
Omelia alla celebrazione nella festa dei Santi patroni Silverio e Ormisda
Frosinone, Cattedrale – 20 giugno 2026
Carissimi fratelli e sorelle,
«Lo Spirito della verità darà testimonianza di me, dice il Signore, e anche voi date testimonianza» (Gv 15,26b.27a).
Le parole del versetto alleluiatico di questa domenica ci introducono nella festa che oggi celebriamo, quella dei Santi Silverio e Ormisda, Patroni di Frosinone: due Pontefici che hanno segnato la storia della Chiesa e che continuano a rappresentare una preziosa testimonianza per tutto il popolo cristiano e, in modo particolare, per la nostra terra.
Il valore della testimonianza è fondamentale nel Vangelo. Potremmo dire che la vita cristiana o è testimonianza oppure non è. Testimoniare significa vivere; vivere in coerenza con le proprie scelte, con i valori in cui si crede, con la sequela del Signore. È l’incontro con Lui che, come ogni autentico incontro d’amore, trasforma la vita.
La testimonianza non è anzitutto uno sforzo eroico, ma l’accoglienza della grazia di questo incontro, che ci rende testimoni perché ci trasforma in segni capaci di indicare Dio attraverso ciò che facciamo, pensiamo e decidiamo. E questo fino al dono della nostra stessa vita, per amore suo. Se infatti noi, come dice Gesù nel Vangelo che abbiamo ascoltato (Mt 10,26-33), lo «riconosciamo davanti agli uomini», anche gli uomini potranno riconoscere Lui e il Padre.
Così la nostra vita diventa evangelizzazione; diventa un annuncio proclamato «dalle terrazze», cioè luminoso ed evidente, come accade a chi ha trovato il senso della propria esistenza e sa indicarlo agli altri, offrendo una risposta alle sfide del presente e alle domande più profonde dell’uomo, anche dell’uomo di oggi, che spesso sembra aver smarrito il senso di sé e di Dio.
«L’evangelizzazione deve misurarsi oggi, in modo particolare, anche con mutate condizioni e dinamiche nella trasmissione della fede di generazione in generazione – ha affermato il Papa parlando al Dicastero per l’Evangelizzazione. In alcune regioni del mondo questa trasmissione si è pressoché interrotta, e ciò richiede la capacità di farsi carico di nuove sfide. Le cause di tale situazione sono conosciute e molteplici; ciò che ne risulta è comunque, nelle giovani generazioni, una “povertà” spirituale, una carenza di motivazioni e di strumenti per poter maturare in piena libertà quell’adesione di fede che dà senso alla vita»[1].
I Santi che oggi celebriamo, come sappiamo, erano padre e figlio. Ed essi rappresentano una splendida testimonianza di trasmissione della fede. Una fede passata «di generazione in generazione», come ancora oggi accade in tante nostre famiglie, che continuano a donare ai figli il Battesimo e a educarli nella vita cristiana. Donano loro non soltanto la vita fisica, ma la vita piena, la vita dei figli di Dio. E’ proprio vero, la famiglia è un autentico soggetto di evangelizzazione.
La fede di Ormisda e Silverio, trasmessa dal padre al figlio, si è poi espressa nella loro missione, vissuta in un tempo difficile della storia della Chiesa: tra minacce di scismi e conflitti con il potere imperiale, che portarono entrambi a subire prevaricazioni e calunnie, fino al punto che Silverio venne deposto dal pontificato.
«Sentivo la calunnia di molti: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”».
Le parole del profeta Geremia, ascoltate nella prima Lettura (Ger 20,10-13), risuonano vere per i nostri Santi e per ogni profeta. Risuonano vere anche per quanti, ancora oggi, difendono la verità e per questo conoscono la persecuzione o l’ingiustizia. Pensiamo ai martiri della fede, che continuano a morire in tante parti del mondo, ma anche a ciascuno di noi quando compie scelte serie, coraggiose e talvolta scomode per custodire la verità nell’ambiente in cui vive e opera.
«Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso», conclude Geremia, aprendo il cuore alla speranza.
Ed è proprio questo il messaggio che ci consegnano Silverio e Ormisda: la certezza della presenza di Dio accanto a noi. Accanto alle nostre persone, alle nostre famiglie, alla nostra terra. Accanto ai conflitti che viviamo, alle lotte interiori, alle difficoltà relazionali e sociali.
