
Care sorelle e cari fratelli,
sono passati trent’anni dal 24 marzo del 1980, quando monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador, povero paese dell’America centrale, fu colpito a morte sull’altare, al momento dell’offertorio, mentre celebrava la Messa. E al termine dell’omelia aveva detto queste parole: "Questa santa Messa, questa eucaristia, è un atto di fede: con la fede cristiana sembra che la voce della diatriba si converta nel corpo del Signore che si offre per la redenzione del mondo e che in questo calice, il vino si trasforma nel sangue che fu il prezzo della salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue versato per gli uomini ci alimenti per dare il nostro corpo e il nostro sangue assieme a Gesù, non per noi, bensì per la giustizia e la pace del nostro popolo". Romero lì sull’altare, quasi conscio, come lo era, di un sacrificio che si stava ormai consumando, pone la sua vita, tutto quanto aveva realizzato come vescovo, nel calice di Cristo per essere come lui testimone di questo amore per un popolo che soffriva. Così disse Giovanni Paolo II di lui: "Lo hanno ucciso proprio nel momento più sacro, durante l’atto più alto e più divino. ..E’ stato assassinato un vescovo della Chiesa di Dio mentre esercitava la propria missione santificatrice offrendo l’Eucarestia".
Alcuni hanno cercato di far apparire Romero come un uomo di parte. In realtà questo vescovo fu un uomo di Chiesa e un uomo del Vangelo, che in un paese lacerato dalla violenza non smise di proclamare il Vangelo della pace e della riconciliazione, amando tutti, soprattutto i poveri. Per questo fu ucciso sull’ altare, nel momento più alto dell’ incontro dell’uomo con Dio, il momento dell’alleanza nel corpo e nel sangue di Cristo, morto . e risorto per noi. Il sangue dei martiri e dei testimoni della fede, che noi oggi ricordiamo, non muore, ma è testimonianza di amore e seme di vita. Ascolteremo i nomi di alcuni tra i tanti che nei vari continenti hanno vissuto perchè l’amore di Dio non si spegnesse fra le tante ingiustizie e violenze del mondo dalla forza del male, quella stessa forza che ha cercato di piegare Gesù condannandolo e appendendolo a una croce. Sono cattolici, ma anche cristiani di altre confessioni. Infatti il sangue dei martiri è seme di unità.
Oggi in molte parti del mondo ci sono donne e uomini che continuano a morire perchè non hanno rinunciato ad amare. La loro morte è per noi tutti una domanda, perchè la loro vita è stata una domanda. Essi sembrano chiederci: "Per che cosa vivi? Che spazio hanno la fede e l’amore per i poveri nella tua vita? Che cosa sei disposto a dare del tuo per il bene? Quando smetterai di vivere per te stesso?", ricordandoci che chi ama la sua vita la perde, ma chi la perde per il Signore e per il Vangelo, la salva. Il passo evangelico che abbiamo ascoltato ci spiega molto bene il senso della vita e della morte del Figlio di Dio. "E’ compiuto", egli dice prima di rendere a Dio lo spirito. Tutto è giunto a compimento, alla sua pienezza. In lui si compie il mistero di un uomo che non ha vissuto per se stesso, ma per noi, che non ha rinunciato ad amare neppure di fronte alla violenza e alla condanna, quando oggi si rinuncia ad amare anche solo per piccoli contrasti e incomprensioni. Nel suo itinerario di amore verso la croce si crea quell’unità che gli uomini non riescono a trovare, perchè divisi dai propri interessi e dalla violenza delle proprie ragioni. Si litigano persino i vestiti di un condannato, ma la sua tunica non viene divisa, perchè Lui vuole che noi rimaniamo uniti, fratelli e sorelle di un unico popolo. Certo da soli è difficile amare con gratuità. Si cerca per se, si vuole apparire, si esigono riconoscimenti, amore, ma quanto poco si sa dare, lasciare qualcosa di se per il bene degli altri. Per questo sotto la croce Gesù ci affida alla madre, Maria, la Chiesa, perchè ci custodisca nell’amore, ci sostenga, ci aiuti a vivere in modo umano, a creare unità dove c’ è divisione, pace dove c’ è discordia, amicizia dove ci sono incomprensioni e inimicizie.
Care sorelle e cari fratelli, questo è il nostro impegno questa sera a pochi giorni dalla Settimana Santa, mentre seguiremo Gesù per diventare un poco come lui o, almeno, per imparare la compassione di fronte al dolore e alla sofferenza di tanti poveri del nostro mondo, davanti alle ingiustizie e alle violenze piccole e grandi. E non abbiamo paura in questi giorni di fermare la fretta degli impegni e delle abitudini per stare con Gesù nel suo cammino verso la croce e di perdere un poco di noi, perchè la gioia è nel dare più che nel ricevere. Chiediamo al Signore la grazia della compassione e la forza dell’amore che vince il male e la morte, per gioire nella sua resurrezione.
