
O Dio, nostro Padre,
che scruti i sentimenti e i pensieri dell’uomo,
non c’è creatura che possa nascondersi davanti a te;
penetra nei nostri cuori
con la spada della tua parola,
perché alla luce della tua sapienza
possiamo valutare le cose terrene ed eterne,
e diventare liberi e poveri per il tuo regno. (dalla Colletta della Messa del XXVIII domenica del T. O.)
Sap 7,7-11 – Sal 89 – Eb 4,12-13 – Mc 10,17-30
omelia del Vescovo
Cari amici, davvero oggi possiamo dire con il salmo: "Com’è bello e come dà gioia che i fratelli stiano insieme". E’ stato bello vivere questi tre giorni di convegno insieme, ritrovare nell’ascolto della parola di Dio la gioia di quell’unità che purtroppo nella vita talvolta si perde. E’ la gioia di chi sa lasciare qualcosa di sé per unirsi al Signore e ai fratelli. Le letture della liturgia di oggi ci tracciano un itinerario di sapienza, che ognuno di noi è chiamato a comprendere e a vivere. Un grande re come Salomone invoca da Dio la sapienza. Era ricco, famoso, potente.
Perché aver bisogno anche della sapienza? Egli dice: "La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia…. L’ho amata più della salute e della bellezza…". Potere, ricchezza, salute, bellezza, non valgono la sapienza. Questo, care sorelle e fratelli, è il grande messaggio che oggi ci viene affidato. Noi siamo in un mondo che professa esattamente il contrario: potere, ricchezza, salute, bellezza sembrano cose inestimabili, di cui non si può fare a meno. Oggi assistiamo a una ostentazione del potere, della ricchezza, della bellezza, della forza fisica, quasi da infastidire chi ha un minimo di senso di umanità e di rispetto per chi fatica a vivere. Quando anche solo una di queste cose viene a mancare, ci ritroviamo incerti, tristi, preoccupati, impoveriti, ci vergogniamo degli altri, ci chiudiamo in noi stessi.
La parola di Dio viene a liberarci dal dominio delle cose, dei beni, dalle paure che ne conseguono. La parola di Dio è davvero "viva ed efficace, più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito… e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore". La parola di Dio ci ridona il cuore, ci aiuta a riscoprire le cose che contano e a rivestirci dei pensieri e dei sentimenti di Dio, ridona a donne e uomini spaesati il senso vero della vita, la speranza del futuro. Cari amici, il problema di oggi è come non vivere prigionieri di noi stessi, delle nostre abitudini e convinzioni, è come lasciarsi almeno interrogare dalla parola che ascoltiamo per costruire un futuro migliore. Anche in noi è nascosta la stessa domanda che pose quel tale a Gesù: "Maestro buono, che devo fare per avere in eredità la vita eterna?". Ognuno di noi desidera la vita eterna, quella vita che non finisce, che va oltre la terra e la morte. La risposta di Gesù richiama l’osservanza dei comandamenti. Forse molti di noi potrebbero replicare con le stesse parole di quel tale: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza". Dentro di noi spesso pensiamo lo stesso. Ci riteniamo giusti, crediamo di fare il nostro dovere e siamo convinti che questo sia sufficiente per un cristiano. Tuttavia la risposta di Gesù ci fa comprendere che ai suoi discepoli è chiesto qualcosa in più. Ed è qualcosa di essenziale per ottenere la vita piena, quella che non finisce. Non si tratta del superfluo. E’ il suo amore che lo chiede. Gesù oggi fissa il suo sguardo su di noi, e con una predilezione del tutto speciale ci dice: "Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!". Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni". Vendi quello che hai. Separati un po’ da te stesso. Sii un po’ meno sicuro di essere nel giusto, di avere ragione, di pensare che tu solo conosci le cose che contano. Separati un po’ dalle tue abitudini, dalla roba che ti rende prigioniero, dalla paura che ti fa mettere da parte i soldi, le cose, che ti fa possedere gli altri invece di amarli. Alza il tuo sguardo verso il mondo vero, quello dei poveri, dei miseri, dei diseredati della terra, dei vecchi che la nostra società lascia soli o mette nei cronicari, delle vere vittime del male e delle ingiustizie. Non continuare a guardare solo te stesso, altrimenti te ne andrai triste quando avrai sentito parlare Gesù o indifferente, come se le parole del Vangelo non ti riguardassero. E purtroppo spesso si rimane indifferenti e non si ascolta, anche se si è convinti del contrario. Lo si vede dal fatto che nella vita molti restano come sono, non cambiano, non si trasfigurano, addossano responsabilità e colpe agli altri, ma a fatica riconoscono le proprie.
