“VIVIAMO LA GIOIA DEL VANGELO” – relazione del Vescovo all’Assemblea Diocesana 2014

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Lc. 10, 1-42

Care sorelle e cari fratelli,
giungiamo a questo appuntamento che ci vede riuniti come Chiesa diocesana in un tempo difficile per la nostra terra, il nostro Paese e il mondo. La crisi economica di cui non si vede la fine, le guerre (come quella recente tra israeliani a palestinesi, o quella che non sembra finire in Siria, o nella nostra Europa in Ucraina), le calamità, come Ebola, virus terribile che porta alla morte e che ha colpito diversi paesi dell’Africa occidentale, segnano il nostro tempo in maniera drammatica. Che dire dalla povertà che costringe all’emigrazione milioni di esseri umani. Li abbiamo visti arrivare stremati sulle nostre coste. Tra loro molte donne e bambini in cerca di un futuro. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta e sono annegati, a volte buttati a mare dagli scafisti. Quanto dolore in quelle morti! La nostra Diocesi ne ha accolti quasi un centinaio e ha dato disponibilità per altri. Siamo contenti e ringrazio tutti coloro che si sono prodigati per questo e che hanno favorito l’accoglienza. Nessuno lascia la propria terra se non per bisogno e necessità.


Noi cristiani non possiamo vivere fuori dalla storia e dai suoi drammi. La fede in Gesù morto e risorto ci apre gli occhi e il cuore, perché non ci rassegniamo a vivere dentro i nostri piccoli orizzonti, schiacciati dai problemi e dalla tristezza. Non possiamo non pensare ai cristiani che vivono in situazioni difficili, di persecuzione o comunque di restrizione della loro vita di fede, come in Iraq, in Siria, in Pakistan e in altre regioni del pianeta. Non possiamo dimenticarli. Sono nostri fratelli nella fede e hanno bisogno almeno del nostro sostegno nella preghiera. Se ogni giorno ci affacciassimo fuori dal nostro piccolo mondo litigioso e provinciale, saremmo tutti uomini e donne migliori, guarderemmo con maggiore bontà agli altri, faremmo pesare meno i nostri affanni, saremmo meno tristi e lamentosi, e ci ameremmo di più. Il popolo dei cristiani non è mai solo locale. Siamo “universali” per definizione. Gesù infatti ha voluto che la comunità cristiana fosse aperta al mondo fin dagli inizi, quando ha inviato gli Apostoli a comunicare il Vangelo sino agli estremi confini della terra. Da questo deriva il fatto che siamo uniti a tutti i nostri fratelli nella fede, soprattutto a coloro che soffrono, ai poveri, ai miseri della terra. Il popolo dei cristiani infatti, come dice il profeta Sofonia, è un “popolo di umili e di poveri”. Gli umili dovremmo essere noi cristiani – e quanta fatica facciamo a vivere l’umiltà! – ; i più poveri non siamo in genere noi.

Papa Francesco nella Evangelii gaudium, testo a cui dedicheremo quest’anno la riflessione di tutta la diocesi, ci ha esortato a vivere come una “Chiesa in uscita”; il Papa intende una Chiesa che riscopre la gioia del Vangelo uscendo dall’abitudine a ripetere se stessa, le proprie tradizioni e devozioni senza fare di esse una forza di rinnovamento. Ogni Chiesa è chiamata a riscoprire la passione missionaria, per poter rinnovare se stessa. Il Papa fa un’affermazione che dovrebbe valere per tutti noi, sacerdoti, consacrati e laici che siamo: “La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento tra i tanti dell’esistenza. E’ qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono missione su questa terra e per questo mi trovo in questo mondo” (273). Sono parole forti, impegnative, su cui riflettere personalmente. La vocazione del cristiano è quella di vivere e comunicare la gioia del Vangelo a tutti, a cominciare da quelli che ne sono stati o ne sono esclusi; vescovo-assemblea-sept-2014non è difficile costatare che costoro sono la maggioranza anche tra noi. Si tratta cioè di donne e uomini che non conoscono il Vangelo, che rimangono ai margini delle nostre comunità. La percentuale di coloro che frequentano abitualmente la Messa domenicale è bassa. Eppure nelle nostra scuole ben il 98% degli alunni si avvale dell’insegnamento della religione cattolica. Non mostra questo dato che esiste una domanda di fede, di comprensione, di incontro, che siamo chiamati a prendere sul serio come una richiesta rivolta a tutti noi? Nel disorientamento e nelle difficoltà dei tempi nel cuore delle donne e degli uomini si affaccia sempre con insistenza il bisogno di un mondo migliore, di una vita più umana, di un senso del vivere insieme da riscoprire. Penso a questa assemblea come una grande occasione per assumerci l’impegno che papa Francesco ci ha chiesto: uscire, uscire da noi stessi, dal “si è sempre fatto così”, oppure dall’idea rassegnata di avere già fatto tanto e che non si può far niente di nuovo. Uscire verso le periferie per incontrare quelli che non ci sono, che non consideriamo dei “nostri”, che a volte magari per pregiudizio o per nostra pigrizia sono fuori dal giro delle nostre frequentazioni. Il mondo ha bisogno dei cristiani, ha necessità di qualcuno che comunichi “la gioia del Vangelo”, la bellezza della vita cristiana. Il mondo ha bisogno di noi, di donne e uomini che siano madri e padri di altri.

