
Care sorelle e cari fratelli,
Come ogni anno seguiamo il Signore che si avvia verso la passione a la morte con i rami di ulivo nelle nostre mani. Sono un segno di accoglienza e di pace, con i quali ci introduciamo in questa Settimana Santa. Il mondo ha bisogno di pace, perché la forza della violenza si allarga, invade cuori e menti, provoca morte e paura. Lo abbiamo visto in queste ultime settimane, in cui il terrorismo e le guerre hanno mostrato ancora una volta il volto disumano di uomini e donne che non esitano a uccidere, a volte anche in nome di Dio, ma in realtà di un dio che è solo se stessi, il loro potere e la loro arroganza omicida.
Davanti a noi abbiamo Gesù, il sofferente, l’abbandonato, il mite e umile di cuore che si è addossato il peccato e il dolore del mondo sotto la sua croce. Alziamo gli occhi da noi stessi. Guardiamo quel crocifisso. Sta sempre davanti a noi quando entriamo in Chiesa. Ci guida la mano quando facciamo il segno di croce. Lo portiamo spesso al collo perché ci sia di aiuto e di sostegno. Eppure ci dimentichiamo di lui. Anche il crocifisso diventa un’abitudine, il segno di croce un gesto meccanico. Ma lui dalla croce ci ricorda da una parte il dolore del mondo, dall’altra la vita di un uomo, Figlio di Dio, che non ha voluto salvare se stesso ma noi, e ha dato la vita, lui che era l’unico giusto. Gli dicevano da sotto la croce: “Salva te stesso”. Ma Gesù era venuto per noi, per la nostra salvezza. Nei tempi difficili facilmente si cede a questo invito del mondo: salva te stesso, pensa a te stesso, che ti importa degli altri! Così vince l’individualismo, l’egoismo, e diveniamo degli individui isole separati dagli altri.
Nel racconto del Vangelo di Marco abbiamo seguito Gesù con i suoi discepoli. Chiediamoci: noi da che parte stiamo? Che discepoli siamo? Che cristiani siamo? Giuda lo ha tradito, Pietro lo ha rinnegato, tutti i discepoli lo hanno abbandonato e sono fuggiti al momento del suo arresto. Tuttavia ci furono alcuni, non discepoli di nome (qualcuno neanche lo conosceva), che però fecero un pezzo di strada con lui mentre portava la croce. Simone di Cirene, un contadino che veniva dal suo lavoro. Poi un centurione romano, un pagano che riconosce che quel crocifisso è il Figlio di Dio. Infine delle donne, le uniche che sono rimaste fino alla fine con quel condannato. Sono questi i veri discepoli. Alcuni non lo conoscevano. Lo hanno conosciuto perché sono stati con lui nel momento del dolore. Poi le donne, che lo avevano seguito e servito con umiltà e affetto, come Maria Maddalena. Care sorelle e cari fratelli, solo chi sa stare con Gesù nel dolore può conoscerlo, servirlo, amarlo, condividere i suoi sentimenti di bontà e misericordia, la sua umiltà e mitezza. Solo chi riconosce nel volto di quel crocifisso il dolore di tante donne e uomini vicini e lontani può dirsi suo discepolo, chi non vive per se stesso perché come lui sa chinarsi sulla sofferenza del prossimo, soprattutto dei poveri.
Cari amici, esiste una risposta alla violenza del mondo o l’unica risposta sono la paura, la guerra e la chiusura nella propria isola? Quel giusto fu condannato e crocifisso ingiustamente. Ma non usò violenza. Eppure avrebbe potuto. Era il Messia, era re, era Figlio di Dio. Come dice il profeta: “Ecco, a te viene il tuo re, mite”. Sì, quel re è un mite e un umile. Mitezza e umiltà sono la sua forza, la sua risposta alla violenza del mondo. Seguiamolo oggi e in questa settimana santa perché impariamo da lui che è mite e umile di cuore, affinché la sua misericordia e la sua bontà diventino parte della nostra vita e del nostro modo di guardare gli altri, di ascoltare e di rispondere, di essere suoi discepoli, cristiani veri non solo quando siamo qui, bensì ogni momento della nostra giornata. La sua mitezza e misericordia ci liberino dalla prigione del nostro io e ci aiutino a chinarci sul dolore dei poveri, perché in loro incontriamo il crocifisso e con loro potremo essere parte del suo popolo di umili e di poveri.
+ Ambrogio Spreafico
