
Cari fratelli e sorelle,
Mi manca la voce ma spero di farmi comprendere, in questa prima Udienza
generale del 2009, desidero formulare a tutti voi fervidi auguri per il
nuovo anno appena iniziato. Ravviviamo in noi l’impegno di aprire a
Cristo la mente ed il cuore, per essere e vivere da veri amici suoi. La
sua compagnia farà sì che quest’anno, pur con le sue inevitabili
difficoltà, sia un cammino pieno di gioia e di pace. Solo, infatti, se
resteremo uniti a Gesù, l’anno nuovo sarà buono e felice. L’impegno di
unione con Cristo è l’esempio che ci offre anche san Paolo. Proseguendo
le catechesi a lui dedicate, ci soffermiamo oggi a riflettere su uno
degli aspetti importanti del suo pensiero, quello riguardante il culto
che i cristiani sono chiamati a esercitare. In passato, si amava
parlare di una tendenza piuttosto anti-cultuale dell’Apostolo, di una
"spiritualizzazione" dell’idea del culto. Oggi comprendiamo meglio che
Paolo vede nella croce di Cristo una svolta storica, che trasforma e
rinnova radicalmente la realtà del culto. Ci sono soprattutto tre testi
della Lettera ai Romani nei quali appare questa nuova visione del culto.
In Rm 3,25, dopo aver parlato della "redenzione realizzata da Cristo
Gesù", Paolo continua con una formula per noi misteriosa e dice così:
Dio lo "ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per
mezzo della fede, nel suo sangue". Con questa espressione per noi
piuttosto strana – "strumento di espiazione" – san Paolo accenna al
cosiddetto "propiziatorio" dell’antico tempio, cioè il coperchio
dell’arca dell’alleanza, che era pensato come punto di contatto tra Dio
e l’uomo, punto della misteriosa presenza di Lui nel mondo degli
uomini. Questo "propiziatorio", nel grande giorno della riconciliazione
– "yom kippur" – veniva asperso col sangue di animali sacrificati –
sangue che simbolicamente portava i peccati dell’anno trascorso in
contatto con Dio e così i peccati gettati nell’abisso della bontà
divina erano quasi assorbiti dalla forza di Dio, superati, perdonati.
La vita cominciava di nuovo. San Paolo, accenna a questo rito e dice:
Questo rito era espressione del desiderio che si potessero realmente
mettere tutte le nostre colpe nell’abisso della misericordia divina e
così farle scomparire. Ma col sangue di animali non si realizza questo
processo. Era necessario un contatto più reale tra colpa umana ed amore
divino. Questo contatto ha avuto luogo nella croce di Cristo. Cristo,
Figlio vero di Dio, fattosi uomo vero, ha assunto in se tutta la nostra
colpa. Egli stesso è il luogo di contatto tra miseria umana e
misericordia divina; nel suo cuore si scioglie la massa triste del male
compiuto dall’umanità, e si rinnova la vita. Rivelando questo
cambiamento, san Paolo ci dice: Con la croce di Cristo – l’atto supremo
dell’amore divino divenuto amore umano – il vecchio culto con i
sacrifici degli animali nel tempio di Gerusalemme è finito. Questo
culto simbolico, culto di desiderio, è adesso sostituito dal culto
reale: l’amore di Dio incarnato in Cristo e portato alla sua
completezza nella morte sulla croce. Quindi non è questa una
spiritualizzazione di un culto reale, ma al contrario il culto reale,
il vero amore divino-umano, sostituisce il culto simbolico e
provvisorio. La croce di Cristo, il suo amore con carne e sangue è il
culto reale, corrispondendo alla realtà di Dio e dell’uomo. Già prima
della distruzione esterna del tempio per Paolo l’era del tempio e del
suo culto è finita: Paolo si trova qui in perfetta consonanza con le
parole di Gesù, che aveva annunciato la fine del tempio ed annunciato
un altro tempio "non fatto da mani d’uomo" – il tempio del suo corpo
resuscitato (cfr Mc 14,58; Gv 2,19ss). Questo è il primo testo. 2. Il
secondo testo del quale vorrei oggi parlare si trova nel primo versetto
del capitolo 12 della Lettera ai Romani. Lo abbiamo ascoltato e lo
ripeto ancora: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio,
ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a
Dio; è questo il vostro culto spirituale". In queste parole si verifica
un apparente paradosso: mentre il sacrificio esige di norma la morte
della vittima, Paolo ne parla invece in rapporto alla vita del
cristiano. L’espressione "presentare i vostri corpi", stante il
successivo concetto di sacrificio, assume la sfumatura cultuale di