In questa prospettiva vorrei proporvi una riflessione in due parti. Nella prima vorrei rileggere con voi il capitolo decimo del Vangelo di Luca, che mi sembra risponda allo spirito della Evangelii gaudium e all’impegno che dovremo assumerci. Questa prima parte vorrebbe indicarci l’orizzonte spirituale in cui collocare il nostro impegno di quest’anno. Senza questo sguardo largo gli stessi impegni pastorali rischiano di non avere consistenza. La seconda parte offre in maniera sintetica degli spunti e degli interrogativi su cui lavorare insieme, a partire da ambiti concreti quali la famiglia, la catechesi, i giovani e la scuola, infine la carità

I. Luca 10: missione, compassione, preghiera

Il capitolo decimo di Luca si sviluppa in quattro punti: nel primo troviamo l’invio in missione dei 72, nel secondo si racconta il ritorno dei discepoli e la reazione di Gesù, nel terzo troviamo la parabola del Buon samaritano, nel quarto infine la visita di Gesù a Marta e Maria a Betania.

assemblea-sept-20141.   La missione dei discepoli

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. 10Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11“Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. 12Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.

13Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. 14Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. 15E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!

Gesù invia altri 72 discepoli “a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. Il numero 72 indica i popoli della terra, quindi l’evangelista ci dice che il Vangelo di Gesù è per tutti, è universale. Nessuno può essere escluso. Si pone una domanda: non rischiamo di escludere altri da questo annuncio, magari per pregiudizio, per pigrizia, per indifferenza, perché non li riteniamo adatti o perché li riteniamo cattivi? Se non escludessimo nessuno, perché le nostre comunità sono frequentate da un numero scarso di persone? Poi Gesù li invia due a due. Qui tocchiamo il senso della missione della Chiesa e di ognuno di noi. Leggiamo nelle Omelie di Gregorio Magno:Egli manda a due a due i discepoli ad annunciare il Vangelo, per significare i due precetti della carità, verso Dio cioè, e verso il prossimo, per il fatto che la carità non può esercitarsi fra meno di due persone. Nessuno infatti, propriamente parlando, esercita la carità verso se stesso, ma l’amore deve tendere ad un altro per diventare carità” . Nel mondo individualista in cui siamo, la caratteristica del cristiano dovrebbe essere la fraternità vissuta e testimoniata. Il testo sembra dirci che non si può annunciare il Vangelo se non si è in comunione con i fratelli.

Gesù si rivolge ai discepoli offrendo loro alcune indicazioni sul compito che li attende. Egli parte da una constatazione: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai. Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe”. La messe è il mondo. Grande è il bisogno del Vangelo, di incontrare Gesù. A volte ci chiudiamo nelle nostre realtà e neppure ci accorgiamo di chi sta fuori e aspetta qualcuno da incontrare, qualcuno che lo conduca a Gesù. La prima risposta a questa mancanza è la preghiera. Gesù infatti invita a pregare perché il Padre mandi operai nella sua messe. Gli operai della messe sono di per sé tutti i cristiani, uomini e donne che si assumono il compito di essere operai della messe, cioè di lavorare non solo per sé, ma per il Vangelo. Penso a chi di voi ha una responsabilità nella realtà in cui vive. Ma forse dovremmo pensare soprattutto a chi più di tutti è chiamato a vivere questa responsabilità: i sacerdoti, i consacrati e le consacrate. Con sincerità bisogna dire che non abbiamo molte vocazioni né al sacerdozio né alla vita consacrata sia maschile che femminile. Abbiamo fatto di questo una preoccupazione della nostra preghiera e della nostra vita?

A queste parole segue l’invio: “andate”. Gesù ci manda come pecore in mezzo ai lupi. Manda i discepoli in un mondo violento, di cui i lupi sono il simbolo. Quanta violenza nel mondo e nella nostra società! La violenza nasce nei cuori, nasce quando si cerca il proprio interesse a tutti i costi, quando il denaro viene elevato ad essere un idolo, quando gli altri diventano strumento del proprio interesse, quando si perde il senso di sé. Allora si diventa violenti nei sentimenti, nei pensieri, nelle parole, nei gesti, per affermare se stessi e le proprie ragioni. E’ la violenza dell’egoismo, della corruzione, dell’affarismo, che schiacciano gli altri, soprattutto i poveri. Il profeta Sofonia ha parole molto dure contro chi vive di violenza: “I suoi capi in mezzo ad essa sono leoni ruggenti, i suoi giudici sono lupi di sera, che non hanno rosicchiato al mattino. I suoi profeti sono boriosi, uomini fraudolenti. I suoi sacerdoti profanano le cose sacre; violano la legge” (Sof 3,3-4). Sta parlando a Gerusalemme e non risparmia nessuno, perché la parola di Dio si rivolge sempre a tutti e i rischi della violenza si trovano in tutti, anche in chi ha a che fare con le cose sacre.

