Lineamenti Pastorali 2013-2014. Prolusione del Vescovo all’Assemblea Diocesana 2013

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Sono iniziati ieri i lavori di “ascolto” dei vari gruppi pastorali dell’Assemblea Diocesana ritmati ed introdotti dalla prolusione del Vescovo a Casamari.
“Tutto il libro dei Salmi è un inno di Lode” ha commentato il Vescovo, lode come atteggiamento previo di uscire da se stessi. La lode è quel movimento autentico che ci fa uscire da noi stessi: “possiamo vivere nell’indiferenza?.. – ha incalzato il Vescovo – Ribelliamoci a questo modo di vivere sordo alle necessità di ogni forma di povertà. L’indiferrenza è complicità. Ribelliamoci all’indifferenza, andiamo contro-corrente, perché siamo cristiani.
Possiamo e dobbiamo fare di più e contrastiamo una società matrigna.” Il vescovo, accanto alle forme sottolineate dalla Sacra Scrittura, il povero, l’orfano, la vedova, ecc, ha ricordato alcune forme di povertà, gli anziani, i giovani, i lontani, i forestieri, l’educazione dei figli, i divorziati risposati, che interpellano ciascuno di noi e anche le nostre comunità. Questo non come impegno in più ma come luogo autentico per ritrovare il cuore e la pace.

Non abbiate paura della tenerezza (papa Francesco)

   Diamo inizio a questo anno pastorale nella splendida cornice dell’Abbazia di Casamari, dove per secoli tanti hanno invocato il Signore. Cari fratelli, abbiamo bisogno di questi luoghi e di questi spazi di riflessione, di preghiera, di incontro. Siamo in un mondo difficile. L’egoismo allontana dagli altri. Le tante paure, accresciute dalla crisi economica e umana della nostra società occidentale, cercano di convincerci che è meglio e più utile vivere per se stessi, pensare al proprio intereresse e solo al futuro della propria famiglia. Gli interessi individuali spesso prevalgono su quelli comuni. E ci sono anche interessi di singoli gruppi che si combattono a vicenda! Abbiamo visto il male che questa logica ha recato e continua a recare al nostro paese, dove l’impoverimento di molte famiglie è anche la conseguenza di un modo di gestire la cosa pubblica e le nostre risorse non sempre in vista del bene comune. Anche le nostre realtà ecclesiali non sono estranee a questa mentalità, là dove ogni cosa diventa possesso: la sacrestia, la chiesa, il coro, le chiavi, la gestione di una festa, talvolta persino la catechesi o il servizio liturgico. Ma l’individualismo e l’egoismo sono un modo di vivere del tutto contrario non solo alla vita cristiana, ma alla natura stessa dell’essere umano.

   E’ questo il motivo per cui ho scelto di proporvi una riflessione a partire da quella frase che fa da titolo alla nostra assemblea, pronunciata da papa Francesco proprio nell’omelia di inizio del suo pontificato: “Non abbiate paura della tenerezza!”. Essa, a mio parere, sintetizza bene l’atteggiamento di Dio nei nostri confronti e quello che dovrebbe essere il nostro nei confronti dei fratelli, di ogni fratello. Il termine richiama a un rapporto tra persone: si dà tenerezza e la si riceve. Non ci può essere tenerezza da soli. Questo sarà un primo aspetto della nostra riflessione: solitudine e comunità.

   Secondo punto. Il papa ha usato la parola “tenerezza”, che è un aspetto particolare dell’amore, soprattutto di quello materno. Aspetto attraverso il quale la Bibbia parla dell’amore di Dio e di Gesù per gli uomini, il suo chinarsi e commuoversi di fronte alla sofferenza e al bisogno dei poveri.

   Terzo punto. Non aver paura della tenerezza significa che non bisogna temere né di riceverla da Dio, né di donarla agli altri. Dio ci chiede, infatti, e a questo ci ha invitati il papa, di farci noi tenerezza per gli altri, soprattutto per i poveri e i bisognosi, dopo averla imparata e ricevuta da Dio.  

