Quaresima tempo dell’incontro con la propria debolezza

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Messaggio del Vescovo per la Santa Quaresima 2013

Ez 37,1-10  La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare accanto a esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantità nella distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: “Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?”. Io risposi: “Signore Dio, tu lo sai”.

Egli mi replicò: “Profetizza su queste ossa e annuncia loro: “Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete. Saprete che io sono il Signore””. Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai, ed ecco apparire sopra di esse i nervi; la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro. Egli aggiunse: “Profetizza allo spirito, profetizza, figlio dell’uomo, e annuncia allo spirito: “Così dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano”. Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato.

 

   Abbiamo iniziato nelle nostre comunità il tempo della Quaresima. Ma cosa vuol dire iniziare questo tempo in un mondo come il nostro che ha dimenticato i temi antichi, i modi con cui la Quaresima si caratterizzava? E’ un puro ricordo? Una pura memoria? Nella Quaresima il mondo non si ferma, continua i suoi ritmi, le sue occupazioni. Non così i cristiani. Noi cristiani prepariamo la Pasqua del Signore, la grande celebrazione della sua morte e della sua resurrezione e la Parola del Signore ci chiama a raccolta perché fin da oggi cominciamo a preparare la Pasqua. Per questo vi propongo questa breve riflessione a partire da un brano del profeta Ezechiele che leggeremo proprio nella notte di Pasqua.

   Si tratta degli ultimi giorni che accompagnano il Signore verso Gerusalemme e verso l’ora del suo passaggio e in questo tempo viene chiesto a ciascuno di noi di rientrare in se stesso, di rincontrare se stesso, di accorgersi al di là dell’orgoglio e dell’idea che ognuno ha di sé, di chi è davvero, di quello che fa, della persona debole e fragile che è. Il rito del mercoledì delle ceneri, secondo una tradizione molto antica, prevede la distribuzione delle ceneri sul capo di ognuno, mentre il sacerdote può utilizzare una duplice ammonizione. La prima è la più antica ed è tratta dal libro della Genesi: “Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai”.

   E’ questa una realtà della nostra vita – polvere, ossa aride -, è la debolezza dell’uomo, è la fragilità della nostra esistenza umana, della nostra vita, del nostro corpo. La percepiscono soprattutto i malati e gli anziani, ma ognuno di noi se ne accorge nei momenti più difficili della vita, anche sa fa fatica a riconoscerla e ad accettarla. Per questo i deboli vengono allontanati e talvolta dimenticati. Ma è anche la fragilità del nostro amore, dei nostri sentimenti che sono cenere, e sono spesso inariditi.

   Cari fratelli e care sorelle, le ceneri non vengono distribuite per deprimere, l’annuncio della parola di Dio non si fa per deprimere. Le ceneri poste sul nostro capo testimoniano a ciascuno di noi qual è la propria dimensione di piccolo, di uomo e donna fragile, di vita breve, di persona dal cuore angusto, dai sentimenti incerti, dall’umore mutevole. Ma su quest’uomo, non per la sua forza, non per la sua sapienza, non per la sua bravura come fanno gli uomini, proprio su quest’uomo e su questa donna si è chinato l’amore di Dio che vuole salvare ciascuno di noi, vuole che ciascuno risorga dalla propria polvere, dal proprio limite e dalla propria aridità.

Quaresima, tempo per rivivere

   Quaresima, tempo dell’incontro con il proprio limite, con la propria piccolezza ma anche tempo di un gioioso annuncio, quello del Vangelo che viene annunziato anche nei momenti più dolorosi. Ebbene, il Vangelo dice a quest’uomo: Cristo è risorto dai morti, e l’uomo limitato, di polvere, arido, deve risorgere, non esaltarsi, ma risorgere. Lo ha annunciato il Signore Iddio a Ezechiele: “Profetizza su queste ossa e annuncia loro: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete”.

