Il Buon Samaritano: avere compassione. La Misericordia genera intimità.

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Commento del vescovo Ambrogio, intervenuto nei giorni scorsi al 59° Festival dei Due Mondi di Spoleto

Domande di un saggio
Un espetto della Legge, la Torà di Israele, cioè l’insegnamento di Dio, la sua Parola, pone una domanda a Gesù. La sapienza di un uomo si manifesta sempre nel tenere aperte le domande essenziali della vita. E certo la sua domanda riguardava la vita nella sua interezza, la “vita eterna”. Gesù a sua volta vuole che a rispondere sia lui stesso, che ribadisce il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, compimento della Legge e dei Profeti. A quel punto il maestro di Nazareth non poteva che esortarlo a vivere quello che aveva professato: “Hai risposto bene; fa questo e vivrai”. E’ bello questo colloquio dei due, che mostra come Gesù accetta di dialogare con noi, con le nostre domande per suscitare in ognuno la ricerca di una risposta. In una società dove ci si ascolta poco, questo dialogo ci mostra l’apertura di Dio all’uomo e alle sue domande spesso inevase.
Il colloquio continua, perché quel saggio non si accontenta dell’invito di Gesù. Il vangelo dice che “volendo giustificarsi”, chiese a Gesù chi fosse il suo prossimo. Quell’uomo si riteneva giusto. Probabilmente già pensava di amare Dio e il prossimo. Tuttavia non si chiude nella sua giustizia, ma vuole di nuovo interrogare il Signore. Ed ecco la parabola, risposta in forma di racconto. Quante volte l’abbiamo ascoltata, ma vale sempre la pena tornare sulle pagine del vangelo, perché ogni volta esse ci aprono a una comprensione rinnovata. La Parola di Dio contiene sempre delle sorprese. Come dice Gregorio Magno: “La Bibbia cresce con chi la legge”. In fondo è l’esperienza che può fare ognuno di noi quando si dedica alla meditazione della Sacre Scritture.  Quel sapiente ci insegna proprio questo. Mai davanti alla Parola di Dio dare per scontato di aver capito tutto, mai pensare di essere totalmente nel giusto!

Un poveraccio mezzo morto
La parabola è semplice nel suo sviluppo. Un uomo scende da Gerusalemme e Gerico su una strada pericolosa. Infatti incappa nei briganti, “che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”. Siamo di fronte a un uomo il cui rischio è la morte, date le condizioni in cui viene lasciato dai briganti. La situazione di quell’uomo rappresenta molto bene la condizione di tanta gente del nostro mondo. Pensiamo solo ai profughi che fuggono dai loro paesi per la guerra, come dalla Siria o dall’Iraq, o per la violenza, l’ingiustizia, la povertà, le calamità naturali. Oppure guardando tanti in mezzo a noi, come gli anziani soli o in istituto, i disoccupati, i senza fissa dimora, gli zingari, e quanti sono considerati “lo scarto” della nostra società, come direbbe papa Francesco. Come comportarsi con loro? Sono anche questi il prossimo, cioè persone da amare. Infatti, per quel saggio che interroga Gesù il “prossimo” coincide con i membri del proprio popolo. La domanda posta a Gesù risulta essere fondamentale per  il suo e il nostro futuro e per la vita di ogni giorno, sempre che la si voglia vivere in conformità al Vangelo e non a noi stessi.

