Omelia Santi Patroni Silverio e Ormisda 2011

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Santi Patroni Silverio e Ormisda – 20 giugno 2011

1 Pt 5,1-4;

Gv 21,15-19

 

Care sorelle e cari fratelli, è sempre un momento di gioia ritrovarsi insieme per celebrare la festa dei patroni della nostra città. I patroni, come dice la parola, proteggono, si pongono a salvaguardia della vita di ognuno e di noi cittadini insieme. Noi abbiamo bisogno di protezione, perché non riusciamo a dominare tutto, non siamo padroni assoluti della vita, come oggi spesso si pensa. In verità siamo uomini e donne deboli, fragili, talvolta dominati dall’istinto e dalle sensazioni, trascinati dagli eventi e dagli impegni. Se è difficile determinare da soli la propria vita, lo è anche governare quella di una città o di una nazione. Le contrapposizioni, gli interessi personali, le aspirazioni di ognuno o del proprio gruppo, molte volte ci impediscono di lavorare insieme, di cercare il bene e l’interesse comune anziché il proprio. Per questo è bene essere qui insieme a chiederci davanti ai santi Ormisda e Silverio come preoccuparci della vita degli altri, come perseguire il bene comune. Infatti i nostri santi patroni furono Papi, pastori, come abbiamo ascoltato nella prima lettura e nel Vangelo, cioè due uomini che furono scelti per guidare la Chiesa di Cristo.

   La Prima Lettera di Pietro esorta gli anziani, i presbuteroi, coloro che avevano il compito di guidare la comunità, a “pascere il gregge di Dio sorvegliandolo”. L’immagine del pastore oggi non è certo abituale, come lo era nella Chiesa antica. Per noi cristiani pastori sono innanzitutto il Papa, i vescovi e i sacerdoti, a cui è stato conferito il ministero dell’ordine, proprio per guidarci e aiutarci a vivere la nostra fede. Ma l’immagine e la responsabilità del pastore riguardano ognuno di noi, perché tutti siamo chiamati ad occuparci della vita del prossimo. Caino, non avendo voluto assumersi la responsabilità del fratello Abele, si rivoltò contro di lui fino ad ucciderlo. “Sono forse io il custode di mio fratello”?, rispose a Dio che gli chiedeva conto di quanto aveva fatto. Pascere significa guidare, occuparsi del gregge, cioè della gente che ci è affidata. Il testo dice “sorvegliandolo non perché costretti, ma volentieri”. Sorvegliare vuol dire osservare con cura e attenzione, esaminare, guardare oltre le apparenze, andando in profondità. Oggi si guardano gli altri con superficialità, si giudicano esteriormente, dal vestito che portano all’opinione che circola su di loro. Spesso ci si fa un’idea degli altri, senza averli mai incontrati né  averci mai parlato. I più penalizzati, come sempre nella storia, sono i poveri, che non possono difendersi dal pregiudizio con cui si guarda loro.

   Cari fratelli, siamo chiamati a prenderci cura degli altri volentieri, come farebbe Dio. I santi imitano Dio. Per questo sono santi. Abbiamo bisogno di gente che si occupa degli altri e non solo di se stessa, soprattutto dei deboli e dei bisognosi. C’è troppo egoismo nella vita di ogni giorno e un amore eccessivo per se stessi. Per gli altri non c’è mai tempo. L’invito dell’apostolo continua infatti chiedendoci di prenderci cura del prossimo “non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone, ma facendovi modelli del gregge”. Il padrone non sarà mai un modello, anzi non vuole essere modello, perché vive nella paura che chi lo imita potrebbe sottrargli il potere. Solo chi si abbassa per servire e aiutare può diventare modello da imitare, come lo è per noi Gesù. Per questo i santi ci sono proposti come modelli da imitare. Ormisda e Silverio oggi si ripropongono a noi, perché possiamo seguirne l’esempio. Ormisda fu uomo di unità. Ricompose una difficile divisione tra Oriente e Occidente cristiano. Anche Silverio si adoperò per mantenere l’unità della Chiesa  in un tempo difficile, di contrasti tra Oriente e Occidente, ma fu costretto all’esilio nell’isola di Palmarola, dove morì a causa delle dure privazioni e sofferenze subite. Il pastore è uomo di unità, perché il vivere per lui è custodire e far crescere la vita di coloro che gli sono affidati. Ci chiediamo: siamo come loro nella vita di ogni giorno, nelle responsabilità religiose e civili che ci sono affidate? E’ una domanda che ci è posta dai nostri santi patroni e alla quale ognuno deve dare una risposta, perché Dio ci chiederà conto di come abbiamo esercitato la nostra responsabilità verso il prossimo, se siamo stati custodi della vita degli altri o se abbiamo cercato solo il nostro interesse.