Qual è la risposta alla violenza dei lupi? Sobrietà innanzitutto, e poi pace. Non bisogna avere molto per dare. Non è necessario munirsi di grandi strumenti per essere discepoli che comunicano il Vangelo. Ciò non significa ignoranza, ma sobrietà in un mondo che ha fatto del consumo e del denaro i suoi idoli. Ricordiamo sempre che per il discepolo non esiste alternativa: o si serve Dio o si serve il denaro (“non potete servire Dio e la ricchezza!” dice Gesù in Mt 6,24). La sobrietà permette di dire l’essenziale: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa”. La pace è la risposta unica e possibile alla violenza diffusa del mondo. Il Vangelo porta pace nella vita, nei cuori, nelle famiglie, tra i popoli, nel mondo. Per questo è necessario e urgente annunciare il Vangelo. Esso guarisce le ferite dell’odio, dell’inimicizia, delle divisioni. Il Vangelo è la buona notizia della pace. Papa Francesco nella Evangelii gaudium parla delle “guerre tra noi”, riferendosi a quelle guerricciole che esistono nelle nostre comunità e dice: “No alla guerra tra di noi. All’interno del popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro, quante guerre per invidia e gelosie, anche tra cristiani!” (98). Ci sono troppe guerre tra noi! Nelle famiglie, tra famiglie, tra gruppi, tra confraternite, tra contrade, nei paesi, nelle città, nelle comunità. Quanto è triste constatarlo. Scrive la lettera di Giacomo: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni!” (4,13).  

Se vogliamo la pace, ascoltiamo e viviamo il Vangelo. Soprattutto comunichiamolo! Certo, non mancheranno le opposizioni né le incomprensioni. Ma esse non devono suscitare rassegnazione. La parola di Dio ha una sua forza al di là di noi. A noi è chiesto di gettare il seme del Vangelo nel cuore degli uomini e delle donne del mondo, senza distinzioni e senza avarizia. Come il seminatore, non sta a noi decidere prima qual è il terreno migliore. Doniamo il Vangelo con gioia e generosità e la parola di Dio porterà i suoi frutti. Infatti “come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare,… così sarà della mia parola uscita della mia bocca: non ritornerà a me senza effetto e senza avere operato ciò che desidero, e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11). Mai scoraggiarsi, mai rattristarsi. Il Signore compie e realizza la sua parola. Noi dobbiamo solo seminarla nel cuore della gente!

2. La gioia dei discepoli (Lc 10, 17 – 24)

17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. 18Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

21In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 22Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”.

23E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono”.

I discepoli “tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. E’ la gioia del Vangelo, che quando è annunciato sconfigge il male alla radice. L’immagine dei demoni che si sottomettono indica proprio l’irruzione del Regno di Dio, che vince il male. Nei Vangeli spesso Gesù si scontra con i demoni, che rappresentano il male nelle sue diverse manifestazioni, soprattutto nella malattia. I contemporanei di Gesù considerano la malattia conseguenza del peccato, ma Gesù contrasta questa convinzione. Le guarigioni di Gesù sono proprio il segno di come Dio non è la causa della malattia, anzi la sua volontà è solo il bene verso tutti. E’ quanto avvenne anche ai discepoli, che videro come il Vangelo avesse il potere di vincere il male. Gesù ha affidato ai suoi discepoli questo potere, come dirà dopo la resurrezione inviandoli in missione nel mondo (Mc 16,15-18). In questa parte del brano di Luca Gesù partecipa della gioia dei discepoli e dice: “Vedevo Satana precipitare dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi” (vv. 18-19). Il Vangelo possiede una forza straordinaria di guarigione e di salvezza. Mai dobbiamo dimenticarlo! Se lo ascoltassimo, guarirebbe anche il nostro animo e il nostro cuore e noi potremmo aiutare gli altri a guarire dalle ferite del dolore.

Tuttavia Gesù aggiunge qualcosa, non certo per diminuire la gioia dei discepoli, ma perché colgano il senso profondo di quanto è avvenuto e della loro gioia: “Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Cari amici, quanto è bello l’invito di Gesù. Quando comunichiamo il Vangelo e il male viene sconfitto, i nostri nomi sono scritti nei cieli, cominciamo già a far parte di quella famiglia dei figli di Dio, che gioiscono della comunione con Dio, della sua presenza piena di amore. Mi chiedo: non è la tristezza dei cristiani a volte la conseguenza di una vita chiusa e spesa per se stessi? Non siamo talvolta tristi perché privi di quella gioia che nasce quando usciamo da noi stessi verso gli altri, quando aiutiamo gli altri ad avvicinarsi al Signore? La gioia del Vangelo contiene già in parte la gioia della vita eterna, quando il male sarà vinto per sempre e saremo cittadini della Gerusalemme celeste, dove “non ci sarà la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4).

