfera di
autonomia dell'agire economico, nella quale lo Stato non deve
entrare. Questo, però, ha il compito di determinare la cornice
giuridica, al cui interno si svolgono i rapporti economici, e di
salvaguardare in tal modo le condizioni prime di un'economia
libera, che presuppone una certa eguaglianza tra le parti, tale
che una di esse non sia tanto più potente dell'altra da poterla
ridurre praticamente in schiavitù.43
A questo riguardo, la Rerum novarum indica la via delle
giuste riforme, che restituiscano al lavoro la sua dignità di
libera attività dell'uomo. Esse implicano un'assunzione di
responsabilità da parte della società e dello Stato, diretta
soprattutto a difendere il lavoratore contro l'incubo della
disoccupazione. Ciò storicamente si è verificato in due modi
convergenti: o con politiche economiche, volte ad assicurare la
crescita equilibrata e la condizione di piena occupazione; o con
le assicurazioni contro la disoccupazione e con politiche di
riqualificazione professionale, capaci di facilitare il passaggio
dei lavoratori da settori in crisi ad altri in sviluppo.
Inoltre, la società e lo Stato devono assicurare livelli salariali
adeguati al mantenimento del lavoratore e della sua famiglia,
inclusa una certa capacità di risparmio. Ciò richiede sforzi per
dare ai lavoratori cognizioni e attitudini sempre migliori e tali
da rendere il loro lavoro più qualificato e produttivo; ma
richiede anche un'assidua sorveglianza ed adeguate misure
legislative per stroncare fenomeni vergognosi di sfruttamento,
soprattutto a danno dei lavoratori più deboli, immigrati o
marginali. Decisivo in questo settore è il ruolo dei sindacati,
che contrattano i minimi salariali e le condizioni di lavoro.
Infine, bisogna garantire il rispetto di orari «umani» di lavoro e
di riposo, oltre che il diritto di esprimere la propria
personalità sul luogo di lavoro, senza essere violati in alcun
modo nella propria coscienza o nella propria dignità. Anche qui è
da richiamare il ruolo dei sindacati non solo come strumenti di
contrattazione, ma anche come «luoghi» di espressione della
personalità dei lavoratori: essi servono allo sviluppo di
un'autentica cultura del lavoro ed aiutano i lavoratori a
partecipare in modo pienamente umano alla vita dell'azienda.44
Al conseguimento di questi fini lo Stato deve concorrere sia
direttamente che indirettamente. Indirettamente e secondo il
principio di sussidiarietà, creando le condizioni favorevoli
al libero esercizio dell'attività economica, che porti ad una
offerta abbondante di opportunità di lavoro e di fonti di
ricchezza. Direttamente e secondo il principio di solidarietà,
ponendo a difesa del più debole alcuni limiti all'autonomia delle
parti, che decidono le condizioni di lavoro, ed assicurando in
ogni caso un minimo vitale al lavoratore disoccupato.45
L'Enciclica ed il Magistero sociale, ad essa collegato, ebbero una
molteplice influenza negli anni tra il XIX e il XX secolo. Tale
influenza si riflette in numerose riforme introdotte nei settori
della previdenza sociale, delle pensioni, delle assicurazioni
contro le malattie, della prevenzione degli infortuni, nel quadro
di un maggiore rispetto dei diritti dei lavoratori.46
16. Le riforme in parte furono realizzate dagli Stati, ma nella
lotta per ottenerle ebbe un ruolo importante l'azione del
Movimento operaio. Nato come reazione della coscienza morale
contro situazioni di ingiustizia e di danno, esso esplicò una
vasta attività sindacale, riformista, lontana dalle nebbie
dell'ideologia e più vicina ai bisogni quotidiani dei lavoratori
e, in questo ambito, i suoi sforzi si sommarono spesso a quelli
dei cristiani per ottenere il miglioramento delle condizioni di
vita dei lavoratori. In seguito, tale movimento fu, in certa
misura, dominato proprio da quella ideologia marxista, contro la
quale si volgeva la Rerum novarum.
Le stesse riforme furono anche il risultato di un libero
processo di auto-organizzazione della società, con la messa a
punto di strumenti efficaci di solidarietà, atti a sostenere una
crescita economica più rispettosa dei valori della persona. È da
ricordare qui la multiforme attività, con un notevole contributo
dei cristiani, nella fondazione di cooperative di produzione, di
consumo e di credito, nel promuovere l'istruzione popolare e la
formazione professionale, nella sperimentazione di varie forme di
partecipazione alla vita dell'impresa e, in generale, della
società.
Se dunque, guardando al passato, c'è motivo di ringraziare Dio
perché la grande Enciclica non è rimasta priva di risonanza nei
cuori ed ha spinto ad una fattiva generosità, tuttavia bisogna
riconoscere che l'annuncio profetico, in essa contenuto, non è
stato compiutamente accolto dagli uomini di quel tempo, e proprio
da ciò sono derivate assai gravi sciagure.
17. Leggendo l'Enciclica in connessione con tutto il ricco
Magistero leoniano,47
si nota come essa indichi, in fondo, le conseguenze sul terreno
economico-sociale di un errore di più vasta portata. L'errore –
come si è detto – consiste in una concezione della libertà umana
che la sottrae all'obbedienza alla verità e, quindi, anche al
dovere di rispettare i diritti degli altri uomini. Contenuto della
libertà diventa allora l'amore di sé fino al disprezzo di Dio e
del prossimo, amore che conduce all'affermazione illimitata del
proprio interesse e non si lascia limitare da alcun obbligo di
giustizia.48
Proprio questo errore giunse alle estreme conseguenze nel tragico
ciclo delle guerre che sconvolsero l'Europa ed il mondo tra il
1914 e il 1945. Furono guerre derivanti dal militarismo e dal
nazionalismo esasperato e dalle forme di totalitarismo, ad essi
collegate, e guerre derivanti dalla lotta di classe, guerre civili
ed ideologiche. Senza la terribile carica di odio e di rancore,
accumulata a causa delle tante ingiustizie sia a livello
internazionale che a quello interno ai singoli Stati, non
sarebbero state possibili guerre di tale ferocia, in cui furono
investite le energie di grandi Nazioni, in cui non si esitò
davanti alla violazione dei diritti umani più sacri, e fu
pianificato ed eseguito lo sterminio di interi popoli e gruppi
sociali. Ricordiamo qui, in particolare, il popolo ebreo, il cui
terribile destino è divenuto simbolo dell'aberrazione cui può
giungere l'uomo, quando si volge contro Dio.
Tuttavia, l'odio e l'ingiustizia si impossessano di intere Nazioni
e le spingono all'azione solo quando vengono legittimati ed
organizzati da ideologie che si fondano su di essi piuttosto che
sulla verità dell'uomo.49
La Rerum novarum combatteva le ideologie dell'odio ed
indicava le vie per distruggere la violenza ed il rancore mediante
la giustizia. Possa il ricordo di quei terribili avvenimenti
guidare le azioni di tutti gli uomini e, in particolare, dei
reggitori dei popoli nel nostro tempo, in cui altre ingiustizie
alimentano nuovi odi e si delineano all'orizzonte nuove ideologie
che esaltano la violenza.
18. Certo, dal 1945 le armi tacciono nel Continente europeo;
tuttavia, la vera pace – si ricordi – non è mai il risultato della
vittoria militare, ma implica il superamento delle cause della
guerra e l'autentica riconciliazione tra i popoli. Per molti anni,
invece, si è avuta in Europa e nel mondo una situazione di
non-guerra più che di autentica pace. Metà del Continente è caduta
sotto il dominio della dittatura comunista, mentre l'altra metà si
organizzava per difendersi contro un tale pericolo. Molti popoli
perdono il potere di disporre di se stessi, vengono chiusi nei
confini soffocanti di un impero, mentre si cerca di distruggere la
loro memoria storica e la secolare radice della loro cultura.
Masse enormi di uomini, in conseguenza di questa divisione
violenta, sono costrette ad abbandonare la loro terra e
forzatamente deportate.
Una folle corsa agli armamenti assorbe le risorse necessarie per
lo sviluppo delle economie interne e per l'aiuto alle Nazioni più
sfavorite. Il progresso scientifico e tecnologico, che dovrebbe
contribuire al benessere dell'uomo, viene trasformato in uno
strumento di guerra: scienza e tecnica sono usate per produrre
armi sempre più perfezionate e distruttive, mentre ad
un'ideologia, che è perversione dell'autentica filosofia, si
chiede di fornire giustificazioni dottrinali per la nuova guerra.
E questa non è solo attesa e preparata, ma è anche combattuta con
enorme spargimento di sangue in varie parti del mondo. La logica
dei blocchi, o imperi, denunciata nei Documenti della Chiesa e di
recente nell'Enciclica Sollicitudo rei socialis,50
fa sì che le controversie e discordie insorgenti nei Paesi del
Terzo Mondo siano sistematicamente incrementate e sfruttate per
creare difficoltà all'avversario.
I gruppi estremisti, che cercano di risolvere tali controversie
con le armi, trovano facilmente appoggi politici e militari, sono
armati ed addestrati alla guerra, mentre coloro che si sforzano di
trovare soluzioni pacifiche ed umane, nel rispetto dei legittimi
interessi di tutte le parti, rimangono isolati e spesso cadono
vittima dei loro avversari. Anche la militarizzazione di tanti
Paesi del Terzo Mondo e le lotte fratricide che li hanno
travagliati, la diffusione del terrorismo e di mezzi sempre più
barbari di lotta politico-militare trovano una delle loro
principali cause nella precarietà della pace che è seguita alla
seconda guerra mondiale. Su tutto il mondo, infine, grava la
minaccia di una guerra atomica, capace di condurre all'estinzione
dell'umanità. La scienza, usata a fini militari, pone a
disposizione dell'odio, incrementato dalle ideologie, lo strumento
decisivo. Ma la guerra può terminare senza vincitori né vinti in
un suicidio dell'umanità, ed allora bisogna ripudiare la logica
che conduce ad essa, l'idea che la lotta per la distruzione
dell'avversario, la contraddizione e la guerra stessa siano
fattori di progresso e di avanzamento della storia.51
Quando si comprende la necessità di questo ripudio, devono
necessariamente entrare in crisi sia la logica della «guerra
totale» sia quella della «lotta di classe».
19. Alla fine della seconda guerra mondiale, però, un tale
sviluppo è ancora in formazione nelle coscienze, ed il dato che si
impone all'attenzione è l'estensione del totalitarismo comunista
su oltre metà dell'Europa e su parte del mondo. La guerra, che
avrebbe dovuto restituire la libertà e restaurare il diritto delle
genti, si conclude senza aver conseguito questi fini, anzi in un
modo che per molti popoli, specialmente per quelli che più avevano
sofferto, apertamente li contraddice. Si può dire che la
situazione venutasi a creare ha dato luogo a diverse risposte.
In alcuni Paesi e sotto alcuni aspetti si assiste ad uno sforzo
positivo per ricostruire, dopo le distruzioni della guerra, una
società democratica e ispirata alla giustizia sociale, la quale
priva il comunismo del potenziale rivoluzionario costituito da
moltitudini sfruttate e oppresse. Tali tentativi in genere cercano
di mantenere i meccanismi del libero mercato, assicurando mediante
la stabilità della moneta e la sicurezza dei rapporti sociali le
condizioni di una crescita economica stabile e sana, in cui gli
uomini col loro lavoro possano costruire un futuro migliore per sé
e per i propri figli. Al tempo stesso, essi cercano di evitare che
i meccanismi di mercato siano l'unico termine di riferimento della
vita associata e tendono ad assoggettarli ad un controllo
pubblico, che faccia valere il principio della destinazione comune
dei beni della terra. Una certa abbondanza delle offerte di
lavoro, un solido sistema di sicurezza sociale e di avviamento
professionale, la libertà di associazione e l'azione incisiva del
sindacato, la previdenza in caso di disoccupazione, gli strumenti
di partecipazione democratica alla vita sociale, in questo
contesto dovrebbero sottrarre il lavoro alla condizione di «merce»
e garantire la possibilità di svolgerlo dignitosamente.
Ci sono, poi, altre forze sociali e movimenti ideali che si
oppongono al marxismo con la costruzione di sistemi di «sicurezza
nazionale», miranti a controllare in modo capillare tutta la
società per rendere impossibile l'infiltrazione marxista.
Esaltando ed accrescendo la potenza dello Stato, essi intendono
preservare i loro popoli dal comunismo; ma, ciò facendo, corrono
il grave rischio di distruggere quella libertà e quei valori della
persona, in nome dei quali bisogna opporsi ad esso.
Un'altra forma di risposta pratica, infine, è rappresentata dalla
società del benessere, o società dei consumi. Essa tende a
sconfiggere il marxismo sul terreno di un puro materialismo,
mostrando come una società di libero mercato possa conseguire un
soddisfacimento più pieno dei bisogni materiali umani di quello
assicurato dal comunismo, ed escludendo egualmente i valori
spirituali.
In realtà, se da una parte è vero che questo modello sociale
mostra il fallimento del marxismo di costruire una società nuova e
migliore, dall'altra, negando autonoma esistenza e valore alla
morale, al diritto, alla cultura e alla religione, converge con
esso nel ridurre totalmente l'uomo alla sfera dell'economico e del
soddisfacimento dei bisogni materiali.
20. Nel medesimo periodo si svolge un grandioso processo di
«decolonizzazione», per il quale numerosi Paesi acquistano o
riacquistano l'indipendenza e il diritto a disporre liberamente di
sé. Con la riconquista formale della sovranità statuale, però,
questi Paesi si trovano spesso appena all'inizio del cammino nella
costruzione di un'autentica indipendenza. Difatti, settori
decisivi dell'economia rimangono ancora nelle mani di grandi
imprese straniere, che non accettano di legarsi durevolmente allo
sviluppo del Paese che le ospita, e la stessa vita politica è
controllatata da forze straniere, mentre all'interno delle
frontiere dello Stato convivono gruppi tribali, non ancora
amalgamati in un'autentica comunità nazionale. Manca, inoltre, un
ceto di professionisti competenti, capaci di far funzionare in
modo onesto e regolare l'apparato dello Stato, e mancano anche i
quadri per un'efficiente e responsabile gestione dell'economia.
Posta questa situazione, a molti sembra che il marxismo possa
offrire come una scorciatoia per l'edificazione della Nazione e
dello Stato, e nascono perciò diverse varianti del socialismo con
un carattere nazionale specifico. Si mescolano così nelle molte
ideologie, che vengono a formarsi in misura di volta in volta
diversa, legittime esigenze di riscatto nazionale, forme di
nazionalismo ed anche di militarismo, principi tratti da antiche
tradizioni popolari, talvolta consonanti con la dottrina sociale
cristiana, e concetti del marxismo-leninismo.
21. È da ricordare, infine, come dopo la seconda guerra mondiale
ed anche per reazione ai suoi orrori, si è diffuso un sentimento
più vivo dei diritti umani, che ha trovato riconoscimento in
diversi Documenti internazionali52
e nell'elaborazione, si direbbe, di un nuovo «diritto delle
genti», a cui la Santa Sede ha dato un costante contributo. Perno
di questa evoluzione è stata l'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Non solo è cresciuta la coscienza del diritto dei singoli, ma
anche quella dei diritti delle Nazioni, mentre si avverte meglio
la necessità di agire per sanare i gravi squilibri tra le diverse
aree geografiche del mondo che, in un certo senso, hanno
trasferito il centro della questione sociale dall'ambito nazionale
al livello internazionale.53
Nel prendere atto con soddisfazione di tale processo, non si può
tuttavia tacere il fatto che il bilancio complessivo delle diverse
politiche di aiuto allo sviluppo non è sempre positivo. Alle
Nazioni Unite, inoltre, non è riuscito fino ad ora di costruire
strumenti efficaci per la soluzione dei conflitti internazionali
alternativi alla guerra, e sembra esser questo il problema più
urgente che la comunità internazionale deve ancora risolvere.
