
Che senso ha essere qui per celebrare la memoria dei patroni di questa città, nostri concittadini? Personalmente lo sento come un momento bello, di unità, di comprensione più profonda del nostro essere abitanti di Frosinone, gente che vive l’uno accanto all’altro, donne e uomini che desiderano un mondo migliore, più umano, più spirituale.
I nostri santi patroni, Ormisda e Silverio, furono papi nella prima metà del sesto secolo, entrambi nativi di Frosinone. Non erano tempi facili i loro, come non lo sono i nostri. Con pazienza e amore Ormisda lavorò come papa per l’unità della Chiesa.
Ricompose la divisione con la Chiesa greca che durava da più di trent’anni. In modo incessante si adoperò perché il vangelo giungesse anche ai nuovi popoli che si affacciavano ai confini dell’impero, considerati barbari, perché si costituissero come comunità legate alla sede di Pietro. Il Vangelo, care sorelle e cari fratelli, aiutò questi popoli e contribuì allo sviluppo della loro cultura, segnata spesso in origine dal desiderio di conquista e quindi dalla guerra. Il Vangelo, se è ascoltato con fiducia, crea un nuovo modo di vivere, diventa una sorgente profonda di umanesimo ed anche di civiltà.
I nostri tempi sono difficili. Talvolta anche noi viviamo la paura dei barbari, cioè di coloro che sono diversi da noi per origine, cultura, abitudini. Talvolta il barbaro è lo straniero, altre volte lo diventa persino il vicino di casa che appare diverso da noi magari per carattere o per abitudini. La paura porta facilmente alla divisione, al giudizio, alla difesa di sé, provoca disprezzo e persino violenza. Nella nostra società di donne e uomini individualisti, che tendono a perseguire e a difendere il loro interesse, è quasi istintivo accettare la divisione come un fatto naturale, come è facile giudicare in modo malevolo gli altri, credendosi migliori. Tuttavia, cari amici, se con onestà consideriamo la società in cui ci troviamo ad essere, la città in cui viviamo, non si può dire che tutto vada bene. Ma il problema non è innanzitutto chi la governa, come spontaneamente ci verrebbe da dire tanto per scaricarci le nostre responsabilità, ma è una mentalità e un modo di vivere in cui tutti rischiamo di essere immersi. Siamo infatti in una società materialista dove conta ciò che si ha, dove il valore è nelle cose, nell’avere, nel denaro, nell’urgenza di soddisfare le proprie esigenze ed aspettative. C’è come un’ostentazione della ricchezza di fronte agli altri. E, lasciatemelo dire, si ostenta ciò che non si è o non si ha o talvolta più di quanto si ha realmente. La sete di denaro e di piacere favorisce il moltiplicarsi di tutto ciò che arricchisce in poco tempo, come ad esempio il gioco d’azzardo come strumento per avere di più, le cui conseguenza sono spesso l’indebitamento e l’usura, che assume in questa terra risvolti talvolta drammatici, per non parlare della penetrazione della criminalità organizzata, sempre attenta ai punti di debolezza di un territorio. Si entra così lentamente, quasi senza accorgerci, in un meccanismo da cui si resta dominati e dal quale non si riesce più ad uscire. Il materialismo istupidisce, toglie l’anima, inquina il cuore. Il Santo Padre Benedetto ne ha parlato molte volte. Il materialismo crea facili illusioni, offre altrettanto facili soluzioni, diventa un miraggio per i giovani, una schiavitù negli adulti, senso di inutilità negli anziani. Bisognerebbe riflettere di più su questa mentalità, che non solo allontana da Dio, ma rende la vita disumana e violenta. Uomini e donne prepotenti e accaparratori vivono per i loro interessi con mezzi leciti e illeciti. Così il divario tra ricchi e poveri cresce giorno dopo giorno. C’è tanta gente in difficoltà, i disoccupati e i cassintegrati aumentano in modo impressionante, molte famiglie a malapena riescono a vivere alla giornata, ma il più delle volte non arrivano a fine mese. Possiamo rimanere inerti di fronte a tanta sofferenza e a questa mentalità nella quale si rischia di essere prigionieri? Vorrei proporre a tutte le forze attive nel nostro territorio un patto per la città, per individuare prospettive non solo di crescita economica, di cui ovviamente c’è bisogno, ma anche di sviluppo culturale e umano. La cultura fa la città, perchè aiuta a capirsi e a convivere in modo pacifico e costruttivo, abbandonando quel facile istinto di contrapposizione che non porta a nessun risultato. Non serve infatti parlar male degli altri se non si fanno proposte che migliorino la qualità della vita e della convivenza. La Chiesa è pronta a fare la sua parte, come del resto già fa in numerose iniziative di carità e in tanto amore per la gente. Ma forse anche noi possiamo contribuire di più a dare un un’anima e un cuore, con quell’attenzione per gli ultimi che dovrebbe caratterizzarci soprattutto in questo tempo.