  

1. “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,18)

Iniziamo dal primo punto: solitudine e comunità. Noi siamo fatti gli uni per gli altri. Non si può vivere da soli o per se stessi. All’inizio della Bibbia troviamo quella frase pronunciata da Dio dopo la creazione dell’uomo: “Non è bene che l’uomo sia solo”. E (per questo) Dio diede all’uomo la donna. Attraverso la loro unione è garantita la sopravvivenza dell’umanità. Il testo biblico dice: non è bene. In ebraico la parola che noi traduciamo con “bene” indica tutto ciò che rende bella e buona la vita, si potrebbe dire che la rende vivibile. Esso si oppone al “male” e a chi lo commette. Il bene non viene dalla solitudine. Un’esistenza degna di chiamarsi tale non può essere vissuta in una solitudine che esclude gli altri o nell’isolamento.

Chiedetelo agli anziani che stanno soli a casa o, peggio ancora, che sono messi in istituto, se è bello e naturale vivere da soli. Chiedetelo ai condannati a morte, rinchiusi nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione, se è bello star soli. Chiedetelo anche a tanti poveri del nostro mondo, disprezzati ed emarginati, se è bello star soli e non avere nessuno che li aiuti. Ma chiedetelo anche a chi tra di noi ha vissuto momenti in cui si è trovato da solo ad affrontare una situazione difficile senza essere sostenuto. Certo, a volte, alla solitudine ci si abitua per sopravvivere, perché la durezza della società ti ci fa abituare, ma non perché la solitudine piaccia a chi vi è costretto.

   Il mondo tuttavia ci inganna. Ci vuole far credere che tutto dipende da noi, dal nostro umore, dalla nostra intelligenza, dal nostro piacere, dalle nostre scelte che sono al di sopra di tutto, e mai sindacabili. La società ci vorrebbe soli e individualisti, ciascuno a decidere del proprio destino. E’ in un mondo di persone sole che cresce l’eutanasia: uomini e donne pieni di paure, per i quali è inaccettabile la sofferenza e la malattia, insostenibile la fragilità e la debolezza del corpo, persino una vita lunga e in pace diventa insopportabile! Spesso anche i cristiani si lasciano ingannare e si chiudono in se stessi, incapaci di stabilire relazioni, di costruire comunità, di vivere gli uni per gli altri e gli uni con gli altri. I litigi, le rivendicazioni di diritti e tradizioni, le appropriazioni indebite di parti della vita e delle pratiche religiose, sono la conseguenza di questo modo di pensare che nulla ha a che fare con l’essere discepoli di Gesù.

   Nella solitudine e nell’individualismo si diventa tutti più duri e più freddi, si elimina la tenerezza. Ci si abitua a non parlare e a non ascoltarsi. Il parlare diventa subito difesa di se stessi, del proprio interesse, delle proprie convinzioni e tradizioni. Ma se le tradizioni non si rinnovano, diventano luoghi del proprio protagonismo e non luoghi privilegiati dove si manifesta Gesù attraverso la testimonianza della Vergine Maria e dei santi. Così una parrocchia o un’associazione rischiano di somigliare talvolta più a un condominio che a una comunità.

La vita di un popolo

   Dio ci ha voluti insieme, un popolo, una comunità, non individui che si incontrano casualmente e saltuariamente. Siamo il popolo di Dio. Il Concilio Vaticano II nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, la Lumen Gentium, dopo aver parlato della Chiesa come mistero, ce la presenta come popolo di Dio. Tutti, dal vescovo ai sacerdoti, ai consacrati, ai fedeli laici siamo insieme il popolo di Dio. Il Concilio usa parole molto belle, che bisogna riscoprire, per aiutarci a vivere con maggiore consapevolezza la nostra vita di fede. Afferma proprio all’inizio di questo capitolo: “In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia (cfr. At 10,35). Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità (Lumen Gentium, n. 9-10). Nella prima enciclica di papa Francesco leggiamo: “L’atto di fede del singolo si inserisce in una comunità, nel “noi” comune del popolo che, nella fede, è come un solo uomo, “il mio figlio primogenito”, come Dio chiamerà l’intero Israele (cfr. Es 4,22)” (Lumen fidei, n. 14). Anche la fede, quindi, pur essendo una risposta personale al dono di Dio, vive e cresce in un popolo. Noi stessi esperimentiamo la gioia di essere un popolo nella Messa della domenica, in una festa o una processione, nel pellegrinaggio. Ma nella vita spesso dimentichiamo che questo è il dono più bello che il Signore ci ha fatto.

