Omelia nella solennità del Natale, 25 dicembre 2025

Omelia nella Solennità del Natale – Cattedrale di Frosinone, 25 dicembre 2025

«Cantate al Signore un canto nuovo», abbiamo pregato nel Salmo 97 (98). Perché nel canto e con il
canto, ve lo scrivevo nel Messaggio di Natale, si annuncia una gioia speciale: la nascita del Signore.
«Il giubilo è quella melodia con la quale il cuore effonde ciò che non gli riesce di esprimere a
parole» 1 , dice Sant’Agostino. Se a parole possiamo dire una notizia, con il canto la “doniamo”,
testimoniando che essa ci ha raggiunti al cuore, ci ha toccato il cuore.
Ecco perché il canto: perché la notizia è la nascita di Gesù! Ed è il Vangelo, cioè la “bella notizia”!
Da duemila anni questa notizia risuona nelle nostre città, nelle nostre Chiese, raggiunge i cuori
umani e oggi, ancora, ci tocca fin nell’intimo del cuore.
Il Natale esige interiorità, per non essere annacquato da favole, distratto dal consumismo, svuotato
da chi vorrebbe cancellare il Protagonista, Gesù nato nella Carne. «Il Verbo si fece carne e venne ad
abitare in mezzo a noi», abbiamo ascoltato dal bellissimo brano evangelico (Gv 1,1-18). La Sua
nascita dona speranza perché restituisce salvezza, bellezza, dignità a ogni carne, a ogni persona
ferita, caduta, sola, disperata…
Ci siamo tutti, nel Natale di Gesù! Ci siamo noi con le nostre famiglie, i problemi e le
preoccupazioni di ogni giorno, con i sogni e le gioie. Ma ci sono anche i tanti popoli della terra
abbrutiti dall’odio, feriti dalle sopraffazioni, uccisi dalla povertà e dalla guerra… Non si può non
pensare a loro, nel giorno Santo del Natale! Non si può pensare che non sia pure per loro il canto
degli angeli che porta in dono la pace.
Parlare di Natale è parlare di pace! Una pace non formale o idealizzata, ma concreta e possibile.
«Una pace disarmata e disarmante» 2 , ha scritto Papa Leone nel Messaggio per la Giornata Mondiale
della Pace che si celebrerà il 1° gennaio prossimo, riproponendo le sue prime parole dopo l’elezione
al soglio di Pietro.
C’è il grande tema degli armamenti, delle guerre, delle strategie politiche e diplomatiche, che il
Papa affronta invitando a riflettere sul «disarmo», sulla scia dei suoi predecessori, primo fra tutti
Giovanni XXIII.
Ma parlare di pace è come parlare di vita: le doverose riflessioni sulle strategie e i diritti di tutti
convergono, poi, sulla vita di una sola persona. Il Natale ci insegna che la pace è piccola come un
Bambino, è «disarmata» come lui. «“Pace in terra” cantano gli angeli, annunciando la presenza di
un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura
(cfr Lc 2,13-14)», scrive il Papa. E continua: «Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E
forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il
cuore (cfr At 2,37)» 3 .
È proprio vero: il Bambino Gesù, toccando il cuore, lo trafigge e fa cogliere il senso profondo del
disarmo necessario alla pace: lasciarsi cambiare, trasformare, convertire, invertendo priorità che
rischiano di rubarci l’umano. Lasciare che l’umano, l’umanità la cui carne è debole, ferita, piccola,
susciti in noi il senso di cura.
Sì, possiamo scoprirci amati da quel Bimbo, Dio fatto carne, solo prendendocene cura; possiamo
scoprirci amati da Lui, in coloro che la società talora considera scarti, solo prendendocene cura. E
questo senso di cura non emana forse dalla Grotta di Betlemme?

I figli ci cambiano; ben lo sapete voi, madri e padri, che nel Natale rivivete l’emozione per la loro
nascita. Ci cambia ogni figlio; ci cambia il Figlio di Dio che viene nel mondo. E il cambiamento è
rivoluzione!
In questo primo Natale tra voi, vorrei riproporre anch’io quanto ho detto il giorno del mio Ingresso
in Diocesi, proprio in questa Cattedrale: la Rivoluzione dell’amore; e la Rivoluzione dell’amore, a
ben pensarci, è la Rivoluzione della cura! E sogno che sia così la silenziosa Rivoluzione dell’amore
che noi, Chiesa di Frosinone e Anagni, possiamo portare alla nostra terra e al mondo.
Come farlo? Mi verrebbe di dire: con il canto!
Conosciamo forse il piccolo miracolo accaduto nel Natale del 1914 quando, nelle trincee della
Prima Guerra Mondiale, gli uomini di schieramenti opposti, britannico e inglese, vissero una
spontanea “tregua”, cantando canti natalizi e condividendo dolci, sigarette, persino una partita di
calcio…
Cari amici, è il potere del canto, espressione di una realtà da sempre accostata al Natale ma che
sembra ormai fuori tempo: la bontà! È la bontà di Dio, che scende fino a noi e ci rende buoni. «La
bontà è disarmante – scrive il Papa -. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero
dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi,
comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme» 4 .
Sì, la bontà è l’armonia, disarmante perché disarmata come un bambino, che attrae verso il
Bambino Gesù e porta a Lui. «Il Verbo si fece carne… e noi abbiamo visto la sua gloria». La gloria
di quel Bambino è la pace in terra: rendiamola visibile e portiamola pure noi con la Rivoluzione
dell’amore, della cura, della bontà, che tocca e disarma i cuori. E buon Natale!

Santo Marcianò

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