«L’ha amata»: relazione dell’arcivescovo Marcianò all’Assemblea pastorale interdiocesana 2026

«L’ha amata»

Relazione di S. E. Mons. Santo Marcianò all’Assemblea Pastorale Interdiocesana 2026

Venerdì 9 ottobre 2026

Carissimi fratelli e sorelle,
che gioia essere per la prima volta con voi al Convegno Diocesano! Vi confesso che ho desiderato molto questo momento: per conoscerci più da vicino e, soprattutto, per conoscerci come Chiesa che riflette, condivide e prega su se stessa. Riflettere, condividere, pregare: saranno i tre momenti delle nostre tre giornate.
• Oggi è il momento della riflessione. Ve la offro a partire dalla Lettera Pastorale, ma deve diventare da subito riflessione personale di ciascuno. Nasce dall’ascolto: anch’io, per parlare, ho dovuto prima ascoltare la Parola di Dio, in una preghiera incarnata nell’ascolto di voi – delle storie che mi avete affidato, dei sacerdoti, delle comunità che ho iniziato a visitare, del cammino fatto e dei tantissimi doni che ho contemplato.
Vi chiedo di accogliere le mie parole con silenzio interiore e completa disponibilità spirituale, lasciandole entrare “dentro” e vedendole riflesse nella vita concreta della nostra Chiesa e della nostra gente.
• Da questa riflessione nasce la condivisione di domani. Nei Tavoli risponderete ad alcune domande, già proposte nella Lettera Pastorale: non per tirar fuori soltanto le proprie opinioni, ma per approfondire l’ascolto del vescovo con l’ascolto reciproco. È questa la vera modalità sinodale: coinvolgere ogni persona nel dialogo, ma lasciare che il dialogo stesso inizi dallo Spirito Santo, in un atteggiamento di ascolto e di
obbedienza a Lui e alla volontà di Dio. Mi aspetto molto da ciò che il Signore vorrà dire attraverso di voi. Questa è preghiera!
• E la preghiera, che ci accompagnerà continuamente, avrà il suo culmine nella Celebrazione Eucaristica di domenica pomeriggio: alla luce della Parola di Dio e del lavoro dei Tavoli, vi offrirò nell’Omelia le Conclusioni del Convegno e le linee per l’Anno Pastorale. Sarà un forte momento di Chiesa, nel quale ringrazieremo il Signore per il dono dei ministeri battesimali istituiti.
Nella Lettera, come stasera, non intendo andare alla ricerca di “cose nuove”, ma attingere alla novità perenne della sapienza della Chiesa, lasciando battere i nostri cuori in sintonia con il suo Cuore: le recenti Catechesi di Leone XIV e i Documenti del Concilio, in particolare la Lumen gentium, un patrimonio che sembra appartenere al passato ed è invece sorgente perenne di luce. I testi completi li ritroverete nella Lettera; stasera ne richiamerò il cuore.
«L’ha amata»! Ho voluto dare questo titolo alla Lettera pensando alle parole di Paolo agli Efesini, che ho ripreso versetto per versetto: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,25-27). In queste poche parole è dipinta l’essenza della Chiesa come realtà «amata».

«Cristo ha amato la Chiesa»
Dunque, «Amata». Potrebbe essere questo il nome della Chiesa, e sarà il faro che illuminerà ogni approfondimento, interrogativo e proposta della nostra Assemblea. È anche il filo che ci lega alla mia prima Lettera Pastorale, «Capii che l’amore è tutto», ispirata alle parole di santa Teresina: «Nel Cuore della Chiesa, mia Madre, sarò l’Amore!… Così sarò tutto…»

Noi, Chiesa, “siamo” perché “amati”: dobbiamo collocarci dentro la Chiesa e sentirci destinatari di questo amore. E sentirci destinatari
insieme. Stasera, però, oltre al Magistero, vorrei dare voce anche ai numeri che le indagini sociologiche ci offrono, perché l’amore deve guardare in faccia la realtà. Il teologo Armando Matteo, ha dato al suo libro più recente un titolo che è quasi una provocazione:
La fortuna di essere irrilevanti; e un sottotitolo che brucia: Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla . Irrilevante agli occhi del mondo; «amata» agli occhi di Cristo: ecco la tensione nella quale vi chiedo di stare in questi giorni. Il mondo può smettere di aspettarsi qualcosa dalla Chiesa; Cristo non ha mai smesso. La domanda vera, allora, non è: «Quanto contiamo
ancora?», ma: «Ci sappiamo amati? E questo amore, nelle nostre comunità, si vede?». È l’interrogativo di fondo del viaggio che la Lettera propone e che porteremo avanti per tutto l’Anno Pastorale: che cos’è la Chiesa? Chi è la nostra Chiesa diocesana? Siamo noi a dover rispondere, perché la Chiesa, prima di ogni altra cosa, è un «noi».

«E ha dato se stesso per lei»
Per riflettere sulla Chiesa non si può non partire dalla Lumen gentium, la Costituzione dogmatica con cui il Concilio Vaticano II ha proposto la sua ecclesiologia: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano»

Una definizione luminosa! La Chiesa è segno visibile dell’Amore con cui Cristo ha dato se stesso per lei; ed è strumento, segno attivo di unità, che ci interpella: siamo noi, Chiesa, strumenti di unità per il genere umano? Un’unità che attinge alla Trinità – la Chiesa è «un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» – e che fa della comunione il “nome proprio” della Chiesa.

