
"Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia,
che sarà di tutto il popolo:
oggi nella città di Davide , è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore"
Erano i tempi di Cesare Augusto, il grande imperatore pacificatore dell’impero romano. Tempi di grandi, che il vangelo non ignora. Eppure questa notte non è il tempo dei grandi o di chi si crede o si fa grande – e quanto è facile farsi grandi e imporsi sugli altri -, ma è la notte di un bambino, un piccolo che viene in questo mondo come è venuto ognuno di noi.
Anzi, oltre alla madre Maria e a Giuseppe, non ha trovato nessuno che si prendesse cura di lui.
Fu deposto in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. Quanta esclusione in quella notte! Essa ci ricorda le tante esclusioni del nostro mondo, soprattutto quelle dei poveri, dei deboli, di coloro che non possono affermare le loro ragioni e i loro diritti. Quella notte a Betlemme si consumò una grande ingiustizia, perché non accogliere qualcuno, soprattutto un bambino, è una grande ingiustizia.
Quel bambino ci interroga, è una domanda rivolta al mondo calcolatore e rassegnato in cui viviamo, dove la preoccupazione e l’amore per se stessi inpediscono di guardare agli altri, soprattutto a chi chiede aiuto, bontà, accoglienza. E l’accoglienza comincia nella vita dei bambini, da quando sono nel ventre materno e non si fanno nascere, a quando diventano grandi e non si amano. Ma poi continua nella vita dei grandi, soprattutto degli anziani che hanno bisogno come i bambini di essere accolti e amati.
Oggi il Signore viene come un piccolo, bussa alla porta del nostro cuore. E’ la parola di Dio divenuta uno di noi. Viene, ci parla, cerca un posto dove essere accolto, ascoltato, amato. Vuoi accogliere Gesù nel tuo cuore? Vuoi ascoltarlo quando ti parla, iniziando ad ascoltare meno te stesso? Dice il vangelo che in quella regione c’erano alcuni pastori che facevano la guardia al loro gregge. Un angelo si presentò loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: "Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi nella città di Davide , è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore". Questa notte l’angelo si presenta anche a noi. E’ la parola di Dio che abbiamo ascoltato. E’ la luce della liturgia eucaristica che celebriamo. Siamo avvolti di luce, liberati almeno un po’ dalle tenebre, da quel buio nel quale riusciamo a vedere solo noi stessi, che crea tante paure e incertezze. Anche noi come quei pastori rimaniamo impauriti. Talvolta si ha paura di tutto in questo mondo complicato. Ma l’angelo ci parla. E’ la voce di Dio che ci risveglia, ci rassicura, ci incoraggia: "non temete". Care sorelle e fratelli, non abbiate paura. Oggi ci viene annunciata una grande gioia: è nato per noi un Salvatore, che è Cristo Signore. Il Natale non è un rito che si ripete stancamente, non è una pausa felice in mezzi ai problemi e alle fatiche della vita, non è neppure solo una festa della famiglia. E’ un giorno straordinario, inaspettato: Dio si avvicina così tanto al mondo da venire tra noi, perché lo accogliamo, lo conosciamo e impariamo a vivere con lui. Non si può vivere senza il Signore. Non si può neppure vivere come se lui non ci fosse, continuando a pensare e a fare tutto come prima. Il Natale è inizio di un tempo nuovo, di una vita nuova per ciascuno e per le nostre comunità. Andiamo a Betlemme come i pastori. Usciamo dalla notte dei nostri egoismi, dalla notte della tristezza e della rassegnazione. Alziamoci, andiamo con i pastori a vedere quanto è avvenuto e troveremo un bambino davanti a cui prostrarci, troveremo la gioia di chi finalmente lascia quell’orgoglio e quella prepotenza che tanto caratterizzano la nostra società e scopriremo che siamo tutti bisognosi di lui.
Dio ci dona il suo figlio. Natale è il dono di Dio all’umanità, dono gratuito, immeritato, inatteso. Vedete, care sorelle e cari fratelli, oggi scopriamo con maggiore chiarezza che la vita non è possesso, ma è dono, è gratuità. Nessuno di noi, neppure i più intelligenti, i più ricchi, i più forti, è venuto in questo mondo per volontà sua. Tutti siamo il frutto dell’amore di Dio e di una donna e un uomo. Ognuno ha ricevuto tanto dagli altri, non fosse altro che la grazia di trovarsi in un posto dove non si rischia di morire ogni giorno per la fame, la guerra, le malattie, l’abbandono. Eppure spesso nel crescere si dimentica questa semplice verità e tutto diventa possesso. "Questo è mio", si abituano a dire i bambini". E i grandi fanno loro eco, quando il possesso delle cose e persino delle persone diventa un’aspirazione quotidiana e un modello di vita. Oggi Dio rinuncia persino ad esistere senza di noi. Ci raggiunge sulla terra, si fa uomo. Si abbassa fino a noi, si umilia, si fa piccolo. Questa sarà la sua gloria, questa la sua grandezza. Il Regno di Dio infatti è per i bambini, mentre i grandi nel Vangelo sono coloro che servono, si abbassano e si umiliano. Quanto è diversa la scelta di Dio da quella del nostro mondo, in cui nel possesso ci si sente grandi e si dimentica che siamo tutti poveri mendicanti di amore. "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama", cantano gli angeli. La gloria è in quel piccolo che si è umiliato per amore, per servirci e liberarci dal buio della notte.
E poi pace. Sì, abbiamo bisogno di pace.
Ne hanno bisogno i popoli in guerra. Nel mondo ci sono ancora 26 conflitti aperti. Molti non sanno neppure che esistono, talvolta non si sa neppure dove si trovano i paesi in guerra. Nessuno ne parla, anche perché siamo abituati a parlare sempre e solo di noi, del nostro paese, della nostra città, al massimo della provincia, come se il mondo finisse a Cassino o a Frosinone, e facilmente ci sentiamo vittime degli altri lamentandoci, dimenticando che le vittime sono ben altre. Il profeta Isaia annuncia la pace che il bambino di Betlemme viene a portare. Egli è il principe della pace. Forse il linguaggio del profeta ci suona antico, eppure il bisogno della pace è sempre attuale. Nel mondo si accetta la guerra ancora come un fatto normale. Nella vita ci si abitua anche alle piccole guerre quotidiane, piccoli conflitti, scontri, litigi, prevaricazioni, prepotenze, inimicizie. La pace sembra qualcosa di impossibile, anzi un cedimento, una debolezza. Oggi, a Natale, il bambino di Betlemme ci parla di pace. Accogliamola come il dono di Dio. Ce la consegna un bambino, un piccolo, non un forte, un re, un grande della terra che ha sconfitto i nemici. Questo è il paradosso di Natale: la pace vera nasce dai piccoli, dagli umili.
Sono i miti infatti che erediteranno la terra, come leggiamo nelle Beatitudini. Cari fratelli, Dio viene nel mondo come un bambino. Non si impone, ma la sua presenza è una domanda di amore e di pace. Nessuno può continuare a vivere come prima. Nel Natale Dio ci dona un tempo nuovo, in cui con umiltà iniziare a cambiare noi stessi per essere strumenti di amore e di pace. Grazie, Signore Iddio, per il dono del tuo Figlio Gesù a noi indegne tue creature.
Insegnaci ad accoglierlo e ad ascoltarlo, perché trovi posto nel nostro cuore.
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