
Betlemme era un piccolo villaggio della Giudea.
Maria era un giovane donna, che veniva da un altro piccolo e insignificante villaggio della Galilea al nord della Palestina, Nazaret. Aveva fatto un lungo viaggio per giungere fino al luogo dove avrebbe dovuto registrarsi per il censimento secondo le disposizioni dell’imperatore di Roma. Che cosa poteva aspettarsi per sé e per quel figlio che stava per nascere? A Betlemme nessuno si interessò di loro. Tutti erano presi dal censimento. Ognuno forse aveva dovuto ospitare dei parenti o degli amici. Che poteva dare la gente di Betlemme a quella piccola famiglia di immigrati? Nulla, non era gente importante. Fratelli e sorelle, ecco il mistero del Natale: il Figlio di Dio viene in mezzo a noi come un uomo debole, che ha bisogno di essere accolto e amato, ma gli unici che lo accolsero furono dei pastori, che vegliavano all’aperto e che ascoltarono con gioia la buona notizia portata loro da un angelo: "Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore."
"Non temete", sono le prime parole dell’angelo, messaggero della parola di Dio. Quanta paura per chi vive nella guerra, per chi non ha da mangiare e di che curarsi! Quanta paura hanno i poveri, i prigionieri (proprio questa mattina sono stato a celebrare nel carcere di Frosinone), i condannati a morte, i bambini di strada in tante città povere del mondo. Quante paure anche in noi per le difficoltà della vita o per il futuro incerto! La paura sembra talvolta dominare il mondo, quello dei ricchi e quello dei poveri. Ancora i pastori non avevano gioito per aver visto Gesù, ma già la parola di Dio era una voce di consolazione e di speranza: non abbiate paura. Oggi il Vangelo del Natale ci libera dalla paura, perchè ci incammina verso Betlemme, incontro a Gesù. Talvolta noi camminiamo a testa bassa seguendo noi stessi, pensierosi, pieni di paure e di preoccupazioni. Non sappiamo guardare al futuro con speranza. Spesso non guardiamo agli altri con simpatia e benevolenza. Abbiamo paura dell’incontro, dell’amicizia. Betlemme è la meta del nostro cammino; è l’inizio di un futuro diverso per la vita di ognuno di noi, ma anche per il mondo. Siamo deboli, non abbiamo tante protezioni, come non l’avevano quei pastori, ma con fiducia andiamo a Betlemme per vedere anche noi questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere.
L’annuncio dell’angelo veniva dal cielo, era qualcosa di nuovo, di inaspettato, come la buona notizia della pace per un popolo in guerra, della guarigione per un malato, della liberazione per un prigioniero, della grazia per un condannato a morte. Sotto un cielo grigio, in un mondo segnato dal pessimismo e dalla paura, in mezzo a gente lamentosa e vittimista, in cuori stanchi e aridi come talvolta i nostri, le parole dell’angelo risuonano come un Vangelo, la buona notizia annunciata dai profeti. È il Vangelo di Natale: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama." Gloria a Dio innanzitutto. Sì, sorelle e fratelli, rendiamo lode e grazie a Dio Padre, perché ha mandato nel mondo il suo Figlio come Salvatore. La lode e la gratitudine aprono il cuore, lo liberano dall’oppressione della paura, insegnano ad incamminarci là dove la parola di Dio ci chiama. E poi "pace". C’è bisogno di pace nel mondo. Popoli interi conoscono da troppo tempo il demone della guerra, come nella terra di Gesù, proprio in quella Betlemme, dove egli è nato. Ma proprio la pace è il Vangelo di Natale, è il dono di Dio al mondo nel giorno di Natale. È il dono che Dio concede a ognuno di noi, ai nostri cuori, alle nostre famiglie, alla nostra città, a tutti. E il dono della pace non è solo la fine delle guerre, ma è un dono da vivere ogni giorno, facendo crescere in noi sentimenti nuovi di compassione, di amore, di misericordia, e lasciando da parte il rancore, il desiderio di vendetta, i sentimenti di inimicizia, l’animosità litigiosa, i facili giudizi che dividono, tutto ciò che non è pace e che ci fa vivere per noi stessi.
Dopo aver ascoltato l’annuncio dell’angelo, i pastori andarono a Betlemme con fiducia e decisione. Non indugiarono, non fecero calcoli, non ebbero più paura. E videro il bambino, che giaceva nella mangiatoia. Infatti non c’era stato posto per loro nelle case di Betlemme. Mentre ascoltiamo questo vangelo, ci chiediamo: troverà posto il Signore nel mondo e nella nostra vita? Noi siamo abituati a cercare un posto per noi, magari il primo, il più comodo. Spesso pensiamo che il problema della vita sia avere un posto importante per essere considerati dagli altri. Per questo molti vivono facendosi spazio per sé e diventano tristi e rabbiosi quando non lo trovano, e così spesso calpestano e non rispettano gli altri, soprattutto i più deboli, i più poveri, che non trovano posto da nessuna parte. Gesù nasce come un debole, un povero, come un bambino di una giovane donna costretta a partorire in un luogo di fortuna. "Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire", dirà Gesù parlando ai suoi discepoli che come noi cercavano i primi posti (Mc 10,45). Fin dall’inizio del Vangelo Dio Padre ci indica attraverso la debolezza del Figlio qual è la vita del cristiano: non cercare per sé, bensì servire e amare. Proprio questa debolezza fu la forza di Gesù, forza di amore che cambia e salva il mondo. Facciamo posto al Signore nel nostro cuore, facciamo posto al Vangelo di Natale, e come i pastori comunichiamo a tutti il grande avvenimento che Dio ci ha fatto vedere. Tanti aspettano questa buona notizia. Non abbiate paura! Che ognuno di noi diventi come Maria, che custodiva nel suo cuore il Vangelo di Natale meditando su di esso, e come i pastori che lo comunicarono agli altri. Oggi facciamo festa intorno a Gesù. Che la grotta di Betlemme sia come i nostri cuori: Gesù è circondato da uomini e donne deboli e umili! Oggi faremo un pranzo di Natale nella Chiesa di San Francesco con persone sole e più bisognose di noi. Vuole essere il nostro presepe: accogliere Gesù con chi ha bisogno. Non siamo i migliori, non siamo i più forti, neppure i più ricchi, ma Dio ha messo nelle nostre mani un grande tesoro: il Vangelo di Natale. Non dimentichiamolo in una vita egoista; non dissipiamolo nella tristezza e nel pessimismo, o rincorrendo facili ricchezze in un mondo dominato dal denaro e della smania di avere. Questo Vangelo è la speranza del mondo. Gioiamo per esso, ringraziamo il Signore per averne fatto partecipi anche noi, viviamolo come una forza di cambiamento del cuore e di speranza per il futuro. Che il Signore, alla conclusione del giubileo di questa antica Cattedrale dia a tutti un cuore nuovo e una vita nuova. Questo è il mio augurio per tutti voi e per le vostre famiglie, soprattutto per i bambini, i malati e i più bisognosi. Portate a tutti gli auguri del vescovo, perché il Natale sia l’inizio di una vita nuova, una vita con il Signore e per gli altri, non contro gli altri.
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