   Il Vangelo di oggi ci indica la via per rispondere a questa domanda. Siamo alla fine del Vangelo di Giovanni. E’ l’ultimo incontro di Gesù con gli apostoli e sono le sue ultime parole. Il Signore sembra preoccupato del futuro di quei discepoli, che lo avevano abbandonato e tradito. Si rivolge a Pietro chiamandolo “Simone, figlio di Giovanni”, come per ricordargli chi è, la sua origine e la sua storia, ma anche la sua fragilità, il suo tradimento. Vuole che Pietro ricominci di nuovo a volergli bene. Così fa Gesù con noi. Il Signore sa chi siamo, conosce la storia di ognuno, i nostri limiti, anche i nostri tradimenti. Ci chiede oggi di nuovo: “Mi vuoi bene tu?”. E Poi aggiunge: “Pasci le mie pecore”. Come manifestare amore per il Signore? Si vuol bene a Gesù amando gli altri, occupandosi di loro, aiutandoli a vivere. Penso alle famiglie, ai piccoli e ai giovani, agli anziani. Soprattutto nelle difficoltà del mondo di oggi abbiamo bisogno di gente che sappia amare, guardare alla vita degli altri con simpatia, benevolenza, amicizia, che decida di spendersi per gli altri. Ne ha bisogno la Chiesa innanzitutto, ma anche la società, le famiglie, perché rimangono unite e capaci di vivere nell’amore reciproco. Ma come è possibile?. Ho tanto da fare, ho i miei problemi, faccio già fatica per conto mio. Come occuparmi degli altri?, ci chiediamo dentro di noi, con un senso di impotenza e di impossibilità. Il Signore ci risponde: “In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane, ti vestivi da solo e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. E poi per due volte disse a Pietro e ripete e noi: “Seguimi”. Tendiamo le mani al Signore, smettiamo di fare di testa nostra e di decidere tutto da soli. L’amore non è un sentimento né un istinto, ma si costruisce con pazienza e fedeltà. Lasciamoci guidare da Gesù senza paura, perché altrimenti ci guideranno le paure, le rabbie, i pregiudizi, le antipatie, che ci porteranno alla divisione. Affidiamoci a lui, siamo costanti nella preghiera, meditiamo la Parola di Dio, che ci condurrà dove il Signore vuole, la via del bene, la via di quell’amore che sola ci renderà felici. Sì, seguiamo il Signore e non noi stessi e impareremo a voler bene agli altri, ma insieme troveremo ristoro, pace, amore per la nostra stessa vita. Chiediamo ai nostri santi patroni, Ormisda e Silverio, di aiutarci a riscoprire la gioia e la bellezza di seguire Gesù e di voler bene a Lui e al prossimo. La Chiesa, nostra madre, qui dove siamo, nelle nostre famiglie e  comunità, ci sosterrà in questa scelta semplice e preziosa, piccolo segreto di vita.   

   E infine preghiamo per questa città, dove Ormisda e Silverio sono nati, perché i suoi cittadini sappiano vivere in unità, facendo ciascuno l’interesse degli altri e non il proprio, come purtroppo spesso avviene. Preghiamo perché si superino gli egoismi, le contrapposizioni, le rivalità, le inimicizie, e si impari a costruire una convivenza civile e umana, dove i piccoli, i bisognosi e i poveri siano amati e considerati amici e non un peso da disprezzare e eliminare. Grazie, Signore, per averci dato questi patroni da imitare.

 

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Qui l’audio dell’omelia

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