III – L'anno
1989
22. Partendo dalla situazione mondiale ora descritta, e già
ampiamente esposta nell'Enciclica Sollicitudo rei socialis,
si comprende l'inaspettata e promettente portata degli avvenimenti
degli ultimi anni. Il loro culmine certo sono stati gli
avvenimenti del 1989 nei Paesi dell'Europa centrale ed orientale,
ma essi abbracciano un arco di tempo ed un orizzonte geografico
più ampi. Nel corso degli anni '80 crollano progressivamente in
alcuni Paesi dell'America Latina, ma anche dell'Africa e dell'Asia
certi regimi dittatoriali ed oppressivi; in altri casi inizia un
difficile, ma fecondo cammino di transizione verso forme politiche
più partecipative e più giuste. Un contributo importante, anzi
decisivo, ha dato l'impegno della Chiesa per la difesa e la
promozione dei diritti dell'uomo: in ambienti fortemente
ideologizzati, in cui lo schieramento di parte offuscava la
consapevolezza della comune dignità umana, la Chiesa ha affermato
con semplicità ed energia che ogni uomo – quali che siano le sue
convinzioni personali – porta in sé l'immagine di Dio e, quindi,
merita rispetto. In tale affermazione si è spesso riconosciuta la
grande maggioranza del popolo, e ciò ha portato alla ricerca di
forme di lotta e di soluzioni politiche più rispettose della
dignità della persona.
Da questo processo storico sono emerse nuove forme di democrazia,
che offrono la speranza di un cambiamento nelle fragili strutture
politiche e sociali, gravate dall'ipoteca di una penosa serie di
ingiustizie e di rancori, oltre che da un'economia disastrata e da
pesanti conflitti sociali. Mentre con tutta la Chiesa rendo grazie
a Dio per la testimonianza, spesso eroica, che non pochi Pastori,
intere comunità cristiane, singoli fedeli ed altri uomini di buona
volontà hanno dato in tali difficili circostanze, prego perché
egli sostenga gli sforzi di tutti per costruire un futuro
migliore. È, questa, infatti una responsabilità non solo dei
cittadini di quei Paesi, ma di tutti i cristiani e degli uomini di
buona volontà. Si tratta di mostrare che i complessi problemi di
quei popoli possono essere risolti col metodo del dialogo e della
solidarietà, anziché con la lotta per la distruzione
dell'avversario e con la guerra.
23. Tra i numerosi fattori della caduta dei regimi oppressivi
alcuni meritano di essere ricordati in particolare. Il fattore
decisivo, che ha avviato i cambiamenti, è certamente la violazione
dei diritti del lavoro. Non si può dimenticare che la crisi
fondamentale dei sistemi, che pretendono di esprimere il governo
ed anzi la dittatura degli operai, inizia con i grandi moti
avvenuti in Polonia in nome della solidarietà. Sono le folle dei
lavoratori a delegittimare l'ideologia, che presume di parlare in
loro nome, ed a ritrovare e quasi riscoprire, partendo
dall'esperienza vissuta e difficile del lavoro e dell'oppressione,
espressioni e principi della dottrina sociale della Chiesa.
Merita, poi, di essere sottolineato il fatto che alla caduta di un
simile «blocco», o impero, si arriva quasi dappertutto mediante
una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e
della giustizia. Mentre il marxismo riteneva che solo portando
agli estremi le contraddizioni sociali fosse possibile arrivare
alla loro soluzione mediante lo scontro violento, le lotte che
hanno condotto al crollo del marxismo insistono con tenacia nel
tentare tutte le vie del negoziato, del dialogo, della
testimonianza della verità, facendo appello alla coscienza
dell'avversario e cercando di risvegliare in lui il senso della
comune dignità umana.
Sembrava che l'ordine europeo, uscito dalla seconda guerra
mondiale e consacrato dagli Accordi di Yalta, potesse
essere scosso soltanto da un'altra guerra. È stato, invece,
superato dall'impegno non violento di uomini che, mentre si sono
sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo
trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza
alla verità. Ciò ha disarmato l'avversario, perché la violenza ha
sempre bisogno di legittimarsi con la menzogna, di assumere, pur
se falsamente, l'aspetto della difesa di un diritto o della
risposta a una minaccia altrui.54
Ringrazio ancora Dio che ha sostenuto il cuore degli uomini nel
tempo della difficile prova, pregando perché un tale esempio possa
valere in altri luoghi ed in altre circostanze. Che gli uomini
imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando
alla lotta di classe nelle controversie interne, come alla guerra
in quelle internazionali.
24. Il secondo fattore di crisi è certamente l'inefficienza del
sistema economico, che non va considerata come un problema
soltanto tecnico, ma piuttosto come conseguenza della violazione
dei diritti umani all'iniziativa, alla proprietà ed alla libertà
nel settore dell'economia. A questo aspetto va poi associata la
dimensione culturale e nazionale: non è possibile comprendere
l'uomo partendo unilateralmente dal settore dell'economia, né è
possibile definirlo semplicemente in base all'appartenenza di
classe. L'uomo è compreso in modo più esauriente, se viene
inquadrato nella sfera della cultura attraverso il linguaggio, la
storia e le posizioni che egli assume davanti agli eventi
fondamentali dell'esistenza, come il nascere, l'amare, il
lavorare, il morire. Al centro di ogni cultura sta l'atteggiamento
che l'uomo assume davanti al mistero più grande: il mistero di
Dio. Le culture delle diverse Nazioni sono, in fondo, altrettanti
modi di affrontare la domanda circa il senso dell'esistenza
personale: quando tale domanda viene eliminata, si corrompono la
cultura e la vita morale delle Nazioni. Per questo, la lotta per
la difesa del lavoro si è spontaneamente collegata a quella per la
cultura e per i diritti nazionali.
La vera causa delle novità, però, è il vuoto spirituale provocato
dall'ateismo, il quale ha lasciato prive di orientamento le
giovani generazioni e in non rari casi le ha indotte,
nell'insopprimibile ricerca della propria identità e del senso
della vita, a riscoprire le radici religiose della cultura delle
loro Nazioni e la stessa persona di Cristo, come risposta
esistenzialmente adeguata al desiderio di bene, di verità e di
vita che è nel cuore di ogni uomo. Questa ricerca è stata
confortata dalla testimonianza di quanti, in circostanze difficili
e nella persecuzione, sono rimasti fedeli a Dio. Il marxismo aveva
promesso di sradicare il bisogno di Dio dal cuore dell'uomo, ma i
risultati hanno dimostrato che non è possibile riuscirci senza
sconvolgere il cuore.
25. Gli avvenimenti dell' '89 offrono l'esempio del successo della
volontà di negoziato e dello spirito evangelico contro un
avversario deciso a non lasciarsi vincolare da principi morali:
essi sono un monito per quanti, in nome del realismo politico,
vogliono bandire dall'arena politica il diritto e la morale. Certo
la lotta, che ha portato ai cambiamenti dell' '89, ha richiesto
lucidità, moderazione, sofferenze e sacrifici; in un certo senso,
essa è nata dalla preghiera, e sarebbe stata impensabile senza
un'illimitata fiducia in Dio, Signore della storia, che ha nelle
sue mani il cuore degli uomini. È unendo la propria sofferenza per
la verità e per la libertà a quella di Cristo sulla Croce che
l'uomo può compiere il miracolo della pace ed è in grado di
scorgere il sentiero spesso angusto tra la viltà che cede al male
e la violenza che, illudendosi di combatterlo, lo aggrava.
Non si possono, tuttavia, ignorare gli innumerevoli
condizionamenti, in mezzo ai quali la libertà del singolo uomo si
trova ad operare: essi influenzano, sì, ma non determinano la
libertà; rendono più o meno facile il suo esercizio, ma non
possono distruggerla. Non solo non è lecito disattendere dal punto
di vista etico la natura dell'uomo che è fatto per la libertà, ma
ciò non è neppure possibile in pratica. Dove la società si
organizza riducendo arbitrariamente o, addirittura, sopprimendo la
sfera in cui la libertà legittimamente si esercita, il risultato è
che la vita sociale progressivamente si disorganizza e decade.
Inoltre, l'uomo creato per la libertà porta in sé la ferita del
peccato originale, che continuamente lo attira verso il male e lo
rende bisognoso di redenzione. Questa dottrina non solo è parte
integrante della Rivelazione cristiana, ma ha anche un grande
valore ermeneutico, in quanto aiuta a comprendere la realtà umana.
L'uomo tende verso il bene, ma è pure capace di male; può
trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere ad
esso legato. L'ordine sociale sarà tanto più solido, quanto più
terrà conto di questo fatto e non opporrà l'interesse personale a
quello della società nel suo insieme, ma cercherà piuttosto i modi
della loro fruttuosa coordinazione. Difatti, dove l'interesse
individuale è violentemente soppresso, esso è sostituito da un
pesante sistema di controllo burocratico, che inaridisce le fonti
dell'iniziativa e della creatività. Quando gli uomini ritengono di
possedere il segreto di un'organizzazione sociale perfetta che
renda impossibile il male, ritengono anche di poter usare tutti i
mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La
politica diventa allora una «religione secolare», che si illude di
costruire il paradiso in questo mondo. Ma qualsiasi società
politica, che possiede la sua propria autonomia e le sue proprie
leggi,55
non potrà mai esser confusa col Regno di Dio. La parabola
evangelica del buon grano e della zizzania (cf Mt
13,24-30.36-43) insegna che spetta solo a Dio separare i soggetti
del Regno ed i soggetti del Maligno, e che siffatto giudizio avrà
luogo alla fine dei tempi. Pretendendo di anticipare fin d'ora il
giudizio, l'uomo si sostituisce a Dio e si oppone alla sua
pazienza.
Grazie al sacrificio di Cristo sulla Croce, la vittoria del Regno
di Dio è acquisita una volta per tutte; tuttavia, la condizione
cristiana comporta la lotta contro le tentazioni e le forze del
male. Solo alla fine della storia il Signore ritornerà nella
gloria per il giudizio finale (cf Mt 25,31) con
l'instaurazione dei cieli nuovi e della terra nuova (cf 2 Pt
3,13; Ap 21,1), ma, mentre dura il tempo, la lotta tra
il bene e il male continua fin nel cuore dell'uomo.
Ciò che la Sacra Scrittura ci insegna in ordine ai destini del
Regno di Dio non è senza conseguenze per la vita delle società
temporali, le quali – come dice la parola – appartengono alle
realtà del tempo con quanto esso comporta di imperfetto e di
provvisorio. Il Regno di Dio, presente nel mondo senza
essere del mondo, illumina l'ordine dell'umana società,
mentre le energie della grazia lo penetrano e lo vivificano. Così
son meglio avvertite le esigenze di una società degna dell'uomo,
sono rettificate le deviazioni, è rafforzato il coraggio
dell'operare per il bene. A tale compito di animazione evangelica
delle realtà umane sono chiamati, unitamente a tutti gli uomini di
buona volontà, i cristiani ed in special modo i laici.56
26. Gli avvenimenti dell' '89 si sono svolti prevalentemente nei
Paesi dell'Europa orientale e centrale; tuttavia, hanno
un'importanza universale, poiché ne discendono conseguenze
positive e negative che interessano tutta la famiglia umana. Tali
conseguenze non hanno un carattere meccanico o fatalistico, ma
sono piuttosto occasioni offerte alla libertà umana per
collaborare col disegno misericordioso di Dio che agisce nella
storia.
Prima conseguenza è stato, in alcuni Paesi, l'incontro tra la
Chiesa e il Movimento operaio, nato da una reazione di ordine
etico ed esplicitamente cristiano contro una diffusa situazione di
ingiustizia. Per circa un secolo detto Movimento era finito in
parte sotto l'egemonia del marxismo, nella convinzione che i
proletari, per lottare efficacemente contro l'oppressione,
dovessero far proprie le teorie materialistiche ed economicistiche.
Nella crisi del marxismo riemergono le forme spontanee della
coscienza operaia, che esprimono una domanda di giustizia e di
riconoscimento della dignità del lavoro, conforme alla dottrina
sociale della Chiesa.57
Il Movimento operaio confluisce in un più generale movimento degli
uomini del lavoro e degli uomini di buona volontà per la
liberazione della persona umana e per l'affermazione dei suoi
diritti; esso investe oggi molti Paesi e, lungi dal contrapporsi
alla Chiesa cattolica, guarda ad essa con interesse.
La crisi del marxismo non elimina nel mondo le situazioni di
ingiustizia e di oppressione, da cui il marxismo stesso,
strumentalizzandole, traeva alimento. A coloro che oggi sono alla
ricerca di una nuova ed autentica teoria e prassi di liberazione,
la Chiesa offre non solo la sua dottrina sociale e, in generale,
il suo insegnamento circa la persona redenta in Cristo, ma anche
il concreto suo impegno ed aiuto per combattere l'emarginazione e
la sofferenza.
Nel recente passato il sincero desiderio di essere dalla parte
degli oppressi e di non esser tagliati fuori dal corso della
storia ha indotto molti credenti a cercare in diversi modi un
impossibile compromesso tra marxismo e cristianesimo. Il tempo
presente, mentre supera tutto ciò che c'era di caduco in quei
tentativi, induce a riaffermare la positività di un'autentica
teologia dell'integrale liberazione umana.58
Considerati da questo punto di vista, gli avvenimenti del 1989
risultano importanti anche per i Paesi del Terzo Mondo, che sono
alla ricerca della via del loro sviluppo, come lo sono stati per
quelli dell'Europa centrale ed orientale.
27. La seconda conseguenza riguarda i popoli dell'Europa. Molte
ingiustizie, individuali e sociali, regionali e nazionali, sono
state commesse negli anni in cui dominava il comunismo ed anche
prima; molti odi e rancori si sono accumulati. È reale il pericolo
che questi riesplodano dopo il crollo della dittatura, provocando
gravi conflitti e lutti, se verranno meno la tensione morale e la
forza cosciente di rendere testimonianza alla verità che hanno
animato gli sforzi nel tempo passato. È da auspicare che l'odio e
la violenza non trionfino nei cuori, soprattutto di coloro che
lottano per la giustizia, e cresca in tutti lo spirito di pace e
di perdono.
Occorrono, però, passi concreti per creare o consolidare strutture
internazionali capaci di intervenire, per il conveniente
arbitrato, nei conflitti che insorgono tra le Nazioni, sicché
ciascuna di esse possa far valere i propri diritti e raggiungere
il giusto accordo e la pacifica composizione con i diritti delle
altre. Tutto ciò è particolarmente necessario per le Nazioni
europee, unite intimamente tra loro nel vincolo della comune
cultura e storia millenaria. Occorre un grande sforzo per la
ricostruzione morale ed economica nei Paesi che hanno abbandonato
il comunismo. Per molto tempo le relazioni economiche più
elementari sono state distorte, ed anche fondamentali virtù legate
al settore dell'economia, come la veridicità, l'affidabilità, la
laboriosità, sono state mortificate. Occorre una paziente
ricostruzione materiale e morale, mentre i popoli stremati da
lunghe privazioni chiedono ai loro governanti risultati tangibili
ed immediati di benessere ed adeguato soddisfacimento delle loro
legittime aspirazioni.
