Omelia della Veglia pro Giovanni Paolo II 29 aprile 2011

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Cari fratelli e care sorelle,

 

è una gioia essere qui con voi questa sera per questa veglia di preghiera in memoria di Giovanni Paolo II, che domenica sarà beatificato. Un uomo che ha saputo attrarre a sé non solo la stima e l’affetto dei cattolici, ma del mondo intero. Il pellegrinaggio nella Basilica di San Pietro per pregare davanti alla sua salma e la straordinaria presenza al suo funerale hanno mostrato con sufficiente chiarezza la forza del messaggio che questo Papa lasciava al mondo intero. Ricordo quella sera del 2 aprile 2005 in Piazza San Pietro, quando insieme a una folla numerosa, silenziosa e commossa, lo abbiamo accompagnato nei suoi ultimi istanti di presenza tra noi.

 Sembrava non volessimo lasciarlo andare, anche perché lui, nonostante la sua malattia e la debolezza del corpo, sembrava volesse rimanere con noi per continuare la sua missione di uomo di Dio, testimone del suo amore per tutti gli uomini. Il suo successore, Benedetto XVI, nell’indirizzo di saluto ai Cardinali dopo la sua elezione, ebbe a dire del funerale di Giovanni Paolo II: “Possiamo dirlo: i funerali di Giovanni Paolo II sono stati un’esperienza veramente straordinaria in cui si è in qualche modo percepita la potenza di Dio che, attraverso la sua Chiesa, vuole formare di tutti i popoli una grande famiglia, mediante la forza unificante della Verità e dell’Amore. Nell’ora della morte, conformato al suo Maestro e Signore, Giovanni Paolo II ha coronato il suo lungo e fecondo Pontificato, confermando nella fede il popolo cristiano, radunandolo intorno a sé e facendo sentire più unita l’intera famiglia umana.”

   Quante cose si potrebbero dire di questo Papa. Ognuno di noi, credo, avrebbe qualcosa da comunicarci. Durante la Veglia abbiamo ascoltato dei testi che hanno percorso alcuni aspetti del suo pontificato, pochi forse tra i tanti che si potevano ricordare. Vorrei rileggervi ancora le parole pronunciate all’inizio del suo pontificato: “Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.”

   Non abbiate paura!  Noi siamo pieni di paure, anche se spesso le nascondiamo sotto una forza apparente di donne e uomini che non vogliono mostrarsi nella loro naturale debolezza e fragilità. Il mondo è pieno di paure. Ma la paura più grande è quella di perdere se stessi, scegliendo per il Signore, per il suo Vangelo, per l’amore sconfinato che è venuto a portare sulla terra, Dio fatto uomo per noi, scegliendo di mettersi sotto la sua “potestà”, come ci ha chiesto Giovanni Paolo, lasciando la nostra potestà triste e prepotente. Una vita grigia e calcolatrice imprigiona la nostra società e opprime gli uomini e le donne, impedendo di vivere nella libertà di amare con la stessa misura del Cristo, facendoci continuamente sentire vittime ora dell’uno ora dell’altro, oggi i rom o gli stranieri, e chissà a chi toccherà domani. Il grido di Giovanni Paolo II si fa invito: “Aprite, anzi, spalancate le porte e Cristo…Permettetemi, vi imploro con umiltà e con fiducia: permettete a Cristo di parlare all’uomo”. C’è una forza di fede in queste parole, cari amici, che raccoglie l’eredità di Giovanni Paolo II. Da questa forza egli ha varcato confini mai oltrepassati. Penso all’incontro interreligioso di Assisi del 1986. Penso agli incontri con gli ebrei a partire dalla visita alla Sinagoga di Roma (pensate che le uniche due persone ricordate esplicitamente nel testamento sono il suo segretario e il rabbino capo di Roma Toaff!). Ricordo il viaggio in Romania e il primo incontro con un patriarca ortodosso nel suo paese, quando alla fine della solenne liturgia tutti, ortodossi e cattolici, gridavano “unità”. Penso ai suoi innumerevoli viaggi e incontri. Ricordava le persone, i volti, le storie. Io stesso ho avuto la grazia di incontrarlo più volte. E’ stato l’uomo dell’incontro. La paura si vince con l’incontro, avvicinandosi agli altri, anche agli sconosciuti, persino a coloro che ci sono ostili, ai nemici. Gesù traspariva dalla sua umanità benevola, mite, vicina, ma anche decisa, forte, non conformista, piena di speranza e di carità. Non aveva paura di parlare come un profeta anche nei momenti difficili. Ricordo la sua strenua opposizione, unica al mondo, alla guerra contro l’Irak, o le sue parole coraggiose contro la mafia in Sicilia.

E infine la sua forza nella debolezza. Si è forti e vincenti non nella prepotenza delle parole o dei gesti, come avviene nella nostra società, ma perché si è forti nel cuore e nello spirito, si è forti della verità che viene da Gesù, che mai si impone ma si propone con le parole e la testimonianza della vita. Nel 2001, quando venne in visita alla nostra diocesi, accolto con calore dal mio predecessore, Mons. Salvatore Boccaccio, e da tanta gente, era già molto debole. Vorrei ricordare alcune delle sue parole: “”Il cuore e la guida del vostro itinerario spirituale e apostolico sia l’Eucaristia. La vita sacramentale è, infatti, fonte di grazia e di salvezza per la Chiesa. Tutto parte da Cristo Eucaristia e tutto torna a Cristo vivo, cuore del mondo, cuore della comunità diocesana e parrocchiale. Se riuscirete, come vi auguro, a porre Cristo al centro della vostra vita, scoprirete che Egli non chiede solo di essere accolto da ciascuno personalmente, ma di essere offerto, dato, dispensato, comunicato agli altri. Vi farete così, in nome suo, “buoni Samaritani” accanto ai bisognosi, ai poveri, agli ultimi e ai tanti immigrati venuti in questa regione da paesi lontani”. Nel mese di settembre vorrei commemorare i dieci anni di questa visita tra noi.

   Non saprei dire quale sia la sua eredità, perché così ricca e complessa.  Certamente fu un uomo universale, un uomo che ha saputo parlare al cuore di tutti nel rispetto delle differenze, che ha creduto nel valore sommo della pace e del dialogo. Beato, perché uomo di Dio e uomo tra gli uomini. Beato, perché il cuore della sua vita fu la preghiera, forza di un amore senza confini e senza limiti, quello che egli ha vissuto e ci ha lasciato come segno della sua presenza tra noi. Ringraziamo il Signore per la sua testimonianza e il suo amore per tutti. Lo portiamo nel cuore perché ci accompagni dal cielo con la preghiera e la sua protezione.

Amen.

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Qui è disponibile una breve fotogallery della veglia

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