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Sposi col nuovo rito: la ricchezza di un «sì»
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Matrimonio, solo formule diverse
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Rito del matrimonio: novità concrete
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Dal Convegno Nazionale a Grosseto 4-6 Novembre 2004
Sposi col nuovo rito: la ricchezza di un «sì»
Al convegno Cei a Grosseto (inizio novembre 2004) le ragioni delle formule per il matrimonio in vigore dalla prima domenica di Avvento. «Ti accolgo» al posto di «Ti prendo» per sottolineare che è Dio a consegnare ciascuno all'altro
Memoria, rispetto reciproco, accoglienza, capacità di intrecciare relazioni positive, fecondità, condivisione. Sono i valori del matrimonio e della famiglia che si ritrovano pienamente – mediati dalla liturgia – nel nuovo rito del matrimonio. Gli adattamenti italiani del testo, con tutte le loro implicazioni teologiche, pastorali e psico-pedagogiche, sono l'argomento del convegno Cei che vede riuniti a Grosseto circa 650 delegati di quattro Uffici nazionali (Famiglia, Catechesi, Liturgia e Giovani), provenienti da tutte le diocesi italiane. «Celebrare il mistero grande dell'amore», come recita il titolo dell'incontro, significa leggere in profondità un sacramento che – lo ha fatto notare ieri il teologo Andrea Grillo – «ha una potenza quasi ineguagliabile all'interno dell'intera esperienza ecclesiale nel far trasparire la particolare peculiarità di tutti i sacramenti». Infatti la fedeltà dell'amore, la santità del legame e la fecondità del rapporto appaiono donati al «sì» della coppia dal grande «sì» di Dio, che lo precede e lo istituisce. Il nuovo rito, ha detto Grillo che, oltre ad essere sposo e padre, è docente di teologia sacramentaria a Padova e a Roma, «raccorda il consenso alla benedizione, la libertà umana alla grazia divina, sintetizza e intona armonicamente ministerialità familiare e ministerialità ecclesiale».
L'intervento è stato anche finalizzato a chiarire che le due grandi forme celebrative previste dal nuovo testo, quella incentrata sull'Eucaristia e quella che invece ruota solo intorno alla Parola, non stabiliscono gerarchie di merito tra gli sposi, ma hanno la funzione di «rimediare a due eccessi: l'ammissione indiscriminata al matrimonio e la diffidenza selettiva». Adesso tutti i fidanzati, pur avendo alle spalle storie di fede diverse, possono trovare forme «più accessibili, più adeguate e più umanamente vivibili». Tutt'altro che meramente formali o stilistici pertanto i cambiamenti. A cominciare dalla formula, «Io accolgo te», che ha già suscitato, anche qui a Grosseto, più di un rilievo. Accogliere – ha fatto notare qualcuno – va bene per l'extracomunitario che si ospita in casa e poi si riaccompagna alla porta. Oppure per il gesto di un portiere d'albergo che ti «accoglie» nella hall. «Niente affatto – ha chiarito Grillo – passare da «prendere» ad «accogliere» sposta in primo piano l'aspetto di «dono» del sacramento, pur non attenuando affatto l'aspetto di «compito». La formula dialogata del consenso poi porta entrambi a formulare la promessa solenne insieme, ad una voce, espressione di volontà univoca e di reciproco riconoscimento».
Sullo stesso aspetto era intervenuto precedentemente anche monsignor Giuseppe Busani, già direttore dell'Ufficio Cei per la liturgia e oggi vicario per la pastorale della diocesi di Piacenza. «Accogliere – ha spiegato – significa che l'altro non è un possesso. È Dio che consegna gli sposi l'uno all'altra, ed essi «si ricevono» dalle mani stesse del Creatore. Parlare di accoglienza significa parlare di impegno e di responsabilità perché la promessa sfida il tempo, anche quello del "deserto" e della prova». Nella sua analisi, monsignor Busani ha fatto notare che il nuovo rito punta a recuperare lo sviluppo delle riflessioni teologiche di questi ultimi decenni. «Prima – ha detto – avevamo un rito che quasi costringeva ad inserire questa ricchezza in modo scomposto e arbitrario. Adesso abbiamo messo a punto una forma rituale in cui testi e gesti permettono di toccare, di entrare concretamente in contatto con il paradosso dell'amore crocifisso». A questo obiettivo concorre l'accresciuta ricchezza del lezionario in cui, tra le altre novità, compaiono finalmente le invocazioni ai santi sposati. Ne ha parlato l'abate di Finalpia, Romano Cecolin, spiegando che il nuovo lezionario si è posto come criterio il recupero di quei testi che «nel contesto pià specificamente matrimoniale acquistano straordinaria pregnanza».