La caduta del marxismo naturalmente ha avuto effetti di grande
portata in ordine alla divisione della terra in mondi chiusi l'uno
all'altro ed in gelosa concorrenza tra loro. Essa mette in luce
più chiaramente la realtà dell'interdipendenza dei popoli, nonché
il fatto che il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i
popoli, non già a dividerli. La pace e la prosperità, infatti,
sono beni che appartengono a tutto il genere umano, sicché non è
possibile goderne correttamente e durevolmente se vengono ottenuti
e conservati a danno di altri popoli e Nazioni, violando i loro
diritti o escludendoli dalle fonti del benessere.
28. Per alcuni Paesi di Europa inizia, in un certo senso, il vero
dopoguerra. Il radicale riordinamento delle economie, fino a ieri
collettivizzate, comporta problemi e sacrifici, i quali possono
esser paragonati a quelli che i Paesi occidentali del Continente
si imposero per la loro ricostruzione dopo il secondo conflitto
mondiale. È giusto che nelle presenti difficoltà i Paesi
ex-comunisti siano sostenuti dallo sforzo solidale delle altre
Nazioni: ovviamente, essi devono essere i primi artefici del
proprio sviluppo; ma deve esser data loro una ragionevole
opportunità di realizzarlo, e ciò non può avvenire senza l'aiuto
degli altri Paesi. Del resto, la presente condizione di difficoltà
e di penuria è la conseguenza di un processo storico, di cui i
Paesi ex-comunisti sono stati spesso oggetto, e non soggetto:
essi, perciò, si trovano in tale situazione non per libera scelta
o a causa di errori commessi, ma in conseguenza di tragici eventi
storici imposti con la violenza, i quali hanno loro impedito di
proseguire lungo la via dello sviluppo economico e civile.
L'aiuto degli altri Paesi soprattutto europei, che hanno avuto
parte nella medesima storia e ne portano le responsabilità,
corrisponde ad un debito di giustizia. Ma corrisponde anche
all'interesse ed al bene generale dell'Europa, che non potrà
vivere in pace, se i conflitti di diversa natura, che emergono
come conseguenza del passato, saranno resi più acuti da una
situazione di disordine economico, di spirituale insoddisfazione e
disperazione.
Questa esigenza, però, non deve indurre a rallentare gli sforzi
per il sostegno e l'aiuto ai Paesi del Terzo Mondo, che soffrono
spesso di condizioni di insufficienza e di povertà assai più gravi.59
Sarà necessario uno sforzo straordinario per mobilitare le
risorse, di cui il mondo nel suo insieme non è privo, verso fini
di crescita economica e di sviluppo comune, ridefinendo le
priorità e le scale di valori, in base alle quali si decidono le
scelte economiche e politiche. Ingenti risorse possono essere rese
disponbili col disarmo degli enormi apparati militari, costruiti
per il conflitto tra Est e Ovest. Esse potranno risultare ancora
più ingenti, se si riuscirà a stabilire affidabili procedure per
la soluzione dei conflitti, alternative alla guerra, ed a
diffondere, quindi, il principio del controllo e della riduzione
degli armamenti anche nei Paesi del Terzo Mondo, adottando
opportune misure contro il loro commercio.60
Ma soprattutto sarà necessario abbandonare la mentalità che
considera i poveri – persone e popoli – come un fardello e come
fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri han
prodotto. I poveri chiedono il diritto di partecipare al godimento
dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di
lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero.
L'elevazione dei poveri è una grande occasione per la crescita
morale, culturale ed anche economica dell'intera umanità.
29. Lo sviluppo, infine, non deve essere inteso in un modo
esclusivamente economico, ma in senso integralmente umano.61
Non si tratta solo di elevare tutti i popoli al livello di cui
godono oggi i Paesi più ricchi, ma di costruire nel lavoro
solidale una vita più degna, di far crescere effettivamente la
dignità e la creatività di ogni singola persona, la sua capacità
di rispondere alla propria vocazione e, dunque, all'appello di
Dio, in essa contenuto. Al culmine dello sviluppo sta l'esercizio
del diritto-dovere di cercare Dio, di conoscerlo e di vivere
secondo tale conoscenza.62
Nei regimi totalitari ed autoritari è stato portato all'estremo il
principio del primato della forza sulla ragione. L'uomo è stato
costretto a subire una concezione della realtà imposta con la
forza, e non conseguita mediante lo sforzo della propria ragione e
l'esercizio della propria libertà. Bisogna rovesciare quel
principio e riconoscere integralmente i diritti della coscienza
umana, legata solo alla verità sia naturale che rivelata. Nel
riconoscimento di questi diritti consiste il fondamento primario
di ogni ordinamento politico autenticamente libero.63
È importante riaffermare tale principio per vari motivi:
a)
perché le antiche forme di totalitarismo e di autoritarismo non
sono ancora del tutto debellate, ed esiste anzi il rischio che
riprendano vigore: ciò sollecita ad un rinnovato sforzo di
collaborazione e di solidarietà tra tutti i Paesi;
b)
perché nei Paesi sviluppati si fa a volte un'eccessiva propaganda
dei valori puramente utilitaristici, con la sollecitazione
sfrenata degli istinti e delle tendenze al godimento immediato, la
quale rende difficile il riconoscimento ed il rispetto della
gerarchia dei veri valori dell'umana esistenza;
c)
perché in alcuni Paesi emergono nuove forme di fondamentalismo
religioso che, velatamente o anche apertamente, negano ai
cittadini di fedi diverse da quelle della maggioranza il pieno
esercizio dei loro diritti civili o religiosi, impediscono loro di
entrare nel dibattito culturale, restringono il diritto della
Chiesa a predicare il Vangelo e il diritto degli uomini, che
ascoltano tale predicazione, ad accoglierla ed a convertirsi a
Cristo. Nessun autentico progresso è possibile senza il rispetto
del naturale ed originario diritto di conoscere la verità e di
vivere secondo essa. A questo diritto è legato, come suo esercizio
ed approfondimento, il diritto di scoprire e di accogliere
liberamente Gesù Cristo, che è il vero bene dell'uomo.64
IV – La
proprietà privata e l'universale destinazione dei beni
30. Nella Rerum novarum Leone XIII affermava con forza e
con vari argomenti, contro il socialismo del suo tempo, il
carattere naturale del diritto di proprietà privata.65
Tale diritto, fondamentale per l'autonomia e lo sviluppo della
persona, è stato sempre difeso dalla Chiesa fino ai nostri giorni.
Parimenti, la Chiesa insegna che la proprietà dei beni non è un
diritto assoluto, ma porta inscritti nella sua natura di diritto
umano i propri limiti.
Mentre proclamava il diritto di proprietà privata, il Pontefice
affermava con pari chiarezza che l'«uso» dei beni, affidato alla
libertà, è subordinato alla loro originaria destinazione comune di
beni creati ed anche alla volontà di Gesù Cristo, manifestata nel
Vangelo. Infatti scriveva: «I fortunati dunque sono ammoniti …:
i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce di Gesù Cristo
…; dell'uso dei loro beni dovranno un giorno rendere
rigorosissimo conto a Dio giudice»; e, citando san Tommaso d'Aquino,
aggiungeva: «Ma se si domanda quale debba essere l'uso di tali
beni, la Chiesa … non esita a rispondere che a questo proposito
l'uomo non deve possedere i beni esterni come propri, ma come
comuni», perché «sopra le leggi e i giudizi degli uomini sta la
legge, il giudizio di Cristo».66
I successori di Leone XIII hanno ripetuto la duplice affermazione:
la necessità e, quindi, la liceità della proprietà privata ed
insieme i limiti che gravano su di essa.67
Anche il Concilio Vaticano II ha riproposto la dottrina
tradizionale con parole che meritano di essere riportate
esattamente: «L'uomo, usando di questi beni, deve considerare le
cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie,
ma anche come comuni, nel senso che possono giovare non unicamente
a lui, ma anche agli altri». E poco oltre: «La proprietà privata o
un qualche potere sui beni esterni assicurano a ciascuno una zona
del tutto necessaria di autonomia personale e familiare, e devono
considerarsi come un prolungamento della libertà umana … La
stessa proprietà privata ha per sua natura anche una funzione
sociale, che si fonda sulla legge della comune destinazione dei
beni».68
La stessa dottrina ho ripreso prima nel discorso alla III
Conferenza dell'Episcopato latino-americano a Puebla, e poi nelle
Encicliche Laborem exercens e Sollicitudo rei socialis.69
31. Rileggendo tale insegnamento sul diritto di proprietà e la
destinazione comune dei beni in rapporto al nostro tempo, si può
porre la domanda circa l'origine dei beni che sostentano la vita
dell'uomo, soddisfano i suoi bisogni e sono oggetto dei suoi
diritti.
La prima origine di tutto ciò che è bene è l'atto stesso di Dio
che ha creato la terra e l'uomo, ed all'uomo ha dato la terra
perché la domini col suo lavoro e ne goda i frutti (cf Gn
1,28-29). Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché
essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare
nessuno. È qui la radice dell'universale destinazione dei beni
della terra. Questa, in ragione della sua stessa fecondità e
capacità di soddisfare i bisogni dell'uomo, è il primo dono di Dio
per il sostentamento della vita umana. Ora, la terra non dona i
suoi frutti senza una peculiare risposta dell'uomo al dono di Dio,
cioè senza il lavoro: è mediante il lavoro che l'uomo, usando la
sua intelligenza e la sua libertà, riesce a dominarla e ne fa la
sua degna dimora. In tal modo egli fa propria una parte della
terra, che appunto si è acquistata col lavoro. È qui l'origine
della proprietà individuale. E ovviamente egli ha anche la
responsabilità di non impedire che altri uomini abbiano la loro
parte del dono di Dio, anzi deve cooperare con loro per dominare
insieme tutta la terra.
Nella storia si ritrovano sempre questi due fattori, il lavoro
e la terra, al principio di ogni società umana; non sempre,
però, essi stanno nella medesima relazione tra loro. Un tempo
la naturale fecondità della terra appariva e di fatto era il
principale fattore della ricchezza, mentre il lavoro era come
l'aiuto ed il sostegno di tale fecondità. Nel nostro tempo diventa
sempre più rilevante il ruolo del lavoro umano, come
fattore produttivo delle ricchezze immateriali e materiali;
diventa, inoltre, evidente come il lavoro di un uomo si intrecci
naturalmente con quello di altri uomini. Oggi più che mai lavorare
è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri:
è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e
produttivo, quanto più l'uomo è capace di conoscere le
potenzialità produttive della terra e di leggere in profondità i
bisogni dell'altro uomo, per il quale il lavoro è fatto.
32. Ma un'altra forma di proprietà esiste, in particolare, nel
nostro tempo e riveste un'importanza non inferiore a quella della
terra: èla proprietà della conoscenza, della tecnica e del
sapere. Su questo tipo di proprietà si fonda la ricchezza
delle Nazioni industrializzate molto più che su quella delle
risorse naturali.
Si è ora accennato al fatto che l'uomo lavora con gli altri
uomini, partecipando ad un «lavoro sociale» che abbraccia
cerchi progressivamente più ampi. Chi produce un oggetto, lo fa in
genere, oltre che per l'uso personale, perché altri possano usarne
dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune accordo
mediante una libera trattativa. Ora, proprio la capacità di
conoscere tempestivamente i bisogni degli altri uomini e le
combinazioni dei fattori produttivi più idonei a soddisfarli, è
un'altra importante fonte di ricchezza nella società moderna. Del
resto, molti beni non possono essere prodotti in modo adeguato
dall'opera di un solo individuo, ma richiedono la collaborazione
di molti al medesimo fine. Organizzare un tale sforzo produttivo,
pianificare la sua durata nel tempo, procurare che esso
corrisponda in modo positivo ai bisogni che deve soddisfare,
assumendo i rischi necessari: è, anche questo, una fonte di
ricchezza nell'odierna società. Così diventa sempre più evidente e
determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato e
creativo e – quale parte essenziale di tale lavoro – delle
capacità di iniziativa e di imprenditorialità.70
Un tale processo, che mette concretamente in luce una verità sulla
persona incessantemente affermata dal cristianesimo, deve essere
riguardato con attenzione e favore. In effetti, la principale
risorsa dell'uomo insieme con la terra è l'uomo stesso. È
la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive
della terra e le multiformi modalità con cui i bisogni umani
possono essere soddisfatti. È il suo disciplinato lavoro, in
solidale collaborazione, che consente la creazione di comunità
di lavoro sempre più ampie ed affidabili per operare la
trasformazione dell'ambiente naturale e dello stesso ambiente
umano. In questo processo sono coinvolte importanti virtù, come la
diligenza, la laboriosità, la prudenza nell'assumere i ragionevoli
rischi, l'affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali,
la fortezza nell'esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma
necessarie per il lavoro comune dell'azienda e per far fronte agli
eventuali rovesci di fortuna.
La moderna economia d'impresa comporta aspetti positivi, la
cui radice è la libertà della persona, che si esprime in campo
economico come in tanti altri campi. L'economia, infatti, è un
settore della multiforme attività umana, ed in essa, come in ogni
altro campo, vale il diritto alla libertà, come il dovere di fare
un uso responsabile di essa. Ma è importante notare che ci sono
differenze specifiche tra queste tendenze della moderna società e
quelle del passato anche recente. Se un tempo il fattore decisivo
della produzione era la terra e più tardi il capitale,
inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il
fattore decisivo è sempre più l'uomo stesso, e cioè la sua
capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere
scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua
capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell'altro.
33. Non si possono, tuttavia, non denunciare i rischi ed i
problemi connessi con questo tipo di processo. Di fatto, oggi
molti uomini, forse la grande maggioranza, non dispongono di
strumenti che consentono di entrare in modo effettivo ed
umanamente degno all'interno di un sistema di impresa, nel quale
il lavoro occupa una posizione davvero centrale. Essi non hanno la
possibilità di acquisire le conoscenze di base, che permettono di
esprimere la loro creatività e di sviluppare le loro potenzialità,
né di entrare nella rete di conoscenze ed intercomunicazioni, che
consentirebbe di vedere apprezzate ed utilizzate la loro qualità.
Essi insomma, se non proprio sfruttati, sono ampiamente
emarginati, e lo sviluppo economico si svolge, per così dire,
sopra la loro testa, quando non restringe addirittura gli spazi
già angusti delle loro antiche economie di sussistenza. Incapaci
di resistere alla concorrenza di merci prodotte in modi nuovi e
ben rispondenti ai bisogni, che prima essi solevano fronteggiare
con forme organizzative tradizionali, allettati dallo splendore di
un'opulenza ostentata, ma per loro irraggiungibile e, al tempo
stesso, stretti dalla necessità, questi uomini affollano le città
del Terzo Mondo, dove spesso sono culturalmente sradicati e si
trovano in situazioni di violenta precarietà, senza possibilità di
integrazione. Ad essi di fatto non si riconosce dignità, e talora
si cerca di eliminarli dalla storia mediante forme coatte di
controllo demografico, contrarie alla dignità umana.
Molti altri uomini, pur non essendo del tutto emarginati, vivono
all'interno di ambienti in cui è assolutamente primaria la lotta
per il necessario e vigono ancora le regole del capitalismo delle
origini, nella «spietatezza» di una situazione che non ha nulla da
invidiare a quella dei momenti più bui della prima fase di
industrializzazione. In altri casi è ancora la terra ad essere
l'elemento centrale del processo economico, e coloro che la
coltivano, esclusi dalla sua proprietà, sono ridotti in condizioni
di semi-servitù.71
In questi casi si può ancora oggi, come al tempo della Rerum
novarum, parlare di uno sfruttamento inumano. Nonostante i
grandi mutamenti avvenuti nelle società più avanzate, le carenze
umane del capitalismo, col conseguente dominio delle cose sugli
uomini, sono tutt'altro che scomparse; anzi, per i poveri alla
mancanza di beni materiali si è aggiunta quella del sapere e della
conoscenza, che impedisce loro di uscire dallo stato di umiliante
subordinazione.