Ma qui dobbiamo avere il coraggio di fare una seria verifica. Tertulliano racconta che i pagani, osservando i cristiani, esclamavano: «Guardate come si amano!»

Lo direbbero anche oggi, guardando le nostre parrocchie, i nostri consigli pastorali, i rapporti tra sacerdoti, tra associazioni e movimenti, tra le nostre due Diocesi chiamate a camminare insieme? Mi auguro che nessuno dica mai: «Guardate come si dividono». E un mondo che
non crede più alle nostre parole crede ancora, purtroppo, alle nostre divisioni. Questo è ciò che scandalizza.
Questa comunione si declina in vari aspetti:
• La Chiesa è Sposa. L’amore di Cristo è insieme sponsale e redentivo, insegna san Giovanni Paolo II

Vi trova spazio ogni vocazione: l’amore coniugale nel Matrimonio, l’amore con cui il sacerdote ama la Chiesa in persona Christi, il segno dell’amore per Gesù Sposo nella vita consacrata: un’unica chiamata ad amare fino alla fine, persino fino al martirio.
• La Chiesa è Corpo. «Come il corpo è uno solo e ha molte membra… così anche Cristo» (1Cor 12,12): un organismo vivo, in cui ciascuno, con il proprio carisma, serve l’edificazione di tutti. In un corpo non esistono membra “di riserva”: chi in parrocchia si sente inutile, o è fatto sentire tale, è una ferita del Corpo intero. Tutti siamo utili!
• La Chiesa è una, cattolica e apostolica. «Dove è Gesù Cristo, lì è la Chiesa cattolica», scrive Ignazio di Antiochia

Di questa unità il vescovo è «principio», con i presbiteri e i diaconi, in una «comunione gerarchica» che ha senso solo come servizio di
comunione, a immagine di Gesù che lava i piedi ai discepoli. E oggi questo servizio si gioca in condizioni nuove. In Italia i sacerdoti erano 38.209 nel 1990 e 31.793 nel 2020; secondo i dati più recenti dell’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero sono oggi tra i 29 e i 30.000, con un ulteriore calo del 6-8%. L’età media ha superato i 62 anni, e i preti sotto i trent’anni sono circa 500, meno del 2%. Un presbiterio più piccolo e più anziano non può permettersi il lusso della divisione: o la comunione cresce, o la Chiesa si sfilaccia. Non c’è una terza via.

Il PRIMO TAVOLO, rispondendo alle domande, avrà il compito di chiedersi come
accogliere
Un invito alla carità e all’unità
1. Se un non credente vivesse per un mese dentro la nostra parrocchia, potrebbe dire:
«Guardate come si amano»? Che cosa vedrebbe, invece?

2. Quali divisioni – tra parrocchie vicine, tra sacerdoti, tra gruppi e movimenti, tra le
nostre due Diocesi – stiamo tollerando come “normali”? A che cosa siamo disposti a
rinunciare per l’unità?
3. Con meno sacerdoti e più anziani, come passare dalla logica del campanile a una vera
collaborazione tra comunità, senza che nessuno si senta abbandonato?
4. In che modo la nostra comunità è “strumento” di unità per il territorio: per i poveri,
per gli stranieri, per chi si sente escluso?
5. La carità dell’unità: come essere sempre più un solo corpo, uniti attorno al vescovo,
nel rispetto di tutte le membra, nella crescente unità tra le due Diocesi?
6. Come i nostri sacerdoti e lo stesso vescovo possono concretizzare il loro stile del
“servire in Persona Christi”?
7. Come la carità della Chiesa può essere testimoniata dal ministero e dalla vita dei nostri
diaconi?
8. A chi la nostra Chiesa deve particolarmente, oggi, lavare i piedi?
9. Quali testimonianze di amore e di verità si possono configurare per noi come martirio?

«Per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola»
Ancora un’altra definizione della Chiesa nella sua essenza: La Chiesa è Mistero, realtà
«umano-divina»: non due realtà separate, ma un’unica natura, «assemblea visibile e
comunità spirituale, Chiesa terrestre e Chiesa arricchita di beni celesti»

