di Mons. Rino fischella
Il testo dell'intervento che
il Rettore della Pontificia Università Lateranense ha tenuto a Merate il 2
Maggio
nel Convegno Pubblico: "Siamo
tutti ex Embrioni"
1. è necessario
previamente giustificare l'interesse diretto da parte dei Pastori della
Chiesa su una questione così importante come il contenuto della legge 40 e
i quesiti del referendum voluto da alcune forze politiche. Su queste
questioni, comunque, è bene ricordare che Giovanni Paolo II aveva già
espresso in maniera forte il suo magistero con l'enciclica Evangelium
vitae. Perché, dunque, un interesse così forte? Perché siamo posti dinanzi
a una sfida che tocca i princìpi basilari della nostra cultura, di come è
sorta e si è formata la civiltà occidentale a partire dalla riflessione
greca, romana e poi salvaguardata e promossa dal cristianesimo.
Il riferimento al IV secolo con la conclusione della cultura greco-romana
e l'ergersi della sua custodia e promozione da parte del cristianesimo per
quanto riguarda i concetti fondamentali del vivere sociale, civile,
politico e del diritto. è solo un pallido esempio di ciò che sta sul
tappeto.
2. Viviamo un momento di cambiamento culturale che non è azzardato
definire 'epocale'; esso richiede la consapevolezza di una sinergia
d'impegno per orientare il cambiamento in maniera significativa verso
scelte di reale cultura come progresso ed espressione di libertà. Ci sono,
comunque, sfide che richiedono un consenso ampio che faccia riferimento a
una razionalità politica in grado di accogliere un orizzonte valoriale
condiviso per il suo riferimento a un denominatore comune prima ancora che
per la sua connotazione confessionale. In questo frangente, limitarsi a
descrivere i fenomeni non è più sufficiente; dobbiamo essere capaci di
imprimere un impulso propositivo perché risulti chiaro il limite e la
contraddizione dell'attuale tendenza culturale mentre si deve poter
cogliere l'orientamento differente che vogliamo offrire.
Diversi fattori mostrano che viviamo un momento del tutto peculiare della
storia. Si conclude un'epoca che, nel bene e nel male, ci ha fatti essere
ciò che siamo; se ne apre un'altra che ancora non permette di sapere cosa
saremo. Se la prima si lascia ormai definire nei suoi contorni e nei
contenuti, la seconda appare ancora avvolta nell'incertezza. Si chiude
l'epoca della modernità e, senza troppa fantasia, si chiama postmodernità
la nuova che si affaccia. A una cultura che faceva leva sul primato del
soggetto, subentra un'altra che cede il primo posto alla tecnica; la cosa
non è priva di conseguenze, non solo sul piano delle modalità del vivere
quotidiano, ma soprattutto nell'ordine etico. Ciò che nei decenni passati
sembrava fantascienza, oggi è realtà e lo spazio di conquista appare
ancora sempre più illimitato. Si potrebbero descrivere diversi tratti di
questo momento di passaggio epocale; ciò che preme sottolineare, tuttavia,
sono due elementi che maggiormente devono interessare la nostra azione se
si vuole guardare con lungimiranza e in maniera costruttiva al futuro che
ci sta dinanzi.
In primo luogo è necessario ribadire che la cultura, ogni cultura, ha in
se stessa un bisogno naturale della religione. Se nei decenni passati è
prevalsa la tesi -che trovò purtroppo non poca ingenua accoglienza nella
comunità cristiana- che bisognava vivere nel mondo 'come se Dio non
esistesse' (etsi Deus non daretur), per esprimere al meglio l'autonomia e
indipendenza dell'uomo davanti a Dio, per la maturità di giudizio
raggiunta, oggi è urgente ribadire che un mondo e una cultura privi del
riferimento a Dio permangono come spazi in preda all'arbitrio del più
forte e del più prepotente. La cultura ha bisogno del richiamo della
religione perché ogni persona che in essa vive ed esprime se stessa è per
essenza aperta alla trascendenza e al Mistero. Una cultura nel momento in
cui si allontana dalla religione, creando una forma di alternativa ad
essa, perde la sua stessa ragion d'essere. Da questa prospettiva, è
estremamente rischioso per il cristiano considerare e vivere la frattura
tra la sua vita religiosa e la vita culturale e sociale, come se si
trattasse di due mondi separati che nulla hanno da condividere. Nei
decenni passati si è insinuata progressivamente la tesi di questa
separazione in nome di una non chiara 'laicità' che ha portato
progressivamente i cristiani a rinchiudersi nello spazio delle loro
comunità senza più il vivo desiderio di impegnarsi nel mondo per
orientarlo a Cristo. Deve far riflettere l'articolo scritto da G. De Rita
su un quotidiano nazionale: «Forse, sono rimasto l'ultimo a cercare di non
confondere fede e vita pubblica. io resto fermo nella convinzione che
l'appartenenza religiosa non può dar luogo a un'automatica mobilitazione
emozionale, sociale e politica» (CdS 29.II.05). Un'espressione come la
seguente, tuttavia, dimentica proprio ciò che il Concilio aveva insegnato:
«Il distacco, che si constata in molti, tra la fede che professano e la
loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori del nostro
tempo.Non si venga ad opporre, perciò, artificiosamente, le attività
professionali e sociali da una parte e la vita religiosa dall'altra». Non
si può negare che presso molti cristiani sia cresciuta la mentalità
secondo la quale appare ormai come naturale che i diversi campi della vita
politica, economica, sociale, del pensiero scientifico, dell'educazione.