Purtroppo, la grande maggioranza degli abitanti del Terzo Mondo
vive ancora in simili condizioni. Sarebbe, però, errato intendere
questo Mondo in un senso soltanto geografico. In alcune regioni ed
in alcuni settori sociali di esso sono stati attivati processi di
sviluppo incentrati non tanto sulla valorizzazione delle risorse
materiali, quanto su quella della «risorsa umana».
In anni non lontani è stato sostenuto che lo sviluppo dipendesse
dall'isolamento dei Paesi più poveri dal mercato mondiale e dalla
loro fiducia nelle sole proprie forze. L'esperienza recente ha
dimostrato che i Paesi che si sono esclusi hanno conosciuto
stagnazione e regresso, mentre hanno conosciuto lo sviluppo i
Paesi che sono riusciti ad entrare nella generale interconnessione
delle attività economiche a livello internazionale. Sembra,
dunque, che il maggior problema sia quello di ottenere un equo
accesso al mercato internazionale, fondato non sul principio
unilaterale dello sfruttamento delle risorse naturali, ma sulla
valorizzazione delle risorse umane.72
Aspetti tipici del Terzo Mondo, però, emergono anche nei Paesi
sviluppati, dove l'incessante trasformazione dei modi di produrre
e di consumare svaluta certe conoscenze già acquisite e
professionalità consolidate, esigendo un continuo sforzo di
riqualificazione e di aggiornamento. Coloro che non riescono a
tenersi al passo con i tempi possono facilmente essere emarginati;
insieme con essi lo sono gli anziani, i giovani incapaci di ben
inserirsi nella vita sociale e, in genere, i soggetti più deboli e
il cosiddetto Quarto Mondo. Anche la situazione della donna in
queste condizioni è tutt'altro che facile.
34. Sembra che, tanto a livello delle singole Nazioni quanto a
quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia
lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere
efficacemente ai bisogni. Ciò, tuttavia, vale solo per quei
bisogni che sono «solvibili», che dispongono di un potere
d'acquisto, e per quelle risorse che sono «vendibili», in grado di
ottenere un prezzo adeguato. Ma esistono numerosi bisogni umani
che non hanno accesso al mercato. È stretto dovere di giustizia e
di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano
insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano. È,
inoltre, necessario che questi uomini bisognosi siano aiutati ad
acquisire le conoscenze, ad entrare nel circolo delle
interconnessioni, a sviluppare le loro attitudini per valorizzare
al meglio capacità e risorse. Prima ancora della logica dello
scambio degli equivalenti e delle forme di giustizia, che le son
proprie, esiste un qualcosa che è dovuto all'uomo perché è
uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa
dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di
sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune
dell'umanità.
Nei contesti di Terzo Mondo conservano la loro validità (in certi
casi è ancora un traguardo da raggiungere) proprio quegli
obiettivi indicati dalla Rerum novarum, per evitare la
riduzione del lavoro dell'uomo e dell'uomo stesso al livello di
una semplice merce: il salario sufficiente per la vita della
famiglia; le assicurazioni sociali per la vecchiaia e la
disoccupazione; la tutela adeguata delle condizioni di lavoro.
35. Si apre qui un grande e fecondo campo di impegno e di
lotta, nel nome della giustizia, per i sindacati e per le
altre organizzazioni dei lavoratori, che ne difendono i diritti e
ne tutelano la soggettività, svolgendo al tempo stesso una
funzione essenziale di carattere culturale, per farli partecipare
in modo più pieno e degno alla vita della Nazione ed aiutarli
lungo il cammino dello sviluppo.
In questo senso si può giustamente parlare di lotta contro un
sistema economico, inteso come metodo che assicura l'assoluta
prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di
produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del
lavoro dell'uomo.73
A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello
alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un
capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero,
dell'impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al
mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze
sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle
esigenze fondamentali di tutta la società.
La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come
indicatore del buon andamento dell'azienda: quando un'azienda
produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono
stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani
debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l'unico
indice delle condizioni dell'azienda. È possibile che i conti
economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che
costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, siano
umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente
inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi
negativi anche per l'efficienza economica dell'azienda. Scopo
dell'impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del
profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come comunità
di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento
dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare
gruppo al servizio dell'intera società. Il profitto è un
regolatore della vita dell'azienda, ma non è l'unico; ad esso va
aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali
che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la
vita dell'impresa.
Si è visto come è inaccettabile l'affermazione che la sconfitta
del cosiddetto «socialismo reale» lasci il capitalismo come unico
modello di organizzazione economica. Occorre rompere le barriere e
i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello sviluppo,
assicurare a tutti – individui e Nazioni – le condizioni di base,
che consentano di partecipare allo sviluppo. Tale obiettivo
richiede sforzi programmati e responsabili da parte di tutta la
comunità internazionale. Occorre che le Nazioni più forti sappiano
offrire a quelle più deboli occasioni di inserimento nella vita
internazionale, e che quelle più deboli sappiano cogliere tali
occasioni, facendo gli sforzi e i sacrifici necessari, assicurando
la stabilità del quadro politico ed economico, la certezza di
prospettive per il futuro, la crescita delle capacità dei propri
lavoratori, la formazione di imprenditori efficienti e consapevoli
delle loro responsabilità.74
Al presente sugli sforzi positivi che sono compiuti in proposito
grava il problema, in gran parte ancora irrisolto, del debito
estero dei Paesi più poveri. È certamente giusto il principio che
i debiti debbano essere pagati; non è lecito, però, chiedere o
pretendere un pagamento, quando questo verrebbe ad imporre di
fatto scelte politiche tali da spingere alla fame e alla
disperazione intere popolazioni. Non si può pretendere che i
debiti contratti siano pagati con insopportabili sacrifici. In
questi casi è necessario – come, del resto, sta in parte avvenendo
– trovare modalità di alleggerimento, di dilazione o anche di
estinzione del debito, compatibili col fondamentale diritto dei
popoli alla sussistenza ed al progresso.
36. Conviene ora rivolgere l'attenzione agli specifici problemi ed
alle minacce, che insorgono all'interno delle economie più
avanzate e sono connesse con le loro peculiari caratteristiche.
Nelle precedenti fasi dello sviluppo, l'uomo è sempre vissuto
sotto il peso della necessità: i suoi bisogni erano pochi, fissati
in qualche modo già nelle strutture oggettive della sua
costituzione corporea, e l'attività economica era orientata a
soddisfarli. È chiaro che oggi il problema non è solo di offrirgli
una quantità di beni sufficienti, ma è quello di rispondere ad una
domanda di qualità: qualità delle merci da produrre e da
consumare; qualità dei servizi di cui usufruire; qualità
dell'ambiente e della vita in generale.
La domanda di un'esistenza qualitativamente più soddisfacente e
più ricca è in sé cosa legittima; ma non si possono non
sottolineare le nuove responsabilità ed i pericoli connessi con
questa fase storica. Nel modo in cui insorgono e sono definiti i
nuovi bisogni, è sempre operante una concezione più o meno
adeguata dell'uomo e del suo vero bene: attraverso le scelte di
produzione e di consumo si manifesta una determinata cultura, come
concezione globale della vita. È qui che sorge il fenomeno del
consumismo. Individuando nuovi bisogni e nuove modalità per il
loro soddisfacimento, è necessario lasciarsi guidare da
un'immagine integrale dell'uomo, che rispetti tutte le dimensioni
del suo essere e subordini quelle materiali e istintive a quelle
interiori e spirituali. Al contrario, rivolgendosi direttamente ai
suoi istinti e prescindendo in diverso modo dalla sua realtà
personale cosciente e libera, si possono creare abitudini di
consumo e stili di vita oggettivamente illeciti e
spesso dannosi per la sua salute fisica e spirituale. Il sistema
economico non possiede al suo interno criteri che consentano di
distinguere correttamente le forme nuove e più elevate di
soddisfacimento dei bisogni umani dai nuovi bisogni indotti, che
ostacolano la formazione di una matura personalità. È, perciò,
necessaria ed urgente una grande opera educativa e culturale,
la quale comprenda l'educazione dei consumatori ad un uso
responsabile del loro potere di scelta, la formazione di un alto
senso di responsabilità nei produttori e, soprattutto, nei
professionisti delle comunicazioni di massa, oltre che il
necessario intervento delle pubbliche Autorità.
Un esempio vistoso di consumo artificiale, contrario alla salute e
alla dignità dell'uomo e certo non facile a controllare, è quello
della droga. La sua diffusione è indice di una grave disfunzione
del sistema sociale e sottintende anch'essa una «lettura»
materialistica e, in un certo senso, distruttiva dei bisogni
umani. Così la capacità innovativa dell'economia libera finisce
con l'attuarsi in modo unilaterale ed inadeguato. La droga come
anche la pornografia ed altre forme di consumismo, sfruttando la
fragilità dei deboli, tentano di riempire il vuoto spirituale che
si è venuto a creare.
Non è male desiderare di viver meglio, ma è sbagliato lo stile di
vita che si presume esser migliore, quando è orientato all'avere e
non all'essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per
consumare l'esistenza in un godimento fine a se stesso.75
È necessario, perciò, adoperarsi per costruire stili di vita, nei
quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione
con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi
che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli
investimenti. In proposito, non posso ricordare solo il dovere
della carità, cioè il dovere di sovvenire col proprio «superfluo»
e, talvolta, anche col proprio «necessario» per dare ciò che è
indispensabile alla vita del povero. Alludo al fatto che anche la
scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un
settore produttivo piuttosto che in un altro, è sempre una
scelta morale e culturale. Poste certe condizioni economiche e
di stabilità politica assolutamente imprescindibili, la decisione
di investire, cioè di offrire ad un popolo l'occasione di
valorizzare il proprio lavoro, è anche determinata da un
atteggiamento di simpatia e dalla fiducia nella Provvidenza, che
rivelano la qualità umana di colui che decide.
37. Del pari preoccupante, accanto al problema del consumismo e
con esso strettamente connessa, è la questione ecologica.
L'uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di
essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata
le risorse della terra e la sua stessa vita. Alla radice
dell'insensata distruzione dell'ambiente naturale c'è un errore
antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L'uomo, che
scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di
creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge
sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da
parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della
terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se
essa non avesse una propria forma ed una destinazione anteriore
datale da Dio, che l'uomo può, sì, sviluppare, ma non deve
tradire. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio
nell'opera della creazione, l'uomo si sostituisce a Dio e così
finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto
tiranneggiata che governata da lui.76
Si avverte in ciò, prima di tutto, una povertà o meschinità dello
sguardo dell'uomo, animato dal desiderio di possedere le cose
anziché di riferirle alla verità, e privo di quell'atteggiamento
disinteressato, gratuito, estetico che nasce dallo stupore per
l'essere e per la bellezza, il quale fa leggere nelle cose
visibili il messaggio del Dio invisibile che le ha create. Al
riguardo, l'umanità di oggi deve essere conscia dei suoi doveri e
compiti verso le generazioni future.
38. Oltre all'irrazionale distruzione dell'ambiente naturale è qui
da ricordare quella, ancor più grave, dell'ambiente umano,
a cui peraltro si è lontani dal prestare la necessaria attenzione.
Mentre ci si preoccupa giustamente, anche se molto meno del
necessario, di preservare gli «habitat» naturali delle diverse
specie animali minacciate di estinzione, perché ci si rende conto
che ciascuna di esse apporta un particolare contributo
all'equilibrio generale della terra, ci si impegna troppo poco per
salvaguardare le condizioni morali di un'autentica «ecologia
umana». Non solo la terra è stata data da Dio all'uomo, che
deve usarla rispettando l'intenzione originaria di bene, secondo
la quale gli è stata donata; ma l'uomo è donato a se stesso da Dio
e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui
è stato dotato. Sono da menzionare, in questo contesto, i gravi
problemi della moderna urbanizzazione, la necessità di un
urbanesimo preoccupato della vita delle persone, come anche la
debita attenzione ad un'«ecologia sociale» del lavoro.
L'uomo riceve da Dio la sua essenziale dignità e con essa la
capacità di trascendere ogni ordinamento della società verso la
verità ed il bene. Egli, tuttavia, è anche condizionato dalla
struttura sociale in cui vive, dall'educazione ricevuta e
dall'ambiente. Questi elementi possono facilitare oppure
ostacolare il suo vivere secondo verità. Le decisioni, grazie alle
quali si costituisce un ambiente umano, possono creare specifiche
strutture di peccato, impedendo la piena realizzazione di coloro
che da esse sono variamente oppressi. Demolire tali strutture e
sostituirle con più autentiche forme di convivenza è un compito
che esige coraggio e pazienza.77
39. La prima e fondamentale struttura a favore dell'«ecologia
umana» è la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le
prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene,
apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che
cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende qui
la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco
di sé da parte dell'uomo e della donna crea un ambiente di vita
nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità,
diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare
il suo unico ed irripetibile destino. Spesso accade, invece, che
l'uomo è scoraggiato dal realizzare le condizioni autentiche della
riproduzione umana, ed è indotto a considerare se stesso e la
propria vita come un insieme di sensazioni da sperimentare anziché
come un'opera da compiere. Di qui nasce una mancanza di libertà
che fa rinunciare all'impegno di legarsi stabilmente con un'altra
persona e di generare dei figli, oppure induce a considerare
costoro come una delle tante «cose» che è possibile avere o non
avere, secondo i propri gusti, e che entrano in concorrenza con
altre possibilità.
Occorre tornare a considerare la famiglia come il santuario
della vita. Essa, infatti, è sacra: è il luogo in cui la vita,
dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i
molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le
esigenze di un'autentica crescita umana. Contro la cosiddetta
cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura
della vita.
L'ingegno dell'uomo sembra orientarsi, in questo campo, più a
limitare, sopprimere o annullare le fonti della vita ricorrendo
perfino all'aborto, purtroppo così diffuso nel mondo, che a
difendere e ad aprire le possibilità della vita stessa.
Nell'Enciclica Sollicitudo rei socialis sono state
denunciate le campagne sistematiche contro la natalità, che, in
base ad una concezione distorta del problema demografico e in un
clima di «assoluta mancanza di rispetto per la libertà di
decisione delle persone interessate», le sottopongono non di rado
«a intolleranti pressioni … per piegarle a questa forma nuova di
oppressione».78
Si tratta di politiche che con nuove tecniche estendono il loro
raggio di azione fino ad arrivare, come in una «guerra chimica»,
ad avvelenare la vita di milioni di esseri umani indifesi.
Queste critiche sono rivolte non tanto contro un sistema
economico, quanto contro un sistema etico-culturale. L'economia,
infatti, è solo un aspetto ed una dimensione della complessa
attività umana. Se essa è assolutizzata, se la produzione ed il
consumo delle merci finiscono con l'occupare il centro della vita
sociale e diventano l'unico valore della società, non subordinato
ad alcun altro, la causa va ricercata non solo e non tanto nel
sistema economico stesso, quanto nel fatto che l'intero sistema
socio-culturale, ignorando la dimensione etica e religiosa, si è
indebolito e ormai si limita solo alla produzione dei beni e dei
servizi.79
Tutto ciò si può riassumere affermando ancora una volta che la
libertà economica è soltanto un elemento della libertà umana.
