
Il Signore parla al nostro tempo
La Parola di Dio si rivolge a ognuno di noi nel tempo che viviamo per aiutarci a comprenderlo, per non essere prigionieri del presente, perché memori della storia volgiamo lo sguardo al futuro con speranza. I tempi che stiamo vivendo non sono facili. La crisi economica non sembra sia ancora superata. Molte famiglie, anche nella nostra terra, soffrono per la disoccupazione e la mancanza del necessario per una vita dignitosa. Tuttavia occorre anche riconoscere che ci siamo abituati a un livello di vita che non possiamo più permetterci, ma a cui si fa fatica a rinunciare, a prezzo a volte di prestiti rischiosi, magari dagli usurai. Così la vita si complica e la povertà aumenta. Alla mensa diocesana e ai centri di ascolto molti si avvicinano per essere sostenuti nelle loro difficoltà. Ringrazio coloro che si prodigano nelle diverse realtà parrocchiali e nei movimenti per sostenere questo impegno di solidarietà verso coloro che hanno bisogno, italiani o stranieri che siano. In questi mesi la nostra diocesi ha continuato a offrire la sua disponibilità per accogliere i profughi che approdano nel nostro paese. Sono oggi circa un centinaio gli stranieri che usufruiscono della nostra amicizia e del nostro sostegno. Non possiamo tirarci indietro davanti a questa richiesta, memori della nostra storia e di quanto ci dice la Parola di Dio: “Lo straniero dimorante presso di voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso, perché anche voi siete stati stranieri in terra d’Egitto (Levitico 19,34). Vi chiedo di non dare ragione alla paura e a coloro che vorrebbero respingerli in nome di una presunta invasione, come se fossero i profughi la causa della crisi di cui stiamo soffrendo. Se mai la crisi è la conseguenza della corruzione e di una gestione poco oculata e onesta del bene comune.
Di fronte a queste difficoltà non possiamo tuttavia non guardare lontano da noi, soprattutto dove la guerra e il terrorismo mietono vittime e provocano morte e distruzione. Come non pensare alla Siria e all’Iraq, dove i cristiani e molti altri soffrono e sono costretti a fuggire abbandonando tutto. Oppure, come non ricordare quei paesi dove la violenza e l’instabilità alimentano i conflitti e fanno crescere la povertà. Ricordare è un compito dei cristiani. I cristiani sono universali e non possono vivere guardando solo a se stessi o al proprio piccolo luogo di vita o di attività. Chi guarda solo se stesso si condanna alla paura e all’egoismo. Gli altri appariranno come potenziali nemici o si guarderà loro con indifferenza. Gesù è molto chiaro quando ci invita a non vivere per noi stessi, a non voler salvare la propria vita, perché chi vive per se stesso e chi vuole salvare se stesso, in realtà si perde, anche se non se ne accorge. Gli egoisti infine non sono mai contenti, perché a loro manca sempre qualcosa che pretendono dagli altri, oltre a rendere la vita difficile e insopportabile anche a coloro che li circondano.
Vogliamo volgere lo sguardo anche alla nostra terra, derubata della sua bellezza per l’incuria, lo sfruttamento, il disprezzo, la mancanza di responsabilità per un bene che è di tutti. Conosciamo il grande problema della Valle del Sacco, dell’inquinamento dell’aria e della terra, dove l’agricoltura è stata preferita a un’industrializzazione a volte senza regole che ha causato molti danni. Non possiamo non condividere il grido di dolore espresso da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ di fronte a quella che chiama “l’inequità planetaria” per lo sfruttamento della terra e le ingiustizie sociali: “Queste situazioni (di inequità planetaria) provocano i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza” (n. 53).
La gioia di essere un popolo
Nelle difficoltà e nella globalizzazione crescono paura e individualismo. Gli altri, soprattutto quelli che vengono da fuori del proprio territorio, mettono paura, disturbano la quiete e le abitudini. Mentre siamo sempre più globali e comunichiamo con il mondo con un clic, diventiamo spesso tribali, difensori di noi stessi e del nostro territorio. Istintivamente ci si abitua a pensare che conviene occuparsi solo di sé. Eppure emerge sempre di più anche il bisogno di incontrarsi, di essere ascoltati, accolti, amati. Da soli non si vive bene. Pensate agli anziani soli, a quelli che vivono in istituto, magari abbandonati dai parenti. Credete che siano felici? Certo a volte ci si abitua alla solitudine e persino all’abbandono. Ma quando qualcuno li visita e ci diventa amico, tutto cambia nella loro vita. In questo senso possiamo dire che i poveri ci insegnano a capire la bellezza e la necessità di essere un popolo, una comunità, una famiglia. C’è infatti bisogno di famiglia, anche quando la famiglia è in crisi. Nell’individualismo crescente emerge un bisogno di comunità, di luoghi dove essere accolti e amati. Penso ai momenti di festa delle nostre comunità, a cominciare dalla Domenica quando siamo accolti dal Signore per la Santa Messa, il momento più bello in cui mostriamo di essere un’unica famiglia pur nelle differenze di ciascuno. Penso anche a quegli appuntamenti che ci vedono insieme sia nelle nostre comunità che come Diocesi. Sono una ricchezza.
Questa è la Chiesa: un popolo, una famiglia, germe, “sacramento o segno e strumento dell’unità di tutto il genere umano”, come dice il Concilio Vaticano II all’inizio della Costituzione Dogmatica sulla Chiesa. Siamo quel popolo senza confini di cui Gesù ha voluto circondarsi. Infatti attorno a lui c’erano i Dodici, quel fondamento originario della Chiesa. Poi altri discepoli, numerosi, che erano stati chiamati a seguirlo più strettamente, impegnandosi ad annunciare il Vangelo del Regno e a guarire ogni malattia e infermità. Ma c’erano molti altri, dalle donne che lo accoglievano e lo servivano e che saranno le prime testimoni della resurrezione, alle famiglie, come quella di Lazzaro, Marta e Maria, che lo ospitavano, fino a coloro che lo considerano un punto di riferimento, nonostante non lo seguissero da vicino, come Giuseppe di Arimatea o Nicodemo. C’erano anche i beneficiati dal suo potere come il mendicante cieco Bartimeo (Marco 10,46-52) oppure gente che operava nel nome di Gesù come quel guaritore a cui i discepoli vogliono impedire di usare il suo nome (Marco 9,38-40). Anche essi erano tra quella gente numerosa che lo seguiva. Erano diversi, eppure tutti attratti dalla sua parola e dalle opere che faceva. Gesù voleva che tutti facessero parte di quel popolo, germe del Regno di Dio. Dovremmo imparare a guardarci in questo modo, come il popolo riunito da Gesù. Guardiamoci sempre così quando siamo insieme: tra noi ci sono giovani, adulti, piccoli e anziani, donne e uomini, italiani e stranieri, sani e malati, forti e deboli. Questo popolo ci è di grande consolazione, ci comunica una gioia profonda che ci accompagna nelle nostre giornate, è fonte di amore e di ristoro per la nostra vita. E’ come quell’albero grande di cui parla Gesù, sotto cui si annidano gli uccelli del cielo, a cui dà ristoro con la sua ombra Non stacchiamoci mai da esso. Aiutiamo altri a farne parte, perché tutti hanno bisogno di essere in un popolo, di gustare la gioia della comunità, di trovare ristoro e pace per la loro vita.
A volte con una certa tristezza vedo quanto ancora la gente si combatte, giudica, litiga, disprezza, si lamenta. La rete internet, che dovrebbe essere un’occasione d’incontro e di amicizia, diventa spesso occasione d’insulto, di disprezzo, di inimicizia. Quante occasioni sprecate per costruire ponti con gli altri. Invece ci si erge a giudici, ci si combatte, si eliminano altri dal nostro orizzonte e con un semplice clic si trasformano amici in nemici. Sarebbe invece bello che le possibilità offerte da internet divenissero occasione per costruire relazioni buone, per far conoscere la gioia del nostro popolo. Ma ci vuole pazienza, umanità, comprensione. Meglio esimersi dal condannare troppo aspramente e facilmente! A volte è preferibile tacere piuttosto che esprimersi senza misericordia. La rete infatti, oltre ad essere una grande occasione di informazione e di comunicazione, può trasformarsi in un inganno.
