
«Il campanile, con il suo suono, è segno di riconoscimento e di appartenenza di un popolo. Spero che Frosinone sappia apprezzare e riconoscere il restauro di questo campanile. Grazie al sindaco e a chi si è adoperato in tal senso». Così l’arcivescovo Santo Marcianò, dopo aver benedetto, nel pomeriggio di lunedì 27 luglio, il campanile della Cattedrale di Frosinone, restituito alla città dopo i recenti lavori di restauro e messa in sicurezza.
Il campanile della Cattedrale di Santa Maria non è solo il punto più alto di Frosinone, con i suoi 62 metri che si aggiungono all’altitudine di 291 metri sul livello del mare del capoluogo ciociaro, ma anche il simbolo della città, che ora è tornato a brillare, restituito per l’appunto alla città, dopo i recenti lavori di sistemazione e restauro, eseguiti peraltro in tempi record, e dopo che il monumento cittadino era stato giocoforza ingabbiato e non più visibile nella sua interessa. Dopo il saluto del sindaco, Riccardo Mastrangeli, l’arcivescovo di Frosinone, Santo Marcianò, ha impartito la benedizione, mentre la banda musicale “Romagnoli” ha eseguito alcuni brani, presente anche don Angelo Conti, parroco della Cattedrale e vicario generale della diocesi di Frosinone.
Questi lavori, resi possibili dai fondi del PNRR, hanno riguardato la messa in sicurezza sismica e il restauro, con l’obiettivo quindi di garantire per l’appunto la sicurezza ma anche la tutela del bene, nel pieno rispetto del suo valore storico-artistico. Il tutto attraverso tecniche non invasive e pienamente rispettose del valore architettonico e culturale del monumento, che necessitava dunque di questi interventi, visti che i precedenti risalivano al 1978, per restituire alla città capoluogo «non soltanto una struttura, ma un elemento identitario che definisce il profilo della città e ne racconta la storia», come ha avuto modo di affermare il sindaco Mastrangeli. Preziosa è stata anche l’azione di “ripulitura”, che permette ora di osservare bene il monumento anche da lontano.
LA STORIA DEL CAMPANILE
Il campanile è del 1500, in stile romanico, ed è sormontato da un cupolino a pianta ottagonale. Caratteristica è l’apertura di tre ordini sovrapposti di bifore con arco a tutto sesto, sorrette da colonnine in marmo bianco. Prima della seconda guerra mondiale, alcune finestre erano state murate, ma riaperte nel dopoguerra. Proprio durante la guerra, il campanile resse ai terribili bombardamenti su Frosinone, con un solo foro su uno dei grandi orologi che lo adornano.
I VERSI DI CARLO BETOCCHI
E proprio quest’ultimo elemento è stato ampiamente citato in una delle poesie più belle di Carlo Betocchi, uno dei maggiori poeti di ispirazione cristiana del Novecento italiano, dal titolo “Alla chiesa di Frosinone” e che recita così: “Il tuo orologio suona ogni quarto, ogni quarto ricorda: il tempo passa; ogni quarto con tocchi argentini e l’ore con cupi tocchi. E sembra che siamo soli noi due, io e il tempo. E sembra non ci sia carità; che il mondo sia un’arida clessidra, e noi come sabbia che, dentro, vi scivoliamo. E sembra, il mondo, non altro che suono. Se non avessi l’anima, e non fossi quasi un uccello che batte l’ali fuor di palude, tu, tempo, m’inganneresti. E tu, antica abside che questi di Frosinone han lasciata piena di crepe, o come nella tua polvere, colpa, m’avvolgeresti. Ma la mia anima prega sugli orizzonti senza suono, di là dai lidi sabbiosi, dov’è andata mia madre: di tra le ciglia della vita che palpitano. Come di bambina che si ridesta, la mia anima prega per ciò che muore”.
E come singolare, ma a questo punto, fortuita coincidenza, va detto che è proprio di questi giorni la pubblicazione di un voluminoso carteggio, dal titolo “Nel Novecento di Betocchi e de Libero. Lettere, poetiche, relazioni” (Mimesis edizioni) tra Carlo Betocchi e Libero De Libero, altro grande poeta ciociaro, nativo di Fondi e vissuto per lo più a Patrica. I due stabilirono un forte sodalizio umano e intellettuale per quasi mezzo secolo e il carteggio è stato custodito al Gabinetto Vieusseux di Firenze e alla Quadriennale di Roma, di grande rilievo non solo per le riflessioni critiche sulla poesia e sui testi di entrambi.
di Igor Traboni
ha collaborato Francesco Santoro