Quando quella si rende autonoma, quando cioè l'uomo è visto più
come un produttore o un consumatore di beni che come un soggetto
che produce e consuma per vivere, allora perde la sua necessaria
relazione con la persona umana e finisce con l'alienarla ed
opprimerla.80
40. È compito dello Stato provvedere alla difesa e alla tutela di
quei beni collettivi, come l'ambiente naturale e l'ambiente umano,
la cui salvaguardia non può essere assicurata dai semplici
meccanismi di mercato. Come ai tempi del vecchio capitalismo lo
Stato aveva il dovere di difendere i diritti fondamentali del
lavoro, così ora col nuovo capitalismo esso e l'intera società
hanno il dovere di difendere i beni collettivi che, tra
l'altro, costituiscono la cornice al cui interno soltanto è
possibile per ciascuno conseguire legittimamente i suoi fini
individuali.
Si ritrova qui un nuovo limite del mercato: ci sono bisogni
collettivi e qualitativi che non possono essere soddisfatti
mediante i suoi meccanismi; ci sono esigenze umane importanti che
sfuggono alla sua logica; ci sono dei beni che, in base alla loro
natura, non si possono e non si debbono vendere e comprare. Certo,
i meccanismi di mercato offrono sicuri vantaggi: aiutano, tra
l'altro, ad utilizzare meglio le risorse; favoriscono lo scambio
dei prodotti e, soprattutto, pongono al centro la volontà e le
preferenze della persona che nel contratto si incontrano con
quelle di un'altra persona. Tuttavia, essi comportano il rischio
di un'«idolatria» del mercato, che ignora l'esistenza dei beni
che, per loro natura, non sono né possono essere semplici merci.
41. Il marxismo ha criticato le società borghesi capitalistiche,
rimproverando loro la mercificazione e l'alienazione
dell'esistenza umana. Certamente, questo rimprovero è basato su
una concezione errata ed inadeguata dell'alienazione, che la fa
derivare solo dalla sfera dei rapporti di produzione e di
proprietà, cioè assegnandole un fondamento materialistico e, per
di più, negando la legittimità e la positività delle relazioni di
mercato anche nell'ambito che è loro proprio. Si finisce così con
l'affermare che solo in una società di tipo collettivistico
potrebbe essere eliminata l'alienazione. Ora, l'esperienza storica
dei Paesi socialisti ha tristemente dimostrato che il
collettivismo non sopprime l'alienazione, ma piuttosto l'accresce,
aggiungendovi la penuria delle cose necessarie e l'inefficienza
economica.
L'esperienza storica dell'Occidente, da parte sua, dimostra che,
se l'analisi e la fondazione marxista dell'alienazione sono false,
tuttavia l'alienazione con la perdita del senso autentico
dell'esistenza è un fatto reale anche nelle società occidentali.
Essa si verifica nel consumo, quando l'uomo è implicato in una
rete di false e superficiali soddisfazioni, anziché essere aiutato
a fare l'autentica e concreta esperienza della sua personalità.
Essa si verifica anche nel lavoro, quando è organizzato in modo
tale da «massimizzare» soltanto i suoi frutti e proventi e non ci
si preoccupa che il lavoratore, mediante il proprio lavoro, si
realizzi di più o di meno come uomo, a seconda che cresca la sua
partecipazione in un'autentica comunità solidale, oppure cresca il
suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata
competitività e di reciproca estraniazione, nel quale egli è
considerato solo come un mezzo, e non come un fine.
È necessario ricondurre il concetto di alienazione alla visione
cristiana, ravvisando in esso l'inversione tra i mezzi e i fini:
quando non riconosce il valore e la grandezza della persona in se
stesso e nell'altro, l'uomo di fatto si priva della possibilità di
fruire della propria umanità e di entrare in quella relazione di
solidarietà e di comunione con gli altri uomini per cui Dio lo ha
creato. È, infatti, mediante il libero dono di sé che l'uomo
diventa autenticamente se stesso,81
e questo dono è reso possibile dall'essenziale «capacità di
trascendenza» della persona umana. L'uomo non può donare se stesso
ad un progetto solo umano della realtà, ad un ideale astratto o a
false utopie. Egli, in quanto persona, può donare se stesso ad
un'altra persona o ad altre persone e, infine, a Dio, che è
l'autore del suo essere ed è l'unico che può pienamente accogliere
il suo dono.82
È alienato l'uomo che rifiuta di trascendere se stesso e di vivere
l'esperienza del dono di sé e della formazione di un'autentica
comunità umana, orientata al suo destino ultimo che è Dio. È
alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione
sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la
realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa
solidarietà interumana.
Nella società occidentale è stato superato lo sfruttamento, almeno
nelle forme analizzate e descritte da Carlo Marx. Non è stata
superata, invece, l'alienazione nelle varie forme di sfruttamento,
quando gli uomini si strumentalizzano vicendevolmente e, nel
soddisfacimento sempre più raffinato dei loro bisogni particolari
e secondari, diventano sordi a quelli principali ed autentici, che
devono regolare anche le modalità di soddisfacimento degli altri
bisogni.83
L'uomo che si preoccupa solo o prevalentemente dell'avere e del
godimento, non più capace di dominare i suoi istinti e le sue
passioni e di subordinarle mediante l'obbedienza alla verità, non
può essere libero: l'obbedienza alla verità su Dio e sull'uomo
è la condizione prima della libertà, consentendogli di
ordinare i propri bisogni, i propri desideri e le modalità del
loro soddisfacimento secondo una giusta gerarchia, di modo che il
possesso delle cose sia per lui un mezzo di crescita. Un ostacolo
a tale crescita può venire dalla manipolazione operata da quei
mezzi di comunicazione di massa che impongono, con la forza di una
ben orchestrata insistenza, mode e movimenti di opinione, senza
che sia possibile sottoporre a una disamina critica le premesse su
cui essi si fondano.
42. Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse dire che,
dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia
il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi
dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro
società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi
del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e
civile?
La risposta è ovviamente complessa. Se con «capitalismo» si indica
un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e
positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e
della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della
libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è
certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato
parlare di «economia d'impresa», o di «economia di mercato», o
semplicemente di «economia libera». Ma se con «capitalismo» si
intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non
è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al
servizio della libertà umana integrale e la consideri come una
particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e
religioso, allora la risposta è decisamente negativa.
La soluzione marxista è fallita, ma permangono nel mondo fenomeni
di emarginazione e di sfruttamento, specialmente nel Terzo Mondo,
nonché fenomeni di alienazione umana, specialmente nei Paesi più
avanzati, contro i quali si leva con fermezza la voce della
Chiesa. Tante moltitudini vivono tuttora in condizioni di grande
miseria materiale e morale. Il crollo del sistema comunista in
tanti Paesi elimina certo un ostacolo nell'affrontare in modo
adeguato e realistico questi problemi, ma non basta a risolverli.
C'è anzi il rischio che si diffonda un'ideologia radicale di tipo
capitalistico, la quale rifiuta perfino di prenderli in
considerazione, ritenendo a priori condannato
all'insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne affida
fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di
mercato.
43. La Chiesa non ha modelli da proporre. I modelli reali e
veramente efficaci possono solo nascere nel quadro delle diverse
situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i responsabili
che affrontino i problemi concreti in tutti i loro aspetti
sociali, economici, politici e culturali che si intrecciano tra
loro.84
A tale impegno la Chiesa offre, come indispensabile
orientamento ideale, la propria dottrina sociale, che – come
si è detto – riconosce la positività del mercato e dell'impresa,
ma indica, nello stesso tempo, la necessità che questi siano
orientati verso il bene comune. Essa riconosce anche la
legittimità degli sforzi dei lavoratori per conseguire il pieno
rispetto della loro dignità e spazi maggiori di partecipazione
nella vita dell'azienda, di modo che, pur lavorando insieme con
altri e sotto la direzione di altri, possano, in un certo senso,
«lavorare in proprio»85
esercitando la loro intelligenza e libertà.
L'integrale sviluppo della persona umana nel lavoro non
contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttività ed
efficacia del lavoro stesso, anche se ciò può indebolire assetti
di potere consolidati. L'azienda non può esser considerata solo
come una «società di capitali»; essa, al tempo stesso, è una
«società di persone», di cui entrano a far parte in modo diverso e
con specifiche responsabilità sia coloro che forniscono il
capitale necessario per la sua attività, sia coloro che vi
collaborano col loro lavoro. Per conseguire questi fini è ancora
necessario un grande movimento associato dei lavoratori, il
cui obiettivo è la liberazione e la promozione integrale della
persona.
Alla luce delle «cose nuove» di oggi è stato riletto il
rapporto tra la proprietà individuale, o privata, e la
destinazione universale dei beni. L'uomo realizza se stesso
per mezzo della sua intelligenza e della sua libertà e, nel fare
questo, assume come oggetto e come strumento le cose del mondo e
di esse si appropria. In questo suo agire sta il fondamento del
diritto all'iniziativa e alla proprietà individuale. Mediante il
suo lavoro l'uomo s'impegna non solo per se stesso, ma anche
per gli altri e con gli altri: ciascuno collabora al
lavoro ed al bene altrui. L'uomo lavora per sovvenire ai bisogni
della sua famiglia, della comunità di cui fa parte, della Nazione
e, in definitiva, dell'umanità tutta.86
Egli, inoltre, collabora al lavoro degli altri, che operano nella
stessa azienda, nonché al lavoro dei fornitori o al consumo dei
clienti, in una catena di solidarietà che si estende
progressivamente. La proprietà dei mezzi di produzione sia in
campo industriale che agricolo è giusta e legittima, se serve ad
un lavoro utile; diventa, invece, illegittima, quando non viene
valorizzata o serve ad impedire il lavoro di altri, per ottenere
un guadagno che non nasce dall'espansione globale del lavoro e
della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione,
dall'illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura
della solidarietà nel mondo del lavoro.87
Una tale proprietà non ha nessuna giustificazione e costituisce un
abuso al cospetto di Dio e degli uomini.
L'obbligo di guadagnare il pane col sudore della propria fronte
suppone, al tempo stesso, un diritto. Una società in cui questo
diritto sia sistematicamente negato, in cui le misure di politica
economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli
soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua
legittimazione etica né la pace sociale.88
Come la persona realizza pienamente se stessa nel libero dono di
sé, così la proprietà si giustifica moralmente nel creare, nei
modi e nei tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per
tutti.
V – Stato e
Cultura
44. Leone XIII non ignorava che una sana teoria dello Stato
è necessaria per assicurare il normale sviluppo delle attività
umane: di quelle spirituali e di quelle materiali, che sono
entrambe indispensabili.89
Per questo, in un passo della Rerum novarum egli presenta
l'organizzazione della società secondo i tre poteri – legislativo,
esecutivo e giudiziario -, e ciò in quel tempo costituiva una
novità nell'insegnamento della Chiesa.90
Tale ordinamento riflette una visione realistica della natura
sociale dell'uomo, la quale esige una legislazione adeguata a
proteggere la libertà di tutti. A tal fine è preferibile che ogni
potere sia bilanciato da altri poteri e da altre sfere di
competenza, che lo mantengano nel suo giusto limite. È, questo, il
principio dello «Stato di diritto», nel quale è sovrana la legge,
e non la volontà arbitraria degli uomini.
A questa concezione si è opposto nel tempo moderno il
totalitarismo, il quale, nella forma marxista-leninista, ritiene
che alcuni uomini, in virtù di una più profonda conoscenza delle
leggi di sviluppo della società, o per una particolare
collocazione di classe o per un contatto con le sorgenti più
profonde della coscienza collettiva, sono esenti dall'errore e
possono, quindi, arrogarsi l'esercizio di un potere assoluto. Va
aggiunto che il totalitarismo nasce dalla negazione della verità
in senso oggettivo: se non esiste una verità trascendente,
obbedendo alla quale l'uomo acquista la sua piena identità, allora
non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti
tra gli uomini. Il loro interesse di classe, di gruppo, di Nazione
li oppone inevitabilmente gli uni agli altri. Se non si riconosce
la verità trascendente, allora trionfa la forza del potere, e
ciascuno tende a utilizzare fino in fondo i mezzi di cui dispone
per imporre il proprio interesse o la propria opinione, senza
riguardo ai diritti dell'altro. Allora l'uomo viene rispettato
solo nella misura in cui è possibile strumentalizzarlo per
un'affermazione egoistica. La radice del moderno totalitarismo,
dunque, è da individuare nella negazione della trascendente
dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile
e, proprio per questo, per sua natura stessa, soggetto di diritti
che nessuno può violare: né l'individuo, né il gruppo, né la
classe, né la Nazione o lo Stato. Non può farlo nemmeno la
maggioranza di un corpo sociale, ponendosi contro la minoranza,
emarginandola, opprimendola, sfruttandola o tentando di
annientarla.91
45. La cultura e la prassi del totalitarismo comportano anche la
negazione della Chiesa. Lo Stato, oppure il partito, che ritiene
di poter realizzare nella storia il bene assoluto e si erge al di
sopra di tutti i valori, non può tollerare che sia affermato un
criterio oggettivo del bene e del male oltre la volontà dei
governanti, il quale, in determinate circostanze, può servire a
giudicare il loro comportamento. Ciò spiega perché il
totalitarismo cerca di distruggere la Chiesa o, almeno, di
assoggettarla, facendola strumento del proprio apparato ideologico.92
Lo Stato totalitario, inoltre, tende ad assorbire in se stesso la
Nazione, la società, la famiglia, le comunità religiose e le
stesse persone. Difendendo la propria libertà, la Chiesa difende
la persona, che deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (cf
At 5,29), la famiglia, le diverse organizzazioni sociali e le
Nazioni, realtà tutte che godono di una propria sfera di autonomia
e di sovranità.
46. La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto
assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e
garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e
controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo
pacifico, ove ciò risulti opportuno.93
Essa, pertanto, non può favorire la formazione di gruppi dirigenti
ristretti, i quali per interessi particolari o per fini ideologici
usurpano il potere dello Stato.
Un'autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e
sulla base di una retta concezione della persona umana. Essa esige
che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia
delle singole persone mediante l'educazione e la formazione ai
veri ideali, sia della «soggettività» della società mediante la
creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità.
Oggi si tende ad affermare che l'agnosticismo ed il relativismo
scettico sono la filosofia e l'atteggiamento fondamentale
rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti son
convinti di conoscere la verità ed aderiscono con fermezza ad essa
non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non
accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia
variabile a seconda dei diversi equilibri politici. A questo
proposito, bisogna osservare che, se non esiste nessuna verità
ultima la quale guida ed orienta l'azione politica, allora le idee
e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per
fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente
in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la
storia.