Compassione e misericordia, cuore del popolo
Ci vogliamo chiedere come aiutarci a vivere nel popolo, con quali sentimenti essere gli uni accanto agli altri come sorelle e fratelli. Leggiamo nel libro di Osea, un profeta vissuto nel secolo ottavo prima di Cristo, che a partire dalla sua difficile esperienza matrimoniale egli comprende che il segreto del rapporto di Dio con il suo popolo sta nell’amore e nella misericordia con la quale il Signore ristabilisce l’alleanza con Israele. Israele ha tradito l’amore di Dio, si è affidato agli idoli, che lo hanno tratto in inganno promettendogli prosperità e benessere e facendogli dimenticare che quanto possiede è dono di Dio e non tanto frutto della sua capacità e della sua conquista. Per vivere con questa coscienza ci vuole umiltà. L’orgoglio, l’idea che quanto ci appartiene è solo frutto del nostro impegno e della nostra fatica non aiutano a vivere con gli altri e spesso escludono Dio dalla propria vita. Gli orgogliosi faticano a vivere come donne e uomini di fede, perché non sanno affidarsi a Dio, credono che la vita sia tutta nelle loro mani, che il futuro dipenda solo da loro, sono convinti che nella vita si debba innanzitutto riuscire, far carriera, avanzare, e non salvarsi.
Per questo il profeta accusa il suo popolo di adulterio, di avere preferito altri a Dio stesso: “Accusate vostra madre, accusatela, perché lei non è più mia moglie ed io non sono più suo marito. Si tolga della faccia i segni della sua prostituzione e i segni del suo adulterio dal suo petto” (2,4-5). Tutto prende origine dal fatto che Israele ha dimenticato la misericordia di Dio. Ma il Signore ritorna, non abbandona il suo popolo, vuole riconquistare il suo amore come fa un amante con la sua amata: “Io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (2,16). Dio ci vuole molto bene, il suo amore non si ferma al nostro peccato e ai nostri tradimenti. Ci porta in disparte come quando siamo con lui nella preghiera. Ci porta nel “deserto”, cioè là, dove non possiamo rivendicare nulla ma solo stare con lui per essere aiutati e salvati. E poi parla al cuore di ognuno di noi. Se si accetta di stare con lui, tutto cambia, tutto comincia di nuovo in quel rapporto di tenerezza che può esistere tra marito e moglie quando si vogliono bene. Tuttavia bisogna accettare di essere figli, di ascoltare e di non fare di testa propria. Il Signore ci considera suoi figli, ci nutre con tenerezza come un padre e una madre con il figlio: “A Efraim insegnavo a camminare tenendolo per mano…Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (11, 3-4). Quanta tenerezza in questo atteggiamento di Dio verso il suo popolo e verso di noi! Anche se noi ci allontaniamo da lui, anche se “siamo duri a convertirci e non sappiamo sollevare lo sguardo da noi stessi verso di lui” (Os 11,7-8), egli non ci abbandona: “Come potrei abbandonarti … come consegnarti ad altri?…Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (11,8). Dio si commuove davanti allo smarrimento del suo popolo, freme di compassione.
Compassione e misericordia saranno gli stessi atteggiamenti di Gesù verso la gente che lo seguiva e di cui egli voleva formare un popolo, perché non continuassero ad essere come “pecore senza pastore”, perché avessero in lui una guida, un punto di riferimento sicuro e negli altri dei fratelli e delle sorelle. Gli evangelisti utilizzano un verbo che è tipico e quasi esclusivo di Gesù: “avere compassione”. Si trova nei Vangeli Sinottici (Matteo, Marco e Luca) 12 volte. Di queste solo in tre casi il soggetto della compassione non è direttamente Gesù. In Mt 18,27 nella parabola del servo spietato il soggetto è il padrone del servo: “Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito”. E’ chiaro comunque che anche in questo caso il padrone rappresenta Dio che ha compassione tanto da condonare i debiti agli uomini. In Lc 10,33 è il samaritano che ha compassione quando vede quell’uomo malmenato dai briganti lungo la strada. Anche qui è chiaro che nel samaritano, come intesero i Padri, vediamo Gesù stesso. Il terzo caso si trova nella parabola del Padre misericordioso. Quando il Padre, cioè Dio stesso, vide tornare il figlio maggiore, “ebbe compassione” e gli scese incontro. Non gli chiese nulla e non gli diede neppure il tempo di chiedere perdono. Gli bastò il suo ritorno per accoglierlo.
Gli altri casi, in cui è Gesù stesso il soggetto, sono così distribuiti. In Marco e Matteo i due racconti di moltiplicazione dei pani sono introdotti sempre dalla compassione di Gesù. In altri casi Gesù “ha compassione” davanti a un malato o a una richiesta di vita (il caso della vedova di Nain in Lc 7,13). In Mt 20,34 Gesù sta di fronte a due ciechi che chiedono la guarigione. Lo stesso avviene in Mc 1,41 davanti a un lebbroso che “lo supplicava” per essere purificato. In Mc 9,22 è il padre di un ragazzo indemoniato che si rivolge a Gesù chiedendogli di avere compassione per il figlio tormentato dal male. E’ significativa la menzione di Mt 9,36. Gesù, seguito da una folla numerosa, vedendola, “ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Dopo di che, chiede ai discepoli di pregare perché il “signore della messa mandi operai nella sua messe”. E di seguito egli stesso invia i discepoli in missione.
Si potrebbe riassumere il sentimento di Gesù come qualcosa che nasce dal bisogno di fronte a cui si viene a trovare. Ma che cosa è la compassione? Da che cosa nasce e che cosa implica? Il verbo greco deriva da una radice che ha a che fare con il ventre della madre quando ha in sé il figlio, nasce quindi da una relazione di profonda intimità. Il figlio è un tutt’uno con la madre, che ne sente la presenza, i battiti, i movimenti, i sussulti. La madre sente con il figlio. Egli fa parte della sua stessa vita. Così è il sentimento di Gesù, che condivide con Dio Padre e che quindi esprime nella sua esistenza terrena. Noi siamo parte della sua vita, come il figlio è parte della vita della madre soprattutto quando sta nel suo ventre. In questo senso si potrebbe dire, come ebbe a dire Giovanni Paolo II, che Dio è Padre ma anche Madre. Gesù viene a condividere la nostra stessa vita. Anzi, egli come una madre ci nutre e ci fa crescere. Si occupa dei suoi figli quando sono colpiti dal male perché riabbiano la vita in pienezza.
La compassione nasce quando Dio Padre o Gesù, il figlio, si trova davanti a una richiesta di aiuto esplicita o al bisogno di qualcuno: il figlio perduto, il servo indebitato, un lebbroso, dei ciechi, un indemoniato, una vedova che piange il figlio morto, una folla numerosa e affamata, un uomo rapinato e mezzo morto. La compassione dovrebbe quindi nascere anche in noi quando qualcuno sceglie di guardare e di fermarsi davanti al bisogno e all’esclusione. La parabola del Buon Samaritano mostra bene questo aspetto della compassione. Infatti la differenza tra il sacerdote, il levita e il samaritano è data proprio della compassione, che introduce una svolta radicale nel racconto e nella vita dell’uomo rapinato e mezzo morto al bordo della strada. La compassione fa fermare la fretta dei propri impegni, anche se giusti e legittimi, come potevano essere quelli di un sacerdote e di un levita che andavano a compiere il loro dovere al tempio. Inoltre la compassione cambia radicalmente il rapporto tra i due soggetti: l’uno sente l’altro come parte della sua stessa vita superando l’estraneità che intercorre tra i due. Infatti, a parte il racconto della parabola del padre misericordioso, non esiste rapporto di familiarità naturale tra Gesù e coloro a cui dona la sua compassione. La compassione quindi crea un nuovo rapporto di familiarità e di intimità, simile a quello della madre con il figlio. In Mt 25,31-46 Gesù si identifica con i poveri, quindi chi li incontra e li soccorre entra a far parte del popolo di Dio, della famiglia di Gesù, perché i poveri sono “i suoi fratelli più piccoli”. Per il discepolo si tratta quindi non solo di assistenza a chi si trova nel bisogno, ma di ingresso in un nuovo rapporto con Gesù e i poveri, si potrebbe dire l’ingresso in un nuovo popolo, quello che il profeta Sofonia chiama “il popolo degli umili e dei poveri” (Sof 2,3).