Gesù stesso “esulta di gioia” davanti al miracolo del bene che vince il male. Si rivolge al Padre lodandolo per avere nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti ed averle rivelate ai piccoli. Tra costoro ci siamo anche noi, se ci faremo piccoli davanti a lui per accogliere il suo Vangelo. Sì, siamo anche noi tra i “beati” che possono vedere i miracoli del Regno di Dio, a cui Gesù ha dato inizio. Felici, perché possiamo far parte di quel popolo di discepoli di Gesù, a cui egli ha affidato un Vangelo che guarisce e salva. Impariamo ad apprezzare questo dono di Dio alla nostra vita per gustare la gioia che viene dalla sua presenza piena di bontà e di amore.

3. Gesù buon samaritano

25Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. 26Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. 27Costui rispose: “ Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso “. 28Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”.

29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. 30Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. 37Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”.

E’ significativo come immediatamente dopo l’invio in missione dei discepoli il Vangelo ponga la parabola del Buon Samaritano. Papa Francesco insiste più volte nella Evangelii gaudium sul legame profondo e naturale esistente tra la fede, la missione della Chiesa e la carità; quest’ultima non è da considerare un’appendice relegata ad alcuni che nella Chiesa hanno il compito di aiutare i poveri, come la Caritas o altre associazioni di volontariato. Il Papa, citando Benedetto XVI, scrive: “Anche il servizio della carità è una dimensione costitutiva della missione della Chiesa ed è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza. Come la Chiesa è missionaria per natura, così sgorga inevitabilmente da tale natura la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove” (179). E’ quanto mostra il Vangelo in più parti e che nella parabola del Buon Samaritano appare con estrema semplicità e attualità. Del resto, la missione dei discepoli consiste nell’annuncio del Vangelo e nella guarigione delle ferite della malattia e del dolore. Molte volte abbiamo letto o sentito questa parabola, eppure bisogna chiedersi quanto essa abbia cambiato la nostra vita e ci sia di guida ogni giorno. “Uscire” può anche prendere inizio quando si comincia ad avvicinarsi alle ferite dei poveri, a toccarle e a curarle. E’ proprio quanto descrive la parabola.

C’è un uomo che viene derubato e picchiato da briganti, che lo lasciano sul ciglio della strada mezzo morto. Passa un sacerdote, passa un levita, cioè un addetto al tempio di Gerusalemme, i quali “lo vedono, ma passano oltre”. Poi arrivò un samaritano, il quale, “passandogli accanto, lo vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino, poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”. Innanzitutto occorre ricordare che tra Giudei (abitanti della Giudea, la regione meridionale dove si trovava Gerusalemme) e Samaritani (abitanti della Samaria, la parte centrale della terra di Gesù) c’erano pessimi rapporti. Basta ricordare quanto dice il Vangelo di Giovanni durante l’incontro di Gesù con la donna di Samaria: “Allora la donna samaritana gli dice: come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una samaritana? I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani” (Gv 4,9-10). Il sacerdote e il levita hanno certamente da fare cose giuste e sante. Ambedue andavano al tempio a servire il Signore. Non hanno tempo per fermarsi. E poi avranno pensato: “chi sarà quell’uomo? Magari è un poco di buono. Meglio andare oltre”. Quante volte si ha da fare davanti al bisogno degli altri! La fretta del modo di vivere nella nostra società impedisce spesso di fermarsi, almeno di vedere il dolore del prossimo. A volte neppure si vede, non ci si rende conto che anche attorno a noi ci sono donne e uomini feriti come quell’uomo. Oppure si pensa: “Che c’entro io con quel tizio. Ci pensino i suoi familiari, i suoi amici!” Finalmente passa uno che non c’entrava niente con lui, anzi un potenziale nemico, appunto un samaritano. Eppure è l’unico che si ferma.

Che cosa distingue la scelta dei primi due dal samaritano? Un’unica cosa cambia totalmente il loro atteggiamento: la compassione. Anche il samaritano vede, ma non passa oltre, non fa finta di niente, perché ha compassione. La compassione cambia tutto. Nei Vangeli la compassione è un atteggiamento tipico di Gesù. Per questo la Chiesa identifica il Buon Samaritano innanzitutto con Gesù stesso. Sia in ebraico che in greco la parola compassione richiama il ventre della donna quando ha in sé il bambino che deve nascere. La donna è un tutt’uno con il figlio. Ne sente la presenza, i movimenti, le reazioni. E’ parte della sua stessa vita. Cari amici, così è Dio con noi: una madre che ha compassione, che ci sente parte della sua stessa vita. Quel giorno avvenne allora qualcosa di straordinario: un uomo qualsiasi, anzi un nemico di un poveraccio lasciato mezzo morto sul ciglio della strada, lo vede, ha compassione, si ferma e si prende cura di lui. La compassione di quel samaritano cambiò il destino di quell’uomo ferito, lo salvò da una morte certa. La compassione suggerisce i gesti e le parole per rispondere al bisogno dei poveri. Essa dona intelligenze, rende possibile l’impossibile. Il samaritano non aveva tutte le risposte, ma fece quello che poteva in quel momento: gli curò le ferite e lo portò in un luogo dove poteva ristabilirsi.

