
Commemorazione di tutti i defunti – Sapienza 3,1-9; Apocalisse 21,1-7; Matteo 5,1-12
Care sorelle e cari fratelli, la chiesa, madre e maestra di tutti noi, nella sua saggezza unisce la festa di tutti i santi, che abbiamo celebrato ieri, alla memoria dei defunti, quasi per anticipare nella preghiera quello che noi saremo dopo la morte, quando ci troveremo in comunione di vita con il Signore e lo vedremo faccia a faccia. La liturgia eucaristica stessa, memoria della morte e resurrezione del Signore, ci invita perciò a guardare oltre la morte, quando il nostro corpo mortale sarà trasformato, per non vivere nella paura, che fa chiudere in se stessi e vivere per se stessi. Così esperimentiamo fin da oggi la comunione profonda e spirituale con uomini e donne che ci hanno preceduto e che prima di noi hanno gustato la bellezza della vita cristiana e la forza del vangelo che cambia i cuori e il mondo. Sono i santi, gente come tutti, che hanno voluto vivere mettendo al primo posto il Signore, l’ascolto del Vangelo, l’amore del prossimo. Siamo qui al cimitero di questa nostra città, dove preghiamo in comunione con tutti coloro che ci hanno lasciato. Ognuno di noi ha davanti agli occhi i suoi cari, gli amici, i parenti che ci hanno lasciato. E come non ricordare il nostro caro vescovo don Salvatore, che da poco è tornato alla casa del padre! Ma ricordiamo anche coloro che sono dimenticati, come chi muore nelle guerre, per la fame, per la violenza e le ingiustizie, per la povertà e le malattie.
La morte, care sorelle e cari fratelli, ci unisce. Il dolore, almeno quando tocca noi e qualcuno che conosciamo, ci avvicina e ci rende, come abbiamo ascoltato nel libro dell’Apocalisse, cittadini di quella Gerusalemme che scende dal cielo, da Dio come una sposa. Quella città inizia già nella Chiesa di Dio, in noi, il suo popolo, un solo popolo, una sola famiglia. In un mondo diviso come il nostro, in cui ci si affanna per amore di se stessi, ci si nasconde nel proprio piccolo orticello per paura di perdersi, ci scopriamo non persone isolate, bensì parte di un unico popolo, la comunità dei discepoli di Gesù, che trova in lui unità profonda. È un dono prezioso che ci viene concesso e che ci libera dalla continua tentazione dell’individualismo, dell’egoismo di una vita affannata, che separa e divide. Guardiamoci l’un l’altro! Davanti alla morte niente più ci separa. Anzi, sentiamo la nostra debolezza e il nostro bisogno. Custodiamo questa unità e l’amore che sentiamo quando ci troviamo insieme e ci consoliamo nel dolore. Il Signore è venuto ad asciugare le nostre lacrime, e ci annuncia che nella città che ci attende non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate." Certo, noi ancora facciamo esperienza del dolore, dell’affanno, del lutto, della morte, ma nella Chiesa di Dio, in questo popolo riunito, già percepiamo la certezza e la gioia della città del cielo. Per questo non separiamoci mai da questo popolo che è la Chiesa, la tua comunità, la tua parrocchia, il luogo dove ogni domenica puoi ascoltare il Signore e incontrarlo.
Di fronte a un mondo violento e diviso, in cui l’unica legge sembra la ricerca del proprio interesse e di un po’ di benessere in una vita diventata più difficile e faticosa. le parole dell’Apocalisse sembrano descrivere un altro mondo, lontano, irraggiungibile, impossibile da realizzare nel nostro mondo. Sì, siamo di fronte davvero a un mondo diverso da quello di tutti i giorni, spesso costellato di divisioni, contrapposizioni, inimicizie, che impediscono l’unità e intralciano il superamento del proprio io in una comunione di amore. Troppi sono ancora i sentimenti e i pensieri che attraversano le menti e i cuori di ognuno e che tendono a separarci, a convincerci che ciò che rende felici è la ricerca del nostro interesse. Le parole dell’Apocalisse tuttavia non perdono la forza di essere per noi tutti una proposta di vita, quella di coloro che accolgono l’invito a diventare da uomini della terra, attaccati a se stessi e alle cose, uomini spirituali, imparando ad ascoltare il vangelo, a partecipare alla messa della domenica, per poter essere già fin d’ora cittadini della Gerusalemme del cielo, dove vive un popolo di poveri, di afflitti, di miti, di affamati e assetati di giustizia, di misericordiosi, di puri di cuore, di operatori di pace, di perseguitati per causa della giustizia e del Signore. Sembra un popolo di deboli, perché nel mondo i poveri sono disprezzati, gli afflitti abbandonati, i miti e i misericordiosi presi in giro, i puri di cuore trattati come degli ingenui, i cercatori di giustizia e di pace considerati degli illusi, i perseguitati dimenticati. Qual è la loro forza se non di essere in quel popolo? Quale la loro felicità e beatitudine se non nella certezza che Dio realizzerà la sua parola e che fin da oggi sono radicati nella promessa di Dio e che un giorno vivranno in comunione piena con lui?
Gesù oggi è come se salisse di nuovo sul monte, e noi ci avviciniamo a lui come i discepoli e lo ascoltiamo, mentre ci rivolge parole che stupiscono. Nelle beatitudini viene proclamata infatti una felicità così diversa da quella che ci viene proposta ogni giorno, cercata con affanno e mai raggiunta pienamente. Sembra infatti impossibile essere beati, cioè felici, se poveri, afflitti, miti, misericordiosi, puri di cuore, perseguitati per il vangelo. Il mondo ci insegna ben altro! Ci insegna che ciò che conta sono la ricchezza, l’arroganza, la durezza, l’interesse per sé, che provocano tanta ingiustizia, il conflitto e il litigio e non la pace. Care sorelle e cari fratelli, i poveri, gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia sono in verità i beati che fanno già parte della città del cielo. A noi, discepoli dell’unico che ha vissuto tutte le beatitudini, il Signore Gesù, viene chiesto di lasciarci attrarre da questo popolo unito, ribellandoci all’individualismo che ci vorrebbe divisi. Le beatitudini sono le parole che ogni giorno ci permetteranno di far parte della famiglia di Dio e di gustare la gioia e la bellezza di essere un unico popolo, dove non esistono più confini di nazione, (razza), popolo, tribù, lingua.
Care sorelle e cari fratelli, ci troviamo davanti all’antico sogno di Dio che volle gli uomini non nemici né divisi, ma fratelli. Oggi nella commemorazione dei defunti e dopo la festa di tutti i santi, vediamo realizzarsi questo sogno e ci sentiamo coinvolti in un disegno di amore che va oltre quanto siamo in grado di comprendere e di vivere ogni giorno. Non tiriamoci indietro per paura di perdere noi stessi. Aspiriamo alla santità, che è comunione con il Signore, vita gioiosa con i fratelli e amica dei poveri. Viviamo l’audacia di essere uomini e donne della Gerusalemme del cielo, che non accetta la divisione come un fatto normale né il conflitto come naturale. La vittoria di Gesù sulla morte e la testimonianza dei santi rafforzano la nostra vita quotidiana in un mondo di gente incerta e impaurita, e ci aiutano a guardare al futuro con speranza e con la certezza che il Signore non permetterà al male di soffocare i tanti segni di bene che noi suoi discepoli custodiamo. La nostra beatitudine sarà la gioia di continuare a vivere in questo popolo unito e senza confini, popolo di umili e di poveri, santificato dalla presenza di Dio e reso forte dal suo amore che ha vinto la morte.
+ Mons. Ambrogio Spreafico