Un ultimo aspetto legato all’atteggiamento di Gesù riguarda il “vedere”. In diverse circostanze si dice che Gesù “vide” e quindi ne ebbe compassione. Lo afferma Mt 9,36 davanti alla folla come anche Mt 14,14 quando Gesù vede la gente affamata che lo segue (così anche in Mc 6,34). In Lc 7,13 Gesù vede la vedova che piange il figlio morto, mentre in Lc 15,20 il padre “vide (il figlio) mentre era ancora lontano” e gli corse incontro. L’insistenza sul vedere mostra come si tratti di un’azione fondamentale perché possa nascere la compassione. Spesso non si ha compassione perché non si vuole vedere, anzi si girano gli occhi da un’altra parte, di solito verso se stessi o i nostri impegni. Fa sempre specie quando qualcuno davanti alla sofferenza o a immagini drammatiche dice: “Io preferisco non guardare, perché mi fa senso”. Così si continua a guardare se stessi pensando persino di essere nel giusto. Chi non vede il dolore, il dramma di tanta gente, rimane prigioniero della paura e sceglie di continuare a guardare solo se stesso. Guarda invece e acquisterai la compassione!
La parabola del Buon Samaritano ci permette di estendere la riflessione dalla “compassione” alla “misericordia” di Gesù. Infatti, mentre in Lc 10,33 si parla di compassione, la parabola si conclude interpretando il sentimento del Samaritano come “misericordia” (eleos), nonostante la nostra Bibbia traduca anche nel secondo caso con “compassione”: Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?. Quello rispose: Chi ha avuto misericordia di lui”. La misericordia è il sentimento/atteggiamento di Dio che Gesù fa suo. Lo mostra bene il Vangelo di Matteo, dove per ben due volte Gesù fa proprie le parole del profeta Osea: “Misericordia voglio e non sacrificio” (Os 6,6). Questa duplice citazione di Osea esprime un tratto della paternità divina che Gesù fa propria fino a diventare il suo modo di essere tra noi. L’attitudine misericordiosa di Gesù apre quindi a un aspetto fondamentale del suo vivere tra noi.
In Mt 9,13 la citazione di Osea si colloca dopo la chiamata di Levi il pubblicano e il pranzo con pubblicani e peccatori e in risposta alla critica dei farisei, i quali si stupiscono di questa scelta di un Maestro famoso come Gesù. Essa si trova al centro di una contrapposizione dove sono messi in antitesi due opposti: sani//malati; giusti//peccatori. Gesù è venuto a sanare i malati e a chiamare i peccatori. In questo si realizza la misericordia di Dio. Perciò la misericordia divina che si compie in Gesù si pone come qualifica della sua vita pubblica, caratterizzata dalle guarigioni dei malati e dalla chiamata dei discepoli.
La stessa sottolineatura si ritrova nell’altro testo che cita Os 6,6: Mt 12,7. Qui la citazione conclude l’episodio delle spighe strappate e mangiate dai discepoli in giorno di sabato e la conseguente discussione con i farisei. La risposta di Gesù dice che non si può negare cibo a chi ha fame neppure in giorno di sabato, quando la legge lo vieterebbe. Quindi i farisei non devono “condannare persone senza colpa”. Attraverso questo testo la misericordia ci conduce al perdono, esattamente all’opposto della condanna voluta dai farisei e invece conseguenza proprio dell’atteggiamento misericordioso di Gesù, questo sentimento con il quale egli guarda agli uomini che incontra. Credo sia superfluo soffermarsi sul valore del perdono come aspetto essenziale dell’attitudine di Gesù di fronte al peccatore. Già questo appariva chiaro nel pasto con pubblicani e peccatori. Basti ricordare a proposito di perdono Gv 8,1-11, il racconto dell’adultera perdonata, e la parabola del Padre misericordioso di Lc 15. Gesù realizza la volontà misericordiosa del Padre che accoglie “chi era perduto” e lo reintegra nella famiglia umana dandogli la possibilità di iniziare una nuova esistenza. Se vogliamo un esempio quasi paradossale della grandezza della misericordia divina, rileggiamo il piccolo libro di Giona, dove Dio guarda con misericordia persino al peggiore dei nemici del suo popolo. Papa Francesco nell’omelia della Messa con i nuovi cardinali ha così commentato la guarigione del lebbroso di Mc 1: “(Gesù) non pensa alle persone chiuse che si scandalizzano addirittura per una guarigione, che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali, a qualsiasi carezza o tenerezza che non corrisponda alle loro abitudini di pensiero e alla loro purità ritualistica. Egli ha voluto integrare gli emarginati, salvare coloro che sono fuori dall’accampamento (cfr Gv 10). Sono due logiche di pensiero e di fede: la paura di perdere i salvati e il desiderio di salvare i perduti. Anche oggi accade, a volte, di trovarci nell’incrocio di queste due logiche: quella dei dottori della legge, ossia emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata, e la logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio.” Il Salmo 136 canta la “misericordia” di Dio nella storia del popolo di Israele, ricordandoci quanto sia necessario rileggere la propria storia alla luce della misericordia divina che spesso ci ha raggiunto forse senza che noi ce ne accorgessimo. Ci troviamo perciò senza dubbio davanti a un sentimento di Gesù nel quale egli mostra il volto misericordioso del Padre. Il Giubileo straordinario della Misericordia sarà un’occasione opportuna per appropriarsi della misericordia come stile di vita personale e comune. “L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia”, scrive papa Francesco (Misericordiae vultus,10). Siamo destinatari della misericordia divina e nello stesso tempo abbiamo bisogno di donare misericordia. Ne siamo consapevoli? Solo chi si ritiene giusto e giudica gli altri non ha bisogno della misericordia.
Costruire il popolo della misericordia
Verso il Convegno Ecclesiale di Firenze
Tutti, in maniera diversa, siamo chiamati a far parte di questo popolo e a costruire il popolo innanzitutto a partire dalla condivisione dei due atteggiamenti/sentimenti di Gesù di cui abbiamo parlato: compassione e misericordia. Tenendo conto di questa attitudine di fondo, di questo stile di vita, mi chiedo come costruire il popolo della misericordia nelle nostre realtà. Vorrei offrire dei suggerimenti a partire da quanto ci viene proposto dal sussidio di preparazione al prossimo Convegno Ecclesiale di Firenze. Vengono elencati i cinque ambiti di riflessione del convegno che proporrei di fare nostri per interrogarci su come realizzare in maniera più visibile e gioiosa la realtà del popolo che noi rappresentiamo.