L’immagine del «prode valoroso» non richiama certo la forza delle armi; ci invita piuttosto ad abitare il nostro tempo con coraggio e con fede, senza tirarci indietro davanti alle difficoltà e alle sfide, come non si è tirato indietro Gesù, del quale il profeta è figura.
In questo giorno così significativo per la città di Frosinone, vorremmo allora chiederci quali siano le sfide sociali, civili, antropologiche ed etiche che, come cristiani, siamo chiamati ad affrontare, collaborando con le Istituzioni e con i responsabili della vita pubblica per costruire la città dell’uomo, difendere la dignità della persona e promuovere il bene comune.
Potremmo dire, prendendo in prestito un’espressione dell’Enciclica di Leone XIV, che siamo chiamati a custodire quella «magnifica umanità» che Dio ci ha affidato. Questa «magnifica umanità», che sta al cuore della Dottrina Sociale della Chiesa, è il bene più prezioso sul quale non possiamo smettere di richiamare l’attenzione e la responsabilità della società.
Non si tratta di un concetto astratto. La magnifica umanità ha il volto e il nome delle persone della nostra gente, soprattutto di coloro che vivono situazioni di maggiore fragilità. Sono i volti che il Salmo 68 ci presenta: l’estraneo, lo straniero, il povero, il misero, il prigioniero. Sono coloro che il mondo spesso scarta, ma sui quali si posa lo sguardo misericordioso di Dio, che rimane al loro fianco.
Cari amici, celebrare i nostri Santi Patroni significa imparare a testimoniare questo stesso sguardo; significa fare in modo che lo sguardo della comunità ecclesiale e civile si posi sugli ultimi della storia, perché è proprio a partire da loro che si misura la giustizia e la verità di ogni autentica azione orientata al bene comune.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato è rassicurante, ma anche profondamente esigente riguardo alla dignità della persona umana:
«Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri».
Quando è in gioco l’umanità, la «magnifica umanità», non sono possibili sconti o compromessi. Non si può toccare neppure «un capello» dell’essere umano. Del piccolo e del povero; dell’anziano e di chi cerca lavoro; del malato che sembra pesare sul bilancio della società e del morente che interroga il senso che attribuiamo alla vita; del bambino che deve nascere e del carcerato che ci inquieta.
Tutto di noi è custodito nelle mani di Dio, al quale apparteniamo. Ma è bello poter dire che anche la nostra comunità, ecclesiale e civile, vuole custodire tutto di tutti, assumendosene la responsabilità.
Dal Vangelo vorrei però raccogliere ancora un’altra immagine: quella dei passeri, anch’essi custoditi da Dio.
La festa dei Patroni illumina infatti un altro tema fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa: la custodia del creato, della sua bellezza, dono affidato alle creature e motivo di lode al Creatore. Sappiamo bene quanto questo tema sia particolarmente urgente anche per la nostra città, oltre che per il monto intero.
I Santi Ormisda e Silverio — quest’ultimo segnato anche dall’esperienza monastica — sono per noi maestri di preghiera. Sono intercessori presso Dio, ma sono anche testimoni che ci invitano ad alzare lo sguardo verso la bellezza della creazione.
La loro testimonianza ci ricorda che la preghiera non è mai passiva. Al contrario, essa accende nel cuore il fuoco dell’impegno per la salvaguardia dell’uomo e dell’ambiente. Così la nostra testimonianza, tradotta in scelte concrete, può diventare speranza e aiutarci a fare nostra la preghiera del Salmista, che dalla supplica si trasforma in lode:
«A lui cantino lode i cieli e la terra, i mari e quanto brùlica in essi».
Una lode che accompagna e sostiene la gioia della festa.
Cari amici, ecco il significato profondo della celebrazione odierna: testimoniare che tutto e tutti, in questa nostra città e in questa nostra Diocesi, provengono dalla mano di Dio e sono custoditi dal suo amore; e che Dio affida alle nostre mani, alla nostra cura e alla nostra responsabilità il creato, le creature e la magnifica umanità di ogni persona.
Crediamoci davvero e camminiamo insieme, Chiesa e città di Frosinone, con la forza dell’impegno, della fede e della speranza.
Santo Marcianò
[1] Leone XIV, Discorso al Dicastero per l’Evangelizzazione, 28 maggio 2025





