Marcianò alla celebrazione per il Sacro Cuore: «Impariamo ad amare, diventiamo anche noi miti e umili»

Nella vigilia della festa del Sacro Cuore, giovedì 11 giugno l’arcivescovo Santo Marcianò ha celebrato Messa nella parrocchia di Frosinone – una delle più popolose della città – dedicata proprio al Sacratissimo Cuore di Gesù. Il presule ha presieduto il rito, concelebrando con il parroco, don Fabio Fanisio, con don Santino Battaglia e don Luis Marinho.

Nell’omelia, il vescovo ha subito ricordato Giovanni Paolo II «che arriva a dire che non c’è cosa più importante, ma al tempo stesso più naturale, dell’amore.  Ma bisogna imparare ad amare. Se ci pensate – ha aggiunto rivolgendosi ai fedeli presenti –  il cuore è quel luogo dove l’amore trova un grande significato, se vogliamo nel cuore c’è la sintesi tra Gesù uomo, tra l’umanità di Gesù, e Gesù Verbo di Dio, la divinità di Gesù. Per comprendere tutto questo dobbiamo partire dalla Scrittura e nella Bibbia il cuore è l’essere».

Il presule ha poi prospettato un’altra immagine particolare: «Il cuore è il luogo da cui si propagano i sentimenti, le emozioni, le decisioni, addirittura la coscienza morale: dire cuore è dire coscienza! Forse solo in questo senso riusciamo capire come l’amore richieda formazione, cammino, consapevolezza».

L’amore che discende dal cuore, quindi, «non è qualcosa da dare per scontato, perché se fosse così l’amore non sarebbe in se qualcosa di oggettivo come oggettivo è l’essere umano». Marcianò ha poi riportato le confidenze di tanti «giovani delusi, che hanno qualche turbamento, e dicono: mi fa male il cuore. Soffre tutta la persona, però dicono: mi fa male il cuore. E se è vero per una persona umana, allora ricordiamo che il cuore di Cristo è sintesi di tutta la Rivelazione, il cuore di Gesù mi rivela Dio; non sono immagini che destano pietà devozione, ma è  culto autentico, è il centro del mistero cristiano: se io voglio comprendere cosa sia il cristianesimo devo per forza guardare al cuore di Cristo», ha aggiunto il vescovo, riandando a Benedetto XVI  che ha scritto come «all’inizio della scelta cristiana non c’è qualcosa di intellettivo, uno studio, delle dottrine, ma c’è un incontro, un avvenimento, un accadimento: tu non crederesti se non avessi fatto esperienza di una Persona. E l’enciclica Deus caritas est fa esplicito riferimento al cuore, a questo incontro d’amore. E se non vivi questo accadimento come due innamorati lo vivono, tu non puoi dirti cristiano», ha sottolineato il presule, prima di richiamare il Vangelo «che ci parla dei semplici, degli umili; “venite a me che sono umile e mite di cuore”: è Gesù che dice chi è, che si definisce come umile e mite. E se vogliamo imparare l’amore, dobbiamo assumere l’identità di Gesù, l’umiltà e la mitezza; senza queste non si comprende la rivelazione di Cristo. Senza umiltà e senza mitezza tu non puoi accogliere Cristo; ecco perché nasconde queste cose ai sapienti e ai dotti, anzi, sono loro che non comprendono l’amore, non possono comprendere il mistero del Padre, il cuore di Cristo. Imparare l’amore è possibile: l’amore consiste nell’essere stati amati e Lui ci ha amati per primo».

Avviandosi a concludere, il vescovo ha invitato a guardare l’amore da un’altra prospettiva molto forte: «La fatica dell’amore è la fatica di diventare umili e miti. L’amore è lavoro, è travaglio, ecco perché il mondo fa fatica ad amare,  perché rifiuta questo lavoro, questo travaglio. Ma assumere questo travaglio mi porta a perfezionare l’amore. Ecco perché Giovanni Paolo II arriva a dire che la cosa più ovvia è anche la più difficile: l’amore bisogna impararlo. Chiediamo allora al cuore di Cristo mitezza e umiltà, di non stancarci in questo lavoro, nella fatica dell’imparare ad amare. Che ci aiuti in questo cammino verso un amore sempre più purificato, vero, come quello di Gesù».

di Igor Traboni

Un momento della celebrazione

Il coro di Comunione e Liberazione che ha animato la Messa

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