
"Tra voi però non è così;
ma chi vuole diventare grande tra voi sarà il vostro servitore,
e chi vuole essere il primo tra voi sarà lo schiavo di tutti" (Mc 10,42-44).
Omelia del nostro Vescovo, S. E. Rev. ma mons. Ambrogio Spreafico
Cari fratelli e care sorelle,
nel giorno del Signore la comunità cristiana viene convocata dal Signore come un unico popolo di fratelli e sorelle.
In un mondo in cui si tende a dividersi e a vivere ognuno per sé, il Signore non ci fa mancare la grazia e la gioia dell’unità e della comunione.
Oggi la liturgia eucaristica è particolarmente festosa per l’ordinazione di Aurelio a diacono. L’istituzione dei diaconi risale già alla Chiesa antica e, come ci viene narrato dagli Atti degli Apostoli, ha mantenuto nel tempo il suo carattere primitivo, che sottolinea la dimensione del servizio, servizio ai poveri (come era secondo gli Atti degli Apostoli) e servizio all’altare. L’ordine del diaconato ci testimonia quindi ciò rimane essenziale e originario nella vita cristiana, seguendo così l’esempio di Cristo, il quale è venuto a servire e non ad essere servito. Tu, caro Aurelio, sei oggi chiamato a vivere in maniera piena questa dimensione della vita cristiana mediante il conferimento del sacramento dell’ordine del diaconato. Accostandoti all’altare come ministro della Parola e dei sacramenti sei reso ministro della carità di Cristo, quella carità senza limiti che ha caratterizzato la sua vita e che oggi, anche non ancora in maniera completa, sei chiamato ad amministrare nella Chiesa di Dio in particolare e stretto legame con la congregazione dei Passionisti in cui la tua vocazione sacerdotale si è sviluppata ed è cresciuta e in comunione con la Chiesa universale, mediante la promessa di obbedienza fatta davanti a me.
Il vangelo di oggi ben si adatta a comprendere in maniera profonda il senso del ministero che oggi stai per ricevere ed anche il senso di quanto San Paolo della Croce, vostro fondatore, volle fosse il carisma del vostro istituto. Al termine dell’incontro con Nicodemo, Gesù pronunciò le parole che abbiamo ascoltato nel vangelo. Gesù aveva parlato a Nicodemo, uomo dubbioso e incerto ma pieno di domande, della necessità di nascere dall’alto per poter vedere il regno di Dio. Ma come nascere di nuovo? Si chiese Nicodemo e ci chiediamo anche noi. "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna". "E Gesù dirà più avanti nel vangelo: "Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me" (Gv 12,32). Care sorelle e cari fratelli, il linguaggio di Gesù ci appare difficile, come era apparso a Nicodemo e a coloro che lo ascoltavano. Eppure è di una semplicità e chiarezza impressionanti. Gesù è innalzato sulla croce, perché egli non volle rinunciare ad amare, non volle cedere alla logica della violenza, di chi voleva difenderlo con la spada, di chi voleva che lui fuggisse, di chi si prendeva gioco di lui invitandolo a salvare se stesso. In quella croce c’è la condanna di un mondo fatto di uomini e donne pronte a salvare se stessi ad ogni costo e poco disposti a salvare gli altri, a spendersi per gli altri, ad amare in maniera gratuita. Il paradosso cristiano è questo: nella debolezza e nella stoltezza della croce noi ci incontriamo con un uomo, figlio di Dio, che ci ha amato fino all’estremo, che è venuto a servire e non a essere servito. Egli, che era maestro e Signore, si china su di noi, si abbassa, si umilia per servirci, aiutarci, salvarci. Solo l’amore gratuito attira a sé. Solo l’amore di un servo crea unità e comunione in un mondo diviso, contrapposto, litigioso, come il nostro, in cui si cerca spesso il proprio interesse e non quello degli altri, in cui si difendono le proprie ragioni senza mai misurarsi con quelle degli altri.
Purtroppo, cari amici, anche nelle nostre realtà ecclesiali si insinua a volte lo spirito di contrapposizione e di inimicizia, che porta divisione e discordia. Tante volte anche noi discepoli di quel crocifisso non viviamo come servi, non cerchiamo l’interesse degli altri, non accettiamo l’umiltà e la fatica di costruire un sentire comune. Si è convinti di essere dalla parte della ragione – perché per noi sono sempre e solo gli altri ad essere dalla parte del torto – e non ci si accorge che il problema non è tanto aver ragione, ma vivere gli uni al servizio degli altri, nell’amore reciproco. E accade che anche noi diamo scandalo a un mondo già diviso come il nostro, nel quale si fa a gara non a perseguire l’interesse comune, ma il proprio interesse individuale, nel quale la legge suprema sono il denaro e il proprio benessere. Il Santo Padre Benedetto XVI ha scritto recentemente una lettera a tutti i vescovi della Chiesa, nella quale dice verso la fine dopo aver citato un versetto della lettera di Paolo ai Galati: ""…purtroppo questo mordere e divorare (a vicenda) esiste oggi anche nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata". E poi invita ad imparare la priorità suprema: l’amore. Sì, cari fratelli, talvolta ci si morde e divora a vicenda incuranti del fatto che il Signore Gesù è morto crocifisso, donando la sua vita per noi e ci ha chiesto di amare persino i nemici, avendolo egli fatto prima di noi. Davanti alla croce dovremmo vergognarci di non vivere in uno spirito di comunione e di non perseguire quell’unità per cui Gesù ha pregato proprio prima di essere condotto al patibolo. Davanti ai discepoli che discutevano su chi fosse il più grande, Gesù ammonì: "Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e io servitore di tutti" (Mc 8,35). E più avanti disse ai discepoli che si erano arrabbiati con Giacomo e Giovanni che pretendevano di avere i primi posti nel regno di Dio: "Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi li opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà il vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà lo schiavo di tutti (Mc 10,42-44). Gesù non nega il desiderio di essere grandi e primi. Il cristiano deve essere ambizioso, ma la sua grandezza è solo nel servizio e nell’amore.
Caro Aurelio, tu sei ordinato diacono per servire il Signore e i fratelli, a partire dai deboli e dai poveri, come facevano i diaconi nella comunità primitiva di Gerusalemme. Il Vangelo che annuncerai ti sia di guida e ti doni uno spirito di comunione e di servizio. L’altare dove servirai nella celebrazione eucaristica ti ricordi che il centro della nostra vita è solo il Signore, che qui si offre per noi. La scelta del celibato, che oggi tu confermi davanti alla Chiesa, ti renda un uomo, che consacrato solo al Signore impara ad amare tutti. Nella congregazione dei Passionisti tu potrai sempre trovare le radici profonde del servizio a cui sei chiamato e, sull’esempio del vostro fondatore, mettiti ogni giorno davanti al crocifisso, per imparare nella preghiera e nella meditazione delle Sante Scritture la via di un amore senza misure e senza calcoli, per essere strumento di comunione e di unità in mezzo alle divisioni del mondo. Che il Signore illumini te e ognuno di noi perché siamo servi e non padroni, e perché viviamo l’ambizione di essere grandi e primi nell’amore per gli altri. Solo così potremo trovare tutti quella felicità che cerchiamo e di cui spesso ci priviamo perché ingannati dall’amore per noi stessi. La luce è venuta nel mondo e noi l’abbiamo vita in Gesù Cristo che è in mezzo a noi. Lasciamo che sia lui ad illuminarci e a guidarci per gustare la gioia del dare e del voler bene.
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