Davanti al bisogno dei poveri, di tante persone in difficoltà, degli anziani soli a casa o in istituto, degli immigrati, nessuno di noi ha tutte le risposte. Ma possiamo iniziare a fermarci, a curare pian piano le ferite della loro vita. Talvolta anche la solitudine di un anziano, il bisogno improvviso di una famiglia in difficoltà a causa della mancanza di lavoro, lo spaesamento di un immigrato, le difficoltà di un disabile, sono delle ferite da curare. Nel mondo ci sono molte donne e uomini feriti. Papa Francesco ha detto nel suo viaggio in Corea: “Il popolo di Dio necessita consolazione, di essere consolato. Io penso che la Chiesa sia un ospedale da campo in questo momento. Il popolo di Dio ci chiede di essere consolato. Tante ferite, tante ferite che hanno bisogno di consolazione… Dobbiamo ascoltare la parola di Isaia: “Consolate, consolate il mio popolo!” Dio consola sempre, spera sempre, dimentica sempre, perdona sempre”. Perché, “ci sono molte ferite nella Chiesa, ferite che molte volte provochiamo noi stessi, cattolici praticanti e ministri della Chiesa”. Farsi vicini con la compassione e l’amicizia è la prima risposta, è il primo passo verso la guarigione. E questa diventa una scelta personale, che nessuno può imporci, ma che nasce dal cuore di ogni cristiano che ascolta il Vangelo e non se stesso. Poi abbiamo anche noi luoghi dove ristabilire al meglio la vita di una donna e un uomo feriti dalla vita. Nessuno ha da solo le risposte sufficienti. Insieme invece possiamo molto! Penso alla Caritas diocesana e a quelle parrocchiali, penso alle associazioni che si prodigano per aiutare gli altri, ai giovani e adulti che visitano gli anziani e sono accanto ai disabili. Mi chiedo: non dovremmo essere tutti di più come il Buon Samaritano? Non dovremmo essere buoni samaritani del nostro prossimo in difficoltà? L’attenzione e l’amore per i poveri libera dall’egoismo e dalla tristezza, è la scelta di una Chiesa in uscita che non si chiude a riflettere su se stessa lasciando alla porta quelli che hanno più bisogno. E’ l’impegno di una Chiesa non prigioniera di una pigrizia pastorale che impone la ripetizione di riti e tradizioni. Senza amore per il prossimo, infatti, anche i riti e le tradizioni più belle rischiano di svuotarsi e inaridirsi, lasciandoci a discutere e a litigare, per appropriarci di spazi e di ruoli. Per questo abbiamo voluto che l’anno dedicato a Sant’Ormisda, insieme a San Silverio patrono di Frosinone, a 1500 anni dalla sua elezione a vescovo di Roma, fosse segnato da un segno di carità, con l’apertura in città di una mensa per i poveri e le persone in difficoltà. La compassione e la misericordia sono la chiave di volta della “conversione missionaria” a cui tutti siamo chiamati!

4. Marta e Maria: lo spazio dell’ascolto e della preghiera

38Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò . 39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. 41Ma il Signore le rispose: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c’è bisogno . Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.

Forse qualcuno potrebbe far notare all’evangelista di avere lasciato solo alla fine del capitolo la cosa più importante, ciò da cui tutto nasce: l’ascolto di Gesù. In parte è vero, anche se già all’inizio Gesù aveva invitato i discepoli a pregare il Padre perché mandi operai nella sua messe. Si potrebbe leggere tuttavia questa collocazione come un invito finale che vuole indicarci “la parte migliore”, quella che non ci sarà mai tolta, la parte di Maria. Forse Luca lo ha fatto anche per non illuderci che basti agire, aiutare, annunciare il Vangelo, senza mettersi ai piedi di Gesù ogni giorno per ascoltarlo e vivere secondo la sua parola e non secondo la nostra. E’ lo spazio di Maria. Anche l’Evangelii gaudium vi dedica l’ultimo capitolo dal titolo “Evangelizzatori con spirito”. Non è certo per sminuire il valore e la forza della preghiera. Non esiste una Chiesa in uscita che non sia innanzitutto una Chiesa che celebra e che prega.

Conosciamo bene l’episodio del Vangelo. Gesù giunge a casa di Marta e Maria, le sorelle di Lazzaro. E’ probabile che Gesù avesse un rapporto di grande amicizia con quella famiglia, nella cui casa varie volte era stato ospite. Il racconto della resurrezione di Lazzaro nel capitolo 11 del Vangelo di Giovanni ci mostra molto bene l’affetto che legava Gesù a Lazzaro e alle sue sorelle. Immaginiamoci un ospite importante che entra a casa nostra. Cosa faremmo tutti? Ci faremmo in quattro per farlo sentire a suo agio, come fa Marta, che si lamenta però di Maria, la quale invece “seduta ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola”. Comprendiamo quindi il rimprovero di Marta che sollecita Gesù a dire alla sorella di aiutarla. “Ma il Signore rispose: Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.

