
Il centesimo anniversario della strage degli armeni è stata l’occasione per riflettere su un tema complesso e (purtroppo) di grande attualità: “Il Martirio dei cristiani ieri e oggi”. Moderati dalla giornalista Laura Collinoli giovedì 14 maggio ne hanno parlato, all’Auditorium diocesano, il vescovo Ambrogio Spreafico, il direttore di TeleUniverso Alessio Porcu e il prof. Marco Impagliazzo autore della recente pubblicazione “Il martirio degli Armeni”.
Di seguito l’intervento del vescovo.
Siamo di fronte a un bel libro che nella sua narrazione scorrevole e dettagliata suscita tante domande. E’ un libro scritto per far conoscere a un mondo vasto, soprattutto il mondo della scuola e dell’università, e quindi degli studenti e dei docenti (l’Editrice non è casuale), quello che è stato definito da alcuni il primo genocidio del 900, le sue radici e conseguenze. Sono storie spesso sconosciute, e per lo più dimenticate, che aiutano a riflettere sui motivi da cui nascono violenze e guerre, che compromettono la possibilità di vivere insieme tra diversi. Un libro che si legge con facilità, colto, ma senza sfoggi di erudizione, scritto per aiutare a capire. L’ignoranza provoca pregiudizi e distanze, che sfociano facilmente in disprezzo, inimicizie, violenze. Non basta infatti recepire notizie, occorre capire, compiere la fatica di andare nel profondo della storia e degli avvenimenti. Oggi con un clic riceviamo e ascoltiamo notizie. Un twitt ci informa in poche parole di un fatto, e uno si accontenta e crede di aver capito. Il libro racconta vicende, riporta nomi di luoghi che non conosciamo, pur essendo alle porte dell’Europa verso oriente. Si apre così davanti a noi un mondo complesso, un intreccio di tradizioni e religioni, che ci libera da quel provincialismo che rende tutti prigionieri di piccoli mondi, che finiscono per coincidere con se stessi, il proprio gruppo, il proprio punto di vita. La conoscenza è una grande libertà. Il libro di Impagliazzo apre questa finestra su mondi ai più ignoti, ma interessanti e su cui vale la pena fermarsi a riflettere.
Leggendo questo libro capiamo perciò la sua attualità. Esiste infatti una contemporaneità di quanto è avvenuto ormai da un secolo, in quella prima strage di cristiani che ha segnato “il secolo del martirio” dei cristiani, come lo ha chiamato Andrea Riccardi in un bel libro edito da Arnoldo Mondadori e pubblicato in occasione del Giubileo dell’anno 2000, nel quale l’autore ripercorre la drammatica vicenda ed anche la straordinaria testimonianza dei martiri cristiani del 900, spesso sconosciuti. Giovanni Paolo II scriveva per il Giubileo dell’anno 2000 che “al termine del secondo millennio (la Chiesa) “è diventata nuovamente Chiesa di martiri” (TMA, 37), e, riprendendo Tertulliano, diceva che il “sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, ed è anche “linfa di unità per la Chiesa” (Angelus 25 agosto 1996). Attraverso le pagine di questo libro si comprende molto bene come le stragi di cristiani siano state spesso motivo di solidarietà e di unità tra cristiani di diverse confessioni. Questo carattere tocca l’essenza stessa della nostra fede, ben espressa dal Concilio Vaticano II proprio all’inizio della Lumen Gentium, quando afferma che la Chiesa è “sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano” (LG 1).
Il libro ci interroga tuttavia su una questione cruciale per il nostro tempo, cioè sulla possibilità della convivenza e dell’unità di popoli e nazioni intere, messa in discussione proprio in quell’area mediterranea che aveva visto vivere insieme per secoli religioni e culture diverse. Pensiamo alla convivenza tra ebrei, cristiani e musulmani durante l’impero ottomano. Certo i dhimmi ( i protetti)… , cioè ebrei e cristiani, vivevano in un regime di dipendenza e sudditanza, ma pur sempre di una certa libertà e di intrecci culturali. Oggi tutto questo sembra compromesso in modo irreparabile. La situazione della Siria e dell’Iraq, con la ricostituzione del Califfato, sembra aver minato seriamente questa convivenza. La strage dei cristiani di inizio del secolo scorso aveva posto purtroppo le premesse \per la costruzione di un’identità contro gli altri, i diversi, i non assimilabili – per questo gli armeni tra i primi – fino ad eliminarli. Davanti a questo scenario mi domando: è ancora possibile vivere insieme tra diversi? E qual è il ruolo dei cristiani in un mondo plurale come il nostro?