   L’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi, di fronte alle divisioni di quella comunità, descrive molto bene il senso di essere un popolo. Parla della Chiesa come “corpo di Cristo” e scrive: “Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra” (12,12-27).

   L’apostolo sta parlando a una comunità divisa tra vari gruppi, che si contrastano a vicenda rifacendosi a diverse autorità. Il suo linguaggio è concreto prima che teologico. Noi, cari amici, siamo il corpo di Cristo, siamo le sue membra. La Lettera agli Efesini dirà che Egli è il capo della Chiesa. Solo lui è il capo, noi siamo i suoi discepoli, a cui è stato affidato un servizio e un ministero. Quanto è triste constatare come talvolta ciascuno si crei la sua autorità, il suo punto di riferimento, come se non avessimo tutti il medesimo e unico Signore, Gesù Cristo. I vescovi, i parroci, tutti quanti abbiamo incarichi o ministeri ma in quanto servi. Nessuno può riferirsi ora all’uno ora all’altro secondo il proprio comodo. Soprattutto, tutti abbiamo bisogno di essere parte del medesimo corpo, per sostenerci, amarci e aiutarci, per costruire e non per distruggere la comunità, pensando esclusivamente al proprio interesse. Non per nulla Paolo mostra quale sia l’unica via perché questo corpo, che è la Chiesa, possa essere edificato e possa crescere come il Signore l’ha voluto: la carità. La via sublime è proprio la carità, l’amore cristiano, che l’apostolo descrive nel capitolo seguente della Lettera ai Corinzi. La vita del nostro popolo deve essere animata dalla carità, la più grande delle virtù, l’unica che resterà per sempre. Come essere un popolo che vive della carità, di quell’amore che proviene dall’essere con Gesù?

2. Sotto lo sguardo di Maria, la Madre

   Siamo al secondo punto della nostra riflessione. Nell’icona che abbiamo posto al centro della nostra assemblea, vediamo in alto, al centro, la Vergine Maria. Attorno a lei alcuni santi: San Francesco d’Assisi, San Lorenzo, i Santi Pietro e Paolo. Al di sotto di Maria e dei santi troviamo al centro il Buon Samaritano e attorno le sette opere di misericordia corporali: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire i nudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti.

   Abbiamo bisogno di una madre che ci guardi con misericordia, il cui sguardo illumini le paure, la solitudine, le fatiche della nostra vita e delle nostre comunità. Abbiamo bisogno dello sguardo di Maria. Disse Jorge Bergoglio nell’omelia durante un pellegrinaggio mariano: “Noi abbiamo bisogno del suo sguardo tenero, di Madre, quello sguardo che scopre la nostra anima. Quel suo sguardo pieno di compassione e di cura. Per questo oggi le diciamo: “Madre, regalaci il tuo sguardo. Perché lo sguardo di Maria è un regalo, non si compra”. Maria secondo l’antica tradizione della Chiesa è la nuova Eva, all’origine di una nuova creazione, colei che ha dato la vita a Gesù, il salvatore del mondo, permettendo così agli uomini di nascere a vita nuova. Madre di Dio e Madre nostra, Madre della Chiesa. Lei è la Madre della misericordia, come cantiamo nelle litanie. Il suo sguardo è pieno di tenerezza, come ce lo immaginiamo a Betlemme alla nascita del Figlio o a Cana di Galilea, quando disse ai servi di fare come avrebbe detto Gesù, oppure nel momento del dolore sotto la croce, quando Gesù la guardò affidandole il discepolo Giovanni e tutti noi con lui. Noi abbiamo bisogno del suo sguardo. “Maria, regalaci il tuo sguardo!”.