(Luciano Moia, da "Avvenire", 6 novembre 2004)
Matrimonio, solo formule diverse
(da "FORUM" di "Avvenire", 29 maggio 2004, Lettere al direttore)
Caro Direttore,
non sono entusiasta degli aggiornamenti operati alla liturgia matrimoniale. Come cattolica praticante, potrei avvalermi dei giusti riferimenti alla grazia di Cristo o all'accoglienza del mio sposo, ma non amo i favoritismi. La Chiesa cattolica ha mantenuto nei secoli l'abitudine di rivolgersi ai suoi figli con un linguaggio universale, e di accogliere indistintamente sotto le sue ali materne il dotto e l'ignorante, il peccatore e il giusto, il vicino e il lontano, a differenza di molte eresie (la catara su tutte) divise al loro interno tra iniziati e non. Non vedo perché una coppia non praticante non possa essere messa a parte di tutta la bellezza e la profondità del rito, pronunciando espressioni come "io accolgo te" o "con la grazia di Cristo", anche senza comprenderle completamente. Del resto, la fede va pensata, ma non è intellettualismo. E poi a cosa servono i corsi prematrimoniali se non a far chiarezza su verità dimenticate? (ma già, l'insignificanza di molti corsi prematrimoniali è una delle note dolenti). Invece la bellezza è molte volte la migliore evangelizzatrice: stupisce, provoca, costringe a farsi domande. Essa può avvicinare i lontani. La bellezza di certe parole pregnanti ci segna come le poesie imparate a memoria da bambini che forse non capivamo del tutto, e che pure illuminavano la nostra piccola vita.
Elisabetta Cipriani, Agliana (Pt)
Lei sottolinea, gentile signora Cipriani, che «la bellezza è molte volte la migliore evangelizzatrice» e non ho difficoltà a dichiararmi d'accordo con lei. Ho viceversa qualche resistenza ad ammettere che questo possa essere applicato tout court alla liturgia matrimoniale. La simbologia, il frasario, la concatenazione degli elementi che la compongono esigono per essere "gustati" un certo grado di familiarità che non ci si può ragionevolmente attendere in chi ha dei legami remoti con la comunità cristiana, o che ha rinverdito il rapporto solo nell'immediata prossimità della celebrazione del matrimonio. Questo è il contesto col quale dobbiamo confrontarci: come ricordava il liturgista Busani, nell'intervista con la quale giovedì 20 maggio illustravamo l'«adattamento» del rito, ci sono persone che «pur non vivendo una piena appartenenza alla Chiesa, desiderano la celebrazione religiosa e ne hanno diritto in quanto battezzati». Quale la risposta più appropriata? È sembrato che a fronte di condizioni di partenza significativamente differenti la scelta migliore fosse quella di proporre formule diverse. Si è cercato così di andare incontro al vissuto reale delle persone, alla singolarità delle loro storie non per "congelarle", ma per dichiarare una vicinanza affettuosa e, con discrezione ma senza reticenze, proporre un'evoluzione. Il sacramento resta nitidamente integro: la Chiesa non rinuncia a indicare la grandezza della vocazione alla donazione reciproca, indissolubile e aperta ai figli. È peraltro ragionevole aspettarsi che anche i corsi di preparazione alla celebrazione del sacramento, nonostante le difficoltà che incontrano e che sono il riflesso del secolarismo terranno conto del cambiamento intervenuto, adeguando le proprie proposte.