Ormisda viveva il sogno di un mondo in cui popoli diversi potessero convivere in pace e in unità. Era la sua visione e per questo lavorò fino alla morte. E fu anche la visione di Silverio, che fu però osteggiata da contrasti interni alla Chiesa ed all’impero che lo portarono fino al martirio. Il Vangelo ci aiuta a penetrare la realtà in maniera più profonda e ci insegna che per vivere e necessario nutrirsi di visioni e di sogni, altrimenti si viene dominati dal presente e oppressi dall’idea di un futuro incerto, che non siamo più in grado di controllare. Abbiamo bisogno di rompere l’isolamento del nostro modo di pensare concentrato su di noi. I nostri santi patroni ci chiedono di allargare lo sguardo oltre noi stessi, ma anche al di là di questa pur bella terra, la nostra Ciociaria. "Mi ami tu più di costoro?", chiese Gesù a Pietro per ben tre volte. E poi gli disse: "Pasci le mie pecorelle". Ciò divenne per Pietro e i suoi successori la preoccupazione per il mondo intero, perché a tutti i popoli giungesse il vangelo di amore di Gesù morto e risorto. Per ridare un’anima e un cuore alla nostra terra c’è bisogno di più amore, un amore oltre i nostri confini, al di là del nostro piccolo mondo, anche oltre le nostre angustie del presente, che certo non vanno dimenticate, ma affrontare in uno sguardo più largo. Oltre noi stessi, oltre Frosinone, la Ciociaria, l’Italia, c’è il mondo! E quando penso al mondo vedo più vicino a noi il continente africano, paesi e popoli che soffrono. Due dei tanti dati a disposizione parlano da sé: quasi la metà della popolazione mondiale che vive con meno di un dollaro al giorno si trova nell’Africa Subsahariana; 4 milioni e mezzo di bambini (1 su 7 dei nati) muore ogni anno prima del quinto anno di vita, di cui un quarto entro i primi 28 giorni. Coloro che riescono a raggiungere il nostro paese (perché circa 15.000 sono morti negli ultimi vent’anni attraversando il Mediterraneo, più o meno come tutti gli abitanti di Boville e di Torrice) fuggono da guerre, miseria, malattie, sfruttamento, abbandono. Impariamo almeno a non giudicare se non conosciamo, a non considerare barbari quelli che sono solo meno fortunati di noi e che cercano scampo da tanto dolore. Per questo prima di Natale vorrei fare una grande iniziativa nella nostra città sull’Africa per conoscere, capire, agire, aiutare. Spero nella collaborazione di tutti.
Cari amici, chiediamo ai nostri santi patroni di aiutarci a vivere con il loro spirito e la loro visione il tempo che abbiamo dinnanzi. Che il Signore ci protegga, sostenga i deboli e i piccoli, aiuti i malati, orienti i giovani, dia speranza a chi vive nella difficoltà, dia un cuore nuovo ad ognuno di noi e a questa città, perché sia un luogo di unità, di pacifica convivenza, di sollecitudine per chi ha bisogno, una sorgente di amore per i tempi difficili. Amen.
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Segue fotogallery della Festa gentilmente concessa da Alessandro Zompanti
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