   “Non abbiate paura della tenerezza”. Lo sguardo tenero della Vergine Maria ci risveglia al bisogno degli altri e del Signore, ci strappa dal dominio dell’io, da quell’egoismo che ci vorrebbe convincere che ognuno basta a se stesso. Leggiamo nel libro del Siracide, uno degli ultimi libri del Primo Testamento: “Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: Basto a me stesso” (5,1).

   Il nostro sguardo è spesso malevolo, come i nostri sentimenti e pensieri. Ci guardiamo troppo spesso per giudicarci o con pregiudizio. Ci si guarda talvolta con cattiveria. Gli altri ci appaiono in maniera scontata e schematica. Ognuno nel tempo si è fatto un’idea dell’altro, che nasce da cose sentite, spesso mai verificate, dal pettegolezzo e dalle chiacchiere, che fanno tanto male. Capita di pensare qualcosa di qualcuno senza averlo mai incontrato, senza averci mai parlato, ma solo perché di lui si pensa e si dice così. Tutto questo indurisce lo sguardo esteriore e quello del cuore. Gli altri si allontanano da noi e noi dagli altri. In un mondo di gente abituata a giudizi e pregiudizi la tenerezza diventa un’attitudine molto rara, quasi inesistente. Si diventa freddi e sbrigativi nei rapporti, si perde la pazienza dell’ascolto, non si combatte più il pregiudizio, non si crede che gli altri possano cambiare e diventare migliori.

   Quanto fa bene invece guardarsi con tenerezza, scoprire che in ogni donna e in ogni uomo si nasconde l’immagine di Dio. E allora tu sei chiamato a scoprirla, a vederla, a conoscerla, ad aiutarla, a liberarla dai pesi e dalle paure che le impediscono di mostrare la bellezza di Dio, la sua origine. Pensate se ognuno di noi si esercitasse ogni giorno nel vedere negli altri questa immagine. Quante cose sarebbero diverse! La tenerezza libera infatti energie di bene, conquista gli altri, addolcisce la durezza, scalda la freddezza, dona parole buone, avvicina tutti, persino gli antipatici e i nemici, libera l’anima e il cuore dalla prigione dell’io, delle paure, della cattiveria.

   “Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature”, recita il Salmo (145,9). In ebraico la parola che noi traduciamo con tenerezza è rahamim, il ventre di una madre che deve dare alla luce un figlio. E’ la stessa parola greca che nei Vangeli descrive un atteggiamento costante di Gesù e che noi traduciamo con “compassione”. La si trova ad esempio al capitolo VI del Vangelo di Marco, quando Gesù, vedendo la gente numerosa che lo seguiva “ebbe compassione perché erano come pecore che non hanno pastore” (v. 34). Ma la stessa parola viene riportata dal Vangelo di Luca a proposito del Buon Samaritano, che dopo essere passato accanto a quell’uomo mezzo morto abbandonato per la strada, lo vide, “ne ebbe compassione, gli si fece vicino e gli fasciò le ferite” (vv. 33-34), a differenza del levita e del sacerdote, che dopo averlo visto se ne andarono per i fatti loro. Quel Buon Samaritano, secondo l’antica tradizione della Chiesa, rappresenta Gesù stesso e la sua compassione e tenerezza per noi. Nella tenerezza Dio si coinvolge totalmente con noi, come il ventre della madre che aspetta un bimbo, di cui sente i movimenti, la presenza, parte stessa del suo corpo. Tutta la madre è protesa verso quel bimbo che è dentro di lei. Così è il Signore. E’ come se ognuno di noi fosse sempre dentro Gesù, dentro i suoi pensieri, la sua preoccupazione. Spesso lasciamo crescere in noi sentimenti e atteggiamenti contrari alla tenerezza. Vi chiedo di non accettarli. Sono la tentazione del diavolo, lo spirito della divisione, il cui mestiere è insinuare in ognuno pensieri, sentimenti, convinzioni, che lo divideranno dagli altri e gli faranno credere che è meglio pensare solo a se stessi.

Da dove cominciare?