Uscire
Per vivere la misericordia bisogna innanzitutto uscire dal proprio mondo, vedere come Gesù con compassione la gente che ci circonda, a partire dai poveri. Uscire non è istintivo, non è naturale. Ognuno di noi tende a chiudersi, soprattutto per la paura di mettersi in gioco, perché l’incontro con altri mette sempre in discussione, chiede, interroga. E poi il mondo è complesso, difficile, i rapporti sono complicati. Meglio starsene soli – si pensa -, magari tristi e scoraggiati. Spesso la rete favorisce la solitudine, perché tutto si può fare stando a casa propria. Anche gli incontri possono svilupparsi solo su internet. Si includono o si escludono gli altri secondo la condivisioni di pensieri, opinioni, giudizi, attese. Con un clic dici “mi piace”, con un altro dici “no”. Non guardi in faccia gli altri, non rispondi e non entri in una discussione fatta di ascolto e di presenza. Fa sorridere vedere persone, in genere ragazzi e giovani, che si scambiamo messaggi quando sono seduti alla stessa tavola. Ci si illude che basta la rete delle proprie amicizie. Così si perde il valore e la fatica della costruzione di un popolo reale, fatto di incontri, parole, sguardi, domande e risposte, relazioni personali.
Dio, il seminatore della parabola, “esce” a seminare. La vita di Gesù è un continuo andare e uscire. Siamo di fronte a un itinerante che esce per incontrare, parlare, aiutare, guarire, salvare. Quando Gesù esce, vede, si accorge del bisogno, delle domande e delle attese della gente che lo circonda. Anche Abramo uscì dal suo mondo per diventare una benedizione per tutte le famiglie della terra (libro della Genesi, capitolo 12). Solo uscendo da se stessi si può costruire un popolo universale di sorelle e fratelli. Così fece Mosè, che uscendo vide l’ingiustizia dei suoi fratelli e fu chiamato da Dio a “far uscire” il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto (libro dell’Esodo, capitoli 2-3). Gesù uscendo da Nazareth incontrò uomini e donne molto diversi che cominciarono a seguirlo e ad ascoltarlo, condividendo la sua proposta di vita. Non volle creare un’istituzione, ma un popolo in movimento, una famiglia di diversi. Incontrava gli altri per lo più nelle strade, nei luoghi aperti, raramente nelle case o nei luoghi di preghiera, come la sinagoga o il tempio. Bisogna chiedersi se il nostro cristianesimo non è troppo sedentario, chiuso nelle proprie istituzioni, nei riti, abitudini, tradizioni. Cosa significa imitare Gesù che esce per incontrare?
Annunciare
Gesù uscì per annunciare che il Regno di Dio era vicino e che bisognava convertirsi. La sua vita fu annuncio di questa buona notizia. Nella sua vita terrena coinvolse i discepoli nell’annuncio del Vangelo. Il fine per cui “costituì” i Dodici, gli apostoli, fu “perché stessero con lui e per mandarli ad annunciare il Vangelo con il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,14-15). Ad essi associò, secondo il Vangelo di Luca, altri settantadue discepoli mandandoli due a due per annunciare il Vangelo della pace (Lc 10). Il numero settantadue rappresenta i popoli della terra, quindi indica l’universalità di questo annuncio da cui nessuno può essere escluso. L’apostolo Paolo più di tutti comprese la centralità del comando che Gesù aveva lasciato ai discepoli prima dell’ascensione: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). Per questo viene chiamato “l’apostolo delle genti”, cioè dei popoli. In effetti, Paolo percorse molte delle strade allora conosciute con il desiderio di raggiungere gli estremi confini del mondo perché tutti potessero conoscere il Vangelo di Gesù. Potremmo dire che la sua vita fu annuncio del Vangelo. Così egli stesso la concepì, come afferma scrivendo ai cristiani di Corinto: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi s’impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1 Corinzi 9,15). Davanti a questo comando di Gesù e alla passione di Paolo per la comunicazione del Vangelo a tutti è necessario chiedersi: esiste nelle nostre realtà la stessa passione missionaria e di testimonianza? Siamo consapevoli del tesoro che abbiamo ricevuto o lo abbiamo sotterrato per paura e per abitudine? Quando il seminatore uscì a seminare il seme della Parola di Dio, non scelse prima il terreno, ma gettò con generosità il seme ovunque. Si potrebbe considerare uno sprecone, uno che getta via il seme senza fare bene i conti. Ma questa è la generosità di Dio che spiazza la nostra avarizia e i nostri calcoli! Siamo noi come il seminatore o preferiamo scegliere il terreno su cui gettare il seme ancor prima di cominciare? I nostri impegni e piani pastorali non rispondono a volte a nostre logiche piuttosto che alla logica e alla libertà del Vangelo che dovrebbe raggiungere tutti, soprattutto i lontani? Bisogna sempre ricordare che le persone che frequentano abitualmente la Chiesa nella nostra Diocesi sono una minoranza. Ci occupiamo degli altri o ci curiamo solo di quelli che ci sono? Non dubito dell’impegno di tanti nelle nostre comunità, ma mi chiedo se non dovremmo riscoprire la forza e il valore incommensurabile del Vangelo che abbiamo ricevuto e che dovrebbe essere testimoniato e comunicato con maggiore generosità e larghezza, uscendo dal mondo delle nostre abitudini e dei nostri riti.
Abitare
Il Vangelo di Marco raccoglie nel primo capitolo una giornata tipo di Gesù, la giornata cosiddetta di Cafarnao perché si svolge in questa cittadina sulle sponde del Lago di Galilea (vedi Mc 1,21-39). Cafarnao era una città di una certa importanza. Vi passava una via commerciale che collegava le regioni a est del Giordano con il Mediterraneo. Qui Gesù soggiornava spesso nella casa di Pietro, che gli scavi archeologici hanno messo di nuovo in luce. Nella descrizione dell’attività di Gesù vediamo come egli “abiti” i luoghi di vita della gente del suo tempo. All’inizio entra nella sinagoga, il luogo della preghiera e dello studio della Parola di Dio, dove il Vangelo dice che egli insegnava. Lo sappiamo anche da un altro episodio raccontato nel capitolo sesto di Marco che Gesù altre volte aveva insegnato nella sinagoga. Di solito chi dirigeva la sinagoga poteva chiamare una persona nota e colta a spiegare la Parola di Dio che era stata letta. Così doveva essere avvenuto per Gesù quel sabato. Gesù insegna “con autorità”, ma non solo. Egli si incontra subito con la forza del male, rappresentata da un indemoniato, che Gesù guarisce. Autorità nel parlare che diventa autorità nell’operare. La parola di Dio ha una forza straordinaria di liberazione dal male. Poi Gesù va nella casa di Pietro, dove incontra un’anziana malata, che dopo la guarigione si mise a servirli, forse quanto faceva abitualmente in quella casa. Venuta la sera Gesù sta alla “porta” della città, il luogo della vita pubblica, come per noi oggi la piazza. E tutta la gente della città, compresi i malati, si riunisce davanti a lui. Infine va in altri luoghi: un luogo deserto per la preghiera, e poi in tutti i villaggi della Galilea. Sinagoga, casa, piazza, deserto, città e villaggi: ecco come l’attività di Gesù e la sua parola “abitano” i luoghi di vita del suo tempo. Non esiste luogo che non sia toccato dalla sua parola e dalla sua presenza benefica. A Gesù interessa il popolo nella sua varietà, nessuno escluso. Vuole incontrare tutti. Questo breve quadro dipinto dall’evangelista Marco ci offre la possibilità di riflettere sui luoghi abitati da ciascuno di noi e dalle nostre comunità. Siamo come Gesù degli itineranti che visitano i luoghi abitati dalla gente o preferiamo aspettare che gli altri vengano da noi? Siamo stanziali o itineranti? Certo, chi non “esce” da se stesso e dalle sue abitudini non sarà in grado di abitare i luoghi di vita della gente del nostro tempo. Gesù non giudica, non esclude nessuno. Ovviamente c’è chi lo ascolta e chi gli è contro, ma questo non ferma il suo abitare i luoghi di vita delle donne e degli uomini del suo tempo.
