Marcianò: «La vita di padre Iacovissi in tre verbi: custodire, uscire, morire»

S. Messa e commemorazione di padre Vittorio Iacovissi
Parrocchia Sant’Antonio – Frosinone, sabato 19 settembre 2026

Carissimi,

la Parola di Dio ci lascia nello stupore. È sempre una Parola viva, che raggiunge la nostra vita concreta, ma oggi le Letture sembrano proprio illuminare la vita di padre Vittorio Iacovissi e offrirci una chiave interpretativa della sua esistenza, che vorrei riassumere in tre verbi: custodire, uscire, morire.

Custodire

«Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino», abbiamo ascoltato dal profeta Isaia. Cercare il Signore significa imparare ad accogliere una presenza che ci precede e una volontà che non coincide necessariamente con la nostra: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore».
Padre Vittorio era un sacerdote – fu ordinato nel settembre 1965 – chiamato a custodire questa Parola di Dio. Custodirla significa anzitutto ascoltarla; e lui, ascoltando la Parola del Signore, ha potuto concepire la sua vita come una vocazione, come una continua chiamata, alla quale rispondere con prontezza, accogliendo tutti i cambiamenti e le sorprese di Dio.
Forse proprio qui possiamo comprendere meglio la parola di Isaia: le vie di Dio non sono le nostre vie. Una vocazione è sempre l’incontro tra i nostri progetti e un progetto più grande, tra i nostri pensieri e i pensieri di Dio. E quando un uomo accetta che le vie del Signore diventino le sue vie, allora la sua esistenza cambia.
Sì, se il nostro cuore si apre a un tale ascolto, la vita diventa un’avventura straordinaria assieme a Gesù.
Le testimonianze dicono che padre Vittorio avesse un cuore che non esitiamo a definire buono e davvero «bello». Mite e grande; attento alle necessità dei fratelli, fin nei minimi particolari, con una grande cura dei più piccoli, dei bambini; al contempo, austero e silenzioso, abbellito nella custodia dell’intimità con il suo Dio, nella preghiera e nella relazione con la Parola. Perché custodire la Parola
trasforma il cuore. Poco alla volta i nostri pensieri imparano ad accordarsi ai pensieri di Dio e le nostre vie alle sue vie.
Amici, non dobbiamo sentirci inadeguati a fare spazio a Dio e alla sua Parola, che è Gesù stesso: è Lui che, abitando il nostro cuore, lo rende sempre più capace di custodire la Parola, di custodire Lui. La Parola, custodita nel cuore di padre Vittorio, è diventata Parola insegnata, trasmessa, annunciata; ha spinto sempre la sua sete di evangelizzare in avanti, in uscita.

Uscire

Ecco allora il secondo verbo: uscire. È un verbo che risuona sorprendentemente nel Vangelo di questa
domenica. Gesù racconta di un padrone che «uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua
vigna». Ma non gli basta. Esce ancora verso le nove; esce a mezzogiorno; esce verso le tre; ed esce
perfino verso le cinque. Dio è un Dio che esce. Esce continuamente alla ricerca dell’uomo. Non si
stanca di chiamare. Non considera mai troppo tardi l’ora per affidare a qualcuno un posto nella sua
vigna.
Come non pensare, qui, all’immagine della «Chiesa in uscita» che tanto ci è stata indicata da Papa
Francesco?

Ascoltando la Parola di Dio con docilità e obbedienza, padre Vittorio ha capito che doveva «uscire»
ancora di più; ha accolto così la vocazione missionaria e, dopo pochi anni di sacerdozio, è entrato nella
famiglia dei Missionari della Consolata, partendo da Frosinone, dove era nato e dove era stato ordinato
presbitero, trascorrendo il resto della vita – ben 55 anni! – nell’amata Colombia.
La Chiesa, di fatto, è sempre chiamata ad uscire. Evangelizzare richiede anzitutto di uscire da sé stessi,
dalle proprie comodità, dalle proprie chiusure, dalle proprie autoreferenzialità; implica, a volte, di
uscire dalla propria terra, come Abramo e come padre Vittorio. E quando questo avviene non ci sono
certezze, non c’è un itinerario prestabilito: c’è la promessa di Dio, la cui certezza è solo nella sua
fedeltà.
Per padre Vittorio quella vigna nella quale il Signore lo chiamava a lavorare aveva anche un nome:
Colombia. La terra di missione fu per lui una vera e propria Terra Promessa. Una terra arricchita dalla
Parola da lui annunciata e che, potremmo dire, è fiorita anche grazie a lui, nelle molte opere e nelle
molte relazioni da lui costruite. Ma è stata pure terra che lo ha fatto fiorire, perché egli ha capito che la
terra della promessa di Dio deve diventare la terra amata, come la ama Dio.
Amando la terra di missione, però, padre Vittorio non ha smesso di amare questa nostra terra, dove
tornava con gioia: terra di famiglia, terra madre; soprattutto, Chiesa Madre che aveva riconosciuto la
vocazione con cui Dio lo mandava in missione, lo mandava a fare bella un’altra terra!
Sì, lo sguardo d’amore di Dio abbellisce la terra; ed essere missionari significa portare questo sguardo.
Padre Vittorio lo ha fatto in Colombia; ciascuno di noi è chiamato a farlo nella terra in cui il Signore lo
invia: non solo una terra geografica, ma un contesto di vita, dalla famiglia al lavoro, dalla parrocchia
alla comunità religiosa, dall’ambito politico al servizio di qualunque tipo.
La vigna del Signore è là dove Egli ci chiama. E il Vangelo di oggi ci consegna una certezza
consolante: il Signore continua ad uscire per chiamare. Nessuna ora è inutile per Lui. Nessuna vita è
inutile. Nessun uomo arriva troppo tardi per il suo amore. E soprattutto il suo modo di ricompensare
non segue i nostri calcoli. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie
vie», diceva Isaia. Ed ecco che il Vangelo ce lo mostra concretamente: gli operai dell’ultima ora
ricevono lo stesso denaro di quelli della prima.
Non perché Dio sia ingiusto, ma perché Dio è buono. «Tu sei invidioso perché io sono buono?»,
domanda il padrone della vigna. È questa bontà sovrabbondante di Dio che padre Vittorio ha cercato di
annunciare con la sua vita. Una bontà che non misura, non calcola, non si lascia imprigionare nei
nostri criteri; una bontà che chiama e richiama, che esce continuamente incontro all’uomo. E padre
Vittorio ha risposto a questa chiamata con tutto se stesso, fino alla fine, fino alla morte.