"dare in oblazione, offrire". L’esortazione a "offrire i corpi" si
riferisce all’intera persona; infatti, in Rm 6, 13 egli invita a
"presentare voi stessi". Del resto, l’esplicito riferimento alla
dimensione fisica del cristiano coincide con l’invito a "glorificare
Dio nel vostro corpo" (1 Cor 6,20): si tratta cioè di onorare Dio nella
più concreta esistenza quotidiana, fatta di visibilità relazionale e
percepibile. Un comportamento del genere viene da Paolo qualificato
come "sacrificio vivente, santo, gradito a Dio". È qui che incontriamo
appunto il vocabolo "sacrificio". Nell’uso corrente questo termine fa
parte di un contesto sacrale e serve a designare lo sgozzamento di un
animale, di cui una parte può essere bruciata in onore degli dèi e
un’altra parte essere consumata dagli offerenti in un banchetto. Paolo
lo applica invece alla vita del cristiano. Infatti egli qualifica un
tale sacrificio servendosi di tre aggettivi. Il primo – "vivente" –
esprime una vitalità. Il secondo – "santo" – ricorda l’idea paolina di
una santità legata non a luoghi o ad oggetti, ma alla persona stessa
dei cristiani. Il terzo – "gradito a Dio" – richiama forse la frequente
espressione biblica del sacrificio "in odore di soavità" (cfr Lev
1,13.17; 23,18; 26,31; ecc.). Subito dopo, Paolo definisce così questo
nuovo modo di vivere: questo è "il vostro culto spirituale". I
commentatori del testo sanno bene che l’espressione greca (tēn logikēn
latreían) non è di facile traduzione. La Bibbia latina traduce:
"rationabile obsequium". La stessa parola "rationabile" appare nella
prima Preghiera eucaristica, il Canone Romano: in esso si prega che Dio
accetti questa offerta come "rationabile". La consueta traduzione
italiana "culto spirituale" non riflette tutte le sfumature del testo
greco (e neppure di quello latino). In ogni caso non si tratta di un
culto meno reale, o addirittura solo metaforico, ma di un culto più
concreto e realistico – un culto nel quale l’uomo stesso nella sua
totalità di un essere dotato di ragione, diventa adorazione,
glorificazione del Dio vivente. Questa formula paolina, che ritorna poi
nella Preghiera eucaristica romana, è frutto di un lungo sviluppo
dell’esperienza religiosa nei secoli antecedenti a Cristo. In tale
esperienza si incontrano sviluppi teologici dell’Antico Testamento e
correnti del pensiero greco. Vorrei mostrare almeno qualche elemento di
questo sviluppo. I Profeti e molti Salmi criticano fortemente i
sacrifici cruenti del tempio. Dice per esempio il Salmo 50 (49), in cui
è Dio che parla: "Se avessi fame a te non lo direi, mio è il mondo e
quanto contiene. Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue
dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode…" (vv 12-14). Nello stesso
senso dice il Salmo seguente, 51 (50): "..non gradisci il sacrificio e,
se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a
Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi" (vv 18s). Nel
Libro di Daniele, al tempo della nuova distruzione del tempio da parte
del regime ellenistico (II secolo a. C.) troviamo un nuovo passo nella
stessa direzione. In mezzo al fuoco – cioè alla persecuzione, alla
sofferenza – Azaria prega così: "Ora non abbiamo più né principe, né
capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né
incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.
Potessimo essere accolti con cuore contrito e con lo spirito umiliato,
come olocausti di montoni e di tori… Tale sia oggi il nostro sacrificio
davanti a te e ti sia gradito …" (Dan 3,38ss). Nella distruzione del
santuario e del culto, in questa situazione di privazione di ogni segno
della presenza di Dio, il credente offre come vero olocausto il cuore
contrito – il suo desiderio di Dio. Vediamo uno sviluppo importante,
bello, ma con un pericolo. C’è una spiritualizzazione, una moralizzazione
del culto: il culto diventa solo cosa del cuore, dello spirito. Ma
manca il corpo, manca la comunità. Così si capisce per esempio che il
Salmo 51 e anche il Libro di Daniele, nonostante la critica del culto,
desiderano il ritorno al tempo dei sacrifici. Ma si tratta di un tempo
rinnovato, un sacrificio rinnovato, in una sintesi che ancora non era
prevedibile, che ancora non si poteva pensare. Ritorniamo a san Paolo.
