Santa Messa Crismale

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Omelia del nostro Vescovo, S. E. Rev. ma mons. Ambrogio Spreafico 

Is 61,1-3a.6a.8b-9; Ap 1,5-8; Lc 4,16-21

C
ari fratelli nel sacerdozio, sono molto contento di celebrare per la prima volta questa messa crismale con tutti voi nella nostra cattedrale. Sento la profonda unità che ci lega nel Signore, al di là della storia diversa di ognuno di noi, del carattere, delle situazioni che ciascuno vive, dei giudizi e pregiudizi sugli altri, che creano tanta divisione e ci allontanano. È il Signore che oggi crea tra di noi quella comunione che volle ci fosse tra i suoi discepoli in quella sera prima della sua passione. Anche gli apostoli erano diversi. Talvolta litigavano.


 

Tra di loro c’era Pietro, che lo avrebbe rinnegato, e persino Giuda, che si apprestava a tradirlo. E c’erano tutti loro, che “abbandonandolo” sarebbero fuggiti. Eppure Gesù non escluse nessuno da quella cena, durante la quale avrebbe lasciato la memoria più bella della sua presenza tra noi, memoria della sua morte e resurrezione. Come avrebbe potuto escludere qualcuno, lui che li aveva amati di un amore senza calcolo, estremo, fino alla fine, come leggiamo nel bellissimo passo di Giovanni della lavanda dei piedi, che ascolteremo domani pomeriggio nella Messa in Cena Domini. 

   Nella Messa Crismale in un certo senso ci prepariamo ad introdurci nel Triduo Santo, fonte e culmine della vita cristiana, rinnovando come sacerdoti il nostro sì al Signore come suoi ministri. Il Santo Padre nella messa crismale dello scorso anno celebrata nella Basilica di San Pietro ricordò l’essenza del ministero sacerdotale rileggendo le parole del Canone II: “Celebrando il memoriale della morte e resurrezione del tuo Figlio, ti offriamo Padre il pane della vita e il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale”. Oggi noi rendiamo grazie al Signore per “averci ammessi alla sua presenza a compiere il servizio sacerdotale”. “Stare alla presenza del Signore”. Ecco, cari fratelli, il primo compito del sacerdote. Vivere in unità con lui, fissare il nostro sguardo su di lui, l’agnello immolato, per essere liberi da quello sguardo ossessivo e angosciato con il quale guardiamo in continuazione noi stessi, ci difendiamo dagli altri, giudichiamo, mormoriamo, sparliamo degli altri. Ogni giorno siamo ammessi alla sua presenza – e questo è un privilegio, non un peso né un’abitudine – per imparare da lui che ha offerto la sua vita per noi.  La presenza quotidiana del Signore, che incontriamo nell’Eucaristia e in una preghiera assidua, ci rende capaci di comunicare il suo amore a un mondo di gente che guarda a noi come a uomini di Dio, uomini che possono aiutare ad incontrare il Signore, che sanno dire parole sapienti e nutrite di Vangelo. Cari amici, viviamo tempi difficili. Tanti sono disorientati, guardano al futuro con paura. Le cifre della disoccupazione in questa terra sono allarmanti. Mai da anni abbiamo affrontato una situazione simile. Il terremoto dei giorni scorsi in Abruzzo ha causato tante vittime e molti hanno perso quanto avevano. Anche un giovane della nostra diocesi, Nicola, di Monte San Giovanni Campano ha perso la vita sotto la palazzina nella quale abitava come studente. Hanno trovato ieri il suo corpo senza vita. E proprio ieri a Prossedi ho celebrato il funerale di Lidano e Domenico, due operai morti per il crollo dell’impalcatura sulla quale lavoravano nella cappella del cimitero. Cari amici, come vivere in mezzo a tanto dolore? Se non saremo uomini di Dio, non sapremo rispondere al bisogno degli altri, soprattutto dei deboli e dei bisognosi, non riusciremo a contrastare la forza del male. Se vivremo con lo sguardo abbassato su noi stessi, se vivremo separati dalla comunione presbiterale intorno al Vescovo, non saremo diversi da quell’individualismo e quell’egoismo che spesso condanniamo come un modo di vivere triste e non evangelico.