Morire

E arriviamo così al terzo verbo: morire. Noi oggi ricordiamo padre Vittorio ad un anno dalla sua
morte. E la seconda Lettura ci consegna, proprio oggi, una delle parole più alte e più sconvolgenti che
san Paolo abbia mai scritto:
«Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno». Non dice semplicemente: Cristo è
importante nella mia vita. Dice qualcosa di infinitamente più radicale: «il vivere è Cristo».
Cristo non è una parte dell’esistenza. Non è qualcosa che si aggiunge alle nostre occupazioni, ai nostri
affetti, ai nostri progetti. Cristo diventa la ragione stessa per cui si vive. E allora comprendiamo anche
la seconda parte: «il morire è un guadagno». Non perché la vita non sia preziosa. Paolo stesso dice di
essere combattuto: desidera essere con Cristo, ma comprende che rimanere nella carne è necessario
per il bene dei fratelli.
È la tensione più profonda dell’esistenza cristiana: desiderare Cristo e, proprio per amore di Cristo,
continuare a donarsi agli altri. Mi sembra una luce bellissima nella quale ricordare padre Vittorio. La sua è stata un’esistenza donata perché Cristo fosse annunciato. Una vita consegnata alla missione
perché Cristo potesse raggiungere altri uomini, altre donne, altri bambini, altre famiglie.
Per cinquantacinque anni lontano dalla propria terra, in Colombia, padre Vittorio ha potuto dire con la
sua stessa esistenza ciò che Paolo dice oggi: «Per me il vivere è Cristo».
Vivere è Cristo quando si lascia la propria terra per il Vangelo. Vivere è Cristo quando si ama un
popolo fino a farlo diventare il proprio popolo. Vivere è Cristo quando ci si prende cura dei piccoli.
Vivere è Cristo quando si annuncia la Parola. Vivere è Cristo quando si prega nel silenzio. Vivere è
Cristo quando non si cerca se stessi, ma si lavora nella vigna alla quale il Signore ci ha chiamati.
E allora anche la morte cambia significato. Non è l’ultima parola sull’esistenza di un uomo. È il
compimento di un’esistenza che ha imparato giorno dopo giorno ad appartenere a Cristo.
Noi oggi ricordiamo padre Vittorio ad un anno dalla sua morte, ma lo ricordiamo dentro la Vita e la
Risurrezione di Gesù.
E forse possiamo raccogliere tutta la sua esistenza proprio nei tre verbi con i quali abbiamo iniziato.
Custodire. Padre Vittorio ha custodito la Parola, cercando il Signore e lasciando che i pensieri di Dio
diventassero sempre più i suoi pensieri e le vie di Dio le sue vie.
Uscire. È uscito dalla propria terra perché il Signore della vigna lo aveva chiamato a lavorare altrove;
e la Colombia è diventata la vigna amata alla quale ha consegnato cinquantacinque anni della sua vita.
Morire. Ha cercato di vivere quella parola di Paolo che oggi la liturgia ci mette sulle labbra: «Per me il
vivere è Cristo e il morire un guadagno».
E forse è proprio questa la parola che oggi, più di ogni altra, vorremmo custodire tornando alle nostre
case.
Non domandiamoci soltanto quanto abbiamo vissuto, quanto abbiamo fatto, quanto abbiamo costruito.
Domandiamoci piuttosto: per chi sto vivendo? Perché alla fine il cristianesimo conduce qui. Paolo non
dice: per me vivere è lavorare. Non dice: per me vivere è riuscire. Non dice: per me vivere è
possedere. Non dice neppure: per me vivere è fare molte cose buone. Dice: «Per me il vivere è
Cristo». Questa è stata la sorgente nascosta di tanti uomini e donne che hanno consegnato la loro
esistenza al Vangelo. Questa è stata la sorgente della vita missionaria di padre Vittorio. E questa può
diventare anche la misura della nostra vita.
Allora comprenderemo che la vigna non è nostra: è del Signore. La chiamata non viene da noi: viene
dal Signore. Il bene che riusciamo a compiere non appartiene a noi: è grazia del Signore. E quando
arriverà anche per noi l’ultima ora, scopriremo che il Padrone della vigna è ancora là, davanti a noi.
Ed è lo stesso Signore che ci ha cercati all’alba, che ci ha chiamati durante il giorno, che ci ha
accompagnati nella fatica e che, alla sera della vita, ci accoglie nella sua bontà.
A Lui, Signore della vigna e Signore della Vita, per padre Vittorio e con padre Vittorio, rendiamo
grazie.

✠ Santo Marcianò

Nelle foto, un momento della Messa; l’incontro organizzati dall’associazione Impegno e il manifesto dell’evento

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