debbano svilupparsi muovendo unicamente dalle proprie norme immanenti. Si
è creata in questo modo uno stile di vita non-cristiano, parallelo e
alternativo alla fede che si impone talmente da apparire come
assolutamente normale. Spesso gli stessi credento più impegnati subiscono
passivamente questa situazione, quando pensano che le cose della religione
costituiscano un settore a sé e altrettanto le cose del mondo. In una
parola, non solo si è smarrita la forza nella verità della fede, ma come
sua conseguenza si è indebolito anche il senso religioso naturale che
spinge a influire sulla cultura e sul mondo, rispettandone la loro valenza
di apertura al sacro.
3. Un secondo elemento fondamentale che merita attenzione da parte nostra
è riflettere su cosa ci riserverà il prossimo futuro. Chi sarà il
fortunato protagonista della postmodernità: l'uomo? oppure la natura? I
due elementi oggi si pongono quasi sullo stesso piano; eppure, non basta
lo sforzo di far vincere uno al posto dell'altro. Ciò che, piuttosto, ci
si deve chiedere è: con quale concezione di uomo e di natura le prossime
generazioni ragioneranno? Quale uomo sarà quello che vuole dominare la
scena del futuro: un soggetto ancora al centro di tutto quasi un
microcosmo in cui tutto, trova sintesi definitiva del suo essere
personale, oppure un soggetto ormai schiacciato dal peso della tecnica che
lo obbliga a una vita sempre più contraddittoria: indolenzita, stressata,
senza preoccupazioni e senza volontà di pensare? E quale natura sarà alla
base delle prossime legislazioni? Il concetto di natura immutabile con le
sue leggi oppure una natura che è sottoposta alla manipolazione genetica e
quindi una natura in cui tutto è possibile perché giustificato previamente
dal giudizio etico soggettivo o di una maggioranza numerica che non è
informata correttamente sulle conseguenze che la manipolazione comporta?
4. La svolta epocale investe il cambiamento paradigmatico di questi
concetti basilari del vivere comune, sottoponendoli a una lettura
relativista e storicista senza precedenti. Si è accresciuta l'illusione
che la scienza produca certezza perché è neutrale. Quale illusione
fatidica! La scienza non è mai neutrale e non può mai dare neppure una
certezza che non sia probabilistica. Ne è evidente conseguenza la proposta
e l'approvazione di alcune leggi presenti in diverse legislazioni che
hanno assunto supinamente questo orientamento, dimenticando il ruolo
pedagogico e culturale che la legge possiede. Affermare come ha fatto di
recente qualche ministro del Governo Zapatero che: «Questa legge non
danneggia nessuno e non fa del male a nessuno», equivale a non comprendere
il valore della legge e la sua funzione sociale.
A questa debolezza dei cristiani è subentrata l'arroganza di altri che
vogliono imporre regole fuori da ogni orizzonte di civiltà. Tutti possono
rivendicare il proprio ateismo, ma questo non è certo segno di progresso e
di scienza. è bene ribadire con forza che i cattolici non sono i portatori
di alcun fondamentalismo; abbiamo creato cultura, siamo oggi probabilmente
gli unici ad avere uno sguardo lungimirante su ciò che comporta questo
cambiamento epocale e alla stessa stregua dei laici desideriamo anche noi
essere rispettati. D'altronde, chi potrà mai stabilire che i laici sono
tra i più intelligenti, forieri di un vero progresso mentre noi saremmo
ottusi e conservatori? Qualche nome, d'altronde, non stonerà in proposito:
Anselmo, Tommaso, Alberto Magno non sono stati forse i fondatori delle
università e i primi maestri in cui tutti si riconoscono? Grozio, Erasmo,
Keplero, Copernico, Galileo, Mendel, Spallanzani. a cui si riconoscono le
più grandi conquiste del diritto e della scienza moderna non erano forse
cattolici e molti di loro preti? Adenauer, Schuman e De Gasperi non erano
forse cristiani quando convenivano sul fatto di avere un'Europa unita? E
chi stabilisce che l'oncologo Veronesi sia più qualificato a parlare di
procreazione assistita invece del prof. Dallapiccola che è ordinario di
Genetica alla Sapienza? Chi stabilisce che la fisica Levi Montalcini sia
più competente in questo ambito della prof. Di Pietro che è biologa?