Ci sostiene sapere che la nostra comunità cammina con Maria, con i nostri santi, con i nostri cari in Cielo. E
ci consola ciò che ha ricordato Papa Leone: la Chiesa «vive in questo paradosso: è una
realtà insieme umana e divina, che accoglie l’uomo peccatore e lo conduce a Dio»; e la
sua santità consiste «nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la
piccolezza e fragilità dei suoi membri». Essere Chiesa significa sentire l’urgenza della
missione, sapersi germe e inizio del Regno di Dio.
Nella nostra Chiesa diocesana, il cuore di questa missione è la parrocchia: una
straordinaria “invenzione”, «una determinata comunità di fedeli che viene costituita
stabilmente nell’ambito di una Chiesa particolare», dove il popolo di Dio incontra la
Parola, i Sacramenti, la comunione fraterna. Ma il mondo che cambia le chiede una
conversione pastorale: riscoprire il popolo di Dio come soggetto di evangelizzazione,
senza “clericalizzare” la pastorale, e riscoprire la «Chiesa in uscita» di cui parlava Papa
Francesco.
Qualcuno si chiede: la parrocchia è ancora utile? Da anni sociologi e pastoralisti
parlano di parrocchie ridotte a “stazioni di servizio” del sacro, frequentate per un battesimo, una prima comunione, un funerale. Franco Garelli ha descritto un’Italia di «gente di poca fede», sempre più «incerta di Dio»; Luca Diotallevi ha documentato
come, dal 1993 al 2019, la Messa sia andata «sbiadendo» nella vita degli italiani. La
risposta della Chiesa è netta, non ingenua: la parrocchia «non è una struttura caduca», a
condizione di sapersi riformare continuamente. Resta, come amava dire san Giovanni
XXIII, «la fontana del villaggio». Ma una fontana alla quale nessuno va più ad attingere
non è più una fontana: è un monumento. La Santa Sede vi ha dedicato un’intera
Istruzione, raccogliendo ciò che i Vescovi italiani avevano intuito vent’anni fa nel Volto
missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. La parrocchia di domani sarà una
comunità di comunità, in rete con le parrocchie vicine, capace di accogliere chi bussa e di
andare a cercare chi non bussa più. Non ci chiediamo dunque se la parrocchia serva ancora,
ma se la nostra sia ancora una fontana o sia già diventata un monumento.
Per questo, come dico spesso e come ricordo nella Lettera, bisogna passare “dal suono
delle campane al suono dei campanelli”: raggiungere con la carità l’umanità là dove si
trova e, in un mondo scristianizzato, agnostico, indifferente, ripartire dal primo annuncio,
con modi nuovi e creativi. È la «pastorale di ambiente» di cui parla Tomáš Halík:
evangelizzare la politica e le istituzioni, il lavoro e l’economia, la sofferenza e la morte, la
scienza e la medicina, la scuola e l’arte, la famiglia e la società, interrogandoci sempre
sulla nostra credibilità e coerenza. E poi “tornare dai campanelli alle campane”: la forza
“centrifuga” che ci fa uscire deve nascere da una forza “centripeta” che ci riporta “dentro”,
insieme a coloro che abbiamo raggiunto, alla Celebrazione Eucaristica della domenica,
che raduna la comunità e ci fa Chiesa.
Ed è proprio qui che i numeri ci chiedono di non mentire a noi stessi. Secondo l’ISTAT,
nel 2023 soltanto il 17,9% degli italiani ha frequentato un luogo di culto almeno una volta
alla settimana, mentre quasi uno su tre non vi è mai entrato nel corso dell’anno. In
vent’anni i praticanti regolari si sono quasi dimezzati, dal 36% al 19%, e quanti non
praticano mai sono raddoppiati, dal 16% al 31%19. Tra i giovani, alla Messa domenicale
si arriva a malapena all’8%. E non illudiamoci che “da noi sia diverso”: il crollo più vistoso
è avvenuto nei paesi. Nei centri fino a duemila abitanti – tanti dei nostri borghi – la
partecipazione settimanale è precipitata in dieci anni dal 33,6% al 15,5%.

Armando Matteo lo ha scritto senza giri di parole: ai nostri altari non mancano soltanto
i giovani, mancano i loro genitori. Viviamo in una «società senza adulti», nella quale la
fede non si trasmette più perché gli adulti stessi hanno smesso di mostrarne la bellezza. Quanti ragazzi rivediamo dopo la Cresima? Ciascuno, nella propria parrocchia, conosce la
risposta. Forse quel sacramento, sigillo dell’ingresso nella fede adulta, è diventato il rito
del congedo. Eppure sant’Agostino diceva ai neofiti, mostrando il pane eucaristico: «Siate
ciò che vedete, e ricevete ciò che siete». La domenica non è un precetto da “assolvere”:
è il luogo in cui la Chiesa diventa ciò che è, Corpo di Cristo. Una Messa frettolosa, fredda,
senza volti e senza accoglienza non “fa Chiesa”: la consuma.
Per questo l’evangelizzazione esige la cura della Liturgia e della Catechesi, del rapporto
profondo con la Parola di Dio che ci purifica e ci santifica: è questo il «lavacro dell’acqua
mediante la parola». Come alle sorgenti del Regno, la Chiesa deve fare esperienza di stare
con Gesù, per essere Chiesa che ascolta e annuncia.
Dentro la catechesi, un posto particolare occupa oggi l’iniziazione cristiana degli adulti.
Lo abbiamo visto nel recente Viaggio Apostolico di Leone XIV in Francia, la Francia
“laica” per eccellenza: nella notte di Pasqua di quest’anno vi sono stati battezzati 21.386
catecumeni, di cui 13.234 adulti; in dieci anni i battesimi di adulti sono più che triplicati.
Il Papa, a Parigi, ha confessato il proprio stupore davanti a tanti adulti che si riaffacciano
sulle soglie della fede; e la Chiesa francese ha coniato un’espressione divenuta il
leitmotiv del suo agire pastorale: «Chiesa in stato di iniziazione». Anche la Conferenza
Episcopale Italiana ha tracciato delle linee guida, che la Conferenza Episcopale Laziale ha
tradotto in tracce concrete di riflessione e di azione pastorale: attraverso gli Uffici
catechistici diocesani giungeranno alle nostre comunità parrocchiali.