Educare
L’annuncio del Vangelo educa le donne e gli uomini a una nuova cultura, a un nuovo umanesimo, imprimendo una svolta nella loro vita. Gesù insegnava e il suo insegnamento era percepito come un insegnamento fatto con “autorità”, perché giungeva al cuore e toccava la vita dei suoi ascoltatori. Per questo chi lo ascoltava si convertiva, cioè accettava di cambiare se stesso, i suoi pensieri, sentimenti, abitudini, comportamenti. Se il Vangelo che ci viene annunciato non cambia nulla della nostra vita, bisogna chiedersi anzitutto se lo ascoltiamo. Ognuno di noi ogni anno partecipa alla festa del patrono della propria parrocchia o a quella di un santo di cui è devoto. Ci si dovrebbe chiedere di anno in anno: che cosa è cambiato in me e nella mia vita rispetto all’anno precedente? Se non è cambiato nulla, sarebbe doveroso chiedersi che senso ha partecipare alla festa. Folclore? Esibizione? Abitudine? Non lo so. Ma occorre porsi almeno la domanda. Un Vangelo annunciato che non incide nella vita deve suscitare la domanda sulla nostra disponibilità ad accogliere la Parola di Dio come una proposta bella di vita, di un nuovo pensiero, di un modo nuovo di essere donne e uomini. L’individualismo abitua tutti a decidere da soli e a fare da soli, con la sola autorità di se stessi. Se il cristiano non si fa aiutare ed educare, perde una grande occasione per umanizzare la sua esistenza. Questo vale non solo per i piccoli e i giovani, che magari frequentano la Chiesa in vista di ricevere un sacramento come la prima comunione o la cresima, ma vale per tutti. La vita cristiana è sempre educazione a un nuovo stile di vita, a un nuovo umanesimo, che vorrebbe essere come quello di Gesù. Bisogna perciò accettare la sfida dei nuovi linguaggi, perché il Vangelo raggiunga tutti e possa creare una nuova cultura del vivere.
Trasfigurare
La vita nuova in Cristo trasfigura le donne e gli uomini, la loro umanità, il loro modo di vivere, di comunicare, di essere. Al capitolo 33 del libro dell’Esodo si racconta di Mosè che piantava la “Tenda del Convegno”, che custodiva l’arca dell’alleanza con le tavole della legge, al di fuori dell’accampamento degli israeliti mentre stavano attraversando il deserto. E’ un racconto molto affascinante. Si legge: “Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all’ingresso della sua tenda: seguivano con lo sguardo Mosè, finché non fosse entrato nella tenda. Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube, e parlava con Mosè. Tutto il popolo vedeva la colonna di nube… e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all’ingresso della propria tenda. Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con un altro” (33,8-11). In un certo senso assistiamo a una trasfigurazione del popolo, che poco prima era stato definito da Dio stesso di “dura cervice” (33,5): tutti escono dalla propria tenda, guardano a Mosè, lo seguono con lo sguardo finché entra nella tenda dell’incontro con il Signore, che parla “faccia a faccia con lui”. Il popolo si trasfigura quando ognuno accetta di uscire dalla tenda delle proprie abitudini per guardare dalla stessa parte, quella dove il Signore parla, dove si incontra con il suo servo Mosè. Come non pensare alla Domenica e all’incontro con il Signore nella Celebrazione Eucaristica. Tutti usciamo dalle nostre case, lasciamo per un po’ le nostre abitudini, entriamo nella casa di Dio e volgiamo il nostro sguardo alla croce e all’altare, mentre Gesù viene in mezzo a noi e noi possiamo parlare con lui “faccia a faccia”, perché lui è la presenza misteriosa ma reale di Dio nella Parola che ascoltiamo, nel pane e nel vino che diventano suo corpo e suo sangue. Qui inizia la nostra trasfigurazione e il nostro impegno di trasfigurare il mondo. Uomini e donne trasfigurati dalla Parola e dal Pane di vita eterna non potranno non impegnarsi a trasfigurare la realtà che li circonda. Non posso non suggerire di leggere quanto papa Francesco dice nell’Enciclica Laudato si’, per imparare tutti ad essere responsabili della terra che ci circonda nella sua diversità e a trasfigurarla con impegno e amore.
Costruire il popolo della misericordia nella vita personale
Vorrei indicare alcuni motivi di impegno.
a) La preghiera. Dobbiamo diventare tutti di più donne e uomini di preghiera. Il mondo ci induce a pensare la vita come un fare, un organizzare. Non si ha mai tempo. Si è sempre di fretta. Come si dedica poco tempo agli altri, persino nelle famiglie, così si dedica poco tempo a stare con il Signore. Mi colpiscono sempre quei genitori che scaricano i figli al catechismo o alla Messa e se ne vanno altrove. Certo, avranno da fare. Mi chiedo che cosa diranno ai loro figli, quale umanesimo comunicheranno. Mi chiedo se non farebbe bene al loro spirito fermarsi a pregare, partecipare alla Messa della Domenica invece di correre da un’altra parte. Sono certo che ne uscirebbero arricchiti e questo farebbe molto bene alla loro famiglia. Infatti la preghiera trasfigura, rende umani perché avvicina a Dio, ai suoi pensieri, ai suoi sentimenti, alla sua misericordia. Vorrei suggerire di imparare a pregare con la Bibbia, a partire dai Salmi. La Bibbia racchiude la Parola di Dio. Quale preghiera più bella e profonda di quella che utilizza la parola stessa che il Signore ha lasciato per noi e la Chiesa ci ha conservato! Ho pensato di celebrare una giornata della Bibbia durante l’Anno Santo della Misericordia, proprio per aiutare tutti a scoprire la bellezza e il valore di questa Parola che ci viene affidata. Scrive Gregorio Magno: “Che altro è la Sacra Scrittura se non la lettera di Dio alla sua creatura? Leggila dunque con ardente affetto. Cerca di meditare ogni giorno le parole del tuo Creatore. Impara a conoscere nelle parole di Dio il cuore di Dio” (Epistole V, 46). Impariamo anche noi a conoscere nelle parole di Dio il cuore di Dio. Dedichiamo ogni giorno qualche minuto a leggere un passo della Bibbia, magari cominciando dai Vangeli. Vedrete che questo ci aiuterà a crescere in sapienza e umanità.
b) Il perdono. “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”, recitiamo nel Padre Nostro. Il nostro Padre nei cieli sempre ci accoglie con misericordia, pronto a rivestirci dell’abito della festa quando noi ritorniamo a lui, come fece con quel figlio che se ne era andato sperperando l’eredità che il padre gli aveva anticipato. A volte facciamo fatica a riconoscere la nostra lontananza da Dio, il nostro peccato. Istintivamente ci sentiamo giusti e buoni. A volte abbiamo una coscienza limitata del nostro peccato. Confessiamo sempre le stesse cose. Confessiamo mai le ingiustizie, i litigi, le prepotenze, gli imbrogli, l’attaccamento al denaro, l’esibizione della ricchezza, la superbia, l’ira, le invidie, le gelosie, le chiacchiere, la maldicenza, i rancori, i pensieri cattivi sugli altri, le inimicizie, gli egoismi, e via di seguito? Insomma, ce ne sarebbero di peccati da riconoscere nella vita di ciascuno! Dio non ci caccerebbe via. Vuole solo che siamo più consapevoli dei nostri peccati perché ci possa aiutare a cambiare. Infatti il perdono che riceviamo nella confessione o all’inizio della Santa Messa esprime la misericordia di Dio che ci accoglie e ci concede di iniziare un nuovo modo di vivere. Il perdono è l’inizio della conversione. “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Luca 6,36). Siamo disposti ad assumere nei confronti degli altri lo stesso atteggiamento di Dio per noi? Quanto è difficile! Spesso non sappiamo perdonare. Ci sono rancori, inimicizie e litigi che si trascinano fino alla morte, come quelli che riguardano le proprietà o il denaro. Che cosa non si farebbe per il denaro! In questo anno della misericordia, come ci ha chiesto Papa Francesco: – riscopriamo il valore e la gioia del perdono attraverso il sacramento della confessione e la partecipazione alla Messa domenicale; – impariamo a perdonare qualcuno con cui abbiamo litigato o abbiamo qualcosa in sospeso e a riconciliarci con lui; – l’indulgenza che riceveremo durante l’Anno Santo ci aiuti a riscoprire il grande dono della misericordia (Misericordiae vultus, n. 14).