   La tenerezza si acquista e cresce in noi anzitutto nella preghiera, nella lode a Dio. Nella preghiera siamo spesso abituati a chiedere per noi o per chi ci è vicino. Ma la preghiera è per prima cosa lode, cioè celebrazione dell’amore di Dio e delle sue molteplici espressioni. La Domenica le nostre comunità celebrano l’Eucaristia, che significa rendimento di grazie. Non andiamo per chiedere, ma soprattutto per lodare e cantare l’amore di Dio che si è rivelato nel dono che Gesù ci fa alla mensa della Parola e del pane di vita eterna. Per questo bisogna mettere di nuovo al centro della nostra vita l’Eucaristia della Domenica. Non è perciò necessario celebrare tante messe, magari di corsa, ma innanzitutto celebrare bene la Messa Domenicale.

   Leggiamo nel Salmo 145:

1 Lode. Di Davide.

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.

2 Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

3 Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza….

8 Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.

9 Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

10 Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli….

.13 Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere….

17 Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere….

21 Canti la mia bocca la lode del Signore
e benedica ogni vivente il suo santo nome,
in eterno e per sempre.

   Il Salmo è un inno di lode a Dio. Celebra la grandezza, la misericordia, la bontà, la tenerezza, la fedeltà, la giustizia di Dio. Introduce gli ultimi salmi del salterio, che sono salmi alleluiatici, che iniziano con l’alleluia, che significa: “lodate il Signore”. Il salterio, il libro per eccellenza della preghiera dell’Israele antico, si chiude dunque con la lode. Ma tutto il libro dei Salmi nella Bibbia ebraica ha come titolo “lodi” (tehillim). Che cosa significa questo titolo? L’insieme dei salmi e ogni singolo salmo è considerato una “lode”, nonostante ogni salmo abbia un suo linguaggio, che esprime di volta in volta situazioni diverse della vita e della storia, e non sia sempre esplicitamente una lode. Ci sono infatti salmi di lamento, di protesta, di ringraziamento, di richiesta di aiuto. Ci sono salmi di uomini in difficoltà, malati, vecchi, deboli, assediati dai nemici, ma tutti sono “lode” a Dio. Nella lode si esprime cioè la libertà dell’uomo di fede, che si rallegra di quanto appartiene a Dio e per questo ne celebra la misericordia, la bontà, l’amore, la bellezza, la giustizia, la grandezza. La lode è implicitamente riconoscimento di una salvezza già ottenuta, nonostante il male che ci può circondare. Essa è l’inizio e la fine di ogni preghiera. La lode esprime il massimo dell’apertura umana all’Altro e il massimo della libertà da se stessi. Per questo i Salmi ci possono aiutare a pregare facendo di tutta la nostra vita un’occasione per lodare il Signore. Nelle diverse circostanze della vita, nella malattia e nella salute, nella ricchezza e nella povertà, nel dolore e nella gioia, noi possiamo porre tutto davanti a Dio e imparare da lui la tenerezza, la bontà, la misericordia. Dio non si dimentica mai di noi, non ci abbandona mai!

3. La tenerezza di Dio giunge a tutti, anche agli ultimi

   Giungiamo al terzo punto della nostra riflessione: farsi tenerezza per gli altri, soprattutto per i poveri. Già nel Salmo 145 vediamo come la tenerezza e la bontà di Dio raggiungono tutti: quelli che vacillano, chi è caduto, quelli che lo invocano, lo temono e lo amano. Egli sazia il desiderio di ogni uomo. Non dobbiamo avere paura! Soprattutto non dobbiamo avere paura in questo tempo difficile e dobbiamo imparare a vivere la stessa tenerezza e bontà del nostro Dio, che in Gesù si sono manifestate in tutta la loro forza. Basta leggere i Vangeli, gli incontri e le parole di Gesù, le guarigioni, la compassione, il perdono, l’amore per i poveri e i peccatori. Quanta tenerezza, quanta bontà nella sua vita terrena!

   Nessuno è escluso dalla tenerezza di Dio. Leggiamo nel Salmo 146:

1 Alleluia.

Loda il Signore, anima mia:

2 loderò il Signore finché ho vita,
canterò inni al mio Dio finché esisto.