Ecco allora le domande del SECONDO TAVOLO, che ci chiedono di accogliere
Un invito alla liturgia, alla catechesi, alla missione
1. Meno di un italiano su cinque partecipa ogni settimana alla Messa: la nostra Eucaristia
domenicale è un appuntamento a cui “si va” o un incontro che attrae? Che cosa
possiamo cambiare già da domenica prossima: l’accoglienza, il canto, l’omelia, il
dopo-Messa?

2. La nostra parrocchia è ancora “fontana del villaggio” o sta diventando un monumento?
Che cosa siamo disposti a condividere con le parrocchie vicine – catechesi, giovani,
carità, celebrazioni – per essere comunità di comunità?
3. Quanti ragazzi rivediamo dopo la Cresima? Che cosa ci dice il loro silenzio sulla nostra
catechesi e sul coinvolgimento dei genitori?
4. Se un adulto chiedesse oggi il Battesimo nella nostra parrocchia, chi lo accoglierebbe
e con quale cammino? Siamo pronti a un catecumenato degli adulti e a un “primo
annuncio” per chi è stato battezzato ma non evangelizzato?
5. “Dai campanelli alle campane”: quali ambienti – scuola, lavoro, ospedale, sport,
mondo digitale – la nostra comunità sta abitando, e quali ha abbandonato?
6. Quanti sanno leggere i “segni” della Liturgia, quanti ne capiscono il linguaggio, quanti
ne gustano il silenzio? Quanti conoscono a fondo il significato di quello che si sta
svolgendo sull’altare?
7. Come aver cura dei Sacramenti, preparando ad essi adeguatamente?
8. Come valorizzare il ruolo dell’Ufficio Catechistico?
9. Come impostare il catecumenato degli adulti, grazie all’apporto dell’équipe apposita,
in collegamento con l’Ufficio Catechistico diocesano e con il Centro Diocesano per il
Diaconato Permanente e per i Ministeri?
10. Quali modi creativi e nuovi per annunciare il Vangelo e portare il “primo annuncio”
in un mondo scristianizzato, agnostico, ateo, indifferente?
11. Quale missione evangelizzatrice ci attende? Possono i parroci e i responsabili di
pastorale giovanile e vocazionale, studiare, in questo anno, almeno una iniziativa
concreta di evangelizzazione “fuori le mura” per ciascuna comunità parrocchiale o
unità pastorale?
12. Quali proposte concrete e nuove proposte per puntare su una catechesi centrata
realmente sulla conoscenza profonda della Parola di Dio?
13. Come riscoprire la parrocchia e in essa la Santità, la Preghiera, l’Eucaristia
Domenicale, il Sacramento della riconciliazione, il primato della grazia, l’ascolto della
Parola, l’annuncio della Parola, l’Adorazione…?

«E per presentare a sé stesso la Chiesa tutta gloriosa»
Parlando della Chiesa “tutta gloriosa”, possiamo riflettere sulla parola “totalità”:
l’universalità, la diffusione «fino ai confini della terra» di cui parla Ireneo di Lione; il
“Cristo totale” di Agostino, ripreso da Papa Leone: «Il popolo santo di Dio non è mai una
massa informe, ma il corpo di Cristo o, come diceva Sant’Agostino, il Christus totus»; il «popolo di Dio» tanto sottolineato dal Concilio: un popolo di molte vocazioni.

In questo popolo un posto speciale spetta ai laici. La Lumen gentium – il testo intero lo
trovate nella Lettera – li descrive come i fedeli che, incorporati a Cristo col Battesimo e
resi partecipi del suo ufficio sacerdotale, profetico e regale, «compiono, nella Chiesa e nel
mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano»: raggiungono il mondo nelle sue
pieghe più nascoste e ne orientano le realtà verso Dio. «Ciò che è l’anima nel corpo, questo
sono i cristiani nel mondo», diceva la Lettera a Diogneto. È ciò che diventa sempre più
urgente, e a cui il Sinodo ci ha chiamati.
Ma è anche esigente. Papa Francesco ricordava che i laici sono «l’immensa
maggioranza del popolo di Dio», al cui servizio sta la minoranza dei ministri ordinati . Eppure Armando Matteo, già alcuni anni fa, descriveva una «Chiesa che manca»: mancano
all’appello i giovani, le donne in età adulta, i laici davvero corresponsabili. Guardiamo
con onestà le nostre comunità: chi decide davvero? Chi c’è, e chi non c’è più?
Un’opera straordinaria è svolta dalle aggregazioni laicali – gruppi, movimenti,
associazioni, comunità –, che il Concilio definisce «segno della comunione e dell’unità
della Chiesa in Cristo». San Giovanni Paolo II le ha sostenute con forza, e ogni vescovo
sa quanto siano preziose; ma solo se rispettano i «criteri di ecclesialità»31:
• il primato della vocazione di ogni cristiano alla santità;
• la responsabilità di confessare la fede cattolica, in obbedienza al Magistero;
• la comunione salda e convinta con il Papa e con il Vescovo;
• la partecipazione al fine apostolico della Chiesa, con slancio missionario;
• una presenza nella società a servizio della dignità integrale dell’uomo, secondo la
Dottrina Sociale della Chiesa.
Grazie a Dio, le nostre Chiese hanno una bella tradizione di laicato impegnato, e di
laici e laici associati ne ho incontrati tanti. Ma i criteri di ecclesialità restano fondanti: sono
la condizione perché un gruppo sia davvero Chiesa e non un’isola. Nessuna aggregazione
può vivere come una realtà parallela alla parrocchia o alla Diocesi, con un proprio
calendario, una propria pastorale, una propria appartenenza; nessuna può chiedere al
vescovo di essere garante senza riconoscerlo come padre e pastore. I carismi sono dati
«per l’utilità comune» (1Cor 12,7): un dono che non si mette in comune, prima o poi, si
trasforma in possesso. A tutte le aggregazioni chiedo perciò di verificarsi con sincerità su
questi criteri, di partecipare attivamente alla Consulta diocesana delle aggregazioni laicali
e di inserirsi con lealtà nella vita delle parrocchie e nel cammino pastorale diocesano.

