Omelia del Vescovo in occasione del primo anniversario della nascita al Cielo di Mons. Boccaccio

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  O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati,
che nel tuo Figlio unigenito
ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole
verso coloro che gemono nell’oppressione e nel pianto,
ascolta il grido della nostra preghiera:
fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui
la tenerezza del tuo amore di Padre
e si mettano in cammino verso di te.
(dalla colletta del giorno)

Ger 31,7-9 – Sal 125 – Eb 5,1-6 – Mc 10,46-52


Cari fratelli e sorelle,

  era il 18 ottobre di un anno fa quando don Salvatore lasciava questo mondo per raggiungere la casa del Padre, dopo una lunga malattia e tanta sofferenza. Ho voluto portare qui nella nostra cattedrale la sua salma perché abbia una sepoltura degna di un vescovo che muore nella sua diocesi. Lo ricordo con il breviario in mano e la Bibbia sempre accanto alla sua poltrona, come un uomo di preghiera, che mi ha affidato i suoi propositi e desideri insieme alle sue ansie per questa diocesi che tanto ha amato e per cui si è speso senza risparmiarsi. Nel breve tempo nel quale ho condiviso con lui la guida della diocesi, mi ha considerato come un figlio al quale confidare difficoltà e preoccupazioni che portava nel cuore, anche quelle più nascoste e dolorose che mai aveva affidato ad altri, e che mi ha consegnato come indicazioni preziose per la guida della diocesi. La sua bontà ha lasciato una traccia indelebile, percepibile non solo nelle parole di tanti, ma anche in quei segni che ha voluto rimanessero nella diocesi quasi come testimonianza della sua presenza, come le case di accoglienza, che furono promesse a Giovanni Paolo II durante la sua visita e che sono state realizzate in questi anni.


   primo-anniversario-boccaccio.jpgCari fratelli, raccogliamo questa eredità come una richiesta che don Salvatore stesso lasciò a me come suo successore: diventiamo donne e uomini di preghiera, lasciamoci guidare solo dall’amore di Dio e del prossimo, a partire dagli ultimi, evitiamo le divisioni e gli inutili protagonismi che fanno solo male e rendono la vita difficile. Ricordiamoci di essere di fronte a un vescovo che ha servito la Chiesa e il mondo, senza risparmiare energie e tempo. Ognuno di noi, a partire dai sacerdoti, imiti Cristo Gesù, sommo sacerdote, costituito tale per "offrire doni e sacrifici per i peccati", egli "che è in grado di sentire compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza". Così abbiamo ascoltato nella lettera agli Ebrei, che ci mostra il senso profondo del sacerdozio di Cristo e del sacerdozio ministeriale, che di esso partecipa. Il mondo ha bisogno di persone che sentano la stessa compassione di Cristo, a partire dalla coscienza della propria debolezza.

   Care sorelle e cari fratelli, davanti a Dio siamo tutti mendicanti e ciechi, come quell’uomo che primo-anniversario-boccaccio-2.jpgGesù incontrò a Gerico. Il vangelo di Marco colloca questo episodio proprio prima dell’inizio dell’ultima parte del vangelo, che si apre con l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. L’evangelista vuole dirci che nel cieco di Gerico si ritrovano quei discepoli che lo seguivano e ogni discepolo, che invece di imitare e seguire il maestro si perde in inutili e dannose discussioni o in litigi per porsi sopra gli altri, che niente hanno a che fare con la vita cristiana. Per questo il Signore li aveva ammoniti: "Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, orecchi e non udite?" (Mc 8,17). Sì, molte volte si hanno occhi ma non si vede che il proprio io, orecchi ma non si ascolta che se stessi. Questo è il grande problema della vita cristiana, che riguarda tutti, sacerdoti e laici. E per questo si crede di essere nel giusto e non ci si converte, non si cambia e si vive incolpando e giudicando gli altri, fermamente convinti delle proprie ragioni, senza sincerità nei rapporti con il prossimo.    