Né la Chiesa chiude gli occhi davanti al pericolo del fanatismo, o
fondamentalismo, di quanti, in nome di un'ideologia che si
pretende scientifica o religiosa, ritengono di poter imporre agli
altri uomini la loro concezione della verità e del bene. Non è di
questo tipo la verità cristiana. Non essendo ideologica, la
fede cristiana non presume di imprigionare in un rigido schema la
cangiante realtà socio-politica e riconosce che la vita dell'uomo
si realizza nella storia in condizioni diverse e non perfette. La
Chiesa, pertanto, riaffermando costantemente la trascendente
dignità della persona, ha come suo metodo il rispetto della
libertà.94
Ma la libertà è pienamente valorizzata soltanto dall'accettazione
della verità: in un mondo senza verità la libertà perde la sua
consistenza, e l'uomo è esposto alla violenza delle passioni ed a
condizionamenti aperti od occulti. Il cristiano vive la libertà (cf
Gv 8,31-32) e la serve proponendo continuamente, secondo la
natura missionaria della sua vocazione, la verità che ha
conosciuto. Nel dialogo con gli altri uomini egli, attento ad ogni
frammento di verità che incontri nell'esperienza di vita e nella
cultura dei singoli e delle Nazioni, non rinuncerà ad affermare
tutto ciò che gli hanno fatto conoscere la sua fede ed il corretto
esercizio della ragione.95
47. Dopo il crollo del totalitarismo comunista e di molti altri
regimi totalitari e «di sicurezza nazionale», si assiste oggi al
prevalere, non senza contrasti, dell'ideale democratico,
unitamente ad una viva attenzione e preoccupazione per i diritti
umani. Ma proprio per questo è necessario che i popoli che stanno
riformando i loro ordinamenti diano alla democrazia un autentico e
solido fondamento mediante l'esplicito riconoscimento di questi
diritti.96
Tra i principali sono da ricordare: il diritto alla vita, di cui è
parte integrante il diritto a crescere sotto il cuore della madre
dopo essere stati generati; il diritto a vivere in una famiglia
unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della
propria personalità; il diritto a maturare la propria intelligenza
e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della
verità; il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni
della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei
propri cari; il diritto a fondare liberamente una famiglia ed a
accogliere e educare i figli, esercitando responsabilmente la
propria sessualità. Fonte e sintesi di questi diritti è, in un
certo senso, la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere
nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente
dignità della propria persona.97
Anche nei Paesi dove vigono forme di governo democratico non
sempre questi diritti sono del tutto rispettati. Né ci si
riferisce soltanto allo scandalo dell'aborto, ma anche a diversi
aspetti di una crisi dei sistemi democratici, che talvolta sembra
abbiano smarrito la capacità di decidere secondo il bene comune.
Le domande che si levano dalla società a volte non sono esaminate
secondo criteri di giustizia e di moralità, ma piuttosto secondo
la forza elettorale o finanziaria dei gruppi che le sostengono.
Simili deviazioni del costume politico col tempo generano sfiducia
ed apatia con la conseguente diminuzione della partecipazione
politica e dello spirito civico in seno alla popolazione, che si
sente danneggiata e delusa. Ne risulta la crescente incapacità di
inquadrare gli interessi particolari in una coerente visione del
bene comune. Questo, infatti, non è la semplice somma degli
interessi particolari, ma implica la loro valutazione e
composizione fatta in base ad un'equilibrata gerarchia di valori
e, in ultima analisi, ad un'esatta comprensione della dignità e
dei diritti della persona.98
La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell'ordine
democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l'una
o l'altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il contributo,
che essa offre a tale ordine, è proprio quella visione della
dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua
pienezza nel mistero del Verbo incarnato.99
48. Queste considerazioni generali si riflettono anche sul
ruolo dello Stato nel settore dell'economia. L'attività
economica, in particolare quella dell'economia di mercato, non può
svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico. Essa
suppone, al contrario, sicurezza circa le garanzie della libertà
individuale e della proprietà, oltre che una moneta stabile e
servizi pubblici efficienti. Il principale compito dello Stato,
pertanto, è quello di garantire questa sicurezza, di modo che chi
lavora e produce possa godere i frutti del proprio lavoro e,
quindi, si senta stimolato a compierlo con efficienza e onestà. La
mancanza di sicurezza, accompagnata dalla corruzione dei pubblici
poteri e dalla diffusione di improprie fonti di arricchimento e di
facili profitti, fondati su attività illegali o puramente
speculative, è uno degli ostacoli principali per lo sviluppo e per
l'ordine economico.
Altro compito dello Stato è quello di sorvegliare e guidare
l'esercizio dei diritti umani nel settore economico; ma in questo
campo la prima responsabilità non è dello Stato, bensì dei singoli
e dei diversi gruppi e associazioni in cui si articola la società.
Non potrebbe lo Stato assicurare direttamente il diritto al lavoro
di tutti i cittadini senza irreggimentare l'intera vita economica
e mortificare la libera iniziativa dei singoli. Ciò, tuttavia, non
significa che esso non abbia alcuna competenza in questo ambito,
come hanno affermato i sostenitori di un'assenza di regole nella
sfera economica. Lo Stato, anzi, ha il dovere di assecondare
l'attività delle imprese, creando condizioni che assicurino
occasioni di lavoro, stimolandola ove essa risulti insufficiente o
sostenendola nei momenti di crisi.
Lo Stato, ancora, ha il diritto di intervenire quando situazioni
particolari di monopolio creino remore o ostacoli per lo sviluppo.
Ma, oltre a questi compiti di armonizzazione e di guida dello
sviluppo, esso può svolgere funzioni di supplenza in
situazioni eccezionali, quando settori sociali o sistemi di
imprese, troppo deboli o in via di formazione, sono inadeguati al
loro compito. Simili interventi di supplenza, giustificati da
urgenti ragioni attinenti al bene comune, devono essere, per
quanto possibile, limitati nel tempo, per non sottrarre
stabilmente a detti settori e sistemi di imprese le competenze che
sono loro proprie e per non dilatare eccessivamente l'ambito
dell'intervento statale in modo pregiudizievole per la libertà sia
economica che civile.
Si è assistito negli ultimi anni ad un vasto ampliamento di tale
sfera di intervento, che ha portato a costituire, in qualche modo,
uno Stato di tipo nuovo: lo «Stato del benessere». Questi sviluppi
si sono avuti in alcuni Stati per rispondere in modo più adeguato
a molte necessità e bisogni, ponendo rimedio a forme di povertà e
di privazione indegne della persona umana. Non sono, però, mancati
eccessi ed abusi che hanno provocato, specialmente negli anni più
recenti, dure critiche allo Stato del benessere, qualificato come
«Stato assistenziale». Disfunzioni e difetti nello Stato
assistenziale derivano da un'inadeguata comprensione dei compiti
propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere rispettato
il principio di sussidiarietà: una società di ordine
superiore non deve interferire nella vita interna di una società
di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve
piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare
la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista
del bene comune.100
Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo
Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e
l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche
burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti,
con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti, che conosce
meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso più
vicino e si fa prossimo al bisognoso. Si aggiunga che spesso un
certo tipo di bisogni richiede una risposta che non sia solo
materiale, ma che ne sappia cogliere la domanda umana più
profonda. Si pensi anche alla condizione dei profughi, degli
immigrati, degli anziani o dei malati ed a tutte le svariate forme
che richiedono assistenza, come nel caso dei tossico-dipendenti:
persone tutte che possono essere efficacemente aiutate solo da chi
offre loro, oltre alle necessarie cure, un sostegno sinceramente
fraterno.
49. In questo campo la Chiesa, fedele al mandato di Cristo, suo
Fondatore, è da sempre presente con le sue opere, per offrire
all'uomo bisognoso un sostegno materiale che non lo umili e non lo
riduca ad esser solo oggetto di assistenza, ma lo aiuti a uscire
dalla precaria sua condizione, promovendone la dignità di persona.
Con viva gratitudine a Dio bisogna segnalare che la carità operosa
non si è mai spenta nella Chiesa ed anzi registra oggi un
multiforme e confortante incremento. Al riguardo, merita speciale
menzione il fenomeno del volontariato, che la Chiesa
favorisce e promuove sollecitando tutti a collaborare per
sostenerlo e incoraggiarlo nelle sue iniziative.
Per superare la mentalità individualista, oggi diffusa, si
richiede un concreto impegno di solidarietà e di carità, il
quale inizia all'interno della famiglia col mutuo sostegno degli
sposi e, poi, con la cura che le generazioni si prendono l'una
dell'altra. In tal modo la famiglia si qualifica come comunità di
lavoro e di solidarietà. Accade, però, che quando la famiglia
decide di corrispondere pienamente alla propria vocazione, si può
trovare priva dell'appoggio necessario da parte dello Stato e non
dispone di risorse sufficienti. È urgente promuovere non solo
politiche per la famiglia, ma anche politiche sociali, che abbiano
come principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola, mediante
l'assegnazione di adeguate risorse e di efficienti strumenti di
sostegno, sia nell'educazione dei figli sia nella cura degli
anziani, evitando il loro allontanamento dal nucleo familiare e
rinsaldando i rapporti tra le generazioni.101
Oltre alla famiglia, svolgono funzioni primarie ed attivano
specifiche reti di solidarietà anche altre società intermedie.
Queste, infatti, maturano come reali comunità di persone ed
innervano il tessuto sociale, impedendo che scada nell'anonimato
ed in un'impersonale massificazione, purtroppo frequente nella
moderna società. È nel molteplice intersecarsi dei rapporti che
vive la persona e cresce la «soggettività della società».
L'individuo oggi è spesso soffocato tra i due poli dello Stato e
del mercato. Sembra, infatti, talvolta che egli esista soltanto
come produttore e consumatore di merci, oppure come oggetto
dell'amministrazione dello Stato, mentre si dimentica che la
convivenza tra gli uomini non è finalizzata né al mercato né allo
Stato, poiché possiede in se stessa un singolare valore che Stato
e mercato devono servire. L'uomo è, prima di tutto, un essere che
cerca la verità e si sforza di viverla e di approfondirla in un
dialogo che coinvolge le generazioni passate e future.102
50. Da tale ricerca aperta della verità, che si rinnova ad ogni
generazione, si caratterizza la cultura della Nazione. In
effetti, il patrimonio dei valori tramandati ed acquisiti è sempre
sottoposto dai giovani a contestazione. Contestare, peraltro, non
vuol dire necessariamente distruggere o rifiutare in modo
aprioristico, ma vuol significare soprattutto mettere alla prova
nella propria vita e, con tale verifica esistenziale, rendere quei
valori più vivi, attuali e personali, discernendo ciò che nella
tradizione è valido da falsità ed errori o da forme invecchiate,
che possono esser sostituite da altre più adeguate ai tempi.
In questo contesto, conviene ricordare che anche
l'evangelizzazione si inserisce nella cultura delle Nazioni,
sostenendola nel suo cammino verso la verità ed aiutandola nel
lavoro di purificazione e di arricchimento.103
Quando, però, una cultura si chiude in se stessa e cerca di
perpetuare forme di vita invecchiate, rifiutando ogni scambio e
confronto intorno alla verità dell'uomo, allora essa diventa
sterile e si avvia a decadenza.
51. Tutta l'attività umana ha luogo all'interno di una cultura e
interagisce con essa. Per un'adeguata formazione di tale cultura
si richiede il coinvolgimento di tutto l'uomo, il quale vi esplica
la sua creatività, la sua intelligenza, la sua conoscenza del
mondo e degli uomini. Egli, inoltre, vi investe la sua capacità di
autodominio, di sacrificio personale, di solidarietà e di
disponibilità per promuovere il bene comune. Per questo, il primo
e più importante lavoro si compie nel cuore dell'uomo, ed
il modo in cui questi si impegna a costruire il proprio futuro
dipende dalla concezione che ha di se stesso e del suo destino. È
a questo livello che si colloca il contributo specifico e
decisivo della Chiesa in favore della vera cultura. Essa
promuove le qualità dei comportamenti umani, che favoriscono la
cultura della pace contro modelli che confondono l'uomo nella
massa, disconoscono il ruolo della sua iniziativa e libertà e
pongono la sua grandezza nelle arti del conflitto e della guerra.
La Chiesa rende un tale servizio predicando la verità intorno
alla creazione del mondo, che Dio ha posto nelle mani degli
uomini perché lo rendano fecondo e più perfetto col loro lavoro, e
predicando la verità intorno alla redenzione, per cui il
Figlio di Dio ha salvato tutti gli uomini e, al tempo stesso, li
ha uniti gli uni agli altri, rendendoli responsabili gli uni degli
altri. La Sacra Scrittura ci parla continuamente di attivo impegno
per il fratello e ci presenta l'esigenza di una corresponsabilità
che deve abbracciare tutti gli uomini.
Questa esigenza non si ferma ai confini della propria famiglia, e
neppure della Nazione o dello Stato, ma investe ordinatamente
tutta l'umanità, sicché nessun uomo deve considerarsi estraneo o
indifferente alla sorte di un altro membro della famiglia umana.
Nessun uomo può affermare di non essere responsabile della sorte
del proprio fratello (cf Gn 4,9; Lc 10,29-37; Mt
25,31-46)! L'attenta e premurosa sollecitudine verso il prossimo,
nel momento stesso del bisogno, oggi facilitata anche dai nuovi
mezzi di comunicazione che hanno reso gli uomini più vicini tra
loro, è particolarmente importante in relazione alla ricerca degli
strumenti di soluzione dei conflitti internazionali alternativi
alla guerra. Non è difficile affermare che la potenza terrificante
dei mezzi di distruzione, accessibili perfino alle medie e piccole
potenze, e la sempre più stretta connessione, esistente tra i
popoli di tutta la terra, rendono assai arduo o praticamente
impossibile limitare le conseguenze di un conflitto.
52. I pontefici Benedetto XV ed i suoi successori hanno
lucidamente compreso questo pericolo,104
ed io stesso, in occasione della recente drammatica guerra nel
Golfo Persico, ho ripetuto il grido: «Mai più la guerra!». No, mai
più la guerra, che distrugge la vita degli innocenti, che insegna
ad uccidere e sconvolge egualmente la vita degli uccisori, che
lascia dietro di sé uno strascico di rancori e di odi, rendendo
più difficile la giusta soluzione degli stessi problemi che
l'hanno provocata! Come all'interno dei singoli Stati è giunto
finalmente il tempo in cui il sistema della vendetta privata e
della rappresaglia è stato sostituito dall'impero della legge,
così è ora urgente che un simile progresso abbia luogo nella
Comunità internazionale. Non bisogna, peraltro, dimenticare che
alle radici della guerra ci sono in genere reali e gravi ragioni:
ingiustizie subite, frustrazioni di legittime aspirazioni, miseria
e sfruttamento di moltitudini umane disperate, le quali non vedono
la reale possibilità di migliorare le loro condizioni con le vie
della pace.
Per questo, l'altro nome della pace è lo sviluppo.105
Come esiste la responsabilità collettiva di evitare la guerra,
così esiste la responsabilità collettiva di promuovere lo
sviluppo. Come a livello interno è possibile e doveroso costruire
un'economia sociale che orienti il funzionamento del mercato verso
il bene comune, allo stesso modo è necessario che ci siano
interventi adeguati anche a livello internazionale. Perciò,
bisogna fare un grande sforzo di reciproca comprensione, di
conoscenza e di sensibilizzazione delle coscienze. È questa
l'auspicata cultura che fa crescere la fiducia nelle potenzialità
umane del povero e, quindi, nella sua capacità di migliorare la
propria condizione mediante il lavoro, o di dare un positivo
contributo al benessere economico. Per far questo, però, il povero
– individuo o Nazione – ha bisogno che gli siano offerte
condizioni realisticamente accessibili. Creare tali occasioni è il
compito di una concertazione mondiale per lo sviluppo, che
implica anche il sacrificio delle posizioni di rendita e di
potere, di cui le economie più sviluppate si avvantaggiano.106
Ciò può comportare importanti cambiamenti negli stili di vita
consolidati, al fine di limitare lo spreco delle risorse
ambientali ed umane, permettendo così a tutti i popoli ed uomini
della terra di averne in misura sufficiente. A ciò si deve
aggiungere la valorizzazione dei nuovi beni materiali e
spirituali, frutto del lavoro e della cultura dei popoli oggi
emarginati, ottenendo così il complessivo arricchimento umano
della famiglia delle Nazioni.