Rito del matrimonio: novità concrete
"Il direttore risponde" (da Avvenire, 10 novembre 2004)
Caro Direttore,
penso che tutti i preti, quando leggono il nostro giornale, vadano alla ricerca di indicazioni precise ed innovative per salvare il maggior numero di persone senza tradire la disciplina della Chiesa. Sono ormai sulla soglia delle dimissioni, ma, mi creda, ci vado volentieri, quando debbo registrare che su 20 battesimi, otto sono di conviventi; e i genitori sono miei ragazzi perché è da 28 anni che sono a Varenna. Sono ragazzi fragili, incapaci di grandi scelte, schiacciati dalla marea di separazioni e divorzi. Hanno paura del futuro e quindi non vogliono scegliere, perché "stanno bene così". Allora dal giornale cerco di capire quale sia la strada che la Chiesa sta prendendo. Nel quotidiano del 7 novembre, a pag. 17, trovo una relazione sul Convegno di Grosseto. Nonostante le dichiarate intenzioni di voler incidere di più sulla vita pastorale – magari con qualche paletto che sarebbe ora venisse fissato (mi diceva un missionario che in Africa non danno il Battesimo a bimbi i cui genitori sono irregolari) – ho l'impressione che il tutto si risolva con qualche mutazione di un verbo, facendo dei trattati sul "prendere" o "accogliere". Ma "dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur" (finché Roma discute, Sagunto viene espugnata, Ndr). Ritornando alla pagina del nostro giornale, in " Matrimonio, scelta di libertà oltre le mode, vengo conquistato da una affermazione di don Paolo Giulietti in cui si fa presente che "va quindi pensata una proposta a molte porte d'ingresso, ciascuna delle quali capace di rispondere ad una diversa situazione di vita. Il fenomeno delle coppie conviventi non merita forse una maggiore attenzione?". Signor Direttore, tutto qui? un Convegno per arrivare ad un punto di domanda? Allora, vogliamo provare a dire qualcosa di più serio? Don Lauro Consonni, Varenna (Lc)
Il convegno a cui lei fa riferimento, caro don Consonni, si è svolto nei giorni scorsi a Grosseto per dar conto degli adattamenti della Chiesa italiana al Rito del matrimonio. Un intervento da molti ritenuto indispensabile, essendo ormai trascorsi 35 anni dall'ultima traduzione e in questo arco di tempo – c'è bisogno di ricordarlo? – sono cambiate un'infinità di cose. Le novità a questo proposito le abbiamo illustrate non solo nell'articolo a cui lei fa riferimento, ma anche nei giorni precedenti e in uno "speciale" sul nostro mensile di vita familiare "Noi Genitori & figli" uscito l'ultima domenica di ottobre. Se lei avesse avuto l'opportunità di leggere anche questi contributi, avrebbe visto che i cambiamenti sono numerosi e sostanziali. Niente affatto limitati a una riverniciatura stilistica. "Accolgo te" al posto del vecchio "prendo te" non è, per esempio, un mutamento solo formale, perché parlare di accoglienza significa marcare i concetti di impegno e di responsabilità. Parlare di accoglienza fa capire che gli sposi sono, uno per l'altra, dono di Dio, da amare e da rispettare. Non qualcosa che si "prende" a proprio piacimento. Ma se la novità fosse solo questa, lei potrebbe anche avere ragione. Invece il nuovo Rito valorizza nei gesti e nelle parole la ricchezza teologica maturata anche negli ultimi decenni, recupera tra l'altro la memoria del Battesimo, mette in luce il ruolo della ministerialità coniugale, attribuisce nuovo rilievo alla liturgia della Parola, offre un Lezionario molto più ricco in cui compaiono finalmente i santi sposati. Nessuno si illude, certo, che il nuovo Rito possa da solo risolvere la crisi in cui si dibatte il matrimonio, frutto di una serie complessa di cause culturali e sociali. Ma questi aspetti, affrontati molto spesso anche sulle nostre pagine, non erano oggetto del convegno di Grosseto, dove peraltro si è parlato anche dei percorsi di preparazione al matrimonio. Alla necessità di mettere a punto nuove proposte per gli itinerari dei fidanzati faceva riferimento tra l'altro don Paolo Giulietti, proprio sulla base delle sollecitazioni poste dal nuovo Rito. Evidentemente, parlando dell'urgenza di fornire risposte più efficaci al fenomeno delle coppie conviventi, la sua era soltanto una domanda retorica. C'è comunque da dire che in numerose realtà, da Nord a Sud, si dedicano già molte attenzioni a questi aspetti e si realizzano percorsi di preparazione al matrimonio che affrontano senza timori le nuove situazioni, anche quelle più delicate.
