V domenica di Pasqua – giubileo delle aggregazioni laicali

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Care sorelle e cari fratelli,
sono davvero lieto di essere qui con voi per questa celebrazione speciale all’interno del giubileo della nostra patrona, Santa Maria Salome. La vostra presenza così numerosa nella diocesi è un segno dei tanti carismi che lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa nel secolo scorso e che in modi e tempi diversi hanno raggiunto anche questa terra.

  Ognuno di noi, pur nella diversità della propria appartenenza, mostra una parte dello sguardo di amore di Dio per l’umanità, quale si è rivelato in Gesù  Cristo. In questo senso non siamo estranei al disegno del Padre né tanto meno siamo al di fuori della comunione con la Chiesa nostra madre. Vorrei ricordare le parole che Benedetto XVI ci rivolse in Piazza San Pietro in quella indimenticabile veglia di Pentecoste del 2006: "Riaffiora con commozione alla nostra memoria l’analogo incontro che ebbe luogo in questa stessa Piazza, il 30 maggio del 1998, con l’amato Papa Giovanni Paolo II. Grande evangelizzatore della nostra epoca, egli vi ha accompagnato e guidato durante l’intero suo Pontificato; più volte egli ha definito "provvidenziali" le vostre associazioni e comunità soprattutto perché lo Spirito santificatore si serve di esse per risvegliare la fede nei cuori di tanti cristiani e far loro riscoprire la vocazione ricevuta con il Battesimo, aiutandoli ad essere testimoni di speranza, ripieni di quel fuoco di amore che è dono appunto dello Spirito Santo".

Questo è lo spirito che ci anima e ci sostiene. Vorrei perciò che questa sera ci stringiamo in modo particolare attorno al Papa per riconfermargli non solo la nostra fedeltà, ma anche il nostro affetto filiale e la nostra vicinanza nutrita dalla preghiera in questo tempo difficile, in cui egli stesso è stato vergognosamente attaccato. Che il Signore lo sostenga perché continui a illuminarci con la sua parola autorevole e sapiente. La nostra unità intorno a lui ci aiuta a riscoprire il valore inestimabile del comandamento nuovo che il Signore ci ha lasciato: "Che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri". Non era nuovo il comandamento dell’amore, già attestato nelle Scritture di Israele, ma nuova è la misura dell’amore: "Come io vi ho amato". Quel come è la grande novità di Gesù. Siamo alla fine del capitolo 13 di Giovanni, dopo la lavanda dei piedi. Gesù si è abbassato fino ai piedi dei discepoli assumendo la forma del servo. Questa è la sua gloria: "Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui". Una gloria sorprendente per un mondo di uomini e donne che cercano la gloria nell’affermazione e nell’ostentazione di se stessi, nel denaro, nella forza prepotente. Eppure questa è la gloria che il Signore vive ed indica a noi suoi discepoli: servire, amare, chinarsi sugli altri, soprattutto sui poveri. Qualunque sia il carisma che ci caratterizza, ricordiamoci sempre che la nostra gloria ed anche la nostra gioia sono nella capacità che avremo di comunicare agli altri la forza dell’amore di Dio, che continua ad indicarci l’unica cosa necessaria: sostare ai piedi di Gesù per ascoltare e vivere da discepoli.

Questa consapevolezza ci rende ambiziosi, perché ci fa partecipi di quella visione di cui abbiamo ascoltato nell’Apocalisse. Noi guardiamo al cielo nuovo e alla terra nuova, crediamo che con la morte e resurrezione del Signore la nuova Gerusalemme ha già cominciato a scendere dal cielo, e ad essa noi tendiamo, per essa vogliamo spendere la nostra vita. In Gesù infatti Dio ha già posto la sua tenda in mezzo agli uomini ed è venuto ad abitare tra noi. Nel suo passaggio sulla terra ha cominciato ad asciugare le lacrime del dolore, quando incontrava i malati e i poveri, e nella sua morte e resurrezione ha vinto la morte. In lui siamo resi popolo di Dio, siamo ricostituiti nell’unità che avevamo perduto e che rischiamo di perdere ogni giorno nell’affermazione di noi stessi e delle nostre particolarità. Ma quante lacrime, quanto lamento e affanno sono negli occhi e nei cuori di tanti. Mentre guardiamo al futuro, e nella preghiera ogni domenica ripetiamo "vieni Signore Gesù", siamo anche chiamati a rendere presente già da ora la Gerusalemme celeste, anche se in maniera imperfetta. Ognuno di noi, là dove si trova, arricchito dal carisma che il Signore gli ha donato, sia segno di questa città, dove le lacrime sono asciugate, il dolore lenito, le ferite sanate, la solitudine degli anziani consolata dall’amicizia, la fragilità dei piccoli e dei giovani sostenuta da un amore paterno e paziente.

Sì, "le cose di prima sono passate….Ecco io faccio nuove tutte le cose". Noi talvolta diamo troppo ragione a uno spirito rassegnato e pessimista, che non crede nel cambiamento, perché crede che il cambiamento sia un problema degli altri o che esso dipenda dall’economia o dalla politica. Si vive allora lamentandosi e giudicando. Ci si crede migliori e si è tentati di vivere nel proprio piccolo gruppo, magari in contrapposizione agli altri. Anche verso se stessi talvolta si vive con uno spirito rassegnato, come se ognuno di noi fosse condannato ad essere quello che è sempre stato. La vita cristiana, care sorelle e cari fratelli, è innanzitutto conversione, cioè cambiamento di se stessi. Solo da questo inizio potremo partecipare alla promessa di Dio, che fa nuove tutte le cose. La conversione di noi stessi al Signore, che ci è richiesta ogni giorno, renderà possibile il cambiamento del mondo.

E’ quanto esperimentava l’apostolo Paolo percorrendo le città del suo tempo.
La parola di Dio realizzava il miracolo della conversione e del cambiamento del mondo. Essa fu il fondamento della sua ansia missionaria, tanto che negli Atti degli Apostoli è in un certo senso la protagonista della crescita della Chiesa primitiva.
Care sorelle e cari fratelli, viviamo della parola di Dio, comunichiamola con amore e pazienza agli altri, perché essa compia il miracolo del cambiamento dei cuori e insegni a tutti la via dell’amore fraterno in quella misura che il Signore ci ha insegnato. Santa Maria Salome, laica, discepola, madre, apostola del Vangelo del Signore morto e risorto, sostenga le nostre realtà perché siano seme di amore in questa terra e nel mondo intero.
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