L’incontro

L’incontro con quel poveraccio avviene “per caso”, dice il vangelo. Quante volte capita di imbattersi per caso in uomini e donne mezzi morti, magari proprio come quello del vangelo, ai bordi della strada, sui marciapiedi o in altri luoghi di passaggio. Cosa avviene davanti a quel malcapitato? Passano un sacerdote e un levita, lo vedono e passano oltre. Ambedue vedono, ma non si fermano. Il verbo greco ἀντιπαρέρχομαι (ˊantiparérchomai) è molto interessante. Infatti già di per sé παρέρχομαι (parérchomai) significa passare oltre. Quell’ ἀντί (ˊantí ) messo davanti al verbo sottolinea che ce l’avevano proprio di fronte, non potevano non vederlo. Non si può dire che fosse nascosto. Quante volte si vedono donne e uomini bisognosi, ce li troviamo di fronte, siamo quasi costretti a vederli, e si passa oltre. La fretta, la paura di farsi carico di un sofferente, per giunta pure sconosciuto, fanno a volte affrettare il passo. LI abbiamo di fronte, ma si va oltre! E non succede solo negli incidenti stradali. Capita anche nella vita di ogni giorno, per le strade che percorriamo quotidianamente, come doveva essere quotidiana la strada percorsa da quel sacerdote e dal levita, che andavano ad adempiere il loro servizio al tempio secondo i turni prescritti.
Poi passa un Samaritano, un estraneo rispetto a quell’uomo. Infatti tra abitanti della Giudea e abitanti della Samaria non correva buon sangue, come sappiamo dai Vangeli. Qui tutto cambia. Anche il Samaritano gli passa vicino, e “vedendolo ne ebbe compassione”. La Bibbia CEI non traduce in maniera uniforme questo verbo, ma la traduzione “avere compassione”  è forse quella più accettabile e comune. Il verbo si trova nei Vangeli Sinottici 12 volte: cinque in Matteo, quattro in Marco e tre in Luca. Di queste solo in tre casi il soggetto della compassione non è direttamente Gesù. In Mt 18,27 nella parabola del servo spietato il soggetto è il padrone del servo: “Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito”. E’ chiaro comunque che anche in questo caso il padrone rappresenta Dio che ha compassione tanto da condonare i debiti agli uomini. In Lc 10,33 è il Samaritano che ha compassione quando vede quell’uomo malmenato dai briganti lungo la strada. Anche qui è chiaro che nel Samaritano, come intesero i Padri, vediamo Gesù stesso. Il terzo caso si trova nella parabola del Padre misericordioso. Quando il Padre, cioè Dio stesso, vede tornare il figlio maggiore, “ebbe compassione” e gli scese incontro.
Gli altri casi, in cui è Gesù stesso il soggetto, sono così distribuiti. In Marco e Matteo i due racconti di moltiplicazione dei pani sono introdotti sempre dalla compassione di Gesù. In altre quattro ricorrenze Gesù “ha compassione” davanti a un malato o a una richiesta di vita (il caso della vedova di Nain in Lc 7,13). In Mt 20,34 Gesù sta di fronte a due ciechi che chiedono la guarigione. Lo stesso in Mc 1,41 davanti a un lebbroso che “lo supplicava” per essere purificato. In Mc 9,22 è il padre di un ragazzo indemoniato che si rivolge a Gesù chiedendogli di avere compassione per il figlio tormentato dal male. E’ significativa la menzione di Mt 9,36. Gesù, seguito da una folla numerosa, vedendola “ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Dopo di che chiede ai discepoli di pregare perché il “signore della messa mandi operai nella sua messe”. E di seguito egli stesso invia i discepoli in missione.
Si potrebbe riassumere il sentimento di Gesù come qualcosa che nasce dal bisogno di fronte a cui si viene a trovare. Ma che cosa è la compassione? Da che cosa nasce e che cosa implica? Il verbo greco deriva da una radice che ha a che fare con il ventre della madre quando ha in sé il figlio, nasce quindi da una relazione di profonda intimità. Il figlio è un tutt’uno con la madre, che ne sente la presenza, i battiti, i movimenti, i sussulti. La madre sente con il figlio. Egli fa parte della sua stessa vita. Così è il sentimento di Gesù, che condivide con Dio Padre e che quindi esprime nella sua esistenza terrena. Noi siamo parte della sua vita, come il figlio è parte della vita della madre soprattutto quando sta nel suo ventre. In questo senso si potrebbe dire, come ebbe a dire Giovanni Paolo II, che Dio è Padre ma anche madre. Gesù viene a condividere la nostra stessa vita. Anzi, egli come una madre ci nutre e ci fa crescere. Si occupa dei suoi figli quando sono colpiti dal male perché riabbiano la vita in pienezza.
La compassione nasce quando Dio Padre o Gesù, il figlio, si trova davanti a una richiesta di aiuto esplicita o al bisogno: il figlio perduto, il servo indebitato, un lebbroso, dei ciechi, un indemoniato, una vedova che piange il figlio morto, una folla numerosa e affamata, un uomo rapinato e mezzo morto. La compassione dovrebbe quindi nascere anche in noi quando qualcuno sceglie di  guardare e di fermarsi davanti al bisogno e all’esclusione. La parabola del Buon Samaritano mostra bene questo aspetto della compassione. Infatti la differenza tra il sacerdote, il levita e il samaritano è data proprio della compassione, che introduce una svolta radicale nel racconto e nella vita dell’uomo rapinato e mezzo morto al bordo della strada. La compassione fa fermare la fretta dei propri impegni, anche se giusti e legittimi, come potevano essere quelli di un sacerdote e di un levita che andavano a compiere il loro servizio al tempio.  Inoltre la compassione cambia radicalmente il rapporto tra i due soggetti: l’uno sente l’altro come parte della sua stessa vita superando l’estraneità che intercorre tra di loro. Infatti, a parte il racconto della parabola del padre misericordioso, non esiste rapporto di familiarità tra Gesù e coloro a cui dona la sua compassione. Questo aspetto istituisce un nuovo rapporto di familiarità e di intimità, simile a quello della madre per il figlio. Se rileggiamo Mt 25,31 ss, dove Gesù si identifica con i poveri,  i poveri sono identificati con Gesù stesso, quindi chi li incontra e li soccorre entra a far parte della famiglia di Gesù, perché i poveri sono “i suoi fratelli più piccoli”. Per il discepolo si tratta quindi non solo di assistenza a chi si trova nel bisogno, ma di ingresso in un nuovo rapporto con Gesù e i poveri, si potrebbe dire l’ingresso in un nuovo popolo, quello che il profeta Sofonia chiama “il popolo degli umili e dei poveri” (Sof 2,3). La “compassione” rende quell’uomo “fratello” da amare come se stesso, secondo l’antico comandamento dell’amore.

