
Romani 8,31-39; Luca 10,25-42
Care sorelle e cari fratelli, la liturgia eucaristica ci aiuta questa sera a stringerci di nuovo intorno alla memoria del nostro caro vescovo don Salvatore, per lasciarci guidare dalla Parola di Dio, lampada per i nostri passi, luce per il nostro cammino. "Per primo il Vangelo", era scritto sul libro della Bibbia nello stemma di don Salvatore. E lui si era adoperato perché questa semplice verità (e le verità di fede sono sempre semplici e concrete) fosse scoperta da tutti nella sua bellezza e nella sua forza. Non possiamo non ricordare le lectio divine da lui date e le numerose iniziative diocesane, che hanno avuto e hanno come cuore il Vangelo, la sua conoscenza, ma soprattutto la vita che da esso viene. Il Vangelo infatti è una forza di vita e di rinnovamento. Esso avvicina al Signore, ci aiuta a scoprire il segreto di una vita umana e soprattutto il tesoro dell’amore di Dio quale si è rivelato nei passi e nelle parole di Gesù di Nazaret. Don Salvatore, pur essendo un uomo ricco della sapienza del prete romano, ha voluto vivere la concretezza e la semplicità del Vangelo, di cui ci ha resi partecipi.
Il Vangelo avvicina agli altri e ci fa scoprire prossimi. Siamo in un mondo in cui istintivamente ci si allontana gli uni dagli altri. Si assiste quotidianamente quasi a una competizione per distinguersi, per affermare se stessi, le proprie ragioni, la propria furbizia. L’unità tra diversi, ma anche talvolta tra simili e familiari, sembra talvolta impossibile. Il comando dell’amore evangelico per il nemico appare un cedimento e un segno di debolezza. Cominciamo anche noi almeno a porre al Signore la stessa domanda di quel dottore della legge, sapiente conoscitore delle Sacre Scritture: Chi è il mio prossimo? Lasciamo che sia il Signore a indicarci la risposta e non pretendiamo, come si fa di solito anche davanti al vangelo, di dare noi la risposta mostrando di non aver ascoltato se non noi stessi. Forse noi tutti potremmo dire: quante volte abbiamo ascoltato questa parabola! Eppure ogni volta che ascoltiamo il Vangelo, cominciamo a comprenderlo meglio. E oggi don Salvatore con la testimonianza di carità e di amore per gli ultimi che ci ha lasciato ci aiuta a capire in modo più profondo questa pagina evangelica.
Care sorelle e cari fratelli, si può vivere in tanti modi diversi. Anche noi cristiani talvolta scegliamo, magari in modo inconsapevole, una vita non proprio evangelica e ci rigiriamo il vangelo come vogliamo. Ma questa sera le parole che abbiamo ascoltato sono molto eloquenti e non ci permettono di sfuggire alla domanda posta a Gesù e alla sua risposta. Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti, che lo lasciarono mezzo morto sul ciglio della strada. Non si dice chi fosse. Poteva essere uno qualsiasi, un uomo che si venne a trovare nel bisogno. Passano un levita e un sacerdote, uomini di Dio, che dopo averlo visto proseguono la loro strada. Infine passò un samaritano, un estraneo, anzi un potenziale nemico di qualsiasi giudeo avesse incontrato, tanto più di un poveraccio. Quanto è facile infatti vivere con i poveri come se fossero dei nemici del nostro benessere e della nostra sicurezza! Solo lui si fermò e si prese cura di quell’uomo. Perché? Che cosa fa la differenza tra i primi due e il samaritano? È la compassione la differenza. Nei vangeli la compassione è un atteggiamento unico di Gesù. Non è a caso che i santi padri identificarono il buon samaritano con Gesù stesso. Don Salvatore ci aiuta a capire che, pur nelle contraddizioni della nostra povera vita e del nostro carattere, la differenza del cristiano sta nella compassione, uno sconvolgimento del cuore che fa fremere di fronte al male e insegna a fermarsi, a non fuggire per paura o per la fretta che tanto segna la vita di ogni giorno. La sua bontà non era solo un tratto del carattere, ma il segno di un vangelo dell’amore e della compassione che aveva modellato la sua vita. La compassione infatti cambia nel profondo, rende la vita più umana, perché avvicina anche a chi è estraneo, vince l’inimicizia. Il mondo ha bisogno di uomini e donne che imparano a vivere la compassione, perché si vive con durezza, freddezza, antipatia, disprezzo, lontani dagli altri, soprattutto dai deboli e dai poveri. "Chi è il mio prossimo", aveva chiesto il dottore della legge. Gesù non risponde alla domanda in maniera diretta. Non dice chi è il prossimo, perché il prossimo non si conosce in modo teorico né con le statistiche né solo con le strutture. Gesù risponde con una domanda rivolta a ognuno di noi: "Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?" Solo se ci facciamo prossimi dei poveri potremo vivere l’amore del prossimo.
Come imparare a farsi prossimi di chi ci appare lontano ed ostile, quando facciamo fatica ad amare persino chi ci sta vicino? La parabola del buon samaritano è seguita dall’episodio dell’incontro di Gesù con Marta e Maria. L’amore si impara ai piedi di Gesù. Anche qui il problema è fermarsi, non correre, non farsi imprigionare dalla fretta della vita, come avvenne a Marta. Don Salvatore ci ha stupito, perché nella debolezza del corpo ha vissuto una profonda unità con il Signore. Ogni volta che andavo a salutarlo o a parlare con lui, lo trovavo in preghiera. "In Manus tuas" (nelle tue mani), il suo motto episcopale, è davvero stata la sua vita. Come Maria don Salvatore si è affidato al Signore, si è posto ai suoi piedi per ascoltarlo, per nutrirsi di quella Parola che aveva comunicato con passione e amore durante tutto il suo servizio episcopale. La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione del male, che ha segnato la sua vita, le difficoltà non lo hanno mai separato dall’amore di Cristo. Neppure la morte nella sua violenza lo ha separato da quel Signore in cui aveva posto tutto se stesso. Care sorelle e cari fratelli, mentre lo affidiamo di nuovo al Signore, ci rivolgiamo al Dio che ha vinto la morte perché non ci separiamo mai da lui. Saremo vincitori non perché ci imponiamo sugli altri o avremo successo, ma per virtù di colui che ci ha amati. Niente ci potrà separare dal suo amore, come non ci ha separati dal nostro caro fratello Salvatore quella morte che lo ha strappato anzi tempo a questo mondo. Anche noi ci sediamo ai piedi del Signore, lo ascoltiamo e lo ringraziamo perché ci rende un popolo di fratelli e sorelle, uniti dall’amore di Dio e in comunione con tutti coloro che ci hanno lasciato. In manus tuas Domine commendo spiritum meum.
Amen.
+ Mons. Ambrogio Spreafico
