
Care sorelle e cari fratelli,
abbiamo accompagnato il Signore Gesù verso la croce. Siamo il suo popolo, come quella gente che lo seguiva a Gerusalemme. Una folla lo aveva accolto gioiosa quando era entrato nella città santa, ma poi si era divisa nei suoi confronti. Persino i discepoli, i suoi amici, lo avrebbero abbandonato, tradito, rinnegato.
Altri, la maggioranza, istigata dai loro capi, avrebbero gridato: “crocifiggilo”, e lo avrebbero condannato alla morte infamante della croce. Solo alcune donne, e secondo il vangelo di Giovanni anche il discepolo più giovane, Giovanni, sarebbero rimasti con lui sulla via del dolore. Il dolore, la sofferenza, la debolezza, spaventano, allontanano, rendono tutti più freddi, più egoisti. Lo vediamo molto bene anche oggi, quando i poveri sono giudicati e dimenticati, gli anziani abbandonati, gli stranieri emarginati. Gesù è davvero il povero, il sofferente, l’abbandonato, che nel dolore e nella morte è circondato solo da deboli come lui. I forti se ne sono andati per fatti loro. I forti hanno avuto paura, hanno pensato a salvare se stessi!
In questo itinerario verso la croce si scontra così il Vangelo di Gesù, che non ha voluto salvare se stesso, ma noi, con il vangelo di questo mondo, che ci vuole convincere che bisogna innanzitutto salvare se stessi, pensare a sé, preoccuparsi del proprio interesse, difendere se stessi. Anche nei Vangeli questo scontro era apparso più volte, ma qui viene messo in evidenza con grande chiarezza. Cari amici, oggi siamo chiamati a scegliere se vogliamo stare con Gesù, seguirlo, imitarlo, diventare suoi amici, oppure preferiamo seguire la proposta continua e quotidiana di questo mondo, nella quale pensiamo di trovare la felicità. Eppure lo abbiamo constatato più volte che non si è felici se egoisti, se concentrati su se stessi, se preoccupati del proprio destino individuale. Anzi, l’individualismo diventa una malattia che rende tristi, lamentosi, pieni di pretese e di rivendicazioni nei confronti degli altri.
Davanti al dolore della passione e morte del Signore, non possiamo non scegliere di stare con lui. Oggi guardando quella croce che sta sempre davanti a noi nelle nostre Chiese, scopriamo la fragilità della vita, le paure che sono in noi, sentiamo la fatica di restare, il desiderio di andarcene come quando uno se ne va da una persona che soffre, ma nello stesso tempo siamo attratti da quest’uomo che non ha rinunciato ad amarci neppure nel dolore, neppure sulla croce. Lo aveva detto anche lui: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Così, proprio prima che gli fosse addossata la croce, si chinò per lavare i piedi ai discepoli mostrando quale fosse il senso della sua vita e della sua morte da cui sarebbe sorta la vita. Il Signore mostrò che l’unico potere che cambia e dà la vita è quello del servo, di colui che si abbassa e si pone al servizio degli altri.
Siamo fragili e incerti, ma non abbiamo paura di guardare la croce. Da essa emana una forza, quella di Gesù servo dell’umanità, buon samaritano del mondo, colui che guarisce le ferite del dolore e salva dalla morte. Essa è l’unica forza che guarisce e salva. E’ la forza dell’amore di Dio, della sua grazia, della sua tenerezza e bontà. Nella passione essa si è manifestata fin dall’inizio, da quando ha chiamato Giuda “amico” a quando ha rivolto il suo sguardo a Pietro che lo aveva rinnegato e infine al perdono concesso dalla croce ai suoi carnefici e a quella parola piena di misericordia rivolta al ladro crocifisso accanto a lui: “oggi sarai con me in paradiso”. Non si è lamentato con Pietro, non ha disprezzato i suoi nemici, non ha chiesto conto al ladro crocifisso dei suoi misfatti. Ha solo espresso grazia, misericordia, perdono. E a chi voleva difenderlo con la spada ha detto con chiarezza che la violenza è inaccettabile per i suoi discepoli, perché essa produce solo altra violenza.
Vogliamo essere con Gesù? Vogliamo seguirlo come le donne nella sua via dolorosa? Non ci chiede altro in questo tempo. Ci fu un uomo, un vescovo, Oscar Arnulfo Romero, che il 24 marzo del 1980 fu ucciso a San Salvador mentre celebrava l’Eucaristia, solo perché fedele al Vangelo di Gesù morto e risorto e difensore dei poveri. Disse dopo l’assassinio di un prete: “Non tutti avranno l’onore di dare il loro sangue fisico, di essere uccisi per la fede, però Dio chiede a tutti coloro che credono in lui lo spirito del martirio… Perché dare la vita non è soltanto essere uccisi… Dare la vita è dare nel dovere, nel silenzio nella preghiera… Dare la vita poco a poco? Come la da la madre, che senza timore, con la semplicità del martirio materno, da alla luce, allatta fa crescere e accudisce con affetto suo figlio.” In questa settimana prendiamoci del tempo per stare con Gesù e imparare anche noi a dare la vita. Seguiamolo con le nostre comunità. Stare con lui in questi giorni ci renderà più umani, tutti migliori, più amici e uniti, purificherà i nostri pensieri e sentimenti, ci libererà dalla prigione dell’individualismo, ci insegnerà a dare e non sempre a pretendere per noi. Abbiamo bisogno di stare sotto la croce per affinare i nostri sentimenti, per imparare da lui mite e umile di cuore. I tempi difficili che viviamo chiedono ai cristiani di essere portatori di amore, di tenerezza e di bontà, come ci ha chiesto Papa Francesco. Mettiamoci dietro il Signore Gesù come le donne, e come Simone di Cirene prendiamo la sua croce e portiamola per un po’. E’ la croce di Gesù, ma insieme è la croce dei poveri, dei tribolati e dei diseredati della terra, dei malati, degli anziani, degli umiliati, dei perseguitati. Essa ci renderà come lui, miti e umili di cuore. E nella mitezza e nell’umiltà noi cambieremo noi stessi e il mondo. La croce del Signore ci aiuterà a non lamentarci, a non pretendere per noi, a non assolutizzare le nostre difficoltà e a guardare ai tanti che soffrono intorno a noi. Chiediamo al Signore sofferente la grazia di stare con lui e di seguirlo, perché la Pasqua che celebreremo sia l’inizio di una vita nuova e di un tempo di speranza per noi e per il mondo intero, sia davvero l’inizio di una nuova creazione.
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