Festa dei Santi Patroni Ormisda e Silverio 20 giugno 2010

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XII domenica anno C 
Zac 12,10-11; 13,1;
Gal 3,26-29;
Lc 9,18-24

"… guarderanno a me, colui che hanno trafitto…"

Care sorelle e cari fratelli, dice il profeta: “Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto”.

Nel giorno del Signore noi siamo qui nella casa di Dio finalmente per distogliere gli occhi da noi stessi e per guardare a lui, colui che hanno trafitto. La sua croce come in ogni chiesa è posta davanti a noi, il suo sguardo sofferente e insieme compassionevole e amico ci guarda, perché tutti rivolgiamo i nostri occhi a lui.


 Per questo all’inizio della celebrazione il celebrante incensa la croce. Essa ci ricorda qualcosa di prezioso per la nostra vita, a cui dobbiamo guardare.
Il Signore è stato trafitto per noi, uomo dei dolori che ben conosce il patire. In lui noi vediamo i poveri del mondo, le donne e gli uomini che portano un pezzo della sua croce. Il suo dolore e la sua croce ci aiutano a fermarci davanti al loro dolore, a non fuggire, a non restare indifferenti. Qui il nostro dolore e la fatica della nostra vita si appannano, mentre il suo dolore ci libera da un modo lamentoso e triste di vivere, che mette sempre al primo posto se stessi. La grazia e la consolazione sono proprio queste, anche se ciò sembra paradossale e inaccettabile per il nostro mondo: guardare a lui, colui che hanno trafitto. Questa è anche la nostra libertà e la gioia della nostra vita. Chi di noi ha esperimentato l’amicizia con i poveri e i deboli e conosciuto la loro sofferenza sa che costoro sono stati una vera grazia e una vera consolazione per la nostra vita. In loro, come ci indica il Vangelo, noi abbiamo incontrato Gesù trafitto e umiliato.

   san-ormisda-papa.jpgPer questo la vita del discepolo e di Gesù si confondono, perché il discepolo vive imitando il Signore, anzi conformandosi totalmente a lui. Come dice l’Apostolo Paolo: tutti noi che siamo stati battezzati in Cristo ci siamo rivestiti di lui. Perciò noi siamo un’unica famiglia, dove "non c’è più Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è più maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù". Noi siamo "uno in Cristo Gesù", nonostante le nostre differenze. Care sorelle e cari fratelli, ci dovremmo chiedere più spesso, quando non viviamo in unità e in amicizia con gli altri, se viviamo in Cristo Gesù. Infatti, se vivessimo uniti a lui, saremmo più uniti tra noi e non ci sarebbe bisogno di quello stupido protagonismo e di quel diffuso spirito di contrapposizione che portano a distinguersi dagli altri, illudendosi di essere liberi e di affermare così la propria personalità, quando invece si rimane profondamente se stessi, e non conformandosi al Signore ci si conforma senza saperlo alla mentalità del mondo. I nostri santi patroni e concittadini, i papi Ormisda e Silverio, avevano ben compreso come da quella croce scaturisse un’unità e una comunione che il mondo non conoscono. La grande visione di Ormisda fu proprio quella dell’unità dei cristiani, allora divisi tra cristiani d’oriente e di occidente. Eletto papa e consacrato vescovo di Roma nel 514 si adoperò da subito per ricostituire l’unità perduta. Fu paziente, ma laborioso, perché sapeva che l’unità dei discepoli è il bene più prezioso che i cristiani possono donare al mondo. Fu un uomo di visioni, che seppe guardare lontano e lavorare per il bene della Chiesa. Anche Silverio cercò di ricondurre all’unità Romani e Goti, anche se senza successo per le continue opposizioni che lo portarono all’esilio. Spesso noi viviamo nei nostri piccoli mondi, fosse casa nostra, il nostro gruppo, la nostra parrocchia, il paese o la città in cui viviamo. Stretti dai nostri problemi, che pur esistono, ci lamentiamo e ci sentiamo vittime ora dell’uno ora dell’altro, incapaci di guardare oltre noi stessi.

   Oggi i nostri patroni, che vissero per ridare alla Chiesa e al loro mondo l’unità perduta, cercando di riconciliare opposte fazioni e popoli, pongono domande a tutti noi, a cominciare da chi governa questa nostra città fino all’ultimo suo cittadino: per che cosa viviamo? Quale interesse cerchiamo: il nostro o il bene comune? Lavoriamo per l’unità o la nostra azione e il nostro parlare creano divisioni? Costruiamo amicizia e comunione, soprattutto con i deboli e i poveri, o ci interessiamo solo a noi stessi abbandonando alla solitudine chi è nel bisogno, come avviene per troppi vecchi nei cronicari? Ricordiamo sempre che la vera felicità viene dall’amore per il prossimo e non dalla ricerca del proprio interesse.

   Il Signore nel suo giorno, il giorno di domenica, ci porta come i suoi primi discepoli in un luogo solitario a pregare, come questa sera nel luogo della santa eucaristia. Anche  la sua parola ci interroga perché impariamo a conoscerlo: chi dice la gente che io sia? Voi chi dite che io sia? Chi è Gesù per noi? Pietro risponde con immediatezza: "Il Cristo di Dio", cioè l’unto di Dio, il suo inviato, l’atteso di Israele. Anche noi ogni domenica lo riconosciamo e professiamo la nostra fede in lui. Sì, egli è colui che aspettavamo, è il Messia di Dio, l’atteso delle genti, la speranza dei poveri. Eppure la sua forza è diversa dalle attese dei discepoli. Non è il re che vince con le armi il nemico, che si impone con la prepotenza e la violenza. La sua forza è al contrario nella debolezza e nella mitezza. Gesù ha fretta di dirlo a Pietro e agli altri discepoli, per non essere frainteso: "Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno". Queste parole sono dette solo ai discepoli e sono affidate quindi anche a noi come il segreto del suo vivere con noi e per noi, perché viviamo e diveniamo come lui. Ma poi a tutti diceva: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?". Chi è Gesù per noi? Per vivere con lui è necessario ascoltare quanto egli dice. Sono due le richieste che il Signore fa a tutti i suoi discepoli senza distinzione: andare dietro e Gesù, cioè essere cristiani, seguire lui e non noi stessi, chiede di rinnegare se stessi, cioè di separarci un po’ da noi, di prendere le distanze da noi stessi. Non ci farebbe male prendere le distanze da noi. Siamo troppo ossessionati dall’io, che vorrebbe tutto per sé ed è poco disposto a dare. Come separarci da noi? Prendiamo la croce, la nostra, quella delle nostre difficoltà, ma anche la croce della sofferenza del mondo, quella dei poveri, dei deboli, dei vecchi, degli affamati, dei malati, dei profughi, dei tanti popoli che giacciono nella miseria e sono violentati dalla guerra e dall’ingiustizia. Carichiamoci delle loro croci come fosse la nostra, per alleggerire la loro. Molti soffrono per mancanza di amore. Facciamoci guidare dai nostri santi patroni, che non vissero per se stessi, ma per riportare l’amore di Dio tra i cristiani e tra i popoli.
Seguiamo Gesù e non noi stessi e troveremo la gioia per cui tanti si affannano senza trovarla. La vergine Maria, che in questa nostra cattedrale ci circonda, protegga ognuno di noi, le nostre famiglie, questa città, il mondo intero, e insegni a tutti a vivere con Gesù.


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