Egli è erede di questi sviluppi, del desiderio del vero culto, nel
quale l’uomo stesso diventi gloria di Dio, adorazione vivente con tutto
il suo essere. In questo senso egli dice ai Romani: "Offrite i vostri
corpi come sacrificio vivente…: è questo il vostro culto spirituale"
(Rm 12,1). Paolo ripete così quanto aveva già indicato nel capitolo 3:
Il tempo dei sacrifici di animali, sacrifici di sostituzione, è finito.
È venuto il tempo del vero culto. Ma qui c’è anche il pericolo di un
malinteso: si potrebbe facilmente interpretare questo nuovo culto in un
senso moralistico: offrendo la nostra vita facciamo noi il vero culto.
In questo modo il culto con gli animali sarebbe sostituito dal
moralismo: l’uomo stesso farebbe tutto da sé con il suo sforzo morale.
E questo certamente non era l’intenzione di san Paolo. Ma rimane la
questione: Come dobbiamo dunque interpretare questo "culto spirituale,
ragionevole"? Paolo suppone sempre che noi siamo divenuti "uno in
Cristo Gesù" (Gal 3,28), che siamo morti nel battesimo (cfr Rm 1) e
viviamo adesso con Cristo, per Cristo, in Cristo. In questa unione – e
solo così – possiamo divenire in Lui e con Lui "sacrificio vivente",
offrire il "culto vero". Gli animali sacrificati avrebbero dovuto
sostituire l’uomo, il dono di sé dell’uomo, e non potevano. Gesù
Cristo, nella sua donazione al Padre e a noi, non è una sostituzione,
ma porta realmente in sé l’essere umano, le nostre colpe ed il nostro
desiderio; ci rappresenta realmente, ci assume in sé. Nella comunione
con Cristo, realizzata nella fede e nei sacramenti, diventiamo,
nonostante tutte le nostre insufficienze, sacrificio vivente: si
realizza il "culto vero". Questa sintesi sta al fondo del Canone romano
in cui si prega affinché questa offerta diventi "rationabile" – che si
realizzi il culto spirituale. La Chiesa sa che nella Santissima
Eucaristia l’autodonazione di Cristo, il suo sacrificio vero diventa
presente. Ma la Chiesa prega che la comunità celebrante sia realmente
unita con Cristo, sia trasformata; prega perché noi stessi diventiamo
quanto non possiamo essere con le nostre forze: offerta "rationabile"
che piace a Dio. Così la Preghiera eucaristica interpreta in modo
giusto le parole di san Paolo. Sant’Agostino ha chiarito tutto questo
in modo meraviglioso nel 10° libro della sua Città di Dio. Cito solo
due frasi. "Questo è il sacrificio dei cristiani: pur essendo molti
siamo un solo corpo in Cristo"… "Tutta la comunità (civitas) redenta,
cioè la congregazione e la società dei santi, è offerta a Dio mediante
il Sommo Sacerdote che ha donato se stesso" (10,6: CCL 47, 27 ss). 3.
Alla fine ancora una brevissima parola sul terzo testo della Lettera ai
Romani concernente il nuovo culto. San Paolo dice così nel cap. 15: "La
grazia che mi è stata concessa da parte di Dio di essere "liturgo" di
Cristo Gesù per i pagani, di essere sacerdote (hierourgein) del vangelo
di Dio perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata
nello Spirito Santo" (15, 15s). Vorrei sottolineare solo due aspetti di
questo testo meraviglioso e quanto alla terminologia unica nelle
lettere paoline. Innanzitutto, san Paolo interpreta la sua azione
missionaria tra i popoli del mondo per costruire la Chiesa universale
come azione sacerdotale. Annunciare il Vangelo per unire i popoli nella
comunione del Cristo risorto è una azione "sacerdotale". L’apostolo del
Vangelo è un vero sacerdote, fa ciò che è il centro del sacerdozio:
prepara il vero sacrificio. E poi il secondo aspetto: la meta
dell’azione missionaria è – così possiamo dire – la liturgia cosmica:
che i popoli uniti in Cristo, il mondo, diventi come tale gloria di
Dio, "oblazione gradita, santificata nello Spirito Santo". Qui appare
l’aspetto dinamico, l’aspetto della speranza nel concetto paolino del
culto: l’autodonazione di Cristo implica la tendenza di attirare tutti
alla comunione del suo Corpo, di unire il mondo. Solo in comunione con
Cristo, l’Uomo esemplare, uno con Dio, il mondo diventa così come tutti
noi lo desideriamo: specchio dell’amore divino. Questo dinamismo è
presente sempre nell’Eucaristia – questo dinamismo deve ispirare e
formare la nostra vita. E con questo dinamismo cominciamo il nuovo
anno. Grazie per la vostra pazienza.
© Santa Sede