   Bartimeo stava lungo la strada a mendicare quando sentì passare Gesù. Egli fece solo l’unica cosa necessaria. Cominciò a gridare e a dire: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Per due volte ripeté quella preghiera, nonostante volessero farlo tacere, come si fanno tacere le grida di aiuto dei poveri del nostro mondo. Quel grido fu un appello alla misericordia di Dio, affinché aiutasse un povero uomo disprezzato da tutti, perchè malato e mendicante. Gesù lo fece chiamare ed egli, "gettando via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù". La chiamata di Gesù fu già per lui l’inizio della guarigione. Sì, sorelle e fratelli, se noi ascoltiamo il Signore che ci chiama, in noi comincia già a nascere qualcosa di nuovo, il nostro corpo e il nostro spirito riprendono energia e prendiamo a camminare, ma non andando dove ci pare o dove l’abitudine e l’istinto ci conducono, ma verso il Signore. Infatti la sua parola dà un orientamento alle nostre parole e alle nostre azioni. La sua chiamata si rinnova ogni volta che apriamo il libro della Bibbia, che partecipiamo alla Santa Messa, che ci raccogliamo in preghiera. Don Salvatore ci aiuta a comprendere che tutto nasce da qui e che, se non si ascolta il Signore che ci chiama risvegliandoci dal torpore di noi stessi, ogni nostra azione perde quel sapore che può aiutare gli altri e dare senso alla vita. Infatti, come ebbe a dire il Signore al cieco, è la fede che salva: ""Va’, la tua fede ti ha salvato". E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada". Così quel cieco iniziò il suo itinerario come discepolo nel momento più difficile e impegnativo, quando Gesù cominciava ad incamminarsi verso la passione e la morte di croce. Si vede, quando non ci si tira indietro davanti alla sofferenza e al dolore degli altri. Anzi, il Signore apre gli occhi a quel cieco e ai discepoli proprio perché essi vedano quel sofferente che sta per prendere la croce e si facciano suoi compagni di strada. Cari fratelli, don Salvatore ha esperimentato in se stesso la sofferenza, che negli ultimi tempi si era fatta più forte a causa della malattia. Eppure la fede lo ha mantenuto sempre vicino al Signore, non lo ha mai distolto dalla via del discepolo. Del resto tutti conosciamo il suo amore per i gli ultimi e i sofferenti, amore che lo ha reso più forte anche nei tempi difficili. Chi non sa stare vicino a chi soffre non saprà sopportare neppure la sofferenza quando busserà alla sua porta. Il suo motto episcopale "in manus tuas", che abbiamo voluto riprodurre sulla sua tomba, è stato davvero fino alla fine l’espressione più vera del senso della sua vita e della fedeltà del discepolo, che segue il Maestro e si configura a lui, partecipando, come dice l’apostolo Paolo, alle stesse sofferenze del Cristo.

   Questo dovrebbe essere anche il segreto della nostra vita: vivere nelle mani di Dio, affidarci a lui piuttosto che a noi stessi, smetterla di trincerarci dietro le nostre mille ragioni lasciandoci guidare dal Signore come bambini che hanno bisogno dell’amore del Padre. Questa è anche la libertà del cristiano, che conosce il segreto semplice della vita, che non sta nell’affermare se stessi e nel seguire se stessi, ma in una vita spesa al servizio del Signore e dell’umanità. E il servo è mite e umile di cuore, come il Maestro. Cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore che aiuti ciascuno di noi a vivere come discepoli, a mettere la nostra vita nelle mani di Dio, perché diventiamo testimoni veraci del suo amore e comunichiamo al mondo la speranza di una vita umana, fatta di gente che vede e comprende, perché gente che crede e ama. Oggi don Salvatore si unisce dal cielo alla supplica di noi mendicanti e ciechi: "Rabbunì, che io veda di nuovo". Signore, fa che vediamo di nuovo per vivere sempre con te, oggi e nella vita eterna che tu donerai ai tuoi servi fedeli quando lasceranno questa terra. Amen!

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Al termine della Liturgia Eucaristica celebrata nel I anniversario della nascita al Cielo di S.E. Mons. Salvatore Boccaccio, il vescovo Ambrogio ha ringraziato per il contributo a diverso titolo dato alla costruzione della nuova tomba, le seguenti persone e istituzioni: 

DON SERGIO REALI e DON GIORGIO FERRETTI, per il fattivo sostegno alla mia volontà di erigere una tomba per Mons. Boccaccio in cattedrale  
U.C.I.D e il dott. IABONI, per il contributo economico  
COMUNE di FROSINONE e la SOVRINTENDENZA ai BENI CULTURALI, per le rapide autorizzazioni e la cortese collaborazione  
Dott. APREDA ,   Geom. CELARDIArch. LISIArtista LUDOVICI,   Ditta Mario SODANI,   Ditta GARGANI, per il lavoro gratuito  
Sig.ra DANIELA NARDUCCI, nella cui cappella di famiglia, le spoglie mortali di Mons. Boccaccio hanno riposato per un anno prima di venir traslate in Cattedrale.  
Tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione di questa Liturgia Eucaristica.

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disponibilità completa video – audio in streaming
con possibilità di download in .ZIP
della riflessione di S.E. Mons. Ambrogio Spreafico
Vescovo della Diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino,
nella sezione Mass Media

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