   Siamo chiamati a risorgere, così come siamo, piccoli come siamo, poveri come siamo. Siamo segnati dal nostro peccato, le ossa aride lo sono, ma non è una condizione definitiva; la Parola, solo la Parola può riunire le ossa disperse e aride e ridare loro lo Spirito, la vita. Lo Spirito fa che queste ossa rivivano, il corpo di un popolo, il cuore di un popolo. Lasciamo che lo Spirito agisca in noi e ci liberi dal dominio dell’io, dall’individualismo, per diventare un popolo, per essere comunità là dove siamo. Nella fragilità della vita e della condizione umana non saremo più forti da soli. Solo insieme, nella comunità dei fratelli, potremo ritrovare la forza dello Spirito che ci raduna, ci sostiene, ci fa vivere, ci dona sentimenti e pensieri di amore e di misericordia. Lo Spirito rende quella valle di ossa aride un “esercito grande, sterminato”. Lo Spirito di Dio ci rende un esercito, uomini forti, ma non per combattere gli altri, non per continuare a fare le proprie piccole guerre contro gli altri, ma per combattere la battaglia del bene e vincere il male con il bene, l’inimicizia che divide e allontana con l’amore.

   Cari fratelli e sorelle, oggi parole antiche ci dicono di non aver paura del proprio limite piccolo, umano, mortale e fragile, di accettare la propria aridità, ma su questa, ascoltare la parola del Signore nostro che dice: “Ossa inaridite udite la parola del Signore: Ecco, io faccio entrare in voi lo Spirito e rivivrete”. Il Signore farà entrare in noi lo Spirito e vivremo e rivivremo. Lo diciamo in questo momento difficile per questa nostra terra e per il nostro paese, tempo di crisi economica ed anche spirituale. Lo diciamo anche in questo momento di passaggio per la Chiesa, dopo le dimissioni di Papa Benedetto, che amiamo molto e che vogliamo continuare a sostenere con la preghiera. Lo ripetiamo convinti perché il Signore non abbandona il suo popolo nelle difficoltà e nell’aridità.

  

“Convertitevi e credete al Vangelo”

   La seconda ammonizione che il sacerdote può pronunciare mentre pone la cenere sul nostro capo è tratta dal Vangelo di Marco: “Convertitevi e credete al Vangelo”. Sono le prime parole di Gesù in questo Vangelo, il primo dei Vangeli. La Quaresima ci chiede la conversione, cioè il cambiamento di noi stessi. Quando le cose vanno male, quando ci sono problemi, è istintivo incolpare gli altri e lamentarsi. In questo tempo la Parola di Dio ci chiede di guardare innanzitutto noi stessi e di chiederci come ognuno può contribuire a rendere più umana la vita cominciando da se stesso.

   L’itinerario della conversione è semplice e ci viene proposto in modo concreto proprio il mercoledì delle Ceneri in quelle parole di Gesù che parlano di elemosina, preghiera, digiuno:

“State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,16.16-18).

   L’elemosina, gesto semplice e qualche volta ritenuto inutile o persino dannoso, è invece raccomandata più volte alla Sacra Scrittura. Basta leggere ad esempio le parole profonde del libro del Siracide quando dice: “L’acqua spegne il fuoco che divampa, l’elemosina espia i peccati” (3,30). L’elemosina esprime la gratuità dell’amore cristiano, che dà anche quando non conosce o non si aspetta nulla in cambio. Essa si può praticare in molti modi, sia materiali aiutando qualcuno nel bisogno che in altre forme. Ad esempio visitare un malato o un anziano, anche se non è nostro parente, è un modo semplice per praticare l’elemosina, l’amore gratuito. Scrive un autore anonimo del secondo secolo: “Buona cosa è l’elemosina come penitenza dei peccati. Il digiuno vale più della preghiera, ma l’elemosina conta più di ambedue: «La carità copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8). La preghiera, fatta con animo puro, libera dalla morte, ma è beato colui che è trovato perfetto mediante l’elemosina. Questa infatti libera dal peccato.”