Un altro dono straordinario dello Spirito sono le persone consacrate, segno vivo della
radicalità a cui il Vangelo chiama ogni battezzato. Siamo grati al Signore per le comunità
di vita attiva e contemplativa che le nostre Diocesi custodiscono, e per le famiglie religiose
nate in questa terra e oggi diffuse in tante parti del mondo.
Presbiteri, diaconi, laici e consacrati sono dunque chiamati a collaborare, tra loro e con
il vescovo, per l’unica missione della Chiesa. A questo servono gli Organismi di
partecipazione, nello stile sinodale che comporta «l’ascolto reciproco, il dialogo, il
discernimento comunitario» e «l’assunzione di una decisione in una corresponsabilità
differenziata». Le Chiese in Italia hanno raccolto questa consegna nel Documento di
sintesi del Cammino sinodale, Lievito di pace e di speranza, che dedica una delle sue tre
parti proprio alla corresponsabilità nella missione e nella guida della comunità . Per questo, raccogliendo l’indicazione del Documento finale del Sinodo, che chiede di
rendere obbligatori i Consigli pastorali, ho stabilito con apposito decreto che in tutte le
parrocchie delle nostre Diocesi siano costituiti tanto il Consiglio pastorale quanto il
Consiglio per gli affari economici. Che in alcune comunità essi ancora non esistano è
grave. Non si tratta di un adempimento burocratico: è il modo concreto con cui una
parrocchia smette di essere “del parroco” e diventa di tutti; è il luogo in cui pastori e fedeli
imparano a discernere insieme che cosa lo Spirito chiede, qui e ora, alla loro comunità.
Tutto questo sarebbe impossibile senza un adeguato impegno formativo. Per questo,
dopo anni di sosta, riprende il suo cammino, unica per le nostre due Diocesi, la Scuola per
Operatori Pastorali «Discepoli e Missionari nella Chiesa Sinodale». La considero una
delle iniziative più importanti di quest’Anno: non si può chiedere corresponsabilità a chi
non è stato formato, né affidare un servizio a chi non è stato accompagnato. È rivolta a
catechisti, ministri istituiti e straordinari, animatori liturgici e del canto, operatori Caritas,
educatori, responsabili di gruppi e movimenti, membri degli organismi pastorali; ma è
aperta a tutti. Chiedo a ogni parroco di individuare, incoraggiare e accompagnare
personalmente gli operatori della propria comunità che la frequenteranno: sarà il primo
segno concreto che i lavori di questi giorni non resteranno parole.

Ecco che il TERZO TAVOLO si interrogherà su come la nostra Chiesa può
accogliere
Un invito alla collaborazione, alla corresponsabilità, alla formazione
1. Nella nostra parrocchia i laici sono corresponsabili o “collaboratori a chiamata”? Chi
decide, e come si decide?

2. Chi manca all’appello nella nostra comunità – i giovani, le donne, gli adulti tra i trenta
e i cinquant’anni, gli uomini? Perché se ne sono andati, e chi è andato a cercarli?
3. Gli organismi di partecipazione, strumento essenziale di comunione, sono presenti in
tutte le parrocchie? Lo sono formalmente o esercitano responsabilmente il loro
compito?
4. La vita consacrata è presenza preziosa; come ricorda il Concilio, questo stato di vita,
«pur non riguardando la struttura gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia
indiscutibilmente alla sua vita e alla sua santità». C’è una vera integrazione tra le
diverse forme di vita consacrata e la vita della nostra Chiesa particolare? Sono esse
invitate a partecipare, con la propria voce, ai Consigli pastorali diocesani? Si può
pensare che, almeno una volta all’anno sia proposta a tutte le comunità parrocchiali
una giornata o un pellegrinaggio di visita ai monasteri e alle case religiose della
diocesi, per riscoprire, attraverso l’incontro diretto, la bellezza e la fecondità di questa
vocazione, e per pregare insieme per le nuove vocazioni?
5. La Chiesa in Sinodo: cosa abbiamo colto e accolto di questo cammino, come
proseguire?
6. Una domanda le precede tutte: come formiamo il nostro popolo, in particolare i nostri
formatori? Come incoraggiare e favorire la partecipazione di tutti, in particolare di tutti
i formatori, alla Scuola per Operatori Pastorali?