Mi potreste dire: ma allora tutto quello che abbiamo ascoltato finora è inutile! A volte si legge la Bibbia a pezzi, come se si fosse di fronte a parole o racconti staccati l’uno dall’altro. Leggiamo questo brano che conclude il capitolo decimo di Luca all’interno di questo capitolo. Tutto è necessario, tutto quanto abbiamo ascoltato fa parte integrante della missione di una Chiesa in uscita, ma esiste una parte migliore, che mai ci verrà tolta. E’ la parte di Maria. Siamo in un mondo di gente agitata, sempre di fretta, poco capace di fermarsi, di ascoltare, gente che agita gli altri. La Domenica, giorno del Signore, è diventata a volte giorno della spesa o del sonno. Si portano i figli al catechismo e poi si va per i propri affari. E chi non avrebbe sempre da fare in una società che non ti lascia tempo per te, in cui il lavoro è sempre più pesante e ti riempie le giornate, in cui si fa fatica ad incontrarsi e ad ascoltarsi perché ormai ci si lascia dominare dalla frenesia del tempo. Non si ha diritto a risposarsi almeno la domenica dopo una settimana faticosa? Certo, è tutto vero e comprensibile. Ma chiediamoci: perché siamo sempre agitati? Perché siamo raramente contenti? Perché non riusciamo più a fermarci e a volte persino in famiglia non si trova tempo per ascoltarsi, lasciando che ognuno occupi il tempo libero come si sente senza interferire nelle occupazioni degli altri? Non siamo a volte dominati dalla rete, che illude nella continua creazione di comunità virtuali, che nascono e si sciolgono con un clic, mentre facciamo fatica a costruire e vivere comunità reali, di gente che si frequenta, si ascolta e si parla?

Cari amici, ha ragione Gesù: bisogna tornare ai suoi piedi come Maria, facendo spazio nella nostra vita alla sua presenza. Bisogna fermarsi! Bisogna scoprire di nuovo la necessità dell’ascolto della sua parola, di quel Vangelo che è scuola di umanità e di amore. “Venite a, me voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28), ripete Gesù a ciascuno di noi. E’ lo spazio della Domenica, il giorno dell’ascolto di Gesù, il giorno della comunità, di coloro che scoprono di avere bisogno di fermarsi ad ascoltare, ad incontrarsi, a vivere la festa, il giorno del riposo del cuore. E’ l’incontro di uomini e donne che non si rassegnano al male, che non cedono al pessimismo e al lamento, che non smettono di sognare un mondo migliore, più umano, dove ci sia posto per tutti. Quando la Domenica la comunità cristiana si trova per celebrare la Santa Messa, ognuno scopre la gioia di essere parte di questo popolo di sognatori e di costruttori di bene. Gente diversa, ma unita dall’unica parola che ascoltano, quella di Gesù. Un popolo variegato: bambini, ragazzi, giovani, adulti, famiglie, donne e uomini soli, anziani, poveri e ricchi, tutti peccatori, ma perdonati dalla misericordia di Dio. A volte estranei l’uno all’altro, ma in quel giorno gioiosi in quel popolo. La Domenica è lo spazio di Maria, che può esserci tolto solo dalla pigrizia, dalla fretta, dalle abitudini che si fa fatica a cambiare. Gesù sempre ci offre questo tempo prezioso e la Chiesa sempre ce lo ricorda, non come un obbligo, ma come un invito affettuoso per il nostro bene.

II. Proposte di impegno

La lettura del capitolo decimo di Luca assieme alla Evangelii gaudium ci permette di tracciare alcune indicazioni che possono aiutare la nostra riflessione di quest’anno pastorale. Esse si iscrivono in un confronto portato avanti con alcune commissioni diocesane, con il Consiglio Pastorale Diocesano e con molti altri. Una Chiesa “in uscita” è una Chiesa:

– che incontra e che dialoga con tutti, oltre ogni confine;
– che si rinnova e non continua a ripetere se stessa come se non dovesse cambiare nulla;
– che è attenta ai “segni dei tempi”, ai bisogni e alle domande della gente;
– che guarda al di fuori di sé, verso il mondo ricordando di essere parte di un popolo universale, quindi accoglie anche chi viene da lontano e si interessa di loro;
– che si prende cura delle donne e degli uomini feriti dalla vita, dei poveri, dei deboli, dei bisognosi, senza escludere nessuno;
– che sa essere madre di tutti, soprattutto dei piccoli e dei giovani;
– che guarda con particolare sollecitudine a chi è avanti negli anni, soprattutto quando la solitudine e l’abbandono colpiscono la loro vita, grata al Signore per il dono della loro presenza;
– che aiuta con pazienza e intelligenza chi è lontano ad avvicinarsi al Signore, facendolo parte della mensa della Parola di Dio e della gioia del Vangelo;
– che offre se stessa come luogo di incontro, di preghiera, di amicizia, imparando a cercare tutti, anche chi sembra si sia perduto.