Quando si stravolgono le regole etiche, allora la convivenza sarà
difficile per tutti, perché crescerà il sopruso dei più forti sugli altri
e neppure la legge potrà più essere garantita come criterio di civiltà.
5. Siamo tenuti a prendere in maggior considerazione alcuni contenuti per
l'attenzione che stanno ottenendo nel contesto culturale, legislativo e
mediatico di questo momento. In primo luogo, è necessario porre il tema
della concezione della vita umana. La vera sfida che si staglia nei
confronti del pensiero in generale e della fede in particolare, è la
stessa visione della vita personale e le modalità della sua genesi, durata
e termine ultimo. La sacralità della vita è oscurata per la tenacia di
imporre una visione tecnicista, edonista ed effimera come se tutto
dipendesse dal puro caso o dalla sperimentazione arbitraria e dove tutto
si vive, cogliendo solo il semplice frammento senza preoccuparsi di una
progettazione personale compiuta nella libertà che aprirebbe a spazi di
vero futuro. Il mistero della vita viene frantumato per l'arroganza di
voler dare a tutto una spiegazione partendo da sé, senza attendere che
l'Altro possa intervenire nella vita. Tolta la sfera della dipendenza come
gratuità si sviluppa la pretesa del possesso e si spezza anche l'ultimo
bastione in difesa dell'amore come un donare se stessi per sempre senza
nulla chiedere in cambio.
La prima conseguenza di questo modificato modo di porre la concezione
della vita si manifesta nella cultura generalizzata secondo cui ciò che
differenzia le persone non è la sessualità che è stata donata con il
corpo, ma il genere che si è scelto di vivere. Il genere diventa la
costruzione sociale in alternativa al sesso, come espediente per esprimere
una libertà individuale di voler essere se stessi non in forza della
natura, ma della propria volontà; espressione di libertà che si manifesta
subito fragile e fittizia e che solo una impenitente faziosità persiste
nel difendere. Tolta in questo modo, la differenza tra uomo e donna, si
comprende facilmente che viene posta in crisi la prima cellula su cui la
società si fonda: la famiglia. Carichi di una visione ideologica, che
vuole relegale la concezione cristiana del matrimonio e della famiglia
nella sfera dell'oscurantismo e della subordinazione della donna all'uomo,
si insinua sempre più una visione individualista ed egoista della
relazionalità tra le persone che mette in crisi l'istituzione stessa.
Superfluo ricordare che la situazione di crisi che ha toccato la famiglia
non fa altro che manifestare la permanente instabilità e crisi della
società stessa. Per quanto paradossale possa sembrare, questa situazione
di crisi spinge la società e gli individui a rinchiudersi sempre più in se
stessi, aumentando l'insicurezza delle nuove generazioni. Se una società è
costretta a verificare che al suo interno lo stile di vita che
progressivamente si assume è quello del vivere soli (Austria 1/3; Italia
1/4), allora si dovrà ben riflettere sul senso stesso dell'essere societas.
Se un Paese inizia ad avere un quarto o un terzo della popolazione che
vive solo, allora è necessario che almeno per spirito di sopravvivenza si
ponga rimedio.
6. La rincorsa a voler accontentare ogni tipo di simili manifestazioni,
sembra spingere sempre più il legislatore ad assumere politiche pubbliche
in netto contrasto con i principi etici fondamentali. Sarà bene ricordare
che una legge composta sulla base del relativismo etico, avrebbe
fondamenta talmente fragili da non poter neppure pretendere di essere
assunta a norma dell'agire universale dei cittadini, perché offende la
dignità stessa della legge prima ancora che la dignità del cittadino. Se
non esistesse un'autorità morale capace di andare oltre la sfera dello
Stato, allora sì, la libertà sarebbe realmente distrutta, perché di fatto
un qualsiasi potere politico diventerebbe fondamento dell'istanza etica.
Nel qual caso, la caduta in una strumentalizzazione del potere a proprio
vantaggio, non sarebbe più solo un rischio e la porta al totalitarismo
sarebbe spalancata. Pensare che la qualità della vita migliori, solamente
perché si qualificano alcuni servizi di benessere, è illusorio e deludente
se poi la concezione stessa della vita è lasciata all'arbitrio
individuale. Ciò di cui dovremmo far prendere coscienza alle nuove
generazioni è la responsabilità nei confronti della vita sic et
simpliciter. La vita è il vero obiettivo del nostro impegno politico come
credenti; in essa si racchiude l'essenza dell'annuncio cristiano: 'La vita
si è fatta visibile e noi ne siamo testimoni' (1Gv 1,2). Responsabilità
per la vita coinvolge di conseguenza l'essere responsabile per la natura,
per l'uomo, per il mondo.