5. «Senza macchia né ruga o alcunché di simile»
• Che cosa, oggi, macchia la Chiesa, la nostra Chiesa?
• Che cosa, oggi, invecchia la Chiesa, la nostra Chiesa?
• Come trasformare i problemi che bloccano in sfide che interpellano e in appelli che
spingono in avanti?
Con questi interrogativi ho aperto un capitolo della Lettera Pastorale, guardando a ciò
che macchia – il dramma degli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili, gli abusi del
nome di Dio, gli attentati alla vita dal concepimento al suo tramonto naturale, gli abusi di
potere che sfociano in divisione e ingiustizia – e a ciò che ci invecchia: la trasandatezza
della preghiera che oscura la centralità di Dio, lo scarso senso di appartenenza, la perdita
del fervore missionario, l’accomodarsi, le divisione e le critiche.
I Padri non avevano paura di guardare in faccia queste macchie. Sant’Ambrogio arrivò
a chiamare la Chiesa casta meretrix: santa per lo Sposo che la purifica continuamente,
segnata dal peccato dei figli che continuamente la tradiscono36. Non è un’immagine per
scandalizzare, ma per consolare: la Chiesa senza macchia né ruga non è quella che
pretendiamo di essere, ma quella che Cristo sta preparando per sé. E le rughe? Nel Pastore la la Chiesa appare dapprima come una donna anziana e stanca, che poi, a mano a
mano che i cristiani si convertono, ringiovanisce fino a diventare una giovane sposa37. La
Chiesa non invecchia per gli anni, ma per la mancanza di conversione.
Siamo dunque chiamati a riscoprire la giovinezza della Chiesa, valorizzando il
protagonismo dei nostri giovani, perché coinvolgano i coetanei che stanno ai margini:
disillusi, invischiati nelle solitudini dei social, nelle dipendenze, nella disperazione, nella
crescente tendenza alla violenza e all’autodistruzione. Qui non posso usare parole
morbide. In Italia il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni,
dopo gli incidenti stradali; nel nostro Paese si tolgono la vita circa quattromila persone
ogni anno, undici al giorno38. Dietro questi numeri ci sono volti, famiglie, scuole: forse
anche qualcuno dei nostri paesi.
E intanto la fede dei giovani si spegne in silenzio. Secondo l’Osservatorio Giovani
dell’Istituto Toniolo, i giovani italiani che si dichiarano cattolici sono scesi dal 56% del
2013 al 32,7% del 2023; eppure il loro bisogno di spiritualità, di interiorità, di guide
credibili non è scomparso, anzi si è rafforzato39. I giovani cercano Dio; spesso non lo
cercano più da noi. Non hanno smesso di avere sete: hanno smesso di credere che la nostra
fonte abbia acqua. È una frase dura; ma la sentiremmo più dura ancora se fossero loro a
dircela. Urge perciò rilanciare e valorizzare l’Ufficio di Pastorale Giovanile, perché i
giovani siano davvero al cuore della Chiesa e della sua maternità. Urge l’evangelizzazione
di strada.
Questa maternità si esprime anche nella Pastorale Vocazionale, a partire dalla
riorganizzazione di un Ufficio Diocesano Vocazioni che unisca le forze e i carismi delle
nostre due Diocesi, in stretta collaborazione con la Pastorale Giovanile. I seminaristi
diocesani in Italia erano 6.337 nel 1970 e appena 1.804 nel 2019; nel solo decennio 2009-
2019 sono diminuiti del 28%, mentre la popolazione maschile tra i 18 e i 40 anni calava
del 18%40. La crisi delle vocazioni, dunque, non si spiega soltanto con l’inverno
demografico: è anzitutto crisi della capacità delle nostre famiglie e delle nostre comunità
di generare alla fede. La domanda sulla vocazione non è privata: nasce e cresce nel grembo
della Chiesa.
Ma voglio dirlo con chiarezza alle comunità parrocchiali e ai sacerdoti: la pastorale
vocazionale non si delega a un ufficio. Il Codice affida il dovere di promuovere le
vocazioni a tutta la comunità cristiana, e in modo particolare ai sacerdoti, specialmente ai
parroci41. Chiedo perciò a ogni parroco di sentirsi il primo animatore vocazionale della
propria comunità: di pregare e far pregare per le vocazioni; di avere il coraggio di porre ai ragazzi e ai giovani la domanda sulla vita; di collaborare con l’Ufficio diocesano per le
Vocazioni, di lasciarsi aiutare da esso e di partecipare alle iniziative diocesane. Ancora
oggi, la prima proposta vocazionale è un prete felice di essere prete, un prete credibile.
Il tema vocazionale include il sacramento del Matrimonio, da riscoprire in un tempo di
legami deboli e provvisori. Anche qui i dati sono eloquenti: nel 2024 il 61,3% dei
matrimoni in Italia è stato celebrato con rito civile; per la prima volta il rito civile ha
superato quello religioso anche tra i primi matrimoni, e in un solo anno i matrimoni
religiosi sono diminuiti dell’11,4%42. L’Ufficio per la Pastorale della Famiglia ha il
compito di riorganizzare la preparazione al Sacramento, assieme agli altri uffici diocesani,
come vero cammino di catecumenato e di sostenere le famiglie, specie nei primi anni; in
ogni parrocchia vanno costituiti o rivitalizzati i “gruppi famiglia”. Per questo stiamo
riorganizzando anche il Consultorio Diocesano, unico per le due Diocesi, con servizi nelle
diverse zone del territorio e legato all’Ufficio Famiglia e alla rete nazionale dei Consultori
familiari di ispirazione cristiana: consulenza familiare e psicologica, prevenzione
dell’aborto, metodi naturali, educazione affettiva e sessuale, accompagnamento delle
famiglie in crisi, tutto alla luce dell’antropologia cristiana e di una pastorale della vita
Tutto questo ha, come dice la Lumen gentium, una «fonte» e un «apice»: la Liturgia,
soprattutto il «sacrificio eucaristico»45. All’inizio di tutto c’è Dio: c’è la preghiera,
l’adorazione. Le nostre Diocesi desiderano rifondarsi sull’Adorazione eucaristica – e non
è un caso che questa terra custodisca la memoria dei Miracoli Eucaristici di Alatri e di
Veroli. Per questo è mio desiderio programmare, negli anni che verranno, un cammino
graduale perché in tutte le parrocchie delle nostre Diocesi l’Adorazione eucaristica diventi
quotidiana: ogni giorno, in ogni comunità, un tempo in cui il Signore sia esposto e adorato;
e, laddove possibile, anche l’Adorazione notturna. Dovremo educare e rieducarci tutti alla
fedeltà alla preghiera e al gusto dell’Adorazione.