Tutto questo ha diverse implicazioni pratiche, che vorrei formulare attraverso dei suggerimenti: essi possono guidare la nostra riflessione e il nostro impegno. L’ufficio missionario diocesano ci aiuterà durante quest’anno, a partire dalla preparazione della Giornata Missionaria Mondiale della terza domenica di ottobre, a non dimenticare la forza spirituale della Evangelii gaudium, di cui tutti ci sentiamo beneficati. Il Santo Padre con la semplicità e la chiarezza delle sue parole e dei suoi gesti rimane il più grande missionario anche per la nostra diocesi.

a)   La famiglia – La famiglia risente oggi della difficile situazione sociale ed umana della società. A fatica riesce ancora a essere luogo di educazione alla fede. I prossimi due Sinodi sulla famiglia indetti da papa Francesco chiedono anche a noi una profonda riflessione e la necessità di trarre le debite conseguenze dalla situazione attuale. Ogni realtà diocesana deve uscire da una pastorale conservatrice, che esclude invece di includere. Il fatto ad esempio che i divorziati risposati o i conviventi abbiano degli impedimenti rispetto ai sacramenti non li esclude dalla comunità cristiana. Non bisogna continuare a considerarli dei condannati all’esclusione e a giudicarli di conseguenza. Pertanto: 1. L’ufficio per la Pastorale familiare preparerà dei sussidi che tutti dovranno seguire per la preparazione al matrimonio; 2. La preparazione al matrimonio non può ridursi a un insieme di lezioni, magari infarcite di psicologia del rapporto, ma deve tornare ad essere una via per riscoprire il valore e la bellezza della vita di fede nella famiglia; 3. L’incontro con i fidanzati possa dar vita a un rapporto stabile con la comunità cristiana; 4. E’ opportuno favorire la visita alle famiglie non solo in occasione della tradizionale benedizione delle case in Quaresima, dove non sempre è possibile incontrarle; si può chiedere aiuto ai laici stessi e alle famiglie legate alla parrocchia; 5. Le famiglie vanno coinvolte nel percorso di iniziazione cristiana dei figli attraverso la visita, favorendo momenti di riflessione e di festa, che aiutino la partecipazione alla Messa della Domenica.

b)   I catechisti – I catechisti sono i primi responsabili, assieme alla famiglia e ai sacerdoti, dell’educazione alla fede all’interno della comunità cristiana. La loro presenza è di grande ricchezza per tutti. 1. costruire un rapporto personale con i ragazzi e i giovani, ma anche con le loro famiglie. Gli adulti hanno bisogno di essere aiutati a scoprire la bellezza e la gioia della vita cristiana, spesso vissuta come un peso o un obbligo in funzione dei sacramenti dei figli. Lo stesso accade agli adulti che chiedono di accedere ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. Ho constatato al contrario che quando i giovani e gli adulti sono accompagnati con attenzione nell’itinerario di preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana e viene costruito con loro un rapporto personale di amicizia e condivisione, molte cose cambiano; 2. Necessità di una formazione di base. Non ci si improvvisa catechisti, anche se bisogna comunque essere grati alle persone che si offrono per tale servizio così essenziale per le nostre comunità. A tale scopo l’ufficio catechistico preparerà degli incontri formativi che si aggiungono a quelli con il Vescovo già in programma. La Scuola di Teologia, organizzata per Vicarie, sarà inoltre un supporto indispensabile per coloro che si offrono per tale servizio; 3. L’ufficio, in sinergia con i diversi uffici diocesani, continuerà anche quest’anno la preparazione di sussidi per catechisti e adulti, bambini, ragazzi e giovani.

c)   La scuola – La scuola è luogo di incontro quotidiano, oltre che di trasmissione del sapere. 1. Come coinvolgere maggiormente alunni, insegnanti e genitori in una sensibilità umana ed evangelica nel rispetto delle diversità?; 2. Come fare della scuola luogo di dialogo e di crescita culturale, sensibilizzando ai problemi del mondo, del dialogo interreligioso, e a una società del vivere insieme?; 3. Come educare i piccoli e i giovani a vivere un’attenzione al bisogno dei poveri vicini e lontani, in sinergia con la pastorale giovanile diocesana?; 4. Pensare a tutti coloro che sono lontani dalla Chiesa, indirizzando laddove si cogliesse una domanda, verso luoghi di incontro che aiutino ad esempio ad avvicinarsi alla Chiesa mediante i sacramenti dell’iniziazione cristiana e il servizio ai poveri.

