Omelia alla festa di Sant’Ambrogio

Omelia alla Festa di S. Ambrogio Martire
Ferentino, Concattedrale Ss. Giovanni e Paolo, 1 maggio 2026

Carissimi, la Festa di S. Ambrogio Martire, così importante per la città di Ferentino, apre il mese
dedicato alla Madonna. Una coincidenza bella, che riporta tutti noi alla preghiera, al pensiero del
Cielo che illumina il cammino terreno. Ci riporta alla Speranza, in un tempo in cui ci sentiamo
schiacciati da eventi personali e sociali, locali e mondiali che sembrano chiudere, in qualche modo,
le porte sul futuro; e si tratta di uno stato d’animo che, purtroppo, contagia spesso anche i giovani, i
nostri giovani, che della Speranza dovrebbero essere l’Icona vivente.
Cosa dice dunque la vita di un martire come S. Ambrogio a questo mondo malato? Cosa dice alla
città di Ferentino, e a tutto il nostro territorio diocesano la vita, e la morte di S. Ambrogio, un
soldato romano vissuto ai primi secoli del cristianesimo, ma il cui culto è ancora così vivo? Con
l’aiuto della Parola di Dio, vorrei provare a riassumere il suo messaggio in quattro parole: libertà e
coerenza, coraggio e amore.
Prima di tutto la libertà che è uno dei beni più preziosi di cui l’uomo è perennemente alla ricerca,
ma non sempre ha consapevolezza del suo vero significato. L’essere umano, soprattutto oggi, la
sente spesso minacciata, teme di perderla e spesso reagisce con la paura. E’questa una dinamica che
viviamo sia a livello personale nella paura delle relazioni, anche quelle più naturali, che a livello
sociale e politico, nei rapporti tra popoli e Nazioni… Ma non di rado, questa paura di perdere la
libertà, porta a violare la libertà altrui.
La storia di S. Ambrogio, se ci pensiamo bene, si inquadra in un contesto simile: la paura che i
cristiani possano farsi spazio nell’Impero Romano scatena la persecuzione contro di loro, portando
a violare un diritto fondamentale e primario di ogni essere umano: la libertà religiosa. Ambrogio è
infatti un Centurione pieno di talento, molto stimato da Daciano; ma nulla vale a salvarlo quando
l’autorità romana scopre la sua appartenenza a Cristo, condannandolo a morte proprio qui a
Ferentino.
Da una parte vediamo una libertà impaurita della verità, che si impone con la violenza e distrugge la
libertà di color che perseguita, fino a distruggerne persino la vita. Dall’altra parte la libertà di
Ambrogio, la cui professione di fede non vacilla, che si esprime non nella violenza ma nella
coerenza di vita con il Vangelo da lui liberamente scelto. Questo lo porta a un martirio di cui la
tradizione ci tramanda tutta la crudeltà della sofferenza, nella quale ritroviamo le parole della
seconda Lettura (1 Pt 4,12-19): «Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore
o delatore. Ma se uno soffre come cristiano non ne arrossisca; per questo Nome, anzi, dia gloria a
Dio».
Anche oggi si ripetono situazioni simili; anche oggi ci sono luoghi in cui la persecuzione religiosa
colpisce uomini e donne, in buona parte cristiani, condannati a morte dai loro stessi responsabili di
governo; anche oggi ci sono contesti in cui il Nome Santo di Dio non è pronunciato con la gloria ma
barbaramente usato per giustificare prevaricazioni e guerre. Anche oggi alcune scelte di coscienza
coerenti con la fede cristiana provocano emarginazione, limitazione della libertà, ingiustizia sociale
e lavorativa.
Ecco allora che, accanto al martirio di chi è ucciso, c’è il martirio quotidiano di chi vive la coerenza
delle proprie scelte, spesso pagando di persona. L’esempio di Ambrogio indica la via per superare
la paura con il coraggio, testimoniando l’appartenenza a Cristo nella vita di ogni giorno, nel nostro
impegno lavorativo, nella vocazione personale. È questa la strada della libertà vera: «Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra vita e la nostra libertà, ma a condurci nei giusti sentieri. Non
viene a sequestrare o ingannare la nostra coscienza, ma a illuminarla con la luce della sua sapienza.
Non viene come a inquinare le nostre gioie terrene, ma le apre a una felicità più piena e duratura»,
ha detto il Papa all’Angelus domenica scorsa (Leone XIV, Angelus, 26 aprile 2026).
Il coraggio del martirio, il coraggio della fede, non è un atto eroico di persone particolarmente forti
ma nasce letteralmente dal «cuore», come suggerisce una lettura etimologica della stessa parola:
cor-agi, agire con il cuore. E nel cuore, che nella Bibbia non è solo il luogo delle emozioni ma il
centro di tutta la persona e della sua coscienza, abita quella verità che ci fa liberi.
Lo abbiamo ascoltato dal Vangelo (Gv 17,11b-19): Gesù chiede al Padre di custodire i suoi
discepoli dal Maligno, consacrandoli nella verità. Che bello! Come Ambrogio, ciascuno di noi può
vivere coerentemente la fede cristiana perché è consacrato nella verità; perché la verità abita nel
nostro cuore e, da lì, parte il coraggio delle azioni, delle scelte; il coraggio di vincere la paura di
quel Maligno che è l’origine di ogni male, tanto a livello personale quanto nella storia dell’uomo di
sempre e dei nostri giorni.
Siamo nel Tempo di Pasqua e Ambrogio ci aiuta a credere che la Risurrezione di Gesù è più forte
del male e della morte; e ci dice che il coraggio della fede viene dal cuore: viene, cioè, dal fare
un’esperienza di Dio, di Cristo, come di Colui che ci ha preso il cuore. Il coraggio di Ambrogio, il
coraggio dei martiri, il coraggio che ci è chiesto per vivere la fedeltà alla nostra vocazione e alla
missione che Dio ci affida non è altro che il coraggio dell’amore!
Cari fratelli e sorelle: libertà e coerenza, coraggio e amore. Parole difficili se guardiamo alle nostre
povere forze. Ma Ambrogio dimostra che sono scelte possibili, anzi sono la via della felicità; lo fa
senza false illusioni, parlandoci al cuore, nelle nostre sofferenze e difficoltà, nei drammi della vita e
della storia. E il Libro dell’Apocalisse, nella prima Lettura (Ap 7,9-17), conferma tutto questo: non
afferma che non avremo tribolazioni, anzi parla di coloro «che vengono dalla grande tribolazione».
Ma per costoro, come per Ambrogio e per ciascuno di noi, è la promessa della vera felicità, che
viene dalla presenza, dalla vicinanza, dall’amore di Dio: «Non avranno più fame né avranno più
sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro
pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
Preghiamo perché, con l’intercessione di S. Ambrogio e della Vergine Maria, possiamo anche noi
fare una tale esperienza di Dio.
E così sia!

Santo Marcianò

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