Sarà compito del QUARTO TAVOLO rispondere ad alcune domande che
propongono
Un invito alla conversione e alla vocazione, all’audacia e alla preghiera
1. Quali “macchie” e quali “rughe” vediamo nella nostra comunità? E quali, invece,
facciamo finta di non vedere?

2. Il suicidio è la seconda causa di morte dei giovani italiani: quanti ragazzi soli abbiamo
accanto senza vederli? Dove possono trovare, nella nostra comunità, un adulto
credibile che li ascolti senza giudicarli?
3. Se un figlio delle nostre famiglie dicesse di sentirsi chiamato al sacerdozio o alla vita
consacrata, quale accoglienza troverebbe – in casa, in parrocchia, tra gli amici?
4. Sei matrimoni su dieci si celebrano in Comune: che cosa abbiamo da offrire alle coppie
che convivono o che si sposano solo civilmente, prima ancora di giudicarle?
5. Verso l’Adorazione eucaristica quotidiana in ogni parrocchia: da dove cominciare,
concretamente, nella nostra comunità? Chi può impegnarsi a garantire, giorno dopo
giorno, una presenza davanti al Signore?

6. «Ma santa e immacolata»
S. Paolo conclude definendo la Chiesa “Santa e immacolata”. Dunque la Chiesa è santa.
«Noi crediamo che la Chiesa, il cui mistero è esposto dal sacro Concilio, è
indefettibilmente santa»46: un dato di fede – «noi crediamo…»! –, nonostante sia composta
di uomini peccatori, perché è dono di Cristo, che la rende capace di santificare tutti noi.
Dalla grandezza di Francesco d’Assisi, di cui ricorre quest’anno l’ottavo centenario della
morte, ai «santi della porta accanto»47, dobbiamo riscoprire la nostra Chiesa come Chiesa
di santi nati qui o inviati qui da Dio: i papi san Silverio e Ormisda, figli di questa terra;
Santa Maria Salome, custodita a Veroli; i patroni delle nostre città, come sant’Ambrogio
a Ferentino, san Magno ad Anagni, san Sisto ad Alatri; Santa Maria De Mattias, figlia di
Vallecorsa, che ad Acuto diede vita alle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo, Madre
Caterina Troiani e così tanti altri. E dobbiamo riscoprire la santità della nostra gente e la
nostra personale chiamata alla santità, custodendoci figli della Chiesa: «Non può avere
Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre», diceva san Cipriano . Dentro questa santità semplice e quotidiana, particolare attenzione meritano le
espressioni della pietà popolare: feste patronali, processioni, pellegrinaggi, novene, la
devozione alla Vergine e ai Santi. Non sono realtà marginali, ma devono inserirsi
pienamente in una vita ecclesiale che ha come scopo l’evangelizzazione, curando la
formazione di chi le anima. Solo ultimamente ho scritto alla Confraternite. E chiediamoci:
le nostre feste patronali radunano, in pochi giorni, più persone di tutte le domeniche
dell’anno. Sono un’occasione di annuncio? Una festa che non porta nessuno a Cristo, per
quanto bella, resta una festa; una festa che diventa soglia di fede è già missione.
Nella pietà popolare un posto speciale occupa Maria, alla quale la Lumen gentium
dedica l’ultimo capitolo: «La beata Maria Vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e
della Chiesa». Madre di Dio, Madre di Cristo, Madre degli uomini: in questa luce vanno
riscoperti i santuari, le feste mariane, il santo Rosario, che ci fanno sentire comunità di
fratelli chiamati perché amati. Maria ci insegna la bellezza dell’amore con cui Cristo ci
ama e ci rende capaci di donare noi stessi, per essere «santi come Lui è santo» (cfr. 1Pt
1,15-16) e presentarci, come Chiesa sempre più santa e gloriosa, a Lui, che l’ha amata e
ha dato sé stesso per lei!