c) L’incontro. Uscire è incontrare. Già nella preghiera si esce da se stessi per incontrare il Signore. La preghiera stessa ci aiuta ad abbandonare l’abitudine a vivere concentrati su di sé per incontrare gli altri. Quando si ascolta la Parola di Dio non si può tenerla per sé, ma si sente il bisogno di comunicarla. Maria ed Elisabetta sono un bell’esempio di due donne, una giovanissima, l’altra anziana, che, dopo aver ricevuto la visita di Dio, si incontrano per raccontarsi le meraviglie che il Signore ha operato nella loro vita. La vita cristiana è incontro, relazione (Luca 1,39-56). Solo in questo modo cresce e matura la vita del popolo di Dio. Nell’incontro si impara ad ascoltarsi, a parlarsi, a capirsi, ad accettare nel dialogo la parzialità delle nostre verità, a non pretendere quindi di avere sempre ragione. Al contrario capita di frequente che nella vita quotidiana e anche nelle nostre realtà ci si scontri, perché ognuno vuole imporre se stesso, pretende di avere ragione, crede che non si possa e non si debba cambiare quello che si è sempre fatto in un certo modo. Esiste intorno a noi molta gente che aspetta solo di essere incontrata, aspetta qualcuno che la ascolti, le parli, la includa e non la escluda. Penso a quante persone incontriamo nei centri di ascolto. Penso a chi vive un momento difficile o a chi ha preso il lavoro e chiede di essere sostenuto con la vicinanza e la solidarietà. Penso ai giovani che sono spesso giudicati ma poco ascoltati. Penso a quanti anziani aspettano una visita a casa o in istituto. Impariamo a dire no allo scontro e alla prepotenza di chi vuole affermare se stesso e le proprie ragioni senza dialogare. Noi siamo fatti gli uni per gli altri e non gli uni contro gli altri. Impariamo a dire no anche all’indifferenza, che fa sordi al bisogno degli altri. Il popolo di Dio è un popolo di donne e uomini che si considerano sorelle e fratelli, dove l’incontro è la base del loro essere insieme, del loro far festa attorno all’unico loro maestro e guida: Gesù. Come viviamo questa dimensione nelle nostre diverse realtà? Come superare insieme le difficoltà e le quotidiane divergenze che possono nascere incontrandosi e parlandosi in amicizia e con rispetto?
d) Il servizio. “Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”, disse Gesù ai discepoli dopo una discussione su chi tra loro doveva esser il primo e il più grande (Mc 10,45). La vita cristiana è servizio. Se esiste una grandezza e un primato per il cristiano questi sono solo nel servizio. Perciò, se vogliamo essere grandi e primi, non imponiamo noi stessi, non cerchiamo ruoli e non desideriamo di avere piccoli spazi di potere, ma cominciamo a servire, ad aiutare amando gli altri, a partire dai poveri e dai bisognosi. Il servizio è conseguenza della preghiera e dell’incontro. Una donna e un uomo che pregano ogni giorno sono consapevoli del loro bisogno e imparano l’umiltà, virtù così rara nella prepotenza e nella violenza del mondo. Allo stesso modo chi prega e incontra gli altri impara a servire. Quando si vive ogni proprio impegno con uno spirito di servizio, si riesce a lavorare insieme, a collaborare anche con chi potrebbe avere idee diverse dalle nostre. Quanto è difficile lavorare insieme! Forse dovremmo tutti avere un povero come amico, magari un anziano, un diversamente abile, un profugo, un senza fissa dimora (ci sono anche nella nostra terra!), una famiglia in difficoltà, un disoccupato… Infatti i poveri ci aiutano ad amare, perché davanti a loro non si può fare i prepotenti, bisogna sforzarsi di capire, di ascoltare, di aiutare. Davanti a un povero puoi solo abbassarti, mai innalzarti, devi mettere da parte le tue teorie e sforzarti di ascoltare e di voler bene. Non a caso Gesù nella parabola del giudizio finale si identifica con i poveri, i suoi fratelli più piccoli: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi (Mt 25,35-36). Su questo saremo anche giudicati! Serviamo il Signore nei nostri fratelli più piccoli e con loro inonderemo il mondo di misericordia. Proprio nell’Anno Santo della Misericordia ognuno di noi scelga di avere un povero come amico e di unirsi a coloro che nella nostra diocesi hanno imparato a vivere come amici dei poveri.
Costruire il popolo della misericordia nella vita della diocesi
Nei lineamenti pastorali dello scorso anno erano state tracciate delle indicazioni in relazione ad alcuni ambiti pastorali: la famiglia, la catechesi, la scuola, i giovani, la carità, la missione. Vorrei riproporre queste riflessioni per continuare l’impegno iniziato con dedizione da molti di voi. Credo che, senza escludere altri aspetti della nostra vita diocesana, animati sempre dallo spirito missionario di una Chiesa in uscita, questi rimangono ambiti essenziali su cui occorre continuare ad impegnarci insieme.
a) La famiglia. Siamo quasi all’inizio del Sinodo Ordinario sulla famiglia. Al di là delle conclusioni a cui il Sinodo arriverà, è indubbio che si è aperta una nuova fase di riflessione e di impegno della Chiesa di fronte alla bellezza e alla ricchezza della famiglia, ma anche alle sue sofferenze e difficoltà. Un dato su tutti della nostra Diocesi riguarda la drastica diminuzione dei matrimoni religiosi nello scorso anno. Questo fa riflettere. Ringrazio l’equipe della pastorale familiare per aver favorito l’avvicinamento delle giovani coppie e dei fidanzati, come anche per aver risposto alle indicazioni del Sinodo sulla pastorale dei divorziati risposati e delle famiglie in difficoltà. Ringrazio anche il Consultorio Diocesano per l’attenzione alle problematiche delle famiglie in difficoltà oltre che per l’opera di aiuto alle donne gravide e di prevenzione e contrasto all’aborto. Il matrimonio sottolinea una dimensione che sta alla base della società e del suo configurarsi come tale. Chiedo a tutte le parrocchie in sinergia con le vicarie di dedicare più tempo ed energie alla pastorale familiare con l’aiuto dell’equipe diocesana: – istituendo incontri di preghiera e di riflessione per fidanzati, giovani coppie, famiglie, separati; – offrendo momenti di incontro e di ascolto per le situazioni familiari in difficoltà; – diffondendo lo spirito di una Chiesa che non allontana nessuno, ma al contrario vuole includere tutti; – accompagnando i genitori nell’educazione dei figli e interagendo, dove è possibile, con la scuola.
