
Gv 10,16-25
“… Per questo il Padre mi ama:
perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.”
Care sorelle e cari fratelli,
la preghiera di questa sera, che avevamo già stabilito da tempo, si inserisce opportunamente nella “24 ore per il Signore”, una veglia di preghiera per la riconciliazione che ci vede uniti a tutta la Chiesa e che a San Pietro è presieduta da papa Francesco. Mentre ci rivolgiamo al Signore consapevoli del nostro bisogno di perdono e di riconciliazione, seguiamo in questo tempo Gesù che va verso Gerusalemme, il luogo del compimento della sua vita nella passione, morte e resurrezione. Uomo dei dolori, come lo chiama il profeta, uomo che ha donato la sua vita per noi, che non ha mai rinunciato ad amare neppure davanti alla morte, non ha voluto salvare se stesso ma noi. Per questo la sua parola è Vangelo, buona notizia, notizia di vita eterna persino di fronte alla morte, perché la vita eterna è la perenne liturgia che celebra l’amore di Dio, in cui tutti siamo riuniti intorno a Lui, il Signore della vita, tutti figli, tutti discepoli, tutti salvati dalla sua misericordia.
Prendere le distanze da se stessi
Oggi noi ci uniamo a questa liturgia celeste mentre facciamo memoria di quanti hanno offerto la loro vita a causa del Vangelo. Questa memoria nasce a partire dall’uccisione di Mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato il 24 marzo 1980 mentre celebrava la Messa proprio prima di iniziare l’offertorio, dove avrebbe presentato al Signore il pane e il vino dono dell’offerta di Gesù a noi. Ma quel giorno fu lui ad offrire la vita per la pace del suo martoriato paese, seguendo il Maestro Gesù, come aveva sempre fatto nella vita, da umile discepolo. Aveva detto in una sua predicazione commentando il Vangelo: “L’unica violenza legittima è quella che Cristo fa a se stesso, invitando noi a fare lo stesso. ‘Colui che vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso’, faccia violenza a se stesso, reprima in sé i germi di orgoglio, uccida nella sua anima i germi di avarizia, di avidità, di superbia, di orgoglio; elimini questo dal suo cuore. Questo si deve uccidere, questa è la violenza da operare perché sorga un uomo nuovo, l’unico che possa costruire una civiltà nuova, una civiltà dell’amore.” Cari fratelli, bisogna prendere le distanze da quell’io che domina, che ci allontana, che ci fa vivere per noi stessi impedendoci di gioire dell’amore che riceviamo ogni giorno dal Signore. Chi non impara a fare violenza a se stesso, prima o poi la farà agli altri, perché si dovrà imporre, affermare, dominare. Solo ascoltando Il Signore sarà possibile separarci dal nostro io. Solo come uomini e donne del Vangelo sapremo separarci da noi stessi e vivere per gli altri. Quanto affanno nel salvare noi stessi, quante paure di perdere la nostra vita, il nostro benessere, la nostra tranquillità. Questo affanno a volte ci rende avari, tristi, crea angoscia, preoccupazioni, distanze dagli altri, solitudini.
Come pecore in mezzo ai lupi (mitezza e umiltà)
Ma come vivere donando la propria vita agli altri? Abbiamo ascoltato le parole del Vangelo di Giovanni, che sono la continuazione del discorso che Gesù fece sul Buon pastore, che dona la vita per le pecore, perché le sente sue, non come il mercenario, che non gli importa delle pecore e quando vede venire il lupo fugge e le abbandona. Non si può essere pastori e mercenari allo stesso tempo. O si vive occupandosi degli altri o si diventa lupi senza saperlo. Per questo c’è tanta violenza nel mondo, non solo per le guerre, ma per la prepotenza, l’affermazione di sé, l’orgoglio, l’avarizia, la sete di denaro, di possesso. E’ possibile essere pastori buoni, gente che si occupa degli altri, che vuole bene agli altri? Molti lo hanno scelto. Alcuni per questo sono stati uccisi. Ascolteremo alcuni nomi di persone che hanno vissuto per Gesù e per il Vangelo. Cari amici, l’unica risposta alla violenza del mondo, è vivere non per se stessi, è donare qualcosa di sé, tempo, amicizia, solidarietà, attenzione, amore. Partiamo da chi vive accanto a noi, gente in difficoltà, anziani soli o in istituto, uomini e donne deboli nel corpo e nello spirito. Talvolta neppure ne conosciamo l’esistenza. Apriamo perciò gli occhi, guardiamoci intorno, impariamo la misericordia del nostro maestro e Signore, Gesù nostro pastore. Abbandoniamo e contrastiamo ogni violenza. E’ possibile vivere come pecore, cioè come donne e uomini non violenti? Già la parola “pecora” ci infastidisce. Eppure solo i miti erediteranno la terra, come ci ha promesso Gesù nelle beatitudini, e solo gli umili saranno esaltati, mentre i superbi saranno abbassati. Care sorelle e cari fratelli, ringraziamo il Signore per la testimonianza di tante donne e uomini che hanno vissuto per il Vangelo e chiediamo al Signore di aiutarci a vivere con umiltà e mitezza, perché possiamo essere sempre e ovunque segno del suo amore senza fine, lui di cui ci apprestiamo a celebrare il dono di se stesso per la salvezza del mondo. E, quando ci accosteremo al Sacramento della Riconciliazione, chiediamo perdono anche per le ore di avarizia, di orgoglio, per le piccole violenze della vita quotidiana, per tutte le volte che ci siamo occupati solo di noi e non abbiamo ascoltato il Signore che ci inviava nel mondo testimoni della sua misericordia e del suo perdono.
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Qui l’audio dell’intervento del Vescovo
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