3 Non confidate nei potenti,
in un uomo che non può salvare.

4 Esala lo spirito e ritorna alla terra:
in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni.

5 Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe:
la sua speranza è nel Signore suo Dio,

6 che ha fatto il cielo e la terra,
il mare e quanto contiene,
che rimane fedele per sempre,

7 rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri,

8 il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,

9 il Signore protegge i forestieri,
egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.

10 Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. Alleluia.

   Qual è la grandezza di Dio? Egli, che ha creato l’universo, poteva allearsi con i potenti, con i re, i ricchi, i sani, i forti. Invece Dio manifesta la sua grandezza nell’amore per i poveri: gli oppressi, gli affamati, i prigionieri, i ciechi, chi è caduto, i giusti, gli stranieri (meglio della traduzione “forestieri”), l’orfano e la vedova. Questa è la grandezza del nostro Dio, che si china sui bisognosi con tenerezza e ci vuole coinvolgere in questo suo atteggiamento. Questa sarà anche la scelta e l’esistenza di Gesù. L’amore per i poveri insegna la gratuità, virtù tanto rara in un mondo di gente che ama solo se è ricambiata, abituata a chiedere e a pretendere, per cui a volte anche la vita di fede diventa pretesa e possesso invece di essere dono e gratuità. Infatti noi siamo cristiani solo per grazia, cioè per la gratuità dell’amore di Dio, non certo per i nostri meriti.

   In un bellissimo brano del libro del Siracide, libro poco letto ma pieno di tanta saggezza, in cui siamo invitati all’amore per i poveri, veniamo così esortati: “Sii come un padre per gli orfani, come un marito per la loro madre, sarai come un figlio dell’Altissimo, ed egli ti amerà più di tua madre” (Sir 4,10). Gli orfani e le vedove sono considerati nel Primo Testamento tra i più poveri. Perciò Dio si prende cura di loro. Essere padri per gli orfani, mariti per la loro madre, indica una scelta di attenzione costante, di amore fedele, come quelli di un padre per i figli o di un marito per la moglie. L’amore per loro ci rende figli del Dio Altissimo. Cari amici, il mondo è colmo di ingiustizia ed è pieno di orfani, donne e uomini talvolta senza padri e madri, che vagano alla ricerca di un senso, di un futuro, di un porto di salvezza, come quei migranti che arrivano nel nostro paese attraversando il Mediterraneo. Molti di loro sono morti: dal 1998 ad oggi più di 19.000. O che dire dei due milioni di profughi che fuggono dalla Siria a causa della guerra. Noi generalmente non ci accorgiamo delle ingiustizie del mondo se non in rare occasioni, anche perché i media non danno quasi mai rilievo ai tanti uomini e donne che vivono nella povertà e che sono oppressi dall’ingiustizia. Ma possiamo continuare a vivere nell’indifferenza? Papa Francesco nella sua visita a Lampedusa ha parlato della “globalizzazione dell’indifferenza” davanti al dolore e alla povertà di tanta gente. Ribelliamoci a questo modo di vivere, sordo al bisogno e alle attese di milioni di esseri umani.

Il mondo ha bisogno della tenerezza dei cristiani

   Usciamo dal chiuso delle nostre realtà verso le periferie umane di coloro che ci stanno vicini per vincere l’indifferenza. Andiamo controcorrente, ribelliamoci all’indifferenza. Ho più volte ricordato l’impegno prezioso e fedele della Caritas diocesana, che ringrazio sentitamente, e con essa di tanti volontari che nelle parrocchie o nelle aggregazioni laicali si fanno carico del bisogno di tanta gente bisognosa di aiuto, sostegno, amicizia. Vorrei dire a tutti il mio grazie e chiedervi di continuare in questo impegno così bello. Più volte sono tornato a suggerire alle parrocchie, alle confraternite, ai giovani, a tutti, di avere un’attenzione particolare per gli anziani. Spesso sono soli a casa. Altri si trovano in istituto. La solitudine e talvolta l’abbandono non allungano certo la loro vita. L’abbandono degli anziani è il segno di un mondo vecchio, che non sa sognare, non sa guardare al futuro, e quindi disprezza i vecchi. Sono grato a coloro che hanno raccolto il mio appello reiterato a voler bene agli anziani, sia visitandoli regolarmente in istituto o a casa, sia organizzando nelle parrocchie delle iniziative per loro, o anche aiutandoli a partecipare alla Santa Messa della domenica. Sono convinto che possiamo e dobbiamo fare di più, anche perché la crisi economica farà senza dubbio crescere il numero degli anziani che si troveranno ad affrontare, da soli, gli ultimi anni della loro esistenza. Contrastiamo una società matrigna, che allunga la vita e nello stesso tempo abbandona gli anziani. Almeno nella Chiesa impariamo ad essere madri!

