
Care sorelle e cari fratelli,
dopo aver celebrato ieri sera il Giubileo della Carità insieme a tanti uomini e donne più bisognosi e a molti altri che sono diventati nel tempo i loro amici, questa sera ci apprestiamo a concludere la festa dei Santi Patroni della nostra città, Silverio e Ormisda, ambedue originari di Frosinone.
Come sapete furono Vescovi di Roma, e quindi Papi della Chiesa indivisa, in tempi difficili, quando ancora i momenti di separazione si ripetevano e i contrasti tra Oriente e Occidente erano frequenti. Ormisda da Diacono fu eletto Vescovo di Roma nel luglio del 514 succedendo a Simmaco. Fu uomo di unità, che cercò con passione e intelligenza. Silverio divenne Vescovo di Roma per poco più di un anno, dal 536 al 537, quando fu costretto a rinunciare e fu esiliato prima in Licia, una regione dell’attuale Turchia, e poi a Palmarola dove morì martire per le privazioni subite. Quanto è difficile vivere in unità!
Per questo sono particolarmente grato al Metropolita Gennadios del Patriarcato Ortodosso di Alessandria di aver accettato di condividere con noi questa festa insieme a Padre Crisostomo, che salutiamo con amicizia. Con il Metropolita ci conosciamo da diversi anni e ho potuto visitare il cuore della sua Chiesa ad Alessandria, incontrando il Patriarca Theodoros, che La prego di salutare a nome nostro. Ci portate la testimonianza di un’antica Chiesa, che custodisce le memorie apostoliche. La vostra presenza proprio nei primi giorni del Concilio panortodosso in svolgimento a Creta è un segno di comunione anche con la nostra Chiesa di Roma, nonostante essa non sia ancora piena, ma senza dubbio è molto più ciò che ci unisce rispetto a quello che ci divide. Con voi vorrei oggi pregare il Signore per l’intercessione dei due Vescovi di Roma originari di questa città perché affretti la piena comunione tra noi.
Abbiamo ascoltato, cari fratelli, un brano molto bello ed eloquente del Vangelo di Giovanni. Siamo alla fine del Vangelo. Gesù si congeda dai suoi discepoli con un gesto di amicizia, come era quel pasto dopo la pesca miracolosa. Sembra quasi che Gesù voglia in un certo senso ripetere quel gesto di amore che aveva compiuto quando aveva radunato gli Apostoli prima della sua Passione, come a suggellare un patto di amicizia con quegli uomini fragili e paurosi, che lo avevano abbandonato nel momento del dolore. In quel pasto di amicizia Gesù si rivolge a Pietro come quando lo aveva incontrato per la prima volta in Galilea e gli aveva detto: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, sarai chiamato Cefa, che significa Pietro” (Gv 1,42). Simone si deve ricordare chi era, la sua storia, la sua origine. Cari amici, chi dimentica la sua origine, la sua pochezza, il suo bisogno, chi dimentica che la chiamata di Gesù a seguirlo è un dono gratuito e non un merito o un ruolo da gestire, non potrà mai diventare Pietro, cioè Pastore, pescatore di uomini, una persona che non vive per se stessa, ma per amare Dio e il prossimo. Ricordati sempre che sei un uomo e una donna mendicante dell’amore di Dio! Solo allora sarai Pastore.
Gesù cerca di spiegarlo a Simone. Per due volte gli chiese: “Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?”. E Pietro rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gesù usa il verbo dell’amore pieno, il greco “agapao”. Gli chiese. “Mi ami?”, mentre Pietro rispose che gli “voleva bene”. Tanto che la terza volta Gesù capisce quanto doveva essere difficile per Simone “amare” come Gesù amava lui e ama noi, e allora in un certo senso si piega alla misura del discepolo e gli chiede: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. E Simone risponde un po’ scocciato, come faremmo noi quando qualcuno a cui vogliamo bene ce ne chiede insistentemente conferma: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gesù conosce la fatica che ognuno di noi fa a “amare” come lui ci ama. Ma non rinuncia. Si piega alla nostra misura di un amore umano, ma poi indica a Simone e a noi la via per diventare Pietro. Per tre volte dice: “Pasci le mie pecore”, cioè sii Pastore e diventerai Pietro. Occupati degli altri, cerca la pecora perduta come fa il Buon Pastore, guarisci quella malata, caricati sulle spalle quella debole, occupati di quella bisognosa e diventerai Pietro, roccia di amore. Ma come, Gesù? “Ho da fare, non ho tempo, sono debole, devo studiare, mi devo occupare della mia famiglia, già non riesco ad occuparmi del mio gregge, e poi la vita è complicata”. Gesù non sta a discutere, non ci vuole convincere, non gli interessa. Il cristianesimo non è una religione di gente che prima si convince di una cosa e poi la fa. Non è questa la fede cristiana. “Due volte Gesù dice semplicemente a Simone, come aveva detto all’inizio: “Seguimi”. E se non riesci, lasciati aiutare, non fare di testa tua, lasciati vestire dall’amore di Dio. Ecco, cari amici, il segreto semplice della vita cristiana, che proprio i nostri Santi Patroni ci ricordano, essi che sono stati i successori di Pietro. Seguiamo Gesù, ascoltiamo la sua parola e non noi stessi, occupiamoci degli altri, a partire dai poveri, e impareremo tutti a essere Pietro, cioè pescatori di uomini e non dediti solo a noi stessi.
Chiediamo al Signore, per intercessione dei Santi Silverio e Ormisda, di aiutarci a diventare tutti Pietro, discepoli e apostoli, uomini e donne che in questo tempo difficile sanno comunicare con generosità l’amore di Dio. Chiediamogli anche che protegga sempre questa nostra città, la preservi dal male, sostenga i deboli e i poveri nelle difficoltà, aiuti i giovani a crescere in uno spirito di solidarietà e di amicizia verso chi soffre. Fa, o Signore, che questa città sia sempre accogliente e umana, perché tutti possano gustare, a dispetto dell’aria inquinata, il profumo della carità, di un amore generoso e gratuito. Sostieni, Signore, Papa Francesco, successore dei nostri patroni, perché le sue parole e i suoi gesti siano di esempio a tutti per vivere nell’amore. Grazie Signore per essere con noi.
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