VI – L'uomo è
la via della Chiesa
53. Di fronte alla miseria del proletariato Leone XIII diceva:
«Affrontiamo con fiducia questo argomento e con pieno nostro
diritto … Ci parrebbe di mancare al nostro ufficio se tacessimo».107
Negli ultimi cento anni la Chiesa ha ripetutamente manifestato il
suo pensiero, seguendo da vicino la continua evoluzione della
questione sociale, e non ha certo fatto questo per recuperare
privilegi del passato o per imporre una sua concezione. Suo unico
scopo è stata la cura e responsabilità per l'uomo, a lei
affidato da Cristo stesso, per questo uomo che, come il
Concilio Vaticano II ricorda, è la sola creatura che Dio abbia
voluto per se stessa e per cui Dio ha il suo progetto, cioè la
partecipazione all'eterna salvezza. Non si tratta dell'uomo
«astratto», ma dell'uomo reale, «concreto» e «storico»: si tratta
di ciascun uomo, perché ciascuno è stato compreso nel
mistero della redenzione e con ciascuno Cristo si è unito per
sempre attraverso questo mistero.108
Ne consegue che la Chiesa non può abbandonare l'uomo, e che
«questo uomo è la prima via che la Chiesa deve percorrere nel
compimento della sua missione …, la via tracciata da Cristo
stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero
dell'incarnazione e della redenzione».109
È, questa, solo questa l'ispirazione che presiede alla dottrina
sociale della Chiesa. Se essa l'ha a mano a mano elaborata in
forma sistematica, soprattutto a partire dalla data che
commemoriamo, è perché tutta la ricchezza dottrinale della Chiesa
ha come orizzonte l'uomo nella sua concreta realtà di peccatore e
di giusto.
54. La dottrina sociale oggi specialmente mira all'uomo, in
quanto inserito nella complessa rete di relazioni delle società
moderne. Le scienze umane e la filosofia sono di aiuto per
interpretare la centralità dell'uomo dentro la società e
per metterlo in grado di capir meglio se stesso, in quanto «essere
sociale». Soltanto la fede, però, gli rivela pienamente la sua
identità vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina sociale
della Chiesa, la quale, valendosi di tutti gli apporti delle
scienze e della filosofia, si propone di assistere l'uomo nel
cammino della salvezza.
L'Enciclica Rerum novarum può essere letta come un
importante apporto all'analisi socio-economica della fine del
secolo XIX, ma il suo particolare valore le deriva dall'essere un
Documento del Magistero, che ben si inserisce nella missione
evangelizzatrice della Chiesa insieme con molti altri Documenti di
questa natura. Da ciò si evince che la dottrina sociale ha
di per sé il valore di uno strumento di evangelizzazione:
in quanto tale, annuncia Dio ed il mistero di salvezza in Cristo
ad ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l'uomo a se
stesso. In questa luce, e solo in questa luce, si occupa del
resto: dei diritti umani di ciascuno e, in particolare, del
«proletariato», della famiglia e dell'educazione, dei doveri dello
Stato, dell'ordinamento della società nazionale e internazionale,
della vita economica, della cultura, della guerra e della pace,
del rispetto alla vita dal momento del concepimento fino alla
morte.
55. La Chiesa riceve il «senso dell'uomo» dalla divina
Rivelazione. «Per conoscere l'uomo, l'uomo vero, l'uomo integrale,
bisogna conoscere Dio», diceva Paolo VI, e subito dopo citava
santa Caterina da Siena, che esprimeva in preghiera lo stesso
concetto: «Nella tua natura, Deità eterna, conoscerò la natura
mia».110
Pertanto, l'antropologia cristiana è in realtà un capitolo della
teologia e, per la stessa ragione, la dottrina sociale della
Chiesa, preoccupandosi dell'uomo, interessandosi a lui e al suo
modo di comportarsi nel mondo, «appartiene … al campo della
teologia e, specialmente, della teologia morale».111
La dimensione teologica risulta necessaria sia per interpretare
che per risolvere gli attuali problemi della convivenza umana. Il
che vale – conviene rilevarlo – tanto nei confronti della
soluzione «atea», che priva l'uomo di una delle sue componenti
fondamentali, quella spirituale, quanto nei confronti delle
soluzioni permissive e consumistiche, le quali con vari pretesti
mirano a convincerlo della sua indipendenza da ogni legge e da
Dio, chiudendolo in un egoismo che finisce per nuocere a lui
stesso ed agli altri.
Quando annuncia all'uomo la salvezza di Dio, quando gli
offre e comunica la vita divina mediante i sacramenti, quando
orienta la sua vita con i comandamenti dell'amore di Dio e del
prossimo, la Chiesa contribuisce all'arricchimento della dignità
dell'uomo. Ma essa, come non può mai abbandonare questa sua
missione religiosa e trascendente in favore dell'uomo, così si
rende conto che la sua opera incontra oggi particolari difficoltà
ed ostacoli. Ecco perché si impegna sempre con nuove forze e con
nuovi metodi all'evangelizzazione che promuove tutto l'uomo. Anche
alla vigilia del terzo Millennio, essa rimane «il segno e la
salvaguardia del carattere trascendente della persona umana»,112
come ha sempre cercato di fare sin dall'inizio della sua
esistenza, camminando insieme con l'uomo lungo tutta la storia.
L'Enciclica Rerum novarum ne è un'espressione
significativa.
56. Nel centesimo anniversario di quest' Enciclica, desidero
ringraziare tutti coloro che si sono impegnati a studiare,
approfondire e divulgare la dottrina sociale cristiana. A
questo fine è indispensabile la collaborazione delle Chiese
locali, ed io auguro che la ricorrenza sia motivo di un rinnovato
slancio per il suo studio, diffusione ed applicazione nei
molteplici ambiti.
Desidero, in particolare, che essa sia fatta conoscere e sia
attuata nei diversi Paesi dove, dopo il crollo del socialismo
reale, si manifesta un grave disorientamento nell'opera di
ricostruzione. A loro volta, i Paesi occidentali corrono il
pericolo di vedere in questo cedimento la vittoria unilaterale del
proprio sistema economico, e non si preoccupano, perciò, di
apportare ad esso le dovute correzioni. I Paesi del Terzo Mondo,
poi, si trovano più che mai nella drammatica situazione del
sottosviluppo, che ogni giorno si aggrava.
Leone XIII, dopo aver formulato i principi e gli orientamenti per
la soluzione della questione operaia, scrisse una parola decisiva:
«Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi, perché il
ritardo potrebbe render più difficile la cura di un male già tanto
grave», aggiungendo anche: «Quanto alla Chiesa, essa non lascerà
mai mancare in nessun modo l'opera sua».113
57 Per la Chiesa il messaggio sociale del Vangelo non deve esser
considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una
motivazione per l'azione. Spinti da questo messaggio, alcuni dei
primi cristiani distribuivano i loro beni ai poveri, testimoniando
che, nonostante le diverse provenienze sociali, era possibile una
convivenza pacifica e solidale. Con la forza del Vangelo, nel
corso dei secoli, i monaci coltivarono le terre, i religiosi e le
religiose fondarono ospedali e asili per i poveri, le
confraternite, come pure uomini e donne di tutte le condizioni, si
impegnarono in favore dei bisognosi e degli emarginati, essendo
convinti che le parole di Cristo: «Ogni volta che farete queste
cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt
25,40), non dovevano rimanere un pio desiderio, ma diventare un
concreto impegno di vita.
Oggi più che mai la Chiesa è cosciente che il suo messaggio
sociale troverà credibilità nella testimonianza delle opere,
prima che nella sua coerenza e logica interna. Anche da questa
consapevolezza deriva la sua opzione preferenziale per i poveri,
la quale non è mai esclusiva né discriminante verso altri gruppi.
Si tratta, infatti, di opzione che non vale soltanto per la
povertà materiale, essendo noto che, specialmente nella società
moderna, si trovano molte forme di povertà non solo economica, ma
anche culturale e religiosa. L'amore della Chiesa per i poveri,
che è determinante ed appartiene alla sua costante tradizione, la
spinge a rivolgersi al mondo nel quale, nonostante il progresso
tecnico-economico, la povertà minaccia di assumere forme
gigantesche. Nei Paesi occidentali c'è la povertà multiforme dei
gruppi emarginati, degli anziani e malati, delle vittime del
consumismo e, più ancora, quella dei tanti profughi ed emigrati;
nei Paesi in via di sviluppo si profilano all'orizzonte crisi
drammatiche, se non si prenderanno in tempo misure
internazionalmente coordinate.
58. L'amore per l'uomo e, in primo luogo, per il povero, nel quale
la Chiesa vede Cristo, si fa concreto nella promozione della
giustizia. Questa non potrà mai essere pienamente realizzata,
se gli uomini non riconosceranno nel bisognoso, che chiede un
sostegno per la sua vita, non un importuno o un fardello, ma
l'occasione di bene in sé, la possibilità di una ricchezza più
grande. Solo questa consapevolezza infonderà il coraggio per
affrontare il rischio ed il cambiamento impliciti in ogni
autentico tentativo di venire in soccorso dell'altro uomo. Non si
tratta, infatti, solo di dare il superfluo, ma di aiutare interi
popoli, che ne sono esclusi o emarginati, ad entrare nel circolo
dello sviluppo economico ed umano. Ciò sarà possibile non solo
attingendo al superfluo, che il nostro mondo produce in
abbondanza, ma soprattutto cambiando gli stili di vita, i modelli
di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che
oggi reggono le società. Né si tratta di distruggere strumenti di
organizzazione sociale che han dato buona prova di sé, ma di
orientarli secondo un'adeguata concezione del bene comune in
riferimento all'intera famiglia umana. Oggi è in atto la
cosiddetta «mondializzazione dell'economia», fenomeno, questo, che
non va deprecato, perché può creare straordinarie occasioni di
maggior benessere. Sempre più sentito, però, è il bisogno che a
questa crescente internazionalizzazione dell'economia
corrispondano validi Organi internazionali di controllo e di
guida, che indirizzino l'economia stessa al bene comune, cosa che
ormai un singolo Stato, fosse anche il più potente della terra,
non è in grado di fare. Per poter conseguire un tale risultato,
occorre che cresca la concertazione tra i grandi Paesi e che negli
Organismi internazionali siano equamente rappresentati gli
interessi della grande famiglia umana. Occorre anche che essi, nel
valutare le conseguenze delle loro decisioni, tengano sempre
adeguato conto di quei popoli e Paesi che hanno scarso peso sul
mercato internazionale, ma concentrano i bisogni più vivi e
dolenti e necessitano di maggior sostegno per il loro sviluppo.
Indubbiamente, in questo campo rimane molto da fare.
59. Perché, dunque, si attui la giustizia ed abbiano successo i
tentativi degli uomini per realizzarla, è necessario il dono
della grazia, che viene da Dio. Per mezzo di essa, in
collaborazione con la libertà degli uomini, si ottiene quella
misteriosa presenza di Dio nella storia che è la Provvidenza.
L'esperienza di novità vissuta nella sequela di Cristo esige di
esser comunicata agli altri uomini nella concretezza delle loro
difficoltà, lotte, problemi e sfide, perché siano illuminate e
rese più umane dalla luce della fede. Questa, infatti, non aiuta
soltanto a trovare le soluzioni, ma rende umanamente vivibili
anche le situazioni di sofferenza, perché in esse l'uomo non si
perda e non dimentichi la sua dignità e vocazione.
La dottrina sociale, inoltre, ha un'importante dimensione
interdisciplinare. Per incarnare meglio in contesti sociali,
economici e politici diversi e continuamente cangianti l'unica
verità sull'uomo, tale dottrina entra in dialogo con le varie
discipline che si occupano dell'uomo, ne integra in sé gli apporti
e le aiuta ad aprirsi verso un orizzonte più ampio al servizio
della singola persona, conosciuta ed amata nella pienezza della
sua vocazione.
Accanto alla dimensione interdisciplinare, poi, è da ricordare la
dimensione pratica e, in un certo senso, sperimentale di questa
dottrina. Essa si situa all'incrocio della vita e della coscienza
cristiana con le situazioni del mondo e si manifesta negli sforzi
che singoli, famiglie, operatori culturali e sociali, politici e
uomini di Stato mettono in atto per darle forma e applicazione
nella storia.
60. Annunciando i principi per la soluzione della questione
operaia, Leone XIII scriveva: «La soluzione di un problema così
arduo richiede il concorso e l'efficace cooperazione anche di
altri».114
Egli era convinto che i gravi problemi, causati dalla società
industriale, potevano essere risolti soltanto mediante la
collaborazione tra tutte le forze. Questa affermazione è diventata
un elemento permanente della dottrina sociale della Chiesa, e ciò
spiega, tra l'altro, perché Giovanni XXIII indirizzò la sua
Enciclica sulla pace anche a «tutti gli uomini di buona volontà».
Papa Leone, tuttavia, constatava con dolore che le ideologie del
tempo, specialmente il liberalismo e il marxismo, rifiutavano
questa collaborazione. Nel frattempo molte cose sono cambiate,
specialmente negli anni più recenti. Il mondo odierno è sempre più
consapevole che la soluzione dei gravi problemi nazionali e
internazionali non è soltanto questione di produzione economica o
di organizzazione giuridica o sociale, ma richiede precisi valori
etico-religiosi, nonché cambiamento di mentalità, di comportamento
e di strutture. La Chiesa si sente, in particolare, responsabile
di offrire questo contributo, e – come ho scritto nell'Enciclica
Sollicitudo rei socialis – c'è la fondata speranza che
anche quel gruppo numeroso che non confessa una religione possa
contribuire a dare il necessario fondamento etico alla questione
sociale.115
Nello stesso Documento ho pure rivolto un appello alle Chiese
cristiane e a tutte le grandi religioni del mondo, invitando ad
offrire l'unanime testimonianza delle comuni convinzioni circa la
dignità dell'uomo, creato da Dio.116
Sono persuaso, infatti, che le religioni oggi e domani avranno un
ruolo preminente per la conservazione della pace e per la
costruzione di una società degna dell'uomo.
D'altra parte, la disponibilità al dialogo e alla collaborazione
vale per tutti gli uomini di buona volontà e, in particolare, per
le persone ed i gruppi che hanno una specifica responsabilità nel
campo politico, economico e sociale, a livello sia nazionale che
internazionale.
61. All'inizio della società industriale, fu «il giogo quasi
servile» che obbligò il mio predecessore a prendere la parola in
difesa dell'uomo. A tale impegno nei cento anni trascorsi
la Chiesa è rimasta fedele! Infatti, è intervenuta nel periodo
turbolento della lotta di classe dopo la prima guerra mondiale,
per difendere l'uomo dallo sfruttamento economico e dalla tirannia
dei sistemi totalitari. Ha posto la dignità della persona al
centro dei suoi messaggi sociali dopo la seconda guerra mondiale,
insistendo sulla destinazione universale dei beni materiali, su un
ordine sociale senza oppressione e fondato sullo spirito di
collaborazione e di solidarietà. Ha poi ribadito costantemente che
la persona e la società non hanno bisogno soltanto di questi beni,
ma anche dei valori spirituali e religiosi. Inoltre, rendendosi
conto sempre meglio che troppi uomini vivono non nel benessere del
mondo occidentale, ma nella miseria dei Paesi in via di sviluppo,
e subiscono una condizione che è ancora quella del «giogo quasi
servile», essa ha sentito e sente l'obbligo di denunciare tale
realtà con tutta chiarezza e franchezza, benché sappia che questo
suo grido non sarà sempre accolto favorevolmente da tutti.
A cento anni dalla pubblicazione della Rerum novarum la
Chiesa si trova tuttora davanti a «cose nuove» e a nuove sfide.
Perciò, il centenario deve confermare nell'impegno tutti gli
uomini di buona volontà e, in particolare, i credenti.
62. Questa mia Enciclica ha voluto guardare al passato, ma
soprattutto è protesa verso il futuro. Come la Rerum novarum,
essa si colloca quasi alla soglia del nuovo secolo ed intende, con
l'aiuto di Dio, prepararne la venuta.