   Ma ci sono altre periferie umane ed esistenziali nella società in cui viviamo. Sono quelle di coloro che non si avvicinano alle nostre comunità se non saltuariamente o in nessun modo. Penso soprattutto ai ragazzi e ai giovani, spesso assenti dalla vita della Chiesa o che l’abbandonano dopo il catechismo. Forse bisogna chiedersi perché, invece di accettare con rassegnazione, apatia o indifferenza la loro lontananza. Noi talvolta li giudichiamo invece di accoglierli e di parlarci, perché ne abbiamo paura e non sappiamo cosa fare. Papa Francesco ha suscitato tanto entusiasmo anche in loro, come abbiamo visto alla GMG di Rio de Janeiro. Noi ne incontriamo ancora molti sia attraverso il percorso di iniziazione cristiana che con l’insegnamento della religione. Perché non riusciamo a suscitare in loro il desiderio di conoscere Gesù, trovando nelle nostre realtà ragioni nuove e senso davanti a un futuro diventato difficile anche per loro? Non dovrebbero trovare in ciascuno di noi e nelle nostre comunità l’affetto di padri e di madri che si occupano della loro vita, ascoltando i loro problemi, aiutandoli ad uscire dalle paure e dall’abitudine a pensare e a decidere da soli, avvicinandoli alla Parola di Dio e ai poveri? Cari amici, non possiamo perderli per negligenza, inettitudine o paura! Se non ce la facciamo da soli, chiediamo aiuto. La vita cristiana è incontro, è uscire da se stessi per andare verso gli altri, altrimenti rischia di ridursi a sterile ripetizione di abitudini e tradizioni, che non cambiano la vita né tanto meno la storia.

   Penso inoltre alle famiglie, che oggi attraversano una stagione complicata, perché la globalizzazione e i numerosi messaggi del mondo virtuale rendono più complessa l’educazione dei figli e la stessa vita sociale. A volte la crisi economica e occupazionale ha appesantito le loro giornate. Come coinvolgerle nella vita delle nostre comunità? E’ necessaria la pazienza dell’ascolto e dell’amicizia. Non abbiamo altra scelta che l’incontro, attraverso cui mostrare che la vita cristiana non è un peso, un impegno in più o un ostacolo ai tanti impegni che tutti già devono assolvere. Anzi, essa dà serenità, pace, ridona un cuore, perché solo nella preghiera e nell’amore per il prossimo si trova quella pace che spesso si cerca affannosamente, magari chiudendosi in se stessi, senza trovarla. Tra le famiglie bisogna avere un’attenzione particolare per i divorziati risposati. Ricordiamoci sempre che la Chiesa, madre di tutti, accoglie tutti con misericordia. Che cosa possiamo fare di più per loro, perché, pur nei limiti richiesti dalla Chiesa alla loro partecipazione ai sacramenti, possano essere parte delle nostre comunità? Qui si inserisce la proposta avanzata lo scorso anno sulla catechesi degli adulti e delle famiglie, a cui si deve dare una svolta significativa ui si Qin tutte le nostre realtà. Ma tutto comincia dall’incontro e dall’amicizia. Le proposte che avanziamo saranno accolte solo se tutti noi parteciperemo a questo sforzo di evangelizzazione. I laici giocano un ruolo essenziale in questo impegno e non possono essere lasciati soli né tantomeno ostacolati.