È compito del QUINTO TAVOLO leggere nelle domande
Un invito a riscoprire Maria e la pietà popolare
1. Le nostre feste patronali radunano migliaia di persone che non vediamo mai la
domenica: come trasformarle da evento in annuncio, da tradizione in incontro con
Cristo?
2. Comitati feste, confraternite, portatori, cori: sono luoghi di formazione cristiana o
soltanto di organizzazione? Che cosa chiediamo a chi li anima, e che cosa offriamo
loro?
3. Quali santi di questa terra conosciamo davvero? Come farli tornare compagni di strada,
soprattutto per i ragazzi e i giovani?
4. Come riscoprire, nella nostra storia, la pietà popolare e, in particolare, la figura di
Maria e dei Santi? Come valorizzare questo straordinario Patrimonio nella nostra
Chiesa particolare, per un autentico cammino di santità, dei singoli, delle famiglie,
dell’intera comunità?
5. Come valorizzare la pastorale dei Pellegrinaggi, perché i nostri Santuari siano non solo
mete ma veri propulsori in un cammino di rinascita e vigore missionario?
6. Come contagiare la nostra gente e il mondo con le testimonianze di santità?

Conclusione
Cari fratelli e sorelle, iniziamo dunque questo «viaggio» al cuore della Chiesa, della
nostra Chiesa. Il mondo può forse considerarci irrilevanti, ma Cristo ci chiama «amata». I
numeri dicono quanti siamo; non dicono chi siamo. La Chiesa delle origini non era certo
maggioranza: era un piccolo gregge, che però amava, e proprio per questo attirava. Non ci
è chiesto di tornare a essere tanti; ci è chiesto di tornare a essere veri.
E di verità, di bellezza, di santità nascosta, in mezzo a voi ce n’è tanta. In questi mesi
l’ho toccata con mano: nei catechisti che ogni settimana ricominciano con pazienza; negli
operatori della Caritas che conoscono per nome i poveri dei nostri paesi; nei sacerdoti che
reggono più comunità e non smettono di spendersi; nei consacrati che pregano per tutti;
nelle famiglie che trasmettono la fede, a volte quasi da sole; nei giovani che non si rassegnano; nelle confraternite e nelle comunità che custodiscono con amore la memoria
dei nostri santi. Di tutto questo, stasera, voglio dire grazie al Signore e a voi.
Ma proprio perché abbiamo tanto, lo Spirito ci chiede di più: di essere più creativi, di
abbandonare il comodo criterio del «si è sempre fatto così», di osare. Papa Francesco
diceva di preferire una Chiesa «accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade»
a una Chiesa malata di chiusura e di comodità51. È questa la vera «fortuna»
dell’irrilevanza: non avere più nulla da difendere, se non il Vangelo; essere finalmente
liberi di cambiare, di sbagliare, di ricominciare.
Ci è chiesto, dunque, di entrare nel mondo senza paura, ma senza diventare del mondo:
«Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo» (Gv 17,16). Come i cristiani
della Lettera a Diogneto, abitiamo la nostra terra da forestieri, con la cittadinanza nel
cielo52: dentro le domande, le ferite, le attese del mondo, ma con Cristo come misura. Ed
è proprio questa distanza amorosa che ci rende capaci di servirlo.
Perciò non abbiamo paura del futuro. La speranza cristiana non è ottimismo: è la
certezza di un amore che non viene meno. «La speranza non delude, perché l’amore di Dio
è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5). Lo Spirito che
ha fatto nascere la Chiesa a Pentecoste soffia, stasera, su questa assemblea. Non ci chiede
di salvare la Chiesa: l’ha già salvata Cristo, che l’ha amata e ha dato sé stesso per lei. Ci
chiede soltanto di lasciarci amare, perché questo amore, attraverso di noi, raggiunga ogni
casa, ogni paese, ogni cuore di questa nostra terra.
Siamo in viaggio “con” la Chiesa, che ci tiene per mano come Madre, e “nella” Chiesa,
alla quale apparteniamo. Siamo in viaggio con Maria, la Donna che non ha avuto paura di
dire «sì» a un futuro che non conosceva; e Le chiediamo di guidarci, rivolgendole con
fiducia la preghiera che ci accompagnerà per tutto l’Anno: in ogni Celebrazione
Eucaristica, nei momenti significativi delle comunità, nella preghiera personale. Con Lei
invochiamo lo Spirito Santo: illumini i nostri lavori e l’Anno Pastorale, ci renda audaci e
umili, liberi e fedeli; Chiesa del Risorto, Chiesa di Cristo, che l’ha amata e ha dato se
stesso per lei. E così sia!

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