Omelia del Vescovo nella Santa Messa in Cena Domini 2013

Giovedì-Santo-014

Care sorelle e cari fratelli,

iniziamo insieme il Triduo Santo con la solenne Liturgia che fa memoria della cena del Signore con i suoi prima della sua Passione. E’ il memoriale della Pasqua, che celebrava la liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto, e che per i discepoli di Gesù era diventata la celebrazione della liberazione dall’ultima e più terribile schiavitù, la morte, perché in essa noi facciamo memoria della morte e resurrezione del Signore. Non possiamo non gioire di questo dono di grazia e di vita che Dio ha fatto al mondo.


   Ma chi è questo Gesù che si dona a noi nel pane e nel vino, suo corpo e suo sangue? Nella liturgia di oggi noi scopriamo più chiaramente il segreto della sua vita. Anche se siamo suoi discepoli forse da tanto, abbiamo ancora bisogno di stupirci davanti al mistero dell’amore di Dio. Talvolta infatti la nostra vita cristiana è segnata dall’abitudine e dalla scontatezza, e così perdiamo il valore e il senso della sua bellezza e della sua forza. Gesù oggi si presenta a noi come colui che si umilia nel servizio, e che proprio in questo esprime la grandezza del suo amore per noi. In un mondo di uomini e donne che hanno un’idea di grandezza ben diversa, nel quale è abitudine imporsi sugli altri, ricavarsi il proprio spazio di potere, cercare approvazioni e consensi, riconoscimenti e plausi, è facile anche per i cristiani adeguarsi a questa idea di grandezza. Così nelle nostre comunità avviene di frequente che si affermino piccoli poteri, che portano al litigio, all’incomprensione, all’affermazione di sé, all’incapacità a dialogare, generando divisioni e inutili tristezze.

   Gesù ci indica in modo semplice come essere grandi da cristiani, perché è questa grandezza che ci distingue nettamente dal mondo. Lo aveva detto ai discepoli quando aveva risposto alla discussione nata tra loro su chi fosse il più grande: “Voi sapete che coloro che sono considerati governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 42-45). Possiamo dire che il gesto di Gesù nel Vangelo di Giovanni è la descrizione e la realizzazione delle parole di Gesù riportate dagli altri Vangeli. Gesù ci “ama fino alla fine”, in maniera estrema, tanto da chinarsi su di noi, lui che è il maestro e il Signore, per indicarci il senso della sua vita, donata per noi, come quel corpo e quel sangue che diventano cibo e bevanda di salvezza.

   Il suo gesto è semplice e significativo. Fatto non all’inizio del pasto, come era consuetudine, ma durante la cena, nasconde la volontà di Gesù di dargli un senso nuovo. Si comprende perciò la ribellione di Pietro, che non capisce come possa il Signore compiere un simile gesto proprio degli schiavi e per di più contravvenendo alle regole comuni. Per questo ancor più risalta quanto Gesù compie. Come Pietro, anche noi facciamo fatica a capire, perché siamo presi da un’idea di grandezza che niente ha a che fare con il Vangelo. Cari fratelli, ogni volta che si afferma in noi questa idea mondana, ci perdiamo, rimaniamo prigionieri del nostro io, ci allontaniamo dal Signore e dai fratelli. Tante divisioni e prepotenze sono la conseguenza di questa idea mondana di grandezza.

   Papa Francesco nell’omelia della Messa di inizio del pontificato ha detto: “Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, chi è straniero, nudo, malato, in carcere (cfr Mt 25,31-46).” Il potere cristiano è unicamente servizio, a partire dai poveri, dai deboli, dai piccoli. Ho più volte parlato della dimensione della carità come parte essenziale della vita di fede. Mi chiedo se per noi è così, o non abbiamo ancora l’idea che della carità si interessano la caritas e i volontari. Cari fratelli, se non ci chineremo come Gesù sui piccoli, sui deboli e sui poveri, continueremo a chinarci solo su di noi e a lamentarci degli altri, che non ci considerano grandi come noi vorremmo. Solo il servizio umile rende liberi dall’amore per noi stessi e grandi nell’amore per gli altri. Solo il servizio umile libera dalla tristezza e dal vittimismo e dona la gioia. Servire significa amare, guardare gli altri con bontà, chinarsi sulla vita di chi ha bisogno, sulla solitudine e l’abbandono degli anziani, su chi vive nelle periferie del mondo, nella guerra, nella povertà, vittima della violenza, delle ingiustizie, dell’indifferenza.

   Per questo ho voluto che tra coloro a cui laverò i piedi ci fossero anche degli anziani. Infatti nella nostra terra ci sono tanti anziani soli a casa o negli istituti. Spesso noi neppure li conosciamo e non comprendiamo il dramma della solitudine e dell’abbandono, che rende tristi e indurisce il cuore. Essi sono tra i piccoli e i deboli su cui noi dobbiamo imparare a chinarci come Gesù. Spero che a partire da questo giovedì santo altri si uniranno a coloro che con fedeltà e amore si recano nelle case e negli istituti a visitare gli anziani o si rendono disponibili per vivere la gioia del servizio ai tanti piccoli e poveri di questa terra, come sono i disabili, i malati, gli stranieri. Solo nell’umiltà del servizio, cari amici, troveremo la gioia e la pace che cerchiamo. Solo lì saremo davvero tutti grandi. Chiediamo perciò al Signore, che si dona a noi e si china su di noi, di renderci grandi nel servizio e nell’amore.

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