   Siamo ammessi alla presenza del Signore per compiere il servizio sacerdotale. Cari fratelli, il ministro dell’altare è un servo, non un padrone. Talvolta si è autoritari, ma non autorevoli, perché non si è servi. Altre volte si è protagonisti, non servi. Servi innanzitutto dell’altare. Penso alla cura e alla bellezza della celebrazione dell’Eucaristia, per cui ci dobbiamo impegnare di più. Penso anche alle nostre omelie, che ben preparate devono esprimere la forza dell’amore di Dio, comunicare la sua presenza misericordiosa che trasfigura la vita di chi vi prende parte, dare speranza. La Messa della domenica deve essere il luogo privilegiato su cui riversare le nostre energie migliori e verso cui far convergere la vita delle nostre comunità. La frequenza alla Messa è troppo bassa. Ma non dobbiamo lamentarci o rassegnarci, piuttosto chiederci se abbiamo fatto il necessario per rendere bella e attrattiva la nostra celebrazione. La Messa della domenica rinnova ogni settimana il mistero della Pasqua che celebriamo in questi giorni, crea quell’unità e quella comunione tra gente spesso divisa, trasfigura la vita, ci fa simili al Signore che viene in mezzo all’assemblea liturgica, rende tutti figli di questa madre che è la Chiesa. “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione”, disse Gesù ai discepoli prima di radunarli nel Cenacolo. Il Signore desidera stare con noi. Con amicizia e pazienza conduciamo gli altri all’altare del Signore, perché gustino la gioia di stare con lui, di ascoltare la sua parola e non se stessi, di prendere parte al pane spezzato del suo amore.

   E poi servi tra di noi, parte di un unico presbiterio. Viviamo come fratelli, membra di un unico corpo, attento alle parti più deboli, come ci chiede il Signore. Gesù si è chinato su di noi, ci ha chiamati ad essere suoi ministri. Non accettiamo di vivere divisi, non cediamo alla tentazione di guardarci da lontano, giudicandoci senza misericordia. Accogliamoci e viviamo come fratelli, e potremo mostrare agli altri la gioia e la bellezza di essere al servizio dell’altare. Infine servi di tutti, a partire dai poveri e dai bisognosi. Non  torno sul tempo difficile che viviamo. Vorrei solo dirvi che soprattutto noi abbiamo il compito di aiutare e dare speranza. Ma come? Mi ha sempre colpito notare la differenza tra il testo del libro di Isaia, che oggi abbiamo ascoltato, e la citazione che di esso fa Gesù nella sinagoga di Nazaret. Le parole sono quasi identiche, eppure esiste una differenza sostanziale, che provoca nei presenti una reazione di meraviglia e stupore, che si trasforma presto in disaccordo e opposizione. Mentre il profeta pone tra i suoi compiti la promulgazione dell’anno di grazia del Signore e insieme del giorno di vendetta di Dio, le parole di Gesù si fermano alla grazia e non parlano della vendetta. Per Gesù non esiste vendetta, non esiste cioè una giustizia retributiva, che dà secondo quello che riceve; non esiste nessuna risposta violenta giustificabile, anche se uno ha ragione. L’unica risposta giusta è “grazia”, cioè benevolenza, misericordia, gratuità, amore. È questa la rivoluzione cristiana. È questa la trasformazione operata dal cristianesimo, che ha dato tanti martiri e tanti testimoni appassionati della carità di Cristo, che ci ha amati fino alla fine, fino al dono di sé pur di non sottrarsi all’unica legge che conta, quella dell’amore gratuito. Cari amici, dovremmo fare nostra ogni giorno quella bellissima pagina dell’Apostolo Paolo nel capitolo tredici della prima lettera ai Corinzi, che conosciamo e cantiamo in tutte le parrocchie. Bisognerebbe impararla a memoria e soprattutto viverla: “…la carità è magnanima, benevola, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità; tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Queste parole non hanno bisogno di commento. Siamo servi e sacerdoti di questa carità senza limiti e calcoli, di cui Dio ci ha fatto dono nel Signore Gesù, nella sua morte e resurrezione! Solo così saremo beati, cioè felici, e aiuteremo gli altri ad accostarsi al Signore e a vivere con lui e per lui. Amen

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