La vera e perenne «novità delle cose» in ogni tempo viene
dall'infinita potenza divina, che dice: «Ecco, io faccio nuove
tutte le cose» (Ap 21,5). Queste parole si riferiscono al
compimento della storia, quando Cristo «consegnerà il regno a Dio
Padre …, perché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15,24.28).
Ma il cristiano sa bene che la novità, che attendiamo nella sua
pienezza al ritorno del Signore, è presente fin dalla creazione
del mondo e, più propriamente, da quando Dio si è fatto uomo in
Gesù Cristo e con lui e per lui ha fatto una «nuova creazione» (2
Cor 5,17; Gal 6,15).
Nel concludere, ringrazio ancora Dio onnipotente, che ha dato alla
sua Chiesa la luce e la forza di accompagnare l'uomo nel cammino
terreno verso il destino eterno. Anche nel terzo Millennio la
Chiesa sarà fedele nel fare propria la via dell'uomo,
consapevole che non procede da sola, ma con Cristo, suo Signore. È
lui che ha fatto propria la via dell'uomo e lo guida anche quando
questi non se ne rende conto.
Maria, la Madre del Redentore, la quale rimane accanto a Cristo
nel suo cammino verso e con gli uomini, e precede la Chiesa nel
pellegrinaggio della fede, accompagni con materna intercessione
l'umanità verso il prossimo Millennio, in fedeltà a Colui che,
«ieri come oggi, è lo stesso e lo sarà sempre» (cf Eb
13,8), Gesù Cristo, nostro Signore, nel cui nome tutti benedico di
cuore.
Dato a Roma,
presso San Pietro, il 1 maggio – memoria di San Giuseppe
lavoratore
dell'anno 1991, decimoterzo di pontificato.
1
Leone XIII, lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891):
Leonis XIII P.M. Acta, XI, Romae 1892, 97-144.
2
Pio XI, lett. enc. Quadragesimo anno (15 maggio 1931): AAS
23 (1931), 177-228; Pio XII, Messaggio radiofonico del 1° giugno
1941: AAS 33 (1941), 195-205; Giovanni XXIII, lett. enc.
Mater et Magistra (15
maggio 1961):
AAS 53 (1961), 401-464; Paolo VI, epist. ap. Octogesima
adveniens (14
maggio 1971):
AAS 63 (1971), 401-441.
3
Cf Pio XI, lett. enc. Quadragesimo anno, III, l.c.,
228.
4
lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981): AAS
73 (1981), 577- 647; Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30
dicembre 1987);
AAS 80 (1988): 513-586.
5
Cf S. Ireneo, Adversus haereses, I, 10, 1; III, 4, 1: PG
7, 549 s.; 855 s.; S Ch. 264, 154 s.; 211, 44-46.
6
Leone XIII, lett. enc. Rerum novarum: l.c., 132.
7
Cf, ad es., Leone XIII, epist. enc. Arcanum, divinae sapientiae
(10 febbraio 1880): Leonis XIII P.M. Acta, II, Romae 1882,
10-40; epist. enc. Diuturnum illud (29 giugno 1881):
Leonis XIII P.M. Acta, II, Romae 1882, 269-287; lett. enc.
Libertas praestantissimum
(20
giugno 1888):
Leonis XIII P.M. Acta, VIII, Romae 1889, 212-246; epist. enc.
Graves de communi
(18 gennaio 1901): Leonis XIII P.M. Acta, XXI, Romae 1902,
3-20.
8
Lett. enc. Rerum novarum: l.c., 97.
9
Ibid.: l.c., 98.
10
Cf ibid.: l.c., 109 s.
11
Cf ibid.: descrizione delle condizioni di lavoro;
associazioni operaie anti-cristiane: l.c., 110 s.; 136 s.
12
Ibid.: l.c., 130; cf anche 114 s.
13
Ibid.: l.c.,
130.
14
Ibid.: I.c.,
123.
15
Cf lett. enc. Laborem exercens, 1, 2, 6: l.c.,
578-583; 589-592.
16
Cf lett. enc. Rerum novarum: l.c., 99-107.
17
Cf ibid.: l.c., 102 s.
18
Cf ibid.: l.c., 101-104.
19
Cf ibid.: I.c., 134 s.; 137 s.
20
Ibid.: l.c.,
135.
21
Cf ibid.: l.c., 128-129.
22
Ibid.: l.c.,
129.
23
Ibid.: l.c.,
129.
24
Ibid.: l.c.,
130 s.
25
Ibid.: l.c.,
131.
26
Cf Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
27
Cf lett. enc. Rerum novarum: l.c., 121-123.
28
Cf ibid.: l.c., 127.
29
Ibid.: l.c.,
126 s.
30
Cf Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo; Dichiarazione
sull'eliminazione di ogni forma di intolleranza e discriminazione
fondate sulla religione o sulle convinzioni.
31
Cf Conc. Ecum. Vat. II, Dichiarazione sulla libertà religiosa
Dignitatis humanae; Giovanni Paolo II, Lettera ai capi di
stato (1° settembre 1980): AAS 72 (1980), 1252-1260;
Messaggio per la Giornata mondiale della pace 1988: AAS 80 (1988),
278-286.
32
Cf lett. enc. Rerum novarum: l.c., 99-105; 130 s.; 135.
33
Ibid.: 1.c.,
125.
34
Cf lett. enc.
Sollicitudo rei socialis,
38-40: l.c., 564-569; cf anche Giovanni XXIII, lett. enc.
Mater et Magistra, l.c.,
407.
35
Cf Leone XIII, lett. enc.
Rerum novarum: l.c.,
114-116; Pio XI, lett. enc. Quadragesimo anno, III,l.c.,
208; Paolo VI, Omelia per la chiusura dell'Anno santo (25 dicembre
1975):
AAS68 (1976), 145; Messaggio per la Giornata mondiale della
pace 1977: AAS 68 (1976), 709.
36
Lett. enc. Sollicitudo rei sociatis, 42: l.c., 572.
37
Cf lett. enc. Rerum novarum: l.c., 101 s.; 104 s.; 130 s.;
136.
38
Conc. Ecum. Vat. II, cost. past. sulla chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 24.
39
Lett. enc. Rerum novarum: I.c., 99.
40
Cf lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 15, 28: l.c.,
530; 548 ss.
41
Cf lett. enc.
Laborem exercens,
11-15: l.c., 602-618.
42
Pio XI, lett. enc. Quadragesimo anno, III: l.c.,
213.
43
Cf lett. enc. Rerum novarum: l.c., 121-125.
44
Cf lett. enc. Laborem exercens, 20: l.c., 629-632;
Discorso all'Organizzazione internazionale del lavoro (O.I.T.) a
Ginevra (15
giugno 1982):
Insegnamenti V/2 (1982),
2250-2266; Paolo VI, Discorso alla medesima Organizzazione (10
giugno 1969): AAS 61 (1969), 491-502.
45
Cf lett. enc. Laborem exercens, 8: l.c., 594-598.
46
Cf Pio XI, lett. enc. Quadragesimo anno: l.c., 178-181.
47
Cf epist. enc. Arcanum divinae sapientiae (10 febbraio 1880):
Leonis XIII P.M. Acta, II, Romae 1882, 10-40; epist. enc.
Diuturnum illud (29
giugno 1881): Leonis XIII P.M. acta, II, Romae 1882,
269-287; epist. enc. Immortale Dei (1° novembre 1885):
Leonis XIII P.M. Acta, V, Romae 1886, 118-150; lett. enc.
Sapientiae Christiane (10
gennaio 1890):
Leonis XIII P.M. Acta, X, Romae 1891, 10-41; epist. enc.
Quod apostolici muneris (28
dicembre 1878):
Leonis XIII P.M. Acta, I, Romae 1881, 170-183; lett. enc,
Libertas praestantissimum (20
giugno 1888):
Leonis XIII P.M. Acta, VIII, Romae 1889, 212-246.
48
Cf Leone XIII, lett. enc. Libertas praestantissimum: l.c.,
224-226.
49
Cf Messaggio per la Giornata mondiale della pace 1980: AAS
71 (1979), 1572-1580.
50
Cf lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 20: l.c.,
536 s.
51
Cf Giovanni XXIII, lett. enc. Pacem in terris (11 aprile
1963), III: AAS 55 (1963), 286-289.
52
Cf Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, del 1948;
Giovanni XXIII, lett. enc. Pacem in terris, IV: l.c.,
291-296; «Atto Finale» della Conferenza sulla sicurezza e la
Cooperazione in Europa (CSCE), Helsinki 1975.
53
Cf Paolo VI, lett. enc. Populorum progressio (26 marzo
1967), 61- 65: AAS 59 (1967), 287-289.
54
Cf Messaggio per la Giornata mondiale della pace 1980: l.c.,
1572- 1580.
55
Cf Conc. Ecum. Vat. II, costituzione pastorale sulla chiesa nel
mondo contemporaneo Gaudium et spes, 36; 39.
56
Cf esort. ap. Christifideles laici (30 dicembre 1988),
32-44: AAS 81 (1989), 431-481.
57
Cf lett. enc. Laborem exercens, 20: l.c., 629-632.
58
Cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione sulla
libertà cristiana e la liberazione Libertatis conscientia
(22 marzo 1986):
AAS 79 (1987), 554-599.
59
Cf Discorso nella sede del Consiglio della C.E.A.O. in occasione
del X anniversario dell'«Appello per il Sahel» (Ouagadougou,
Burkina Faso 29 gennaio 1990):
AAS 82 (1990), 816-821.
60
Cf Giovanni XXIII, lett. enc. Pacem in Terris, III: l.c.,
286-288.
61
Cf lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 27-28: l.c.,
547-550; Paolo VI, lett. enc. Populorum progressio, 43-44:
l.c., 278 s.
62
Cf lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 29-31: l.c.,
550-556.
63
Cf Atto di Helsinki e Accordo di Vienna; Leone XIII, lett. enc.
Libertas praestantissimum: l.c., 215-217
64
Cf lett. enc. Redemptoris missio (7 dicembre 1990),
7: L'Osservatore Romano,
23 gennaio 1991.
65
Cf lett. enc. Rerum novarum: l.c., 99-107; 131-133
66
Ibid.: l.c.,
111-113 s.
67
Cf Pio XI, lett. enc.
Quadragesimo anno,
II: l.c., 191; Pio XII, Messaggio radiofonico del 1° giugno
1941: l.c., 199; Giovanni XXIII, lett. enc. Mater et
Magistra: l.c. 428-429; Paolo VI, lett. enc. Populorum
progressio, 22-24: l.c., 268 s.
68
Cost. past. sulla chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et
spes, 69; 71.
69
Cf Discorso ai vescovi latinoamericani a Puebla (28 gennaio 1979),
III, 4: AAS 71 (1979), 199-201; lett. enc.
Laborem exercens,
14: l.c., 612- 616; lett. enc. Sollicitudo rei socialis,
42: l.c., 572-574.
70
Cf lett. enc. Solliciduto rei socialis, 15: l.c.,
528-531.
71
Cf lett. enc. Laborem exercens, 21: l.c., 632-634.
72
Cf Paolo VI, enc. Populorum progressio, 33-42: l.c.,
273-278.
73
Cf lett. enc. Laborem exercens, 7: l.c., 592-594.
74
Cf ibid., l.c., 594-598.
75
Cf Conc.
Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla chiesa nel mondo contemporaneo
Gaudium et spes, 35; Paolo VI, lett. enc. Populorum
progressio, 19: l.c., 266 s.
76
Cf lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 34: l.c.,
559; Messaggio per la Giornata mondiale della pace 1990: AAS
82 (1990), 147-156.
77
Cf esort. ap. Reconciliatio et Paenitentia (2 dicembre 1984),
16: AAS 77 (1985), 213-217; Pio XI, lett. enc. Quadragesimo
anno, III, l.c., 219.
78
Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 25: l.c., 544.
79
Cf ibid, 34: l.c., 599 s.
80
Cf lett. enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), 15: AAS
71 (1979), 286-289.
81
Cf Conc. Ecum. Vat. II, cost. past. sulla chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 24.
82
Cf ibid., 41.
83
Cf ibid., 26.
84
Cf Conc.
Ecum. Vat. II, cost. past. sulla chiesa nel mondo contemporaneo
Gaudium et spes, 36; Paolo VI, lett. ap. Octogesima
adveniens, 2-5: l.c., 402-405.
85
Cf lett. enc. Laborem exercens, 15: l.c., 616-618.
86
Cf ibid., 10: l. c., 600-602.
87
Cf ibid., 14: l. c., 612-616.
88
Cf ibid., 18: l. c., 622-625.
89
Cf lett. enc. Rerum novarum; l. c., 126-128.
90
Cf ibid., l. c., 121 s.
91
Cf Leone XIII, lett. enc. Libertas praestantissimum; l.
c., 224-226.
92
Cf Conc. Ecum. Vat. II, cost. past. sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 76.
93
Cf ibid. 29; Pio XII, Radiomessaggio natalizio del 24
dicembre 1944:
AAS 37 (1945), 10-20.
94
Cf Conc. Ecum. Vat. II, dich. sulla libertà religiosa
Dignitatis humanae.
95
Cf lett. enc. Redemptoris missio, 11: L'Osservatore
Romano,
23 gennaio 1991.
96
Cf lett. enc. Redemptor hominis, 17: l. c. 270-272.
97
Cf Messaggio per la Giornata mondiale della pace 1988: l. c.,
1572-1580: Messaggio per la Giornata mondiale della pace 1991:
L'Osservatore Romano,
19 dicembre 1990;
Conc. Ecum. Vat. II, dich. sulla libertà religiosa Dignitatis
humanae, 1-2.
98
Conc. Ecum. Vat. II, cost. past. sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 26.
99
Cf ibid., 22.
100
Cf Pio XI, lett. enc. Quadragesimo anno, I: l. c.,
184-186.
101
Cf esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 45:
AAS 74 (1982), 136 s.
102
Cf Allocuzione all'UNESCO (2 giugno 1980): AAS 72 (1980),
735-752.
103
Cf lett. enc. Redemptoris missio, 39; 52: L'Osservatore
Romano,
23 gennaio 1991.
104
Cf Benedetto XV, esort. Ubi primum (8 settembre 1914):
AAS 6 (1914), 501 s.; Pio XI, Radiomessaggio a tutti i fedeli
cattolici e a tutto il mondo (29
settembre 1938):
AAS 30 (1938), 309 s.; Pio XII, Radiomessaggio a tutto il
mondo (24
agosto 1939),
333-335; Giovanni XXIII, lett. enc. Pacen in terris, III:
l. c., 285-289; Paolo VI, Discorso all'ONU (4 ottobre 1965):
AAS 57 (1965), 877-885.
105
Cf Paolo VI, lett. enc.
Populorum progressio,
76-77: l. c., 294 s.
106
Cf esort. ap. Familiaris consortio, 48: l. c., 139
s.
107
Lett. enc., Rerum novarum: l. c., 107
108
Cf lett. enc. Redemptor hominis, 13: l. c., 283.
109
Ibid., 14:
l. c., 284 s.
110
Paolo VI, Omelia all'ultima sessione pubblica del Concilio
Ecumenico Vaticano II (7
dicembre 1965):
AAS 58 (1966), 58.
111
Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 41: l. c., 571.
112
Conc. Ecum. Vat. II, cost. past. sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 76; cf Giovanni Paolo II,
lett. enc. Redemptor hominis, 13: l. c., 283
113
Lett. enc. Rerum novarum: l. c., 143.
114
Ibid.: l.
c., 107.
115
Cf lett. enc.
Sollicitudo rei socialis,
38: l. c., 564-566.
116
Ibid., 47: l. c., 582.