d)   I giovani – L’individualismo, associato alla crisi economica e spirituale, non aiuta i giovani a trovare una collocazione sociale che dia loro speranza e senso nell’incertezza del futuro. Le comunità virtuali sono spesso un’alternativa illusoria alla fatica a coinvolgersi e a costruire comunità reali. Anche la Chiesa è spesso disorientata nell’offrire motivi di speranza e di felicità a generazioni di gente spaesata e impaurita, la cui risposta diventa a volte scomposta e persino violenta. Una Chiesa in uscita deve riscoprire la forza attrattiva e rivoluzionaria di un Vangelo senza aggiunte, così com’è, coinvolgendo i giovani in una fede che si fa incontro e servizio, capace di costruire un tessuto di amicizia e di interesse attorno alla persona di Gesù com’è presentata nei Vangeli. Perciò: 1. Riscoprire una fede fondata sulla Parola di Dio, da conoscere e amare; 2. Avvicinare i giovani delle scuole superiori attraverso incontri e dibattiti, da cui formare con pazienza dei gruppi di ascolto e di incontro; 3. Coinvolgere i giovani nell’attenzione e nel servizio agli ultimi, anziani, disabili, famiglie bisognose; 4. Creare occasioni di conoscenza e di incontro con realtà giovanili anche al di fuori della diocesi, che aiutino a un confronto e conducano, laddove si ritiene utile, a un’imitazione; 5 Suscitare nel cuore dei giovani il desiderio di consacrarsi al servizio del Signore nel sacerdozio e nella vita religiosa.

e)   La carità – Come ho avuto modo di sottolineare nel commento al Vangelo di Luca, la carità è parte essenziale della vita cristiana. Ogni singolo cristiano, ogni aggregazione laicale, ogni parrocchia, ogni comunità non può non interrogarsi sull’esercizio della carità nella propria vita. Oltre alle numerose iniziative a livello diocesano, vicariale e parrocchiale, la Caritas diocesana ci aiuterà favorendo momenti di riflessione e coinvolgendoci in uno spirito di servizio e di attenzione ai poveri, sempre più necessario. L’umiltà del sevizio libera dalla dolce e triste prigione dell’io, a cui facilmente ci sottomettiamo. L’apertura a Frosinone della mensa per i poveri e le famiglie bisognose è un segno di questo spirito. Ma i segni devono diventare vita vissuta per tutti.

Care sorelle a cari fratelli, questa riflessione vuole essere per tutti noi una proposta per l’anno pastorale che ci sta innanzi. Che tutti noi possiamo sentirci parte di questo popolo di cristiani, discepoli umili e servi, che si aiutano e si amano. La Domenica torni ad essere il cuore della nostra settimana, momento di incontro con il nostro amico Gesù, che ci invita alla mensa della Parola e del Pane Eucaristico. Nessuno di noi si faccia mancare questo appuntamento, che ci farà scoprire ogni volta la gioia del Vangelo nonostante le difficoltà, la fatica e le sofferenze della vita, che ci donerà il riposo del cuore. Termino con un invito che prendo dalle parole del libro di Isaia, e che oggi viene rivolto ad ognuno di noi: “O voi tutti assetati, venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti” (Is 55,1-2). Il Signore offre a ognuno un cibo che non perisce, un pane di vita eterna. Accogliamolo con gioia e facciamone partecipi gli altri con generosità.

La Vergine Maria, Madre dell’evangelizzazione, ci accompagni e ci sostenga nel nostro impegno di dedizione generosa al Vangelo del suo Figlio. Lei, che è stata discepola e madre del Cristo, ci renda umili discepoli del suo Figlio perché possiamo comunicare a tutti con amore e passione rinnovata la gioia del Vangelo, imparando ad essere madri di tanti, come la Chiesa, di cui ella è l’immagine più bella, è madre di tutti noi. Uniamoci a lei con la preghiera che conclude l’Evangelii gaudium:

Vergine e Madre Maria,
tu che, mossa dallo Spirito,
hai accolto il Verbo della vita
nella profondità della tua umile fede,
totalmente donata all’Eterno,
aiutaci a dire il nostro “sì”
nell’urgenza, più imperiosa che mai,
di far risuonare la Buona Notizia di Gesù.

Tu, ricolma della presenza di Cristo,
hai portato la gioia a Giovanni il Battista,
facendolo esultare nel seno di sua madre.
Tu, trasalendo di giubilo,
hai cantato le meraviglie del Signore.
Tu, che rimanesti ferma davanti alla Croce
con una fede incrollabile,
e ricevesti la gioiosa consolazione della risurrezione,
hai radunato i discepoli nell’attesa dello Spirito
perché nascesse la Chiesa evangelizzatrice.

Ottienici ora un nuovo ardore di risorti
per portare a tutti il Vangelo della vita
che vince la morte.
Dacci la santa audacia di cercare nuove strade
perché giunga a tutti
il dono della bellezza che non si spegne.

Tu, Vergine dell’ascolto e della contemplazione,
madre dell’amore, sposa delle nozze eterne,
intercedi per la Chiesa, della quale sei l’icona purissima,
perché mai si rinchiuda e mai si fermi
nella sua passione per instaurare il Regno.

Stella della nuova evangelizzazione,
aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione,
del servizio, della fede ardente e generosa,
della giustizia e dell’amore verso i poveri,
perché la gioia del Vangelo
giunga sino ai confini della terra
e nessuna periferia sia priva della sua luce.

Madre del Vangelo vivente,
sorgente di gioia per i piccoli,
prega per noi.
Amen. Alleluia.

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