b) La catechesi. I sussidi offerti dall’ufficio catechistico sono stati un valido e apprezzato contributo. Grazie a tutti coloro che vi hanno lavorato con puntualità. Occorre tuttavia fare uno sforzo in più. Quest’anno riprenderemo il corso di formazione per i catechisti e gli operatori pastorali. Esso sarà rivolto innanzitutto a coloro che non hanno frequentato la Scuola di Teologia o i corsi degli anni scorsi. Il primo anno sarà dedicato alla conoscenza della Bibbia, con delle lezioni che si terranno due volte al mese il lunedì da ottobre a maggio. Nel secondo anno si approfondiranno le verità della nostra fede seguendo la traccia del Catechismo della Chiesa Cattolica. I corsi comprenderanno momenti di lezione frontale, ma anche lettura di testi ed esercitazioni pratiche. Non è possibile infatti aiutare altri a crescere nella fede senza almeno una conoscenza di base della Bibbia e delle verità della fede. Invito tutti a prendere coscienza della necessità che accanto a coloro che da tanto sono impegnati nella catechesi e nella pastorale, si affianchino giovani forze. Vedo tanta disponibilità intorno. E’ solo necessario avere pazienza e aiutare altri a donare un po’ del loro tempo per accompagnare i piccoli e i giovani a conoscere Gesù e la sua Parola. Infine vorrei insistere perché la catechesi sia sempre fondata sulla Bibbia, come propongono i catechismi della CEI. Ma soprattutto essa non sia mai staccata dalla carità. Tutti devono maturare durante il percorso di iniziazione cristiana una sensibilità verso i poveri e i bisognosi sull’esempio di Gesù, che ha avuto uno sguardo buono e misericordioso verso tutti, soprattutto verso i poveri, i malati, i peccatori, gli esclusi, come i pubblicani. Si introducano nella catechesi gesti di solidarietà, si aiuti a conoscere il bisogno degli altri, a partire dagli anziani, dai profughi, e dalle famiglie in difficoltà. Nessuno sia estraneo a questo spirito di amicizia con i poveri che deve coinvolgere tutti, piccoli e grandi, giovani e adulti.
c) La scuola. Non posso che riproporre quanto lo scorso anno avevo chiesto agli insegnati cattolici delle scuole del nostro territorio. Mentre ringrazio l’ufficio scuola per lo sforzo di aggiornamento continuo, non posso non chiedere a tutti di tenere presente come la presenza di insegnanti cattolici nella scuola sia di fondamentale importanza per testimoniare una vita cristiana autentica e per comunicare i valori e lo stile di vita che il Signore ci suggerisce. Mai come oggi dai piccoli ai più grandi hanno bisogno di scoprire in coloro che sono preposti all’insegnamento competenza, ma anche capacità educativa. Infatti nelle note difficoltà educative della famiglia, la scuola diventa un luogo fondamentale per aiutare a crescere nella conoscenza innanzitutto, ma anche in umanità e sapienza di vita. In questo senso la scuola è un luogo privilegiato e insostituibile, che chiede l’impegno di tutti, alunni, insegnanti, personale, genitori. Dobbiamo ribellarci a una tendenza crescente di gente che sa solo lamentarsi di come vanno le cose, ma che non contribuisce con dedizione e intelligenza al loro miglioramento. Noi possiamo giocare un ruolo, aiutando a creare sinergie perché la scuola sia luogo di incontro, di confronto sereno, di relazioni, per una crescita umana e spirituale. La scuola è luogo di incontro quotidiano, oltre che di trasmissione del sapere. Abbiamo un tesoro di umanità e di cultura da comunicare, senza imporre, ma con saggezza e pazienza. Per questo creiamo sinergie tra la scuola, il territorio, le parrocchie, i movimenti, il nostro impegno di solidarietà. Coinvolgiamo tutti in uno spirito di dialogo e di incontro, con un’attenzione particolare ai più deboli. Vorrei che quest’anno gli insegnanti cattolici proponessero in ogni scuola una ricerca sul fenomeno migratorio percorrendo la storia e l’attualità, perché si maturi una sensibilità e una conoscenza reale di che cosa significhi questo fenomeno a livello mondiale per superare e combattere ogni forma di rifiuto e di razzismo, sempre insito nei cuori quando si è presi da paure ed egoismi. Maturiamo un’attenzione a tutti coloro che sono lontani dalla Chiesa, indirizzando, laddove si cogliesse una domanda, verso luoghi di incontro che aiutino ad avvicinarsi alla Chiesa mediante i sacramenti dell’iniziazione cristiana e il servizio ai poveri.
d) I giovani – L’individualismo assieme alla crisi economica e spirituale non aiutano i giovani a trovare una collocazione sociale che dia loro speranza e senso nell’incertezza del futuro. Le comunità virtuali sono spesso un’alternativa illusoria alla fatica a coinvolgersi e a costruire comunità reali. Anche la Chiesa è spesso disorientata nell’offrire motivi di speranza e di felicità a generazioni di gente spaesata e impaurita, la cui risposta diventa a volte scomposta e persino violenta. Una Chiesa in uscita deve riscoprire la forza attrattiva e rivoluzionaria di un Vangelo senza aggiunte, così com’è, coinvolgendo i giovani in una fede che si fa incontro e servizio, capace di costruire un tessuto di amicizia e di interesse attorno alla persona di Gesù com’è presentata nei Vangeli. La pastorale giovanile si è impegnata quest’anno per coinvolgere le realtà diocesane sia a livello locale che nei momenti di incontro diocesano, che sono risultati molto partecipati e significativi. Sono cresciute anche esperienze di servizio agli ultimi e momenti di preghiera e di ascolto della Parola di Dio. L’amicizia tra giovani e anziani rimane una bella testimonianza di incontro felice tra generazioni. Essa dovrebbe divenire un modello per le nostre realtà giovanili. Invito tutti a rimanere in questa prospettiva. Soprattutto vorrei che crescessero momenti di preghiera e di riflessione sulla Parola di Dio. Il Grest non sia un momento a se stante, ma un punto di arrivo e di partenza per un cammino di condivisione di vita e di fede. La Giornata Mondiale della Gioventù, che coinciderà anche con il Giubileo della Misericordia per i giovani, faccia crescere nelle nostre realtà un senso di appartenenza alla Chiesa universale a partire dal popolo che noi rappresentiamo, per mostrare a tutti i giovani la bellezza dell’amicizia con Gesù. La GMG sarà un’utile occasione anche nella fase di preparazione per creare occasioni di conoscenza e di incontro con realtà giovanili anche al di fuori della diocesi, che aiutino a un confronto e conducano, laddove si ritiene utile, a un’imitazione. Infine non bisogna dimenticare che Gesù chiama alcuni a consacrarsi in maniera speciale al suo servizio nella vita consacrata e nel sacerdozio. Preghiamo per le vocazioni e aiutiamo i giovani a scoprire in loro questa chiamata.
e) La carità – Compassione e misericordia conducono ognuno di noi a scoprire il bisogno del fratello. Non possiamo non interrogarci su come viviamo l’amore per i poveri nelle nostre realtà. L’apertura della mensa diocesana ci ha mostrato, se ce n’era bisogno, che esistono in mezzo a noi uomini e donne che mancano del necessario. A volte ci passano accanto, ma noi non li vediamo, o, se li vediamo, spesso andiamo oltre come il levita e il sacerdote della parabola. Non può sempre essere così. I sacerdoti e gli operatori pastorali si facciano carico di diffondere la sensibilità evangelica che chiede di fermarsi accanto al bisognoso. Senza questa scelta non esiste vita cristiana matura. Del resto saremo tutti giudicati sull’amore che avremo dato ai poveri, come afferma il capitolo venticinque di Matteo. Ringrazio tutti coloro che con spirito di servizio e dedizione si dedicano ai poveri, a cominciare dalla Caritas diocesana, dai centri di ascolto, fino alle numerose iniziative delle parrocchie e dei movimenti. Solo l’amore per i poveri ci aiuterà ad amare tutti. I diaconi permanenti che sono stati ordinati lo scorso anno sono segno di questa dimensione di servizio ai poveri, così come avveniva nella comunità primitiva di Gerusalemme. Tra gli ultimi non possiamo non ricordare i carcerati, dove la nostra presenza tiene aperto lo spazio di Dio e di un’umanità buona che può aiutare chi ha commesso del male a ritrovare la via del bene. Infine una parola sui profughi accolti nella nostra diocesi. Ne sono passati molti. Alcuni sono rimasti, altri sono andati in altri paesi, come molti di coloro che arrivano in Italia. Tutti sono stati seguiti e accompagnati con amore. Sono stati offerti loro non solo una casa e il cibo necessario, ma anche ad esempio la possibilità di apprendere la nostra lingua, oltre un ambito di amicizia e di solidarietà.
f) Uno spirito missionario. Papa Francesco nella Evangelii gaudium scrive: “La missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo” (n. 268). Cari amici, siamo tutti chiamati a vivere questo spirito missionario, quello di una Chiesa di popolo, pronta a entrare nelle maglie della storia e nei cuori della gente. L’equipe diocesana dell’ufficio missionario ci aiuterà a considerare tutto in questa luce perché in ogni parola e opera esso si esprima come segno della misericordia con cui il Signore guarda alla nostra vita e alla vita delle donne e degli uomini che ci circondano. Questo è lo spirito che tiene viva una Chiesa in uscita, che non si fossilizza sulle sue istituzioni e abitudini, ma rimane aperta alle domande e ai bisogni del suo popolo, anzitutto alla fame e sete della Parola di Dio. Viviamo con gioia e generosità in questo spirito perché possiamo tornare ogni giorno ai piedi di Gesù per raccontargli i miracoli dell’annuncio del Vangelo.
