
E’ sempre una gioia ritrovarci assieme per celebrare la festa di San Lorenzo, martire della Chiesa antica, e stupirci davanti al prodigio del suo sangue che si scoglie ormai da tanti secoli ogni anno. Sì, abbiamo bisogno di stupirci anche noi in questo tempo, in cui ci stupiamo solo delle cose che non vanno, ce ne lamentiamo e incolpiamo gli altri. Come è possibile, ci chiediamo, che ogni anno il sangue del nostro martire e patrono si sciolga spontaneamente senza neppure il concorso della nostra preghiera? I prodigi sono segni che vogliono suscitare e rafforzare in noi la fede, vogliono farci percepire che non si vive solo di quello che possediamo o vogliamo avere in questa società materialista, ma che ognuno di noi ha bisogno di nutrire il suo spirito, la sua anima, il suo cuore. Per questo siamo qui ogni anno.
Siamo in un tempo di crisi. Ogni giorno se ne danno notizie. Ognuno di noi ne è consapevole. Davanti alla situazione difficile che stiamo attraversando anche in questa terra, che provoca povertà, disoccupazione, tante paure per il presente e per il futuro, oggi ci chiediamo: che cosa ci può dire di nuovo questa festa? Non è una tradizione antica? Eppure il sangue del martire Lorenzo si scioglie perché ogni volta vuole dire qualcosa alla nostra vita e al nostro tempo. Se nel corpo umano il sangue non è sciolto, esso non circola, si arresta la vita e si muore. Questo sangue che si scioglie indica la vita per cui San Lorenzo ha dato se stesso spendendosi per il Signore e per gli altri fino al martirio. Era un diacono della Chiesa di Roma. Amava e aiutava i poveri gratuitamente. L’amore gratuito, allora come oggi, infastidisce sempre il mondo, perché mette in discussione una vita spesa solo per se stessi, per il denaro, il potere, il successo, pone domande all’egoismo di chi si preoccupa solo di sé.
Avviene anche ai nostri giorni. La Chiesa ha riconosciuto recentemente il martirio di don Pino Pugliesi, prete siciliano ucciso dalla mafia il 15 dicembre 1993, solo perché uomo del Vangelo, che con dedizione e amore aveva sottratto molti giovani al potere della mafia insegnando loro a seguire Gesù e a non cercare risposte facili alle difficoltà della loro vita. Nei tempi difficili aumenta infatti l’attrazione per le risposte facili, diventa normale e istintivo chiudersi in se stessi, vivere in modo disonesto e prepotente giustificando il proprio comportamento. Tanto, si dice, fanno tutti così. Ci si lamenta degli altri, si incolpa ora l’uno ora l’altro per le cose che non vanno, ma ci si impegna poco personalmente per rendere migliore il mondo. I sacrifici non li vuole fare più nessuno. Se una cosa non mi va, si dice, non la faccio, anche se sarebbe giusta. Ma i più anziani tra voi sanno i sacrifici fatti, sopratutto dopo la guerra, per garantire il futuro dei loro figli. Anche oggi ognuno può rendere migliore un pezzo di mondo, quello in cui vive, in famiglia, al lavoro, nel paese, tra vicini. I martiri ci aiutano a capire che l’amore è anche impegno, fatica, scelta, e infine felicità. Ma bisogna ribellarsi all’individualismo, che ci vuole soli e preoccupati unicamente di noi; bisogna ribellarsi all’indifferenza, che giustifica tutto, e si deve vivere con responsabilità pensando al bene di tutti. A che vale infatti, dice il Vangelo, amare la tua vita, se poi la perdi nell’egoismo, che rende tristi e più soli? L’affermazione di Gesù sembra esagerata, e fatica quindi a diventare una prospettiva e una regola di vita. Come si fa infatti ad “odiare la propria vita”, cioè ad amare meno se stessi?
San Lorenzo ci dice che questo è possibile, perchè la vera felicità è nel dare piuttosto che nel ricevere e che ogni uomo e ogni donna, soprattutto noi cristiani, siamo chiamati a fare nostra questa verità. Sapete che quando San Lorenzo fu arrestato e fu portato davanti all’imperatore, questi si rivolse a lui chiedendogli di consegnargli le ricchezze della Chiesa, che il Papa gli aveva affidato perché fossero distribuite ai poveri. Egli rispose: “Ecco le ricchezze della Chiesa, che tu richiedi; le mani dei poveri le hanno trasformate in tesori celesti”. Dopo queste parole subì il martirio. Si potrebbe dire che i tempi sono diversi. Chi sono oggi i poveri tra noi? Ci sono, ma talvolta sono come invisibili, perché ognuno è concentrato su di sé e spesso si sente a suo modo povero, vittima innocente di un mondo ingiusto, di meccanismi e logiche difficili da capire, come le leggi che regolano l’economia mondiale. Guardiamoci intorno. I poveri esistono lontano e vicino a noi, nelle nostre città, nei nostri paesi. Di quelli lontani ce ne parla raramente la televisione o ne abbiamo notizia dai giornali e da internet. Sono quel miliardo di uomini e donne che vivono con un dollaro al giorno, sono i bambini soldato o quelli senza diritti, schiavi del lavoro, le donne sfruttate e violentate, i cristiani perseguitati, i condannati a morte, i popoli in guerra e molti altri. I poveri vicini si conoscono poco. Penso a chi ha perso il lavoro e fatica a vivere, a tanti immigrati sfruttati o disprezzati, agli anziani quando sono soli troppo tempo o in istituto aspettando di morire, perché abbandonati a se stessi.
Oggi il nostro martire ci chiede di considerarli “le ricchezze della Chiesa”, i tesori delle nostre comunità. Non possiamo vivere senza di loro, perché essi fanno parte della nostra famiglia, fanno parte della famiglia della Chiesa, della famiglia che si ritrova qui ad Amareno ogni domenica. L’apostolo Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi, che abbiamo ascoltato, ci aiuta a capire il segreto dei martiri, come Lorenzo, che è il segreto dei cristiani: “Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia”. Spesso vediamo gente triste e arrabbiata. Il motivo sta solo qui: pensa troppo a se stessa e sa dare poco. La vita è un dono ricevuto. Nessuno di noi se l’è data. E vedete come è paziente e comprensivo il Signore. Ci chiede di dare “secondo quanto abbiamo deciso nel cuore”, ma mai con la tristezza di chi si sente privare di qualcosa, bensì con la gioia che stiamo solo restituendo in parte quello che abbiamo ricevuto. E quando si dà qualcosa agli altri, anche se poco, ognuno di noi trova la gioia. Tutti abbiamo gustato questa gioia quando abbiamo aiutato qualcuno gratuitamente. Da oggi dobbiamo farne la regola delle nostre giornate. Per i poveri lontani potremo forse solo pregare. Per quelli vicini si tratterà di aiutare talvolta materialmente, altre volte con la pazienza dell’ascolto, della compagnia, dell’amicizia, del sostegno nei momenti difficili. Le occasioni non mancheranno. Quest’anno vorrei che tutti, a partire da coloro che si preparano ai sacramenti e alle loro famiglie, ai giovani delle nostre scuole, compiano come il martire Lorenzo gesti di amicizia e di solidarietà per tutti loro, i poveri della nostra famiglia di cristiani. San Lorenzo ce lo chiede in modo particolare in questo tempo difficile. Rispondiamo tutti con generosità a questa domanda di amore, che viene dal Vangelo, e troveremo la gioia. Facciamolo insieme, come una comunità che si ritrova con Gesù e con i suoi amici, i poveri e i bisognosi.
Saremo tutti più felici e renderemo migliore il mondo.
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