   La preghiera nutre lo spirito e guarisce l’aridità della vita, dei sentimenti, dei pensieri. Essa ci avvicina al Signore e insegna la via dell’amore. La preghiera fatta con fede ha una forza straordinaria. Per questo in Quaresima ciascuno trovi un tempo per la preghiera sia personale che comunitaria. Anche meditare la Parola di Dio è pregare. Soprattutto non manchiamo mai alla preghiera comune nel giorno di domenica, perché nella liturgia eucaristica si realizza in modo straordinario quanto Gesù disse ai discepoli: “In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,19-20).

Infine il digiuno. C’è un digiuno materiale che viene raccomandato in Quaresima e che ci aiuta a ricordare che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola ch esce dalla bocca di Dio”. Il digiuno ci libera dalla dittatura del materialismo che domina spesso la vita di questo mondo e ci ricorda la condizione dei poveri e di tante famiglie in difficoltà anche di questa terra, che mancano davvero del necessario. Ma c’è anche un digiuno da se stessi, dal proprio io, dall’amore per sé. Nel tempo di Quaresima il Signore ci invita a prendere le distanze dall’amore per noi stessi riconoscendo non solo il nostro limite, ma anche il nostro peccato. Per questo non manchiamo almeno per la Pasqua di accostarci al sacramento della Confessione per purificare il cuore da tutto ciò che ci separa dall’amore di Dio e del prossimo.

Vorrei lasciarvi con le parole di san Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna nel quinto secolo, che ci aiutano a riflettere proprio su preghiera, digiuno, elemosina (o misericordia, come egli la chiama):

“Tre sono le cose, tre, o fratelli, per cui sta salda la fede, perdura la devozione, resta la virtù: la preghiera, il digiuno, la misericordia. Ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l’una dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda.. Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare. Ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno. Abbia compassione, chi spera compassione. Chi domanda pietà, la eserciti. Chi vuole che gli sia concesso un dono, apra la sua mano agli altri. E’ un cattivo richiedente colui che nega agli altri quello che domanda per sé. O uomo, sii tu stesso per te la regola della misericordia. Il modo con cui vuoi che si usi miseri-cordia a te, usalo tu con gli altri. La larghezza di misericordia che vuoi per te, abbila per gli altri. Offri agli altri quella stessa pronta misericordia, che desideri per te.

Perciò preghiera, digiuno, misericordia siano per noi un’unica forza mediatrice presso Dio, siano per noi un’unica difesa, un’unica preghiera sotto tre aspetti. Quanto col disprezzo abbiamo perduto, conquistiamolo con il digiuno. Immoliamo le nostre anime col digiuno perché non c’è nulla di più gradito che possiamo offrire a Dio, come dimostra il profeta quando dice: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi” (Sal 50, 19). O uomo, offri a Dio la tua anima ed offri l’oblazione del digiuno, perché sia pura l’ostia, santo il sacrificio, vivente la vittima, che a te rimanga e a Dio sia data. Chi non dà questo a Dio non sarà scusato, perché non può non avere se stesso da offrire. Ma perché tutto ciò sia accetto, sia accompagnato dalla misericordia. Il digiuno non germoglia se non è innaffiato dalla misericordia. Il digiuno inaridisce, se inaridisce la misericordia. Ciò che è la pioggia per la terra, è la misericordia per il digiuno. Quantunque ingentilisca il cuore, purifichi la carne, sradichi i vizi, semini le virtù, il digiunatore non coglie frutti se non farà scorrere fiumi di misericordia.

O tu che digiuni, sappi che il tuo campo resterà digiuno se resterà digiuna la misericordia. Quello invece che tu avrai donato nella misericordia, ritornerà abbondantemente nel tuo granaio. Pertanto, o uomo, perché tu non abbia a perdere col voler tenere per te, elargisci agli altri e allora raccoglierai. Dà a te stesso, dando al povero, perché ciò che avrai lasciato in eredità ad un altro, tu non lo avrai” (Discorsi 43; PL 52, 320 e 322).

 

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