Gli impegni di cui ho parlato si inseriranno nel “Giubileo Straordinario della Misericordia”, a cui Papa Francesco darà inizio l’8 dicembre con l’apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro. Ad essa seguirà dalla domenica successiva l’apertura delle Porte Sante delle varie diocesi, perché il Giubileo si svilupperà anche nelle Chiese locali. Così la Terza Domenica di Avvento aprirò la Porta Santa della nostra Cattedrale. Anche noi stabiliremo dei momenti in cui partecipare insieme come Diocesi alla grazia del Giubileo. Chiediamo al Signore che ci aiuti a vivere con intensità, fede e carità questo tempo opportuno, perché la nostra terra possa fiorire di amore e ognuno di noi possa godere la gioia del perdono di Dio e della Sua misericordia. Con il Giubileo darò inizio anche alla visita pastorale alla Diocesi. La Vergine Maria, Madre di Misericordia, ci custodisca nell’amore di Dio e ci protegga.
† Ambrogio Spreafico
Dato in Frosinone il 14 settembre 2015, Esaltazione della Santa Croce
Passi biblici per la riflessione:
Salmo 136
1Alleluia.
Lodate il Signore perché è buono:
perché eterna è la sua misericordia.
2Lodate il Dio degli dei:
perché eterna è la sua misericordia.
3Lodate il Signore dei signori:
perché eterna è la sua misericordia.
4Egli solo ha compiuto meraviglie:
perché eterna è la sua misericordia.
5Ha creato i cieli con sapienza:
perché eterna è la sua misericordia.
6Ha stabilito la terra sulle acque:
perché eterna è la sua misericordia.
7Ha fatto i grandi luminari:
perché eterna è la sua misericordia.
8Il sole per regolare il giorno:
perché eterna è la sua misericordia;
9la luna e le stelle per regolare la notte:
perché eterna è la sua misericordia.
10Percosse l’Egitto nei suoi primogeniti:
perché eterna è la sua misericordia.
11Da loro liberò Israele:
perché eterna è la sua misericordia;
12con mano potente e braccio teso:
perché eterna è la sua misericordia.
13Divise il mar Rosso in due parti:
perché eterna è la sua misericordia.
14In mezzo fece passare Israele:
perché eterna è la sua misericordia.
15Travolse il faraone e il suo esercito nel mar Rosso:
perché eterna è la sua misericordia.
16Guidò il suo popolo nel deserto:
perché eterna è la sua misericordia.
17Percosse grandi sovrani
perché eterna è la sua misericordia;
18uccise re potenti:
perché eterna è la sua misericordia.
19Seon, re degli Amorrei:
perché eterna è la sua misericordia.
20Og, re di Basan:
perché eterna è la sua misericordia.
21Diede in eredità il loro paese;
perché eterna è la sua misericordia;
22in eredità a Israele suo servo:
perché eterna è la sua misericordia.
23Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi:
perché eterna è la sua misericordia;
24ci ha liberati dai nostri nemici:
perché eterna è la sua misericordia.
25Egli dà il cibo ad ogni vivente:
perché eterna è la sua misericordia.
26Lodate il Dio del cielo:
perché eterna è la sua misericordia.
Osea 11,1-9
1 Quando Israele era fanciullo,
io l’ho amato
e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.
2Ma più li chiamavo,
più si allontanavano da me;
immolavano vittime ai Baal,
agli idoli bruciavano incensi.
3A Èfraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
4Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d’amore,
ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia,
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare.
5Non ritornerà al paese d’Egitto,
ma Assur sarà il suo re,
perché non hanno voluto convertirsi.
6La spada farà strage nelle loro città,
spaccherà la spranga di difesa,
l’annienterà al di là dei loro progetti.
7Il mio popolo è duro a convertirsi:
chiamato a guardare in alto,
nessuno sa sollevare lo sguardo.
8Come potrei abbandonarti, Èfraim,
come consegnarti ad altri, Israele?
Come potrei trattarti al pari di Adma,
ridurti allo stato di Seboìm?
Il mio cuore si commuove dentro di me,
il mio intimo freme di compassione.
9Non darò sfogo all’ardore della mia ira,
non tornerò a distruggere Èfraim,
perché sono Dio e non uomo;
sono il Santo in mezzo a te
e non verrò da te nella mia ira.
Sapienza 11,21-12,2
21Prevalere con la forza ti è sempre possibile;
chi si opporrà alla potenza del tuo braccio?
22Tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia,
come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.
23Hai compassione di tutti, perché tutto puoi,
chiudi gli occhi sui peccati degli uomini,
aspettando il loro pentimento.
24Tu infatti ami tutte le cose che esistono
e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato;
se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata.
25Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta?
Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?
26Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,
Signore, amante della vita.
1 Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.
2Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano
e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato,
perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore
Luca 6,36-38
36Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. 38Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Luca 15,11-31
11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;
Opere di misericordia (Misericodiae vultus, n. 15):
Opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, ospitare chi è senza tetto, vestire chi non ha niente, visitare gli ammalati e i carcerati, seppellire i morti.
Opere di misericordia spirituale: consigliare, insegnare, ammonire, consolare, perdonare, sopportare con pazienza, pregare per i vivi e per i morti.
Preghiera di Papa Francesco per il Giubileo della Misericordia
Signore Gesù Cristo,
tu ci hai insegnato a essere misericordiosi come il Padre celeste,
e ci hai detto che chi vede te vede Lui.
Mostraci il tuo volto e saremo salvi.
Il tuo sguardo pieno di amore liberò Zaccheo e Matteo dalla schiavitù del denaro;
l’adultera e la Maddalena dal porre la felicità solo in una creatura;
fece piangere Pietro dopo il tradimento,
e assicurò il Paradiso al ladrone pentito.
Fa’ che ognuno di noi ascolti come rivolta a sé la parola che dicesti alla samaritana:
Se tu conoscessi il dono di Dio!
Tu sei il volto visibile del Padre invisibile,
del Dio che manifesta la sua onnipotenza soprattutto con il perdono e la misericordia:
fa’ che la Chiesa sia nel mondo il volto visibile di Te, suo Signore, risorto e nella gloria.
Hai voluto che i tuoi ministri fossero anch’essi rivestiti di debolezza
per sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore:
fa’ che chiunque si accosti a uno di loro si senta atteso, amato e perdonato da Dio.
Manda il tuo Spirito e consacraci tutti con la sua unzione
perché il Giubileo della Misericordia sia un anno di grazia del Signore
e la tua Chiesa con rinnovato entusiasmo possa portare ai poveri il lieto messaggio
proclamare ai prigionieri e agli oppressi la libertà
e ai ciechi restituire la vista.
Lo chiediamo per intercessione di Maria Madre della Misericordia
a te che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.
Amen