Leggiamo nella lettera a Diogneto, un testo cristiano del II secolo: “I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera…Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo” (V,1-9). Potremmo dire che qui troviamo il segreto della vita cristiana e della testimonianza cristiana in un mondo plurale, nel quale la differenza diventa spesso motivo di divisione e non di unità e condivisione: l’universalità cristiana è anche la diversità cristiana. Essa rimane un’offerta in un mondo dove i nazionalismi risorgono usando a volte la religione come giustificazione e fattore identitario contro gli altri. Ciò avviene in oriente, ma fa anche parte delle tensioni dell’occidente dove la propria identità diviene motivo di separazione e di rifiuto di identità differenti, dove la paura del diverso fa insorgere egoismi e aumenta le chiusure. Sembra quasi paradossale quanto avviene nella nostra società: siamo globali e costruiamo comunità virtuali planetarie, mentre rimaniamo tribali nella difesa del nostro particolare, del nostro gruppo, del nostro territorio. In verità le comunità virtuali non risolvono il problema radicale di ogni essere umano: una solitudine di tanti io che si devono coniugare con altri individui perché sia resa possibile anche la comunità reale. Ma a partire dal proprio io che si esercita sulla rete ognuno è padrone di costruirsi la sua comunità, aggiungendo o eliminando amici a piacimento, tanto nessuno si metterà di traverso sulla propria strada. Anche coloro che sono stati iscritti nell’albo dei nemici mai potranno combatterti, perché nella rete si può cambiare anche identità o sparire per sempre. Ciò tuttavia costringe a rimanere nelle maglie di un io che impone una visione della realtà solo a partire da se stessi, e ogni visione ristretta causa sempre danni, mette in pericolo la convivenza che comunque prima o poi deve divenire reale, perché gli altri non potranno mai essere eliminati del tutto. Ognuno prima o poi li dovrà incontrare.
Siamo a 50 anni dalla Nostra Aetate, dichiarazione del Concilio Vaticano II che ha siglato un nuovo modo della Chiesa di rapportarsi alle altre religioni. Da essa emerge una visione e un impegno, che ha aperto un modo nuovo di guardare agli altri e di vivere con gli altri. Si tratta di una visione che è diventata per tanti impegno di incontro e di dialogo. Certo, una Chiesa in dialogo è anche una Chiesa di martiri. “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, disse Gesù inviando in missione i 72 discepoli (Lc 10). Ma gli agnelli ai lupi devono dire solo “pace”: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa”. Questa è la missione della Chiesa ed è in fondo la testimonianza dei martiri in molte parti del mondo, il modo autentico di essere cristiani nel mondo.
Torna qui la centralità del martirio, identificazione al Signore in croce che dona la vita per noi peccatori. Torna la scelta di essere tutti protesi al martirio come scelta di una vita donata per gli altri. E’ la grande differenza da chi si offre martire per uccidere gli altri! Mi viene in mente un piccolo vecchio libro di Von Balthasar della fine degli anni ‘60: “Cordula, ovverossia il caso serio”. Esso ripone al centro della vita cristiana la scelta del martirio, a partire dalla croce di Gesù e dal suo significato salvifico. Scrive Von Balthasar: “Ciò che soprattutto importa non è la morte fisica, ma il dono quotidiano della propria vita per il Signore e i fratelli” (p. 128) Gli fa quasi eco Mons. Romero, da poco riconosciuto martire da papa Francesco e che sarà beatificato la vigilia di Pentecoste: ““Non tutti, dice il Concilio Vaticano II, avranno l’onore di dare fisicamente il loro sangue, di essere uccisi per la fede; però Dio chiede a tutti coloro che credono in lui uno spirito del martirio, cioè tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede, anche se il Signore non ci concede questo onore. Noi, sì, siamo disponibili, affinché, quando giunge la nostra ora di render conto, possiamo dire ‘Signore, io ero disposto a dare la mia vita per te. E l’ho data’. Perché dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere spirito di martirio è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; è dare la vita a poco a poco, nel silenzio della vita quotidiana, come la dà la madre che senza timore, con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio”. Il caso serio ci chiede se forse oggi la diversità cristiana non consista nel testimoniare al mondo che vale la pane “perdere la propria vita” donandola gratuitamente ogni giorno, perché solo dal dare viene la gioia e ci si realizza, mentre l’istinto e il mercato vorrebbero ognuno preso da se stesso a difendere il proprio benessere e i propri confini.
Leggendo alcune testimonianze citate nel libro su quei cortei di uomini, donne, bambini, che attraversavano la città di Mardin scortati dai militari e insultati dalla gente, non posso non pensare oggi a quei cristiani – e non solo – che sono fuggiti dalle loro case in Siria o in Irak per sottrarsi alla furia omicida del terrorismo, ma non possiamo anche non porre mente ai tanti profughi che fuggono da guerre e povertà in cerca di un futuro migliore. Tra essi ci sono anche cristiani, come molti eritrei. Questo libro, memoria di una strage troppo dimenticata, come abbiamo già dimenticato la morte di quegli 800 migranti nel Mediterraneo – eppure non è passato neppure un mese – ci fa riflettere e ci pone una domanda cruciale: saremo noi tra quelli che insultano e disprezzano o forse semplicemente sono solo indifferenti davanti a tanto dolore, o saremo invece come quei giusti che si sono adoperati per mettere in salvo quei condannati al macello? Il martirio, cioè la testimonianza cristiana, comincia quando si sceglie di farsi carico del dolore degli altri, quando si diventa un po’ tutti cirenei che accettano di portare almeno un po’ la croce dei sofferenti.
Mi auguro che questo libro apra il cuore e la mente di ognuno a una rilettura della nostra storia e del nostro posto e compito in questo difficile e violento.
Breve presentazione del volume a questo link http://www.lascuola.it/it/home/scheda_sagg?sc=2592&fc=SPE_003364