André Vauchez, in una bella biografia su San Francesco (e questo mattina lo abbiamo ricordato dai Padri Cappuccini a Monte San Giovanni Campano), scrive una cosa molto chiara: "Per Francesco la radice del male è la visione egocentrica del mondo". Ed è qualcosa a cui non sfuggono gli individui, ma anche le collettività: una visione egocentrica del mondo. Non sfuggono le collettività, chiudendosi in localismi. Il peccato consiste nel fissarsi con se stessi, nel sentirsi poveri, bisognosi. Ne viene l’aggressività che umilia gli altri, ne viene lo spirito di possesso che per Francesco è l’origine della violenza: avarizia e malizia, due passioni cattive per Francesco, sono legate tra loro e legano l’uomo. Francesco d’Assisi, prima ancora di ascoltare Gesù che gli parlò a San Damiano, incontrò i lebbrosi, i più poveri del suo mondo. E non fuggì, nonostante provasse ribrezzo, come egli stesso dice. Cari amici, questo giubileo che ci vede riuniti come un unico popolo, sia per tutti un grande momento di trasfigurazione di se stessi.
Per il fatto che siamo qui e ci impegniamo nelle nostre realtà, forse noi potremmo dire qualcosa di simile alle parole dell’apostolo Pietro: "Anche noi abbiamo lasciato almeno qualcosa e ti abbiamo seguito". Gesù rispose a Pietro e a noi: "In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà". Fin da oggi, da questa vita, noi possiamo ricevere cento volte tanto quel poco che lasciamo, se avremo la fiducia di ascoltare e seguire Gesù e non noi stessi. E’ la gioia del discepolo. Fu la gioia di Santa Maria Salome e delle donne che seguirono il Signore fin sotto la croce, quando ricevettero l’annuncio della resurrezione e corsero ad annunciarlo agli apostoli. Si ritrovarono in una famiglia larga, di gente diversa, ma unita dall’amore di Dio e dalla promessa della vita eterna. Per loro quella vita promessa era cominciata già nell’amore reciproco, in una comunità che esprimeva simpatia, che accoglieva i poveri, guariva i malati, lottava contro il male. Gente come tutti, ma donne e uomini straordinari, resi tali dalla fedeltà all’amicizia con Gesù ed all’ascolto della sua parola.
Signore, guarda a noi poveri mendicanti di amore e di perdono. Rendici capaci di amare, di guardare con simpatia e benevolenza il prossimo, soprattutto i poveri e i bisognosi. Liberaci dall’ossessione del possesso, dall’avarizia, dall’egocentrismo che ci fa guardare solo noi stessi. Aiutaci a sollevare il nostro sguardo, consapevoli di essere nella famiglia larga della tua Chiesa ovunque diffusa e qui rappresentata dalla piccola porzione della nostra comunità diocesana. Rendici donne e uomini di preghiera, ascoltatori fedeli della tua parola, amici di tutti e particolarmente dei poveri, umili e miti per divenire uomini di pace. Diffondi attraverso di noi il profumo soave del tuo amore, perché il male non prevalga, siano vinti i rancori, le inimicizie e le liti, le prepotenze, i giudizi e le condanne. Concedici in questo anno giubilare di seguire insieme la nostra patrona, Santa Maria Salome, per vivere sempre come tuoi discepoli e attirare altri a gustare la gioia e la bellezza della vita cristiana. Grazie per questi giorni, grazie per il tuo amore paziente e per i benefici che ci concedi. Ricordati di chi in questa terra è debole, malato, anziano, disperato, triste, dimenticato, straniero, disprezzato. Fa che ognuno sappia riconoscere il dono della tua presenza e del tuo amore. Amen
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dell’omelia di S.E. Mons. Ambrogio Spreafico
Vescovo della Diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino,
nella sezione Mass Media
