Venerdì Santo “In passione Domini”

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Passione di Nostro Signore Gesù Cristo dal Vangelo di Giovanni

   Siamo giunti anche noi, mischiati a quella folla che seguiva Gesù lungo la via dolorosa, al Golgota, il luogo della croce, l’ultimo atto della forza del male che non ha risparmiato neppure il Figlio di Dio.
Mi immagino sempre come a quel corteo si aggiungano ogni anno milioni di uomini e donne, poveri come Gesù, disprezzati e derisi, umiliati, schiacciati dalla croce che devono portare ogni giorno.


 

Oggi sono saliti con noi al Golgota nella speranza che qualcuno si accorga di loro, pianga per il loro dolore come le donne al seguito di Gesù, ci sia almeno un cireneo che aiuti a portare la croce. Tra di loro ci sono anche i malati dell’ospedale, i carcerati del nostro carcere, con i quali poco fa ho fatto la via crucis. Ci sono anche tanti anziani soli o abbandonati negli istituti, talvolta senza ricevere una visita da nessuno. Ci sono anche i bambini soldato, e quegli innocenti che generati non riusciranno a vivere perché eliminati ancor prima di nascere. Quanta sofferenza nel mondo! La croce di Gesù, a cui noi guardiamo spesso, con la quale ci segniamo fin da piccoli, ci aiuta ad avvicinarci alle croci del nostro mondo senza paura, con compassione e partecipazione. Vedete, l’esperienza del dolore e della morte rende più umani, perché ci aiuta a capire che siamo tutti uomini e donne deboli, fragili, bisognosi del Signore e degli altri. La scarsa umanità del nostro mondo è la conseguenza dell’individualismo che fa bastare a se stessi, fa credere di poter vivere senza gli altri, fa illudere di essere immuni dal male e dalla morte, fa decidere della vita e della morte con tanta normalità. Per questo non si vuole vedere il dolore, si allontanano i deboli, si disprezzano i poveri, ci si abitua anche alle tragedie più spaventose dimenticandole dopo pochi giorni. Di fronte alla croce, in questo giorno, vengono svelati molti atteggiamenti dell’uomo: da una parte la violenza, l’ingiustizia, il tradimento, la fuga, ma anche la pietà, la compassione, la commozione. Li ripercorreremo durante la Via Crucis, a partire dal Vangelo.

   Questi giorni rappresentano per i cristiani il cuore della vita di fede. Con mestizia e umiltà ci uniamo anche noi a quel corteo che segue Gesù verso la croce, perché vogliamo stargli vicino e imparare da ciò che egli patì per essere capaci di amare come lui. Tra i tanti al suo seguito c’erano alcuni discepoli. Giuda, che lo tradì. C’era anche Pietro che pensava di difendere Gesù con la spada, ma fu da Gesù rimproverato: "Rimetti la spada nel fodero". Non aveva capito che la vittoria sul male non viene dalla violenza. Infatti poco dopo, nonostante le sue proclamazioni di fedeltà, per ben tre volte negherà di conoscere Gesù. Spesso la nostra società ci intimorisce perché noi come Pietro neghiamo con le parole e le azioni di essere cristiani. Sì, molte volte anche i cristiani diventano conformisti, accettando modi di pensare e di vivere in netto contrasto con il Vangelo. Con Pietro c’era un altro discepolo, che il Vangelo non nomina, ma si pensa fosse Giovanni, colui che rimane fin sotto la croce con Maria e le altre donne, il discepolo che Gesù amava. Alla fine del racconto della Passione compaiono altri due uomini: Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, "quello che in precedenza era andato a lui di notte". Sembrano delle comparse, eppure sono toccati dalla sofferenza e dalla sorte di quell’uomo e vogliono occuparsi del suo corpo perché abbia una degna sepoltura. Poi ci sono coloro che contribuiscono attivamente alla morte di Gesù: i sacerdoti, i farisei, Pilato, i soldati, la gente. Alcuni sono protagonisti, altri semplici esecutori. Ma tutti si lasciano coinvolgere dalla forza del maligno, che vuole dividere, non sopporta un amore eccessivo come quello di Gesù, che chiede di perdonare sempre, che giunge persino a comandare l’amore per i nemici. Noi forse siamo tentati di collocarci fuori dalla congiura contro il Signore. In fondo almeno siamo qui. Eppure non siamo del tutto estranei a quella condanna. Talvolta siamo come Pilato, che vorrebbe difendere e liberare Gesù, ma cede alla pressione della folla e ai adegua alla sua scelta. Altre volte siamo come Pietro e nella vita, con le parole e le azioni, non sappiamo mostrare di essere discepoli di Gesù e ci conformiamo alla mentalità comune. Come lui ci capita di prendere la spada, credendo che la prepotenza e la difesa a tutti i costi di se stessi porti a qualche risultato. Oggi tuttavia ci siamo fatti tutti un po’ come il discepolo Giovanni, la madre Maria e le donne: non abbiamo voluto lasciare solo il Signore, lo abbiamo seguito fino alla croce. Sì, il suo amore, la sua pazienza, le sue parole, ci hanno toccato nel cuore, e abbiamo capito che non potevamo lasciarlo solo nel dolore. Per questo siamo qui. Vogliamo rimanere con lui, ascoltare il suo dolore, le sue ultime parole, il compimento della sua vita terrena. Come Nicodemo usciamo allo scoperto, non ci vergogniamo di essere discepoli di Gesù, e ci prendiamo cura di lui. Sotto la croce comincia a rinascere la nostra vita, perché solo chi sa stare accanto a chi soffre può vivere con umanità e nascere a vita nuova. L’aveva capito persino Nicodemo, anche se con un po’ ritardo, lui che voleva rinascere a vita nuova senza sapere come. Chi fugge la croce sarà sempre un uomo impaurito e triste.

   Seguiamo le ultime parole e gesti del Signore. Presso la croce "stavano sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio!. Poi disse al discepolo: Ecco tua madre. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé". Dalla croce Gesù si preoccupa della madre e del discepolo, si preoccupa di noi. Non vuole che nessuno rimanga solo, come orfano, senza affetto nel dolore, senza compagnia nella solitudine. Nell’ora del dolore e della morte il Signore ci affida a sua madre, Maria, la Chiesa. Qui, care sorelle e cari fratelli, nasce la Chiesa. In mezzo al dolore del mondo noi non siamo perduti, non rimaniamo senza risposte, non siamo prigionieri delle nostre paure e incertezze. Gesù pensa a noi e ci dà una madre. Maria, la madre, ha bisogno di noi, del nostro amore. Noi, figli che ricorriamo a lei, abbiamo bisogno della sua protezione e del suo aiuto. Nel momento del dolore nasce una nuova famiglia di uomini e donne che non se ne sono andati, che hanno imparato la compassione, che vogliono vivere in modo umano, accanto al Signore e a chi soffre. Questa è la Chiesa, la famiglia di Dio senza confini e barriere, dove tutti possono trovare un posto dove vivere e essere consolati. Il Signore dalla croce l’affida a ciascuno di noi, come quel giorno a Giovanni, perché l’amiamo e la facciamo crescere con il nostro impegno e la nostra preghiera. Per questo sotto la croce oggi comincia a nascere qualcosa di nuovo, quella vita che celebreremo nel giorno della resurrezione, la Pasqua del Signore, l’unica vittoria possibile e vera, la vittoria dell’amore sulla morte.

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