   Infine non dimentichiamo che in mezzo a noi sono presenti numerosi immigrati, la maggior parte appartenenti ad altre Chiese e Comunità cristiane o ad altre religioni. Alcuni si sono avvicinati alle nostre comunità soprattutto attraverso i figli, in qualche caso anche chiedendo il battesimo. Come interessarci a loro? Ho l’impressione che spesso sono lasciati ai margini e non si integrano. Se poi aggiungiamo i pregiudizi e la malevolenza in genere esistenti verso gli immigrati, è chiaro che ciò non favorisce un’apertura di credito verso di loro. L’accoglienza allo straniero viene ricordata spesso nella Bibbia come un aspetto fondamentale della pratica di fede del popolo di Israele, conseguenza della memoria stessa della condizione di Israele straniero e schiavo in Egitto. Leggiamo nel libro del Levitico: “Lo straniero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati stranieri in terra d’Egitto” (19,34). Il testo pone un’uguaglianza tra straniero e autoctono fino ad identificarlo con il prossimo, cioè un membro della propria famiglia. Infatti si applica allo straniero lo stesso comandamento dell’amore del prossimo. “Amerai il prossimo tuo come te stesso” equivale ad “amerai (lo straniero) come te stesso”. E’ il superamento completo di una differenza di origine che spesso allontana e rende estranei. Ma questa è la realtà del cristianesimo, ben diversa da quella del mondo.

“Convertitevi e credete al Vangelo”

   Ho voluto sottoporvi queste riflessioni perché diventino parte viva dell’anno pastorale che stiamo per iniziare, inserendole nella proposta elaborata nella Lettera Pastorale sulla Domenica e nel documento dello scorso anno sull’iniziazione cristiana e la catechesi degli adulti. Tuttavia ogni proposta rimarrà lettera morta se non cominciamo da noi stessi e dalla nostra conversione personale. “Convertitevi e credete al Vangelo”, sono le prime parole di Gesù nel Vangelo di Marco, il primo dei Vangeli. Non basta una vita cristiana che si sviluppa solo sulla difesa delle proprie tradizioni o devozioni, se esse non sono continuamente rinnovate da uno spirito evangelico. Una controprova di questo ci è data ogni volta che nella preparazione o nello svolgimento delle feste prevale uno spirito di contrapposizione, si afferma la prepotenza, l’autonomia, il possesso, come se i santi appartenessero all’una o all’altra confraternita o comitato. Cari amici, è tempo di cambiare atteggiamento. Non possiamo rimandare ancora. E non continuiamo a ripetere: “abbiamo sempre fatto così”. Non è da cristiani, perché il cristiano si rinnova all’interno della tradizione della Chiesa, che va ben oltre la nostra tradizione personale o di gruppo. Se la fede non è vissuta nel “noi” del Popolo di Dio rischia di inaridirsi e di far prevalere interessi che nulla hanno a che vedere con il Vangelo di Gesù Cristo.

   Perciò chiedo a tutti di porsi sulla via maestra della conversone, cioè del cambiamento di se stessi. Da lì potremo infondere uno spirito nuovo alle nostre comunità. I santi patroni della Diocesi, Santa Maria Salome e Sant’Ambrogio martire, assieme alla Vergine Maria, Madre nostra, e ai santi patroni delle nostre comunità, ci guidino verso il Signore Gesù, perché egli ci insegni la via della tenerezza. Sant’Ormisda, assieme al martire Silverio patrono di Frosinone, eletto vescovo di Roma 1500 anni fa (nel 514) in tempi difficili, ci accompagni in questo anno, in cui vorremmo riscoprire la sua figura di uomo di unità e di comunione. Chiediamo al Signore la grazia di renderci ogni giorno servi del suo Vangelo per essere anche noi uomini e donne di unità e di comunione, perché il bene vinca sul male e la tenerezza di Dio raggiunga tutti coloro che incontreremo.

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Segue video della Prolusione.

Nella sezione massmedia il possibile download del filmato

Qui una Breve Fotogallery prolusione Assemblea Diocesana 2013

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