Le opere della compassione
La compassione si trasforma nel prendersi cura del bisogno degli altri. Sono molto eloquenti le azioni del Samaritano: “Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino, poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”. Si tratta di azioni molto concrete. Il Samaritano fa quanto era necessario per curare quell’uomo. Si potrebbe dire che non tutti possiamo fare tutto e sempre il necessario davanti al bisogno sempre più grande di tanti nel mondo e anche vicino a noi. Lo avevano pensato anche i discepoli quando si trovarono di fronte una folla numerosa affamata e dissero a Gesù di mandarla a comparsi del cibo. Anche il Samaritano non poté far tutto. Pure lui aveva da fare. Doveva continuare il suo viaggio. Non si era fermato perché non aveva nulla da fare o aveva tempo a disposizione. Si era fermato perché mosso a compassione. A volte si dice: ma io non ho tempo, ho già il mio da fare! Forse è vero, ma forse questa idea è anche la conseguenza di tanta indifferenza e di troppa cura per se stessi. Quell’uomo, probabilmente benestante (aveva denari e una cavalcatura) non lo abbandona, ma lo affida all’albergatore chiedendogli di prendersi cura di lui, perché poi sarebbe passato a saldare il suo debito. Non possiamo sempre far tutto, ma possiamo almeno accompagnare chi è nel bisogno in un luogo dove ci si possa prendere cura di lui. Mi piace vedere in quell’albergo le nostre comunità o quei luoghi dove i poveri sono accolti e curati. Quanto può fare la solidarietà con chi è nel bisogno! Mai dire che non si può far niente! Mai dar ragione al pessimismo e alla rassegnazione! A volte basta poco per cambiare la vita di una donna o un uomo nel bisogno. Pensate ad esempio quanto conta visitare un anziano in istituto o a casa solo o malato. Tiriamo fuori anche il poco che abbiamo, come quei cinque pani e due pesci della moltiplicazione, mettiamoli davanti a Dio e proprio mentre li distribuiamo questi basteranno per tutti, anzi ne avanzeranno.

Compassione e misericordia
Al termine del racconto è Gesù che pone una domanda al dottore della Legge: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Come si può sapere “chi è il prossimo?”. La domanda di quel saggio appariva piuttosto teorica, forse un po’ come alcune inchieste che, pur necessarie, si limitano a offrire dati statistici. Oppure come certi piani pastorali che offrono delle belle descrizioni della diffusione della povertà senza interrogarsi sulle persone che ne sono colpite e sulle scelte da compiere nei loro confronti. Il prossimo si scopre facendosi prossimi, avvicinandosi a chi è nel bisogno e prendendosi cura di lui. Ciò appare ora chiaro anche a quel sapiente che risponde: “Chi ha avuto misericordia di lui”. “Misericordia”, e non “compassione”, come verrebbe la traduzione della CEI, è la traduzione corretta del greco ἔλεος (ˊéleos). Compassione e misericordia nei confronti di quel bisognoso costituiscono l’unico agire possibile per imparare a riconoscere l’altro come “prossimo”, cioè colui che dobbiamo amare. E costui si riconosce incontrando il povero, rappresentato da quel malcapitato incappato nei briganti e abbandonato a sé stesso lungo la strada. Solo attraverso la presa in carico di quel poveraccio i discepoli di Gesù potranno vivere pienamente il grande e unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo e potranno avere la vita eterna, come la parabola del giudizio finale nel Vangelo di Matteo esplicita con chiarezza (Mt 25,31ss). Perciò la conclusione della parabola con l’invito di Gesù: “Va’ e anche tu fa ugualmente”.

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