7. In questo ambito, è bene ricordarlo, i cristiani sono sempre stati in
prima linea nel promuovere e difendere i principi basilari del vivere
comune e civile. D'altronde, la stessa concezione di democrazia che si è
imposta nella modernità non avrebbe potuto neppure essere concepita se il
cristianesimo non avesse posto le premesse fondamentali per la sua genesi
e il suo sviluppo. Merita, pertanto, ricordare quanto sia importante e non
procrastinabile farsi promotori di un pensiero che chiarifichi la base
stessa del diritto. In un periodo come il nostro in cui sembra che la vita
civile, politica e sociale si debba sviluppare alla luce del diritto
individuale, secondo il quale ognuno ha il diritto di creare un'unione
matrimoniale come desidera, ad avere figli come vuole, a porre fine alla
sua vita quando e come ha deciso e a imporre al legislatore di dare corpo
a questo diritto, bisogna ribadire con forza che il diritto individuale
non è solo una questione di coscienza singola, ma è primariamente un atto
pubblico che deve essere regolato e limitato dalla forza della ragione,
della giustizia e della convivenza reciproca. I nostri giovani studenti
hanno l'esigenza di essere formati a questa visione della vita, alla
correttezza del diritto e alla responsabilità di orientare pubblicamente
queste tesi senza per questo venire emarginati. Presumere di avere ragione
non per la forza degli argomenti, ma per la capacità a suscitare emozioni,
non è esercizio di buona democrazia né tanto meno prerogativa di produrre
cultura. Falsificare le carte dicendo che sperimentare con gli embrioni si
possono curare delle malattie quali Alzheimer, Diabete e Parkinson è solo
inganno e non meriterebbe risposta se la posta in gioco non fosse davvero
così grande. Nascondere che le cellule staminali non sono solo embrionali,
ma anche mature e che anzi queste danno maggior sicurezza nella ricerca è
solo frutto della mistificazione che non aiuta a creare le premesse per un
dialogo tra posizioni diverse.
8. In un momento culturale come il nostro dove l'uomo vive la tentazione
di onnipotenza, perché si illude di essere padrone della vita, di poterla
dare e togliere a suo piacimento, noi siamo il segno che la vita ha un
carattere inviolabile e sacrale che neppure la scienza può misconoscere.
La vita non è un esperimento da laboratorio, ma un'esperienza di
trascendenza dove l'amore permette di percepire il mistero della
partecipazione all'atto creativo dell'unico Padre. In questo senso, la
fecondità dell'amore cristiano sa assumere in sé anche la rinuncia
sofferta a poter procreare quando questa è segnata dal limite della
natura. Questa fecondità, infatti, sa esprimersi in una pluralità di forme
che sono reali espressioni di maternità e paternità responsabile.
L'esperienza del proprio limite diventa forza per debordare in forme di
donazione dinanzi alla povertà e alla solitudine che l'egoismo del mondo
spesso impone. Questa fecondità prende il volto di una procreazione
diversa, ma non per questo meno amorosa, e si trasforma in strumento di
salvezza per tanti che non avrebbero possibilità alcuna di sperimentare
l'amore di una famiglia. Una procreazione contro ogni possibilità
inscritta nel proprio corpo non è affatto un segno di amore; essa, al
contrario, evidenzia un egoismo latente che non accetta il proprio limite
e impone la propria volontà come criterio di possesso e giudizio etico.
9. Su questi temi siamo impegnati perché la cultura all'interno della
quale viviamo, possa ancora una volta esprimersi nelle sue esigenze e
progettualità migliori con la partecipazione dinamica, attiva, competente
e responsabile dei cristiani. è per questo che la nostra scelta diventa
quella di difendere una legge che il Parlamento ha votato con grande
fatica ma anche con profondo senso di responsabilità, venendo incontro a
diverse istanze culturali. Noi non abbiamo voluto un referendum; non tocca
a noi dare la prova. Noi abbiamo la presunzione di essere responsabili per
il bene di tutti per questo per noi dire un sì o un no è troppo poco e
rimane un'offesa all'intelligenza su un tema così delicato e fondamentale.
Il nostro impegno concreto, civile e politico è quello previsto dalla
legge che ammette di astenerci dal partecipare al voto. Noi non andremo a
votare perché vogliamo impegnarci direttamente a non far dipendere un
giudizio etico da un gruppo demagogico che propone solo pseudo valori. La
nostra concezione della vita e dell'impegno sociale è talmente forte che,
ancora una volta, ci vede propositivi di una scelta responsabile che
chiediamo a tutti di condividere con noi.
